Categoria: SENTIMENTI
Alda

Alda Merini, classe 1931. Anni fa avevo visto una sua intervista; nella sua casa di Milano, sui Navigli, raccontava la sua vita, i suoi amori per uomini che non l’avevano amata, la sua solitudine, la sua depressione. Fumava una sigaretta dietro l’altra e le spegneva buttandole a terra, sul pavimento della cucina come fosse l’asfalto all’aperto, schiacciandole e lasciandole lì. Mi avevano colpito proprio quei gesti e mi buttai nelle sue poesie. Magnifiche, colme di dolore, di disillusione, di malinconia. La amo tanto, come amo tanto tutti coloro che soffrono, ne riconosco i segni, ne riconosco le vibrazioni. Ci riconosciamo.
Scelgo di farle onore con queste due sue poesie. Donna grande, come vorrei che tutte le donne fossero. Le vere donne, intendo, non le altre. Alda Merini era una vera donna, ecco. Le persone che soffrono o hanno sofferto hanno una marcia in più, l’ho sempre pensato.
‘Mi sento un po’ come il mare: abbastanza calma per intraprendere nuovi rapporti umani ma periodicamente in tempesta per allontanare tutti, per starmene da sola.
Ogni giorno cerco il filo della ragione, ma il filo non esiste o mi ci sono aggrovigliata dentro.
Due cose portano alla follia: l’amore e la sua mancanza
Non mettermi accanto a chi si lamenta senza mai alzare lo sguardo, a chi non sa dire grazie, a chi non sa accorgersi più di un tramonto. Chiudo gli occhi, mi scosto un passo. Sono altro. Sono altrove.
Quelle come me sono quelle che, nell’autunno della tua vita, rimpiangerai per tutto ciò che avrebbero potuto darti e che tu non hai voluto.
A volte l’anima muore e muore di fronte a un dolore, a una mancanza d’amore e soprattutto quando viene sospettata d’inganno.’
‘Mi piace il verbo sentire…
Sentire il rumore del mare,
sentirne l’odore.
Sentire il suono della pioggia che ti bagna le labbra,
sentire una penna che traccia sentimenti su un foglio bianco.
Sentire l’odore di chi ami,
sentirne la voce
e sentirlo col cuore.
Sentire è il verbo delle emozioni,
ci si sdraia sulla schiena del mondo
e si sente…’
Samurai
Mi piace vedere e rivedere alcuni film per me meravigliosi, che parlano di valori quali lealtà, amicizia, onore, rispetto. Soprattutto quando, di percepire questi valori, ne ho bisogno. Mi piace quando in mostra ci sono grandi anime, la grandezza di alcuni che si distinguono per i propri principi, la propria passione, il proprio codice. Insomma: ho un debole per questo genere: storie epiche, grandiose, in cui ritrovo i valori che stento a trovare nella realtà. In questi film mi rifugio, lotto con i protagonisti (qui un superbo Tom Cruise e un Samurai di una rettitudine, di una possenza e di una sensualità da urlo). Piango per loro, applaudo all’Imperatore del Giappone per la sua grande consapevolezza di ciò che conta. Scarico la colonna sonora, anch’essa un capolavoro, e me l’ascolto andando al lavoro. Un film da guardare e riguardare mille volte.
Spegnendo il lettore dvd con le lacrime agli occhi, poi, sono passata automaticamente alla tv e al solito talk show con le solite facce e i soliti concetti ad un livello rasoterra. Mi è venuto il vomito, il passaggio è stato troppo brusco per la mia sensibilità e non ho potuto sopportarlo. Ho spento in 5 secondi netti. Volevo continuare a sognare perché, lo so, sono un’idealista e voglio sognare, voglio trovarmi tra quella gente del film, sono un’idealista convinta, voglio esserlo e me ne vanto. Nessun talk shaw, nessun stupido programma mi farà scendere dalle mie alte vette. Sarò anch’io un ultimo Samurai.

