Il Piccolo Popolo – seconda parte

FATE

Per i metafisici medievali, tutti gli esseri invisibili venivano suddivisi in quattro classi: in cima gli Angeli, subito sotto i Diavoli o Demoni, che corrispondono agli angeli caduti del Cristianesimo; poi gli Elementali, Spiriti di Natura subumani ritenuti in genere di statura ridottissima; infine le Anime dei Morti e le ombre o fantasmi dei defunti. Con riferimento alla terza classe, i loro membri sono a loro volta suddivisi in quattro categorie, a seconda dell’elemento naturale in cui dimorano.

Gnomi: abitano nella terra, hanno una statura pigmea, sono amichevoli con gli uomini e nelle leggende corrispondono di solito alle fate o goblin che infestano le miniere, ai pixies, ai corrigan, ai leprecauni e a quegli elfi che vivono nelle rocce, nelle caverne o nel sottosuolo.

Silfi: vivono nell’aria e sono descritti come spiritelli dalle sembianze simili a quelle dei pigmei, corrispondono alle fate non appartenenti alla gentry e hanno un aspetto piacevole ed aggraziato.

Ondine: vivono nell’acqua e corrispondono esattamente alle fate che dimorano nelle sorgenti, nei laghi o nei fiumi sacri.

Salamandre: vivono nel fuoco e compaiono di rado nelle leggende celtiche. All’interno delle gerarchie elementali occupano la posizione più elevata.

Tutti questi Elementali, che procreano secondo l’uso umano, possiederebbe un corpo fatto di una sostanza elastica semi-materiale, non percepibile dalla vista e comparabile allo stato gassoso della materia. Benché siano impercettibili per I sensi umani, possano crearsi delle condizioni in cui il ‘piano astrale’ degli Elementali e quella parte del ‘piano fisico’ che qualche essere umano si ritrova a occupare, stabiliscono una sorta di relazione.

Di seguito, le principali creature del Piccolo Popolo:

Gentry:  è la tribù più nobile, molto superiori a noi. E’ una classe militare-aristocratica, sono alti e d’aspetto distinto, intermedi tra noi e gli spiriti. Le loro capacità sono strabilianti, potrebbero spazzare via metà della razza umana, ma non lo fanno perché siamo in attesa della salvezza. Restano sempre giovani. Se ti prendono e assaggi il loro cibo non puoi più fare ritorno. Diventi uno di loro e vivi nel loro mondo per sempre.

Leprecauno: porta un cappello rosso e si aggira intorno alle sorgenti d’acqua pura; di solito fabbrica le scarpe per tutte le altre tribù di fate.

Lunantishee: tribù che sta a guardia delle piante di prugnolo selvatico, impedendo a chiunque di tagliarne i rami l’undicesimo giorno di novembre o di maggio. Chi taglia un ramoscello di prugnolo in uno di questi due giorni sarà colpito dalla sfortuna.

Pooka: sono di pelle scura e montano bei cavalli, sono mercanti di cavalli. Fanno visita agli ippodromi ma di solito sono invisibili.

Daoine Maithe: vivevano vicino al Cielo prima della Caduta, ma non caddero, e adesso attendono la salvezza.

Esseri di Legno: sono di colore argento brillante con una sfumatura blu o viola pallido e hanno capelli di colore porpora scuro.

Tylwyth Teg:  spiriti dei Druidi morti prima dell’avvento di Cristo e che, essendo troppo buoni per essere mandati all’inferno, erano stati lasciati liberi di vagare per la terra a loro piacimento.

Lutins: spiritelli dispettosi, creature affascinanti e maliziose che abbondano in Bretagna. In passato ogni casa aveva il suo, era simile agli antichi numi tutelari della casa adorati dai Romani. Il lutin soprintendeva tutti gli eventi della vita domestica. Ricadevano nella sua sfera la manutenzione delle stalle e delle scuderie.

Bugul-Noz: il misterioso Pastore della Notte, alta e inquietante figura che i contadini bretoni credono di scorgere alla luce del crepuscolo quando rincasano tardi dal lavoro dei campi. Non è però uno spirito dannoso, svolgerebbe anzi un compito benefico, avvertendo gli esseri umani, col suo arrivo, che la notte non è fatta per attardarsi nei campi o in strada, ma per ripararsi e dormire

Yann-An-Od (Giovanni delle Dune): a volte è un gigante, a volte un nano. A volte indossa un cappello da marinaio di tela cerata, a volte un ampio cappello di feltro nero. A volte appare reclinato su un remo. Si tratta di un eroe marino, il cui compito consiste nel percorrere la costa lanciando di tanto in tanto lunghe grida penetranti allo scopo di spaventare i pescatori e farli allontanare prima che vengano sorpresi dalle tenebre.

Féès: fate bretoni.

Grac’hed Coz: nel folklore bretone le féès, o fate, appaiono quasi sempre come piccole donne anziane o, come dicono i cantastorie locali, Grac’hed coz.

Morgana: la sua dimora è nel mare, dove di giorno sonnecchia e guai a chi disturba il suo riposo. Il marinaio che la ode ne viene attratto, incapace di spezzare l’incantesimo che lo trascina verso la sua rovina: il vascello s’infrange sugli scogli, l’uomo finisce in acqua e la Morgana lancia un grido di gioia. Le braccia della fata, tuttavia, stringeranno soltanto un cadavere: al suo tocco, infatti, gli uomini muoiono, ed è questo a causare la disperazione della fata. Chi ha la sventura di incorrere nel suo abbraccio è condannato a vagare in eterno negli abissi marini, con gli occhi spalancati e il segno del battesimo cancellato dalla fronte. Egli non avrà mai una tomba ove i suoi parenti possano recarsi per pregare e per piangerlo.

Corrigan: includono anche i lutins o follets. Si crede che tutte le tribù fatate tornino in tutti i secoli composti da cifre dispari, mentre nei secoli pari si facciano invisibili oppure scompaiano. I Lutins possono assumere le sembianze di qualsiasi animale. Hanno tutti una natura maliziosa. 

Nains: sono esseri mostruosi, con corpi scuri o addirittura neri e ricoperti di peli, una voce come di vecchi e dei piccoli occhi neri luminosi. Si divertono a fare scherzi ai mortali a amano ballare in cerchio intonando la canzone sui giorni della settimana.

Lavandaie fantasma: venivano temute molto più dei corrigans. Le si udiva di solito verso la mezzanotte, mentre battevano i loro panni presso vari lavatoi, sempre a una certa distanza dai villaggi. Gli anziani sostengono che quando le lavandaie fantasma chiedevano a un passante di aiutarle a strizzare i panni, egli non  potesse rifiutarsi, altrimenti lo avrebbero bloccato e sarebbe stato strizzato lui stesso come un lenzuolo. E chi accettava di aiutarle doveva fare attenzione a torcere i panni nello stesso senso delle lavandaie; se per disgrazie li torceva al contrario, infatti, le sue braccia venivano strizzate all’istante. Si crede che queste lavandaie fantasma siano donne condannate a lavare i propri sudari funebri per secoli, ma che possono liberarsi se trovano un mortale che torca i panni in senso contrario.

Altri termini con cui sono definiti questi spiriti sono: Spriggans, Piskies, Buccas, Bockles o Knockers, Brownies.

Nella Fede nelle Fate, compaiono molte proibizioni o convinzioni; la principale proibizione impedisce di nominare le fate, il che porta a ricorrere ad eufemismi, come ‘il buon popolo’, ‘la gentry’ (aristocrazia), ‘il popolo della pace’. Il cibo che viene messo fuori per le fate, invece, non può essere mangiato né da uomini né da animali. Si dice che quel cibo non abbia più alcuna sostanza reale; l’idea sottostante sembra essere che le fate estraggano l’essenza spirituale del cibo offerto loro, lasciandone soltanto gli elementi più grossolani. Tutti questi esseri, trovano nelle danze circolari il loro maggiore diletto. Quando la luna è chiara e luminosa si radunano per fare baldoria presso menhir, dolmen e tumuli, ai crocevia o anche in aperta campagna, e non perdono mai l’occasione di tentare un mortale che passi di là ad unirsi a loro.

Infine, secondo una leggenda, è tabù per i corrigans nominare di seguito tutti i giorni della settimana. Durante e loro danze notturne cantano: ‘Lunedì, martedì, mercoledì, giovedì, venerdì’ ed è loro proibito completare l’enumerazione.

Fonte principale: Walter Y. Evans-Wentz

Il Piccolo Popolo – prima parte

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Noi utilizziamo il termine ‘mistico’, di solito, in antitesi al termine ‘scientifico’; in realtà, la scienza dovrebbe indagare tutto ciò che esiste e non solo ciò che è materiale e visibile. Anche il folklore è sempre stato considerato un argomento di second’ordine mentre, fortunatamente, oggi si ritiene che le credenze dei popoli, le loro leggende e i loro canti siano le fonte di quasi tutta la letteratura e che le loro istituzioni e costumi abbiano dato origine a quelli moderni. Ecco perché oggi lo studio scientifico del folklore ricorre all’archeologia, all’antropologia, alla mitologia e allo studio delle religioni comparate. E’ quindi proprio nel folklore che si può comprendere l’uomo.

E’ possibile constatare che quasi tutti i materialisti o gli scettici abitano o provengono dalla città, o ne sono influenzati in qualche maniera. Questo porta l’uomo a perdere il contatto con la natura e le sue manifestazioni, e questo a prescindere dal livello di istruzione. L’uomo di città, tende a considerarsi affrancato da quella che ama definire superstizione, ma in realtà quello che definisce affrancamento altro non è che perdita di contatto col proprio habitat, col suo ascolto, con le sensazioni, con un collegamento ancestrale. E ha poco da esserne lieto.