Sguardo laterale

Più volte, qualcuno mi ha fatto notare che quando parlo di animali io sorrido. E’ così. Sento di amarli e di volerli conoscere, sento di essere in profonda armonia con loro. Mentre sono spesso infastidita dalle persone, non lo sono degli animali, incorrotti e puri. Ciò che io cerco di raggiungere da anni, cioè quella felicità assoluta data dal non essere o dall’essere tutto in quanto se stessi, un animale l’ha trovata da sempre. Non è inconsapevolezza, questo è un concetto umano che vogliamo estendere ad altri per giustificare noi stessi. E’ piuttosto piena consapevolezza di ciò che uno è, quale sia la sua missione, e accettarla come fatto imprescindibile e imperscrutabile. Ciò che un animale è, come un fiore, un albero, è e basta. Non si fanno domande non perché non abbiano un pensiero come il nostro e non capiscano a cosa realmente pensare, ma perché la loro comprensione dell’esistenza è reale, assoluta, totale. C’erano prima di noi e ci sopravvivranno, continuando la loro vita di stagione in stagione, di generazione in generazione, sapendo perfettamente cosa fare e come. Tutto qui, il mistero della loro felicità. Esistere perché tutto funzioni, stando al proprio posto e non cercando altro. Osservo gli animali così tanto e da così tanti anni che posso dire di aver ricevuto molte lezioni da loro, mi hanno insegnato molte cose. A fluire nella vita, a sopportare per rimanere me stessa. Come farebbe un mulo, guardo avanti verso il mio personale orizzonte ma mantengo uno sguardo laterale, percependo tutto ma non lasciandomi cambiare da nulla e da nessuno. So chi sono, lo devo a loro.
Arretratezza
Se il grado di civiltà di un popolo si misura dal rispetto che dimostra verso tutte le creature e le biodiversità, allora il popolo della Regione Veneto non è molto civile, in quanto consente a quattro ottusi di proporre una legge per l’abbattimento dei lupi. Sarei felice di essere smentita, naturalmente. Ci avevano provato più volte e il loro Governatore si era inizialmente messo di traverso, con ammirazione da parte mia. In realtà, non ho ben chiaro come possa essere anche solo proposta una Legge Regionale che sia contraria ad una Legge Europea recepita dall’Italia (il lupo è un animale protetto), ma il senso del federalismo è anche questo, per chi è arretrato: questa è casa mia e ci faccio ciò che voglio (la proposta è anche di poter abbattere gli orsi). A confermare la finezza di pensiero, un’altra proposta di Legge permetterebbe ai cacciatori di poter accedere con mezzi motorizzati ai sentieri e mulattiere di montagna, per poter recuperare animali anche solo ipoteticamente feriti (da loro).
Bellissimo!
Perché accontentarsi di questo e non stabilire invece per Legge di poter abbattere qualunque animale, qualunque cosa cammini, si muova, respiri? Ma si, dai, facciamola questa Legge una volta per tutte, concepiamola così in modo da non doverci più tornare su. Dai, permettiamo a ‘sti deficienti di dare sfogo alle loro pulsioni fuori casa, dato che dentro casa sono certamente dei castrati. Anzi, spariamoci tutti a vicenda, non sarebbe bello?
I LUPI E GLI ORSI N O N S I T O C C A N O!!!
CHIARO???
Capriolo Zoppo

Nel 1854 il Presidente degli Stati Uniti, Franklin Pierce, si offrì di acquistare una parte del territorio indiano e promise di istituirvi una riserva per i pellerossa. La risposta del capo indiano “Seattle”, Capriolo Zoppo, risulta essere la più bella e la più profonda dichiarazione mai fatta sull’ambiente.
La dedico a tutti. Questi sono gli unici contenuti che abbiano un senso e che vorrei sentire nei discorsi dei nostri Presidenti, altro che i loro, infarciti di visioni ottuse e di breve raggio. Questa è Politica, Economia, Istruzione, Lavoro, Spiritualità, Spessore. Questo è Presente e Futuro. Tutto ciò che, invece, si ostinano a propinarci, vale zero per l’intero Pianeta. Chi vale poco, ha pensieri piccoli, come piccole sono le sue azioni e il suo modo di pensare al mondo. Chi è grande svolge riflessioni e attua azioni elevate, che non possono però essere compresi dai primi, occupati come sono nelle loro meschinità.