La teoria più valida, secondo gli studiosi, è che la fede nelle Fate sia una dottrina delle anime, cioè un luogo o una dimensione in cui si collocano le anime dei defunti, in compagnia di altri esseri invisibili come dèi, demoni e spiriti buoni e cattivi. Del resto, molti popoli e molte civiltà (in Europa come in America, in Australia come in Africa) credono o hanno creduto in esseri spirituali. Gli stessi Pellerossa nordamericani credono che esistano spiriti dei laghi, dei fiumi e delle cascate, delle rocce e degli alberi, della terra e dell’aria e che si debbano a questi esseri le tempeste, la siccità, i raccolti e le cacciate abbondanti, come le carestie, le malattie. Non si tratta necessariamente di poteri soprannaturali, come ritengono i superstiziosi. I nostri antenati avrebbero giudicato soprannaturali le nostre scoperte (il telefono, l’elettricità). E’ più che possibile che i nostri discendenti faranno scoperte altrettando sensazionali sia nell’ambito della mente che in quello della materia.

Una forte affinità esiste piuttosto tra le fate italiane e quelle celtiche, derivata dalle credenze dei popoli etrusco-romani. Si pensa anzi che le antiche Fatuae dell’Italia abbiano dato origine a tutta la famiglia delle fèes che si ritrova nei paesi latini, ma anche anche agli elfi della Germania e della Scandinavia o ai servants della Svizzera rurale.

La Fede celtica nella Fate, invece, ebbe origine presso una classe di Celti istruiti e non presso le genti di campagna. I Druidi d’Irlanda erano soprattutto maghi e profeti: predicono il futuro, interpretano il segreto volere delle fèes, lanciano sortilegi. Si avvicinavano al sacerdozio druidico in vent’anni di studio severo e di addestramento prima di essere giudicati idonei a quel ruolo: la prima cosa che si insegnava al neofita era l’autocontrollo, cioè la capacità di non poter essere dominato dalla volontà altrui. Per il mistico celta l’universo si divide in due parti o aspetti complementari: il visibile, in cui ci troviamo noi esseri umani, e l’invisibile, che corrisponde all’Altro mondo.

Non è più possibile oggi affermare di conoscere la realtà attraverso i cinque sensi, in quanto non c’è coincidenza tra ciò che si percepisce e ciò che è reale, nonostante quello che possano sostenere i materialisti. Le spiegazioni che siamo in grado di dare attraverso la scienza, partono da ciò che per l’uomo è comprensibile.

Negli ambienti scientifici, piuttosto, si sta rapidamente sviluppando una visione vitalistica dell’evoluzione, e  le prove accumulate inducono decisamente a considerare tutti i processi evolutivi, dagli organismi inferiori fino a quelli superiori, come effetto della graduale manifestazione nel mondo di un potere psichico preesistente attraverso una sempre crescente complessità di strutture specializzate. Vi è ormai la convinzione che sul nostro pianeta la generazione spontanea della vita sia impossibile: la vita doveva esistere prima che la sua manifestazione o la sua evoluzione fisica avesse inizio. Come una grande coscienza. 

Nella prossima parte elencherò gli esseri del Piccolo Popolo.

Disuguaglianza

ORIGINE DELLA DISUGUAGLIANZA

‘Il primo che, avendo cintato un terreno, pensò di dire “questo è mio” e trovò delle persone abbastanza stupide da credergli, fu il vero fondatore della società civile. Quanti delitti, quante guerre, quanti assassinii, quante miserie ed errori avrebbe risparmiato al genere umano chi, strappando i piuoli o colmando il fossato, avesse gridato ai suoi simili: “Guardatevi dal dare ascolto a questo impostore! Se dimenticate che i frutti sono di tutti e la terra non è di nessuno, siete perduti’!

Così ha inizio la seconda parte dell’opera di J.J. Rousseau Origine della disuguaglianza. Per Rousseau, la disuguaglianza non è un fatto naturale, bensì è indotto dalla civiltà dell’uomo. L’uomo di natura, che non coincide con il selvaggio, è il perfetto equilibrio tra i bisogni e le risorse di cui dispone. In pratica, ai bisogni minimi provvede la natura e, dunque, essi sono facili da soddisfare. In questa condizione, l’uomo desidera solo ciò che possiede e vive in un eterno presente. Nello stato di natura ciascuno basta a se stesso e i contatti con i propri simili sono soltanto sporadici.

Fu quando l’uomo fece le prime scoperte e divenne pescatore e cacciatore, che cominciò a unirsi con i suoi simili in libere associazioni. Questo passaggio implicò la nascita dell’impegno reciproco, che portò successivamente alla costituzione della famiglia e di altre forme di aggregazione.

Ecco altri passaggi dell’opera:

‘Non appena gli uomini ebbero cominciato a stimarsi a vicenda e si fu formata nella loro mente l’idea di stima, ognuno pretese di avervi diritto, e a nessuno fu più possibile farne a meno impunemente (…). Da ciò derivarono i primi doveri della civiltà; ne derivò che ogni torto volontario divenne un oltraggio, perché insieme al male derivante dall’ingiuria l’offeso vi scorgeva il disprezzo per la sua persona, spesso più insopportabile dello stesso male. Così, poiché ognuno puniva il disprezzo che gli era stato testimoniato in proporzione della stima che aveva di se stesso, le vendette divennero terribili e gli uomini sanguinari e crudeli’.

‘Dal momento in cui un uomo ebbe bisogno dell’aiuto dell’altro, l’uguaglianza scomparve. Si introdusse la proprietà, il lavoro divenne necessario e le vaste foreste si cambiarono in ridenti campagne che bisognò innaffiare col sudore degli uomini e nelle quali presto si videro germogliare e crescere con le messi la schiavitù e la miseria’.

Insieme con la proprietà si consolidò in maniera definitiva anche la disuguaglianza morale e politica, affermando la prima grande distinzione tra ricchi e poveri. Infine, con lo sviluppo di tutte le facoltà dell’uomo, quali la ricchezza, la bellezza, l’intelligenza, la forza, l’astuzia, ‘ben presto fu necessario o averle o simularle. Per il proprio tornaconto fu necessario mostrarsi diversi da quello che si era effettivamente – essere e parere divennero due cose affatto diverse, e da questa diversità ebbero origine il fato che getta fumo negli occhi, l’astuzia che inganna e tutti i vizi che li accompagnano. D’altro lato l’uomo, da libero e indipendente che era prima, eccolo, a causa di una quantità di nuovi bisogni, asservito per così dire a tutta la natura, e soprattutto ai suoi simili, di cui in un certo senso diventa schiavo anche quando ne diviene il padrone: se è ricco, ha bisogno dei loro servizi; se è povero, ha bisogno del loro soccorso’.

‘E infine l’ambizione divorante, l’intenso desiderio di elevare la propria condizione (non tanto per un vero bisogno quanto per mettersi al di sopra degli altri), ispira a tutti gli uomini una triste inclinazione a nuocersi a vicenda, una segreta gelosia tanto più dannosa in quanto, per agire con più sicurezza, si mette spesso la maschera della benevolenza (…) e sempre il desiderio nascosto di fare il proprio vantaggio a danno degli altri’.

‘I ricchi, dal canto loro, non appena conobbero il piacere di dominare, disprezzarono tutti gli altri e, servendosi degli schiavi che avevano già per sottometterne dei nuovi, non pensarono che a soggiogare e asservire i loro vicini, simili a quei lupi affamati che, avendo una volta gustato la carne umana, sdegnano qualunque altro nutrimento e vogliono soltanto divorare uomini’.

‘Ignorate dunque che una moltitudine di vostri fratelli perisce o soffre per la mancanza di ciò che voi avete di troppo e che vi sarebbe occorso un consenso esplicito e unanime di tutto il genere umano per appropriarvi tutto ciò che dei mezzi di sussistenza comune sorpassa la vostra sussistenza? I ricchi stimano le cose di cui fruiscono soltanto nella misura che gli altri ne sono privi, e che, senza cambiare di stato, cesserebbero di essere felici se il popolo cessasse di essere miserabile’.

‘Per legge di natura, il padre non è il padrone del figlio se non per il tempo che a quest’ultimo è necessario il suo aiuto, e dopo questo termine essi divengono uguali e allora il figlio, del tutto indipendente dal padre, gli deve, si, rispetto, ma non obbedienza, poiché la riconoscenza è certo un dovere cui bisogna adempiere, ma non un diritto che si possa esigere. I beni del padre sono i legami che trattengono i figli alle sue dipendenze, ed egli non può far loro parte della sua eredità se non in proporzione alla continua deferenza alle sue volontà. I sudditi, invece, appartengono al despota con tutto ciò che possiedono, e sono ridotti a ricevere come una grazia ciò che egli lascia loro, così che il despota fa giustizia quando li spoglia e fa grazia quando li lascia vivere. La sommossa è quindi un atto giuridico: la sola forza lo teneva in piedi, la sola forza lo rovescia’.

Infine, quest’ultima chicca:

‘L’uomo selvaggio e l’uomo incivilito differiscono talmente nel fondo del cuore e nelle inclinazioni, che quello che costituisce la felicità suprema dell’uno riduce l’altro alla disperazione. Il primo non desidera altro che quiete e libertà; invece, il cittadino è sempre attivo, suda, si agita, si tormenta, lavora fino a morire, e anzi corre alla morte per mettersi in condizioni di vivere; fa la corte ai potenti che odia e ai ricchi che disprezza, non bada a spese per ottenere l’onore di servirli, si vanta con orgoglio della sua bassezza e della loro protezione: e, fiero della sua schiavitù, parla con disprezzo di quelli che non hanno l’onore di condividerla. E questa è, difatto, la vera causa di tutte queste differenze: che il selvaggio vive in se stesso, mentre l’uomo socievole, sempre fuori di sé, invece sa vivere soltanto nell’opinione degli altri, ed è, è, per così dire, soltanto dal loro giudizio ch’egli trae il sentimento della propria esistenza’.