‘Il grande Capo che sta a Washington ci manda a dire che vuole comprare la nostra terra. Il grande Capo ci manda anche espressioni di amicizia e di buona volontà. Ciò è gentile da parte sua, poiché sappiamo che egli ha bisogno della nostra amicizia in contraccambio. Ma noi consideriamo questa offerta, perché sappiamo che se non venderemo, l’uomo bianco potrebbe venire con i fucili a prendere la nostra terra. Quello che dice il Capo Seattle, il grande Capo di Washington può considerarlo sicuro, come i nostri fratelli bianchi possono considerare sicuro il ritorno delle stagioni.
Le mie parole sono come le stelle e non tramontano. Ma come potete comprare o vendere il cielo, il colore della terra? Questa idea è strana per noi. Noi non siamo proprietari della freschezza dell’aria o dello scintillio dell’acqua: come potete comprarli da noi?
Ogni parte di questa terra è sacra al mio popolo. Ogni ago scintillante di pino, ogni spiaggia sabbiosa, ogni goccia di rugiada nei boschi oscuri, ogni insetto ronzante è sacro nella memoria e nella esperienza del mio popolo. La linfa che circola negli alberi porta le memorie dell’uomo rosso. I morti dell’uomo bianco dimenticano il paese della loro nascita quando vanno a camminare tra le stelle. Noi siamo parte della terra ed essa è parte di noi. I fiori profumati sono nostri fratelli. Il cervo, il cavallo e l’aquila sono nostri fratelli. Le creste rocciose, le essenze dei prati, il calore del corpo dei cavalli e l’uomo, tutti appartengono alla stessa famiglia.
Perciò. Quando il grande Capo che sta a Washington ci manda a dire che vuole comprare la nostra terra, ci chiede molto. Egli ci manda a dire che ci riserverà un posto dove potremo vivere comodamente per conto nostro. Egli sarà nostro padre e noi saremo i suoi figli. Quindi noi considereremo la Vostra offerta di acquisto. Ma non sarà facile perché questa terra per noi è sacra. L’acqua scintillante che scorre nei torrenti e nei fiumi non è soltanto acqua ma è il sangue dei nostri antenati. Se noi vi vendiamo la terra, voi dovete ricordare che essa è sacra e dovete insegnare ai vostri figli che essa è sacra e che ogni tremolante riflesso nell’acqua limpida del lago parla di eventi e di ricordi, nella vita del mio popolo.
Il mormorio dell’acqua è la voce del padre, di mio padre. I fiumi sono i nostri fratelli ed essi saziano la nostra sete. I fiumi portano le nostre canoe e nutrono i nostri figli. Se vi vendiamo la terra, voi dovete ricordare e insegnare ai vostri figli che i fiumi sono i nostri fratelli ed anche i vostri e dovete perciò usare con i fiumi la gentilezza che userete con un fratello.
L’uomo rosso si è sempre ritirato davanti all’avanzata dell’uomo bianco, come la rugiada sulle montagne si ritira davanti al sole del mattino. Ma le ceneri dei nostri padri sono sacre.
Le loro tombe sono terreno sacro e così queste colline e questi alberi. Questa porzione di terra è consacrata, per noi. Noi sappiamo che l’uomo bianco non capisce i nostri pensieri. Una porzione della terra è la stessa per lui come un’altra, perché egli è uno straniero che viene nella notte e prende dalla terra qualunque cosa gli serve. La terra non è suo fratello, ma suo nemico e quando la ha conquistata, egli si sposta, lascia le tombe dei suoi padri dietro di lui e non se ne cura. Le tombe dei suoi padri e i diritti dei suoi figli vengono dimenticati. Egli tratta sua madre, la terra e suo fratello, il cielo, come cose che possono essere comprate, sfruttate e vendute, come fossero pecore o perline colorate.
IL suo appetito divorerà la terra e lascerà dietro solo un deserto.
Non so, i nostri pensieri sono differenti dai vostri pensieri. La vista delle vostre città ferisce gli occhi dell’uomo rosso. Ma forse ciò avviene perché l’uomo rosso è un selvaggio e non capisce.
Non c’è alcun posto quieto nelle città dell’uomo bianco. Alcun posto in cui sentire lo stormire di foglie in primavera o il ronzio delle ali degli insetti. Ma forse io sono un selvaggio e non capisco. Il rumore della città ci sembra soltanto che ferisca gli orecchi. E che cosa è mai la vita, se un uomo non può ascoltare il grido solitario del succiacapre o discorsi delle rane attorno ad uno stagno di notte?
Ma io sono un uomo rosso e non capisco. L’indiano preferisce il dolce rumore del vento che soffia sulla superficie del lago o l’odore del vento stesso, pulito dalla pioggia o profumato dagli aghi di pino.
L’aria è preziosa per l’uomo rosso poiché tutte le cose partecipano dello stesso respiro.
L’uomo bianco sembra non accorgersi dell’aria che respira e come un uomo da molti giorni in agonia, egli è insensibile alla puzza.
Ma se noi vi vendiamo la nostra terra, voi dovete ricordare che l’aria è preziosa per noi e che l’aria ha lo stesso spirito della vita che essa sostiene. Il vento, che ha dato ai nostri padri il primo respiro, riceve anche il loro ultimo respiro. E il vento deve dare anche ai vostri figli lo spirito della vita. E se vi vendiamo la nostra terra, voi dovete tenerla da parte e come sacra, come un posto dove anche l’uomo bianco possa andare a gustare il vento addolcito dai fiori dei prati.
Perciò noi consideriamo l’offerta di comprare la nostra terra, ma se decideremo di accettarla, io porrò una condizione. L’uomo bianco deve trattare gli animali di questa terra come fratelli. Io sono un selvaggio e non capisco altri pensieri. Ho visto migliaia di bisonti che marcivano sulla prateria, lasciati lì dall’uomo bianco che gli aveva sparato dal treno che passava. Io sono un selvaggio e non posso capire come un cavallo di ferro sbuffante possa essere più importante del bisonte, che noi uccidiamo solo per sopravvivere.
Che cosa è l’uomo senza gli animali? Se non ce ne fossero più gli indiani morirebbero di solitudine. Perché qualunque cosa capiti agli animali presto capiterà all’uomo. Tutte le cose sono collegate.
Voi dovete insegnare ai vostri figli che il terreno sotto i loro piedi è la cenere dei nostri antenati. Affinché rispettino la terra, dite ai vostri figli che la terra è ricca delle vite del nostro popolo. Insegnate ai vostri figli quello che noi abbiamo insegnato ai nostri, che la terra è nostra madre. Qualunque cosa capita alla terra, capita anche ai figli della terra. Se gli uomini sputano sulla terra, sputano su se stessi.
Questo noi sappiamo: la terra non appartiene all’uomo, è l’uomo che appartiene alla terra. Questo noi sappiamo. Tutte le cose sono collegate, come il sangue che unisce una famiglia. Qualunque cosa capita alla terra, capita anche ai figli della terra. Non è stato l’uomo a tessere la tela della vita, egli ne è soltanto un filo. Qualunque cosa egli faccia alla tela, lo fa a se stesso. Ma noi consideriamo la vostra offerta di andare nella riserva che avete stabilita per il mio popolo. Noi vivremo per conto nostro e in pace. Importa dove spenderemo il resto dei nostri giorni.
I nostri figli hanno visto i loro padri umiliati nella sconfitta. I nostri guerrieri hanno provato la vergogna. E dopo la sconfitta, essi passano i giorni nell’ozio e contaminano i loro corpi con cibi dolci e bevande forti. Poco importa dove noi passeremo il resto dei nostri giorni: essi non saranno molti. Ancora poche ore, ancora pochi inverni, e nessuno dei figli delle grandi tribù, che una volta vivevano sulla terra e che percorrevano in piccole bande i boschi, rimarrà per piangere le tombe di un popolo, una volta potente e pieno di speranze come il vostro. Ma perché dovrei piangere la scomparsa del mio popolo? Le tribù sono fatte di uomini, niente di più. Gli uomini vanno e vengono come le onde del mare. Anche l’uomo bianco, il cui Dio cammina e parla con lui da amico a amico, non può sfuggire al destino comune.