11:11

11-11

Il fenomeno è cominciato, in maniera significativa, alcuni mesi fa. Guardando l’orologio, mi ero imbattuta in un 22:22 e, subito, mi ero domandata quale significato portasse con sé. Il giorno dopo, riguardando in un momento qualunque della serata, erano le 23:23. Poi, alcuni giorni dopo, una prima occhiata mi aveva restituito un 15:15 e, dopo aver fatto altro ed essermene dimenticata, la seconda un bel 16:16. Il numero di episodi è cresciuto costantemente, ed ora non c’è singolo giorno in cui non veda – per due o tre volte – numeri doppi, maestri o palindromi. La frequenza si è così acuita da avermi indotta a volerne prendere nota quotidianamente e, ad esempio, questo è ciò che ho registrato negli ultimi giorni:

03 maggio:   16:16

04 maggio:   11:11 –  14:00

05 maggio:   10.10 –  11:11 – 16:00 – 16:16

06 maggio    10:10 – 11:11

Devo dire che, guardandoli in sequenza, un po’ di effetto lo fanno, poiché sono in sostanza gli stessi numeri ricorrenti. So che in particolare l’11:11 ha un significato molto particolare, di grande potenza e di forte connessione con l’Universo, di centratura. Siamo sulla giusta strada per grandi risultati, dobbiamo solo andare avanti e dare ascolto a noi stessi.

Ovviamente ho consultato tutto ciò che potevo consultare sul tema; pare che diversi studi dimostrino che il fenomeno dell’apparizione dei numeri doppi o maestri, in modo particolare dell’11:11, si stia notevolmente amplificando e che un numero sempre maggiore di persone ne sia testimone. Anch’io, dunque, ne faccio parte, e credo sia in corso una connessione di un certo tipo per persone di un certo tipo. Si tratta sicuramente di una richiesta di attenzione che ci giunge dal mondo invisibile; così, se si è ricettivi, ogniqualvolta un segno particolare ci appare (e mai casualmente), la nostra attenzione si desta ed entra in modalità ascolto, in modalità percettiva. Ed io lo sono e sono prontissima ad accogliere ciò che questo mondo vorrà farmi sapere.

Sacrificio

AGNELLO

Io credo davvero che se ne possa fare a meno. Si può evitare, anzi lo si deve, di partecipare alla mattanza di agnelli perché la religione delle nostre radici lo richiede, considerato il fatto che la carne di agnello è cibo anche per i molti che non conoscono una sola parola del Vecchio o del Nuovo Testamento. L’agnello, che simboleggia la mitezza, l’accettazione, la rassegnazione, come fu quella di Cristo. Ma dobbiamo anche far pace con la nostra coscienza, e interrogarci su cosa ci sia dietro a delle costolette. A quanto orrore e sofferenza indotta a quelle povere creature; se solo il popolino mangiatore di carne di agnello le conoscesse, probabilmente smetterebbe di acquistarne. O forse nemmeno, dato che qualcuno mi ha risposto che è tradizione, quindi si ‘deve’ mangiare. Deve? Beh, io non devo nulla se questo mi fa star male. Rispondo che ci sono due modi di intendere la religione, ovvero su un piano letterale o su un piano simbolico, analogico. Quest’ultimo, il piano esoterico, ti insegna ad andare a fondo alle questioni, agli insegnamenti; ti dice che ogni gesto, ogni parola, ogni segno, ha un significato profondo da ricercare. Gesù ha sacrificato se stesso, non un agnello. E per quanto io non ami il termine sacrificio, penso proprio che è nel sacrificio di sé che può trovarsi una liberazione, una felicità, non nella violenza perpetrata ai danni del prossimo. Chi sostiene che tutto sia tradizione, invece, intende la religione come un ottuso intenderebbe la letteratura: una sequenza di parole e niente più. Dunque, si ferma alla superficie delle cose e, trascurandone ogni significato più alto, ottiene proprio di danneggiare la propria anima, poiché la lettera può uccidere la coscienza. Poveri agnelli, e poveretti tutti.