Può darsi che siamo fratelli, dopo tutto. Vedremo.
Noi sappiamo una cosa che l’uomo bianco forse un giorno scoprirà: il nostro Dio è lo stesso Dio. Può darsi che voi ora pensiate di possederlo, come desiderate possedere la nostra terra. Ma voi non potete possederlo. Egli è il Dio dell’uomo e la sua compassione è uguale per l’uomo rosso come per l’uomo bianco. Questa terra è preziosa anche per lui. E far male alla terra è disprezzare il suo creatore. Anche gli uomini bianchi passeranno, forse prima di altre tribù. Continuate a contaminare il vostro letto e una notte soffocherete nei vostri stessi rifiuti.
Ma nel vostro sparire brillerete vividamente, bruciati dalla forza del Dio che vi portò su questa terra e per qualche scopo speciale vi diede il dominio su questa terra dell’uomo rosso. Questo destino è un mistero per noi, poiché non capiamo perché i bisonti saranno massacrati, i cavalli selvatici tutti domati, gli angoli segreti della foresta pieni dell’odore di molti uomini, la vista delle colline rovinate dai fili del telegrafo. Dov’è la boscaglia? Sparita. Dov’è l’aquila? Sparita. E che cos’è dire addio al cavallo e alla caccia? La fine della vita e l’inizio della sopravvivenza.
Noi potremmo capire se conoscessimo che cos’è che l’uomo bianco sogna, quali speranze egli descriva ai suoi figli nelle lunghe notti invernali, quali visioni egli accenda nelle loro menti, affinché essi desiderino il futuro. Ma noi siamo dei selvaggi. I sogni dell’uomo bianco ci sono nascosti. E poiché ci sono nascosti noi seguiremo i nostri pensieri.
Perciò noi considereremo l’offerta di acquistare la nostra terra. Se accetteremo sarà per assicurarci la riserva che avete promesso. Lì forse potremo vivere gli ultimi nostri giorni come desideriamo. Quando l’ultimo uomo rosso sarà scomparso dalla terra ed il suo ricordo sarà l’ombra di una nuvola che si muove sulla prateria, queste spiagge e queste foreste conserveranno ancora gli spiriti del mio popolo.
Poiché essi amano questa terra come il neonato ama il battito del cuore di sua madre. Così, se noi vi vendiamo la nostra terra, amatela come l’abbiamo amata noi. Conservate in voi la memoria della terra com’essa era quando l’avete presa e con tutta la vostra forza, con tutta la vostra capacità e con tutto il vostro cuore conservatela per i vostri figli ed amatela come Dio ci ama tutti.
Noi sappiamo una cosa, che il nostro Dio è lo stesso Dio. Questa terra è preziosa per Lui. Anche l’uomo bianco non fuggirà al destino comune. Può darsi che siamo fratelli, dopo tutto. Vedremo’!
Campo lunghissimo
Mi capita, non poche volte, di sentirmi dentro un film; in fondo un film altro non è che un brano di vita di qualcuno o di qualcosa. Ci sono diverse affinità tra il modo di vedere ciò che ci accade e il linguaggio filmico dei campi e dei piani (un campo descrive un ambiente, più o meno vasto e generale, ma non si focalizza sul soggetto, mentre un piano descrive principalmente il soggetto). Anche le stesse tecniche di ripresa altro non sono che il nostro modo di muoverci nelle scene della nostra vita.