Starci vicino

Ognuno di noi viene influenzato dagli altri, dal loro comportamento, dalla loro generosità o dal loro egoismo, dal loro modello. Veniamo forgiati un colpo alla volta come le martellate di un fabbro su di un pezzo di ferro rovente e informe, da cui ricavare un ferro di cavallo perché così il fabbro ha deciso. Se le persone di riferimento sono persone che hanno a cuore solo se stesse, che non sanno amare o amano in maniera errata, che dominano e manipolano, noi stessi lo diventeremo e ne saremo vittime. Un giorno, vedendo dei comportamenti immaturi ed egoisti in una persona di una certa età che ho frequentato per un periodo, quell’età che andrebbe raggiunta con pieno equilibrio e sapienza, dissi che, se si comportava così, non doveva aver avuto grandi persone accanto a sé nel corso della sua vita. Il fatto è che sono convinta di questo: noi siamo in larga misura ciò che deriva da coloro con cui ci siamo accompagnati nella vita, siano essi splendidi o pessimi esempi. Ad eccezione delle figure accudenti, che subiamo per definizione, per il resto sta a noi tenere alta l’asticella della qualità di chi frequentare, e questo non vale solo per conoscenze e amicizie, ma soprattutto per i lunghi rapporti. Ho visto uomini, conosciuti da ragazzi e dotati di enorme talento, dialettica, intelligenza, sogni, sposarsi con la donna sbagliata e trasformarsi di anno in anno facendo un mestiere che non era il loro, abbandonando sogni e ambizioni, restando a casa perché la moglie non voleva uscire, non viaggiare più perché per la stessa moglie le vacanze erano solo al paese, non leggere più per non sapere con chi parlarne, indebitarsi per l’incapacità di tenere alto il tenore di vita imposto, cominciare a bere: prima un goccio, poi una bottiglia, poi cadere dalle gambe, essere additato dalla stessa moglie come uomo debole e privo di qualità. L’esempio che descrivo è una storia vera, un mio amico che non frequento più ma che ho molto a cuore e di cui ho sempre notizie. I suoi amici, falsi amici, lo deridono. Ma non sanno chi era quella persona, mentre io si. Ci trovavamo a chiacchierare molto ed era maledettamente in gamba, una parlantina che nemmeno i migliori politici dell’epoca, una risata coinvolgente, un’ironia che appartiene solo alle grandi teste. Così molti altri casi. Se siamo sposati a persone apparentemente giuste ma che non ci permettono di seguire la nostra via, esteriormente sembreremo sempre gli stessi ma, interiormente, laggiù in fondo dove noi solo sappiamo cosa c’era sin dall’inizio, qualcosa comincia a marcire. Giorno dopo giorno, fino a toglierci la forza di rendercene conto, fino a farci credere il contrario, fino ad impedirci di intervenire mettendoci in salvo.

A proposito di famiglia, se c’è una definizione che conio non ha nulla a che vedere con figli e modello sociale, ma è ‘un nucleo di persone che, in un percorso comune, si ritrovano alla fine migliorate rispetto a come erano all’inizio’. Potendo tirare le somme, sentono di essere davvero migliori, più profonde, più libere nel pensiero e nell’anima, più aperte nella mentalità, libere da pregiudizi avendo potuto riflettere su molte cose, comprenderle, sperimentarle. Sentono di non aver buttato via la vita. Se c’è una definizione di famiglia, quindi, che avrebbe senso di dare e quella che andrebbe data solo a fine corsa. E’ in quel momento che mi sentirò di poter dire se per me, per noi, siamo stati una famiglia, ed è se io, come gli altri, abbiamo potuto essere noi stessi senza mai ricorrere alla menzogna. Senza mai dover indossare una maschera. Molte tra quelle che oggi vengono definite famiglie politicamente corrette, si frantumerebbero contro gli scogli della loro ipocrisia, i loro membri verrebbero disconosciuti e puniti per aver vissuto l’uno sacrificando l’altro.

E dunque: le colpe di una persona cattiva sono da ricercare in chi le è stato vicino.

Reificazione

Femminicidio: violenza psicologica, fisica, uccisione di una donna per mano di un uomo per senso di dominio; omofobia: soprusi e violenza fisica o verbale verso un omosessuale; bullismo: azione di un singolo o di un branco verso un altro soggetto in stato di inferiorità fisica o psicologica; razzismo, antisemitismo e via discorrendo. La matrice, però, è una: il desiderio di dominare sull’altro sentendosi superiori ad esso, migliori, più potenti, più giusti; avere la ferma convinzione dell’inferiorità altrui al punto tale da potersi permettere qualunque cosa nei suoi confronti, non vedendolo nemmeno come persona.

Personalmente, anziché fare ottomila leggi (tutte lacunose) su ogni singolo argomento, inserirei il reato di reificazione dell’altro, partendo dalla definizione che ne diede Marx (il divenire una ‘cosa’). E di attentato alla dignità di chiunque esso sia.

Nessun soggetto e nessun popolo è per sua natura subordinato ad un altro né può essere sottoposto ad alcun dominio fisico, verbale, culturale, ad alcuna forma di schiavitù o di sfruttamento; nessun soggetto può essere offeso o deriso in alcun modo né può essere ritenuto inferiore ad un altro.

La estenderei anche al mondo animale. Nessun essere senziente può essere considerato un oggetto, dunque non può essere venduto né acquistato. Non può essere sfruttato né ridotto in schiavitù.

Nessuno appartiene a un altro e nessuno vanta un diritto di possesso, di confronto, di categorizzazione, di classificazione gerarchica.

Fine della legge.