Ognuno di noi è un unicum e vede e interpreta la realtà secondo il proprio sguardo, il proprio cuore, i propri condizionamenti, il proprio vissuto. In sostanza, guarda alla realtà in soggettiva. Nel linguaggio cinematografico, la soggettiva si ottiene ipotizzando che quanto accade sia visto e interpretato dall’attore soggetto. Se noi, però, siamo consapevoli di questo anche nella vita e, per esempio, quando parliamo con un tizio immaginiamo di essere dotati di telecamera e di riprenderlo, riusciamo a percepire tutta la finzione dell’inquadratura stessa, ovvero il fatto che ciò che stiamo vedendo è unicamente ciò che pensiamo di vedere, dato che non si tratta della realtà in senso assoluto ma, appunto, di una soggettiva. Questa tecnica permette di distaccarsi molto da ciò che avviene e assumere un punto di vista diverso a seconda dei casi, cambiando semplicemente la tecnica. Ad esempio, possiamo immaginare di fare del tizio un primo piano o un piano americano, di inquadrare un dettaglio, un particolare, di ritornare sulla figura intera e così via, ma ciò che vedremo è velato dal nostro sguardo. Si sviluppa la capacità di osservazione e la consapevolezza di non vedere nulla di ciò che è davanti ai nostri occhi, se non una proiezione di noi. La tecnica della soggettiva è interessante quando ci si trova in un piano sequenza, ovvero, mentre una serie di soggetti si muovono in micro scene che avvengono simultaneamente (questo è il piano sequenza), noi vi siamo al centro e osserviamo coi nostri occhi partecipando attivamente. Se, però, ciò che accade e ciò che percepiamo ci tocca troppo emotivamente, allora passiamo ad un campo lungo, ovvero inquadriamo una grande area all’interno della quale le scene che vi si stavano svolgendo prima diventano impercettibili, poi ad un campo lunghissimo, nel quale nessun soggetto è riconoscibile ma la natura e il paesaggio la fanno da padroni. Usiamo lo zoom come meglio crediamo, saliamo su un drone e inquadriamo la catena delle Ande, poi l’intero globo terrestre, poi l’Universo, poi ridiscendiamo a capofitto nel piano sequenza iniziale e facciamoci una risata. Bello, no? Non sempre mi viene, questo esercizio, ma quando mi riesce non è male.
Marc
Marc Chagall: un pittore bambino, che ha saputo mantenere e comunicare la sua interiorità, le sue emozioni. Lo adoro per i colori e perché mi fa sognare. E’ bravissimo nel racconto della sua felicità e del suo amore per Bella Rosenfeld.
E’ un amore che permette loro di volare sopra i tetti della città, come in un sogno. Appartengono solo a se stessi e sono oltre tutto il resto.
E’ un amore che la fa volare dopo un pic-nic sul prato. Lui è felice e sorride, lei volerebbe ancora più in alto di così, come un palloncino, ma è trattenuta da lui. Lui non vuole che scappi.

E’ un amore che la coglie all’improvviso durante il suo compleanno, dopo l’omaggio dei fiori e la torta pronta da tagliare. Lui è impulsivo, non può fare a meno di cercarla, di amarla, di darle attenzioni. Lei è stupita, benevolmente.

E’ un amore delicato e appassionato, sono forme oniriche, fanciullesche, sono i colori dei bambini, della fantasia, di tutto ciò che ci portiamo dentro, dei nostri sospiri.
Aquarius

Essendo Febbraio il mio mese, un piccolo vezzo me lo voglio concedere e pubblico le caratteristiche del segno dell’Acquario. Ho scelto la descrizione che più mi è piaciuta, quella di Francesco Akash, perchè la trovo molto approfondita (nel suo sito akash.it tratta ovviamente tutti i segni). Incredibile quanto mi somigli (pregi e difetti), sembrerebbe conoscermi!!
21 gennaio, 19 febbraio – fisso, aria, maschile
“il compito di una persona forte è di proteggere il più debole, e non approfittarsi del suo vantaggio”. Potrebbe essere questo il motto che descrive gli ideali dell’acquario. Dopo che il Capricorno ha espresso l’archetipo del sovrano, di chi comanda e dirige il destino degli altri, arriva appunto l’acquario, segno anarchico per eccellenza. E’ l’anticorpo della tirannia,del potere nelle mani di pochi. L’acquario crede in un mondo diverso, un mondo migliore, dove ognuno è il comandante della propria nave, un mondo in cui nessuno ti dice cosa devi o non devi fare. E’ il ribelle, e crede fortemente nel principio della libertà e della lealtà. Chi appartiene a questo segno si contraddistingue per l’eccentricità, per la sua singolarità. E’ il genio dello zodiaco, il folle, il pazzo lucido. E’ avanti anni luce rispetto alle idee della società e, per questo, è spesso tacciato per un pazzo: ma è solo la capacità di inventare e di vedere il futuro. Ama molto la libertà, sia individuale sia d’espressione. Essendo un segno d’aria, come gemelli e bilancia, anche l’acquario usa la comunicazione. Come terzo segno d’aria, e quindi segno spirituale, la sua comunicazione è ben diversa: è la comunicazione globale, è l’astrologia, ovvero la comunicazione dell’universo. E’ la comunicazione telepatica, l’etere, la vibrazione sensoriale. L’acquario è la sensibilità psichica, la sottile capacità di percepire tutto quello che sta accadendo e sta per accadere. Non si tratta di una capacità “spirituale”, bensì di un’abilità innata di riuscire a collegare alla velocità della luce tutti gli eventi e di riuscire, sempre a questa velocità, a trarre le conclusioni e calcolare quello che potrebbe accadere; difficilmente sbaglia. Ad un acquario è difficile mentire. Se mai dovesse capitare, la sua reazione non sarebbe di attacco, bensì quella di allontanarsi, di chiudere i rapporti e la comunicazione con quella persona. Se un acquario è tradito o deluso, difficilmente mantiene i rapporti, non riesce a fingere di esserti amico. Ti toglie la sua stima ed il suo riconoscimento. E’ per questo che gli acquario non hanno tante amicizie; si circondano solo di persone compatibili con la loro natura. Benché sia un segno sociale, che vive di relazione, non concede facilmente la sua amicizia. Con chi non lega, perché percepisce una certa falsità o dualità nel comportamento, l’acquario non inizia nemmeno un rapporto e ne mantiene le distanze Crede nella verità, nella sincerità e correttezza. “la mia libertà finisce, dove inizia la tua” è la base del pensiero acquariano. Chi nasce sotto questo segno ha grandi doti intellettuali, percettive, sensibili. Sono grandi comunicatori; a volte parlano poco, ma in quello che dicono, si percepisce subito un valore aggiunto. Sono i tecnologici, coloro che utilizzano la rete globale per diffondere il proprio pensiero. Sono portati per l’informatica e tutto ciò che riguarda la tecnologia.
Il suo pianeta governatore è Urano. Devo dire che questo è un pianeta veramente eccentrico e che corrisponde totalmente alle caratteristiche del segno. Infatti, è sufficiente descrivere che il suo movimento attorno al sole non avviene come quello di tutti gli altri pianeti, che ruotano sull’asse verticale: urano rotola. Il suo asse è orizzontale. Questo pianeta viene anche associato alla scarica elettrica, al fulmine, l’evento improvviso che cambia tutto in un istante. L’imprevedibilità è acquariana. Non potrete mai sapere cosa farà un acquario; non è dato sapere. Potrebbe cambiare repentinamente idea e atteggiamento su qualsiasi cosa in qualsiasi momento. Da un momento all’altro potreste accorgervi che la persona con cui stavate parlando, solo a girar un attimo la testa, quando riprendete contatto, quella persona è sparita. Si stancano presto, le persone lo annoiano se non sono in grado di stimolare la loro diversità. Ricercano spesso situazioni estreme e non convenzionali.
Chi nasce sotto questo segno ha come compito il raggiungere la propria libertà personale, la libertà di esistere ed essere, fregandosene dei giudizi altrui. Avere un movimento di discontinuità nei confronti delle tradizioni e culture dell’ambiente in cui è nato. Manifestare la propria vera personalità, scontrandosi però, con l’ostacolo più grande in assoluto: i legami famigliari. Chi appartiene a questo segno trova difficile esprimere se stesso, poiché i legami famigliari che richiedono continuamente la “fedeltà al sistema famiglia” condizionano la vita dell’acquario soprattutto attraverso i ricatti morali. Spesso l’acquario rinuncia alla sua verità, proprio per non far “soffrire” la famiglia. Se desse veramente ascolto e seguito a ciò che la sua vera natura richiede, forse combinerebbe qualcosa di folle, di pazzo, qualcosa in totale rottura con le regole sociali. Ecco perché ha timore della propria luce, della sua natura, perché sa di cosa potrebbe essere in grado di fare, nel bene e nel male.