Ridere

RIDERE

Non più tardi di ieri avevo un pessimo stato d’animo, un malessere all’ennesima potenza. Avviene, forse per tutti, quando la concentrazione di meschinità attorno a noi va oltre una certa soglia e, poiché purtroppo sono un’empatica, cedo il mio spirito e ne ottengo questa in cambio. La mia anima comincia a soffrire, giorno dopo giorno, fino a raggiungere una vera e propria sconnessione. Sulla sconnessione dell’anima varrà la pena scriverci qualcosa, perché è una questione estremamente seria e pericolosa. Credo di aver raggiunto una delle mie peggiori giornate proprio ieri. Non ero in me stessa, non sapevo chi fossi, avrei potuto fare qualunque azione. Per meschinità non intendo mai le piccole cose, i piccoli gesti, le azioni semplici, i lavori elementari, ma solo il livello dei pensieri, dei ragionamenti, i disvalori delle persone con cui mi rapporto. Quando questa si accumula e raggiunge quel certo livello di saturazione, esplodo come un vulcano che si stia preparando da tempo. C’è di buono che poi rinsavisco e sprizzo energia da tutti i pori. Non svelo cosa ho fatto, ma questa mattina ero tutt’altra persona; ho riflettuto che, tra le cose che forse un po’ mi sono fatta mancare ultimamente, si collocano le risate a crepapelle. Quando mi mancano, vado indietro nel tempo a pescare tra i ricordi. E le trovo eccome! Ho riso a crepapelle per interi anni di liceo, in classe come fuori; ho riso a crepapelle con una cugina con cui ho trascorso vacanze on the road meravigliose (con lei sono stata male dal ridere). Ho riso a crepapelle nei primi anni di lavoro, con le colleghe. L’ho fatto fino ad alcuni anni fa con altri colleghi, inviandoci delle mail e poi chiamandoci e attaccando a ridere per ciò che avevamo scritto. Ancora oggi, quando mi incontro anche solo furtivamente con le persone con cui ho riso tanto, il sorriso che ci scambiamo non è quello che ci scambieremmo con altri. E’ d’intesa e lo sappiamo solo noi, che abbiamo condiviso un meraviglioso divertimento che non è appartenuto ad altri. Ecco, forse, qualcosa che unisce le persone. Se con uno ridi parecchio, il legame che si crea rimane.

Ed ecco un fotogramma dal film ‘Ragione e Sentimento’ di Ang Lee; L’ho appeso in casa mia da anni, perché è proprio quel tipo di leggerezza di cui ho bisogno ogni tanto, anche perché conosco bene la scena stessa del film.  Quando lo guardo, qualunque stato d’animo io abbia, rido.

Certificazione etica

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Secondo molti allevatori di animali da pelliccia, fornitori di grandi marchi quali, ad es., Max Mara, Woolrich, Moncler e Loro Piana, gli animali sono trattati correttamente e le produzioni garantite da certificazioni etiche. Premesso che se io fossi la proprietaria di una di queste aziende volerei in Finlandia personalmente più volte per verificare di persona cosa venga fatto a quei poveri animali; premesso che l’ultima cosa che farei è di fidarmi di chiunque mi assicuri una qualunque cosa, evitando così di dover rilasciare dei comunicati stampa ipocriti in cui dire che ero all’oscuro di tutto (nel 2019, con tutta l’informazione circolante? Dunque sono anche cretini, oltre che assassini?). Premesso questo, la produzione etica di pellicce non può ovviamente esistere, è un ossimoro. Non si tratta di lana che può essere tosata, è pelo che viene strappato alle volpi, ai visoni, ai procioni dopo che li si è allevati contro la loro stessa natura per renderli oggetti ad uso, guarda un po’, dell’uomo. Nel servizio di Report andato in onda lunedì scorso e tutt’ora disponibile in rete, si sono mostrati i metodi di allevamento ed uccisione di quegli animali, compreso lo squoiamento di animali ancora vivi, che si rialzano sulle proprie zampe e guardano la telecamera cercando la pietà di chi li sta osservando. Una scena che farebbe star male chiunque.

E’ questo che vogliamo essere? E’ questo che vogliamo per noi, oltre che per gli altri? Siamo sicuri di non poterne fare a meno?

Sono pratiche violentissime che rendono noi stessi vittime, in quanto abbassa la nostra capacità di provare compassione rendendoci automi privi di coscienza.

In diversi paesi europei la produzione di pellicce è già stata vietata, mentre in Italia, benché l’85,5% dei cittadini sia favorevole al suo divieto, una proposta di Legge giace in Parlamento dove, evidentemente, non hanno tempo per occuparsi di questo.

Ci stiamo dando da fare, però, e sono certa che ci riusciremo. Nel frattempo, prima di comprare pellicce o capi con inserti, o oggetti, dovemmo avere il fegato di guardare negli occhi quel procione e poi di entrare in negozio e di sentirci più eleganti.

Leggere Thoreau

THOREAU

Avevo già letto Walden. Vita nel bosco, in cui Thoreau racconta, giorno per giorno, i due anni trascorsi in solitudine nel bosco, attraverso l’osservazione della natura, degli alberi, dei fenomeni atmosferici. Una bibbia ecologista. Mi era piaciuto già molto, perché vi avevo trovato quello spirito di riconnessione alla natura a me tanto caro, ad un vivere ancestrale. Anche lui, compreso più tardi ma non del tutto alla sua epoca, era scappato dalla civiltà che temeva, per ritrovare se stesso.