Se non vissuto pienamente lo scopo di vita, l’acquario si chiude, si isola e diventa arrabbiato. C’è il rischio che la rabbia repressa, sia rivolta contro se stesso mettendo in pericolo la sua stessa vita con situazioni estreme. Allora la pazzia è dietro l’angolo, la dissociazione mentale può prendere il sopravvento. Come nel film “into the wild”, dove il protagonista muore esule, lontano da tutta la sua famiglia e nella solitudine estrema, vittima delle sue ideologie; così l’acquario rischia di perdere gli affetti più importanti se non riconosce le sue qualità e cosa c’è dentro la sua gabbia. Probabilmente chi nasce acquario, ha la possibilità in questa vita, di metabolizzare traumi improvvisi da perdite, che creano forti dolori emotivi e tristezza. Tuttavia quest’ultima non è espressa con atteggiamenti depressivi o apatici, bensì in forma aggressiva verso cose, persone o situazioni che gli ricordano quel dolore. Spesso la figura di riferimento di questo trauma è il padre; lasciare andare questa emozione è fondamentale per l’acquario, poiché è la chiave che apre la porta della felicità. Ricercare la verità dentro di lui, osservando il dolore e accettarlo. La vera libertà la troverà, oltre quel dolore.
Iniziare
E’ successo così, per me. Ho iniziato a non volermi cibare di cuccioli. Non sopportavo l’idea di sapere che un cucciolo fosse stato strappato a sua madre. Era una violenza per lui e per chi lo aveva messo al mondo, privata della possibilità di guardarlo negli occhi, di sapere che, facendolo crescere e diventare adulto col suo accudimento, avrebbe risposto alla sua missione. Era una violenza per la madre, il sentire che gli veniva tolto e che non lo avrebbe più visto. Era una violenza per il cucciolo, strappato con forza da quella madre accudente e per sempre. I loro sguardi non si sarebbero mai più incrociati, il loro calore, la loro vicinanza, la natura stessa della loro esistenza condivisa, non sarebbe più stata possibile. E lui sarebbe andato incontro ad una morte atroce, di strazio, di pianti. Lui che, ignaro, non aveva chiesto di nascere per questo.
Così, nel mio piatto non ho voluto, ormai da moltissimi anni (ero davvero piccola), alcuna carne di cucciolo. Zero agnelli, zero capretti, zero maialini. Non era ciò di cui desideravo cibarmi, non gradivo che qualcuno decidesse per me. Avevo le idee molto chiare, le ho sempre avute. Non sempre ho saputo chi fossi, ma ho sempre saputo chi non voglio essere. Non voglio che alcun animale soffra per me. Nessuno.
Poi, crescendo, ho cominciato ad approfondire molto più la mia conoscenza sull’argomento. Quando si entra in questo contesto, è una via di non ritorno. Si amplia, si allarga, e tu senti che stai meglio. Non è una questione fisica, anche se c’è del buono in questo, è soprattutto una questione mentale. E’ una questione di anima. Senti che stai facendo la cosa giusta, ne hai la piena consapevolezza. Quando guardo un animale negli occhi, io vedo il bene. Come potrei cibarmene? Come potrei sopportare che abbia sofferto? Per soddisfare cosa?
Così, ogniqualvolta scoprivo l’atroce trattamento riservato ad una specie, ogniqualvolta venivo informata di uno scempio, ebbene quell’informazione era per sempre, si incideva nel mio essere. Quel genere di animale spariva immediatamente dal mio piatto, senza se e senza ma. Ero inorridita. A casa mia tenevo già banco, chiedevo già a tutti di rinunciarvi. Non per forza, ma le mie argomentazioni, i documenti che portavo non lasciavano dubbi sulla scelta che si sarebbe dovuta fare. E’ così, se si ha una coscienza. Ho bandito, via via, tutte le carni, considerato che i tre quarti di esse nemmeno mi piacevano ed erano già bandite. Il pesce pure, quello non avevo neanche iniziato a mangiarlo. Voglio decidere io quale deve essere il prezzo e non può essere questo. Voglio decidere io se la sofferenza deve appagarmi. E non può farlo.