Ho poi letto altre sue opere e le pagine del suo diario, e subito ho sentito, in quelle parole, in quel preciso modo di cogliere le cose, di accorgersi del mistero della natura, di rapportarlo all’uomo, delle forti vibrazioni. Ho sentito che i suoi scritti erano per me, per quelli come me, che hanno un certo tipo di sensibilità romantica, che piangono per un albero abbattuto come per un animale ucciso, che parlano ad essi, li accarezzano, li ringraziano. Ho sentito che quel tipo di sensibilità è di pochi ma non di nessuno, e quei pochi vengono uniti da un legame indissolubile a dispetto delle epoche e delle reciproche esistenze. Non cerco, in una persona, un dato mestiere o una certa provenienza, non mi importa che macchina abbia o che abiti porti, mentre cerco questo tipo di sensibilità. Se la percepisco, quella persona entra nella mia vita e vi rimane. Un giorno scriverò sul sistema scuola, dal mio punto di vista da radere totalmente al suolo e da rifondare su altri presupposti, e Thoreau è uno di quegli autori che vi inserirei.

 

Da ‘I boschi del Maine

‘Strano che così poche persone vengano nei boschi a vedere come il pino vive e cresce sempre più in alto, sollevando le sue braccia sempreverdi alla luce – a vedere la sua perfetta riuscita; i più invece si accontentano di guardarlo sotto forma delle tante ampie tavole portate al mercato, e considerano quello il suo vero destino. Ma il pino non è legname più di quanto lo sia l’uomo, ed essere trasformato in assi e case non è il suo impiego autentico e più elevato, non più di quanto lo sia per l’uomo essere abbattuto e trasformato in letame. C’è una legge più alta che riguarda il nostro rapporto con i pini quanto quello con gli uomini. Un pino abbattuto, un pino morto, non è un pino più di quanto le spoglie di un defunto siano un uomo. Si può dire che colui che ha scoperto solo alcuni dei pregi dell’osso di balena e dell’olio di balena abbia scoperto il vero scopo della balena? O che colui che abbatte l’elefante per l’avorio abbia “visto l’elefante”? Questi sono utilizzi meschini e accidentali, proprio come se una razza più forte ci uccidesse allo scopo di fare bottoni e pifferi con le nostre ossa; perché ogni cosa può servire uno scopo più vile oltre che uno più elevato. Ogni creatura è migliore da viva che da morta, uomini e alci e alberi di pino, e colui che lo comprende appieno preferirà conservarne la vita che distruggerla.
E’ il boscaiolo, allora, a essere amico e amante del pino, a stargli più vicino di chiunque e a comprendere meglio la sua natura? E’ il conciatore che gli ha tolto la corteccia, o chi ne ha ricavato la trementina, a entrare nelle fiabe dei posteri come colui che alla fine venne tramutato in un pino? No! No! E’ il poeta; è colui che fa del pino l’uso più sincero, che non lo accarezza con un’ascia né lo solletica con una sega, che sa se il suo cuore è falso senza inciderlo, che non ha comprato la licenza di abbattimento dall’amministrazione cittadina. Tutti i pini rabbrividiscono ed emettono un sospiro quando quell’uomo mette piede nella foresta. No, è il poeta, che li ama come la propria ombra nell’aria e li lascia in piedi. Sono stato in segheria, e in falegnameria, e in conceria, e alla fabbrica di nerofumo e alla raccolta della trementina; ma quando da lontano ho visto le cime dei pini ondeggiare e riflettere la luce al di sopra del resto della foresta, mi sono reso conto che non è quello citato l’uso più elevato del pino. Non sono i suoi ossi o la sua pelle o il suo grasso che amo di più. E’ lo spirito vivente dell’albero, non lo spirito della trementina, con cui sono solidale e che guarisce i miei tagli. E’ immortale quanto lo sono io, e forse andrà altrettanto in alto in paradiso, dove ancora svetterà sopra di me’.

Diario, 24 gennaio 1856

‘Trovo che nella mia idea di villaggio l’olmo si è fatto più strada dell’essere umano. Hanno lo stesso valore di molte circoscrizioni elettorali. Costituiscono essi stessi una circoscrizione. Il povero rappresentante umano del suo partito, mandato fuori dalla loro ombra, non comunicherà la decima parte della dignità, dell’autentica nobiltà e ampiezza di vedute, della solidità e indipendenza e della serena benevolenza che essi comunicano. Guardano da una municipalità all’altra. Un frammento della loro corteccia vale la schiena di tutti i politici dell’Unione. In un loro ampio senso, sono antischiavisti. Mandano le loro radici a nord e a sud, a est e a ovest nel Kansas e nella Carolina in barba ai conservatori, che non sospettano tali ferrovie sotterranee; migliorano il sottosuolo che essi non hanno mai smosso, e per una distanza di molto superiore alla loro altezza, se sostenere i loro principi lo richiede. Combattono con le tempeste di un secolo. Guarda quante cicatrici portano, quanti arti hanno perduto prima che noi nascessimo! Eppure non si ritirano mai; votano con costanza per i loro principi, e mandano le loro radici sempre più lontano dal medesimo centro. Muoiono al posto loro assegnato, lasciando un fusto durissimo per chi lo taglierà, e un ceppo che funge da monumento. Non partecipano a nessun congresso, non scendono a compromessi, non hanno bisogno di una linea politica. L’unico principio che hanno è la crescita (…) Non si trasformano da radicali in conservatori, come gli uomini (…)