Legàmi

LEGAMI

Ciò che ci viene insegnato sin dalla nascita, è di essere etero-diretti, ossia esercitare la nostra esistenza badando agli altri, alle loro istanze, ai loro desideri, alle loro aspettative. Viviamo così per anni, e non tutti se ne rendono conto. Nella migliore delle ipotesi, ciò che avviene in questi anni è di perdere di vista noi stessi e di trasformarci in un prodotto  altrui per la sua soddisfazione. Nella peggiore delle ipotesi, invece, cioè quando ne siamo consapevoli perché abituati ad ascoltarci, può avvenire uno scollamento dell’anima, se non interveniamo per  riprenderci ciò che ci è stato rubato. Ci vuole coraggio. Tutto avviene lentamente, giorno dopo giorno, con piccoli compromessi, piccoli ricatti, lievi sorrisi di circostanza, lievi adattamenti. Anche, anzi soprattutto, all’interno della propria famiglia. C’è una tipologia di persone che ho osservato negli anni: sono coloro che parlano spesso dei propri familiari come fossero divinità. Io, istintivamente, diffido di quelle persone perché le ritengo false. Nessun coniuge, nessun genitore, nessun figlio è una divinità; piuttosto, vi è l’interesse a voler mostrare una certa immagine di sé come di persone la cui vita sia perfettamente risolta anche negli affetti. Mai un conflitto, mai un vaffanculo, mai un’incomprensione o un rancore, così perlomeno mostrano di se stesse. Le persone vere, invece, possono voler bene come, al tempo stesso, desiderare di scappare su un’isola deserta per liberarsi delle pesanti dinamiche familiari, ed entrambi i sentimenti non sono affatto in conflitto. Sono sentimenti veri, che non necessitano di essere mostrati a nessuno, tantomeno sui social, di cui in genere quel tipo di persone fa grande uso.

Arriva un momento, dunque, in cui abbiamo bisogno di zittire il rumore attorno a noi, di gettare ogni maschera e stabilire di voler essere chi siamo abbandonando ogni schema. Ciò che più desideriamo è di ascoltare noi stessi e la nostra personale storia, che nulla ha a che vedere col marito o con i figli. Nessuno di noi è nato per sposarsi, né per avere figli. Entrambe le esperienze possono avvenire, naturalmente, ma non devono farci perdere di vista la nostra missione. E spesso, per riprenderla in mano, è necessario spostarsi da un tragitto collettivo per intraprenderne uno personale. Così è accaduto a me; sentivo che il concetto di famiglia mi andava stretto, in quanto mi impediva l’ascolto di me stessa. E anche se la società, se per esempio ti separi, ti fa le condoglianze, ho strizzato l’occhio a me stessa. Ho anch’io un concetto di famiglia, ed è basato sulla totale noncuranza delle regole sociali, ma si avvale di una forte connessione spirituale, ed è tutto ciò che mi importa. La mia famiglia si è così allargata moltissimo, e ora vi fanno parte molte più persone.

Due mesi fa, avevo interrato dei semi di avocado per vedere come si sarebbero comportati. Li controllavo di tanto in tanto, li bagnavo, dicevo loro di darsi da fare, ma niente. Poi, la scorsa settimana, quando in sostanza pensavo che non intendessero più farlo, ecco che sono improvvisamente germogliati ed ora sono delle belle piantine. Ho capito, poi, cos’era successo: aspettavano semplicemente la temperatura giusta. Quei semi attendevano il loro momento, le condizioni giuste per superare i loro stessi ostacoli. Quando, infine, arriva il momento di realizzare la nostra propria natura, di sconfiggere le nostre ombre, il processo si avvia inesorabilmente e non chiede di essere gradito a nessuno. Non avremo più bisogno di colmare alcunché, perché nulla sarà più da colmare. Potremo girare davvero pagina e avere noi stessi come perno della nostra esistenza.

LIMAV


MACACHI

Esiste anche la LIMAV, organizzazione internazionale di medici che ha, come finalità, l’abolizione della sperimentazione animale e una visione della medicina non antropocentrica. Bravi! Penso di volerli sostenere come socia. Il fatto è che, nonostante si pensi il contrario, un numero sempre maggiore di persone e di professionisti sta innalzando la propria coscienza al disopra delle brutture alle quali altri vorrebbero che ci abituassimo. Invece, qualcuno comincia a mettere le cose in discussione e ne parla ad altri, poi si condivide un modo diverso di concepire la vita nostra e altrui e a pretendere il rispetto per tutti, e il processo parte. Nascono organismi, associazioni, movimenti, e questi generano un effetto che cresce vertiginosamente. Oltre all’inefficacia ormai comprovata della sperimentazione animale, c’è innanzitutto il fatto che non abbiamo il diritto di considerare alcuna creatura come un oggetto di cui disporre a nostro piacimento inducendogli dolore e privandolo della sua vita. Questo è un gravissimo peccato, sia verso gli animali che verso noi stessi, che non siamo stati creati per questo.

‘4 macachi, forse 6. Nati per essere cavie, verranno immobilizzati, resi ciechi tramite un intervento chirurgico, sottoposti a test ed esperimenti per cinque anni e poi, quando non serviranno più, “eutanasizzati”, ovvero uccisi. La ricerca ha avuto il via dall’Università di Torino, dipartimento di Psicologia, in collaborazione con l’ateneo di Parma (dove si trovano fisicamente gli stabulari dei macachi) ed è stata finanziata con 2 milioni di euro.’
“Il cervello non ha recettori del dolore” si giustificano i ricercatori, ma al tempo stesso si cautelano “siccome il progetto prevede una lesione unilaterale della corteccia visiva primaria, si ritiene cautelativamente opportuno stimare il livello di sofferenza atteso come grave”.

Certo, c’è il solito ritornello per cui tutti vorrebbero curarsi qualche malanno, ma occorre considerare che la maggior parte delle malattie sono indotte dallo stile di vita perlopiù indotto da un sistema marcio, che ci vorrebbe tutti ammalati per considerarci un business. E quanti animali vorremmo sacrificare con la nostra bramosia? E senza compassione, come potremmo definire noi stessi?

Capire

ANIMA

Quando si compie un percorso spirituale, quando le domande che ci si pone da sempre sono sulla nostra vera natura, sul perché ci accadano determinate cose, su quale sia la nostra missione, quella vera, è l’inizio della felicità. La nostra anima ha un sapere antico, frutto delle esperienze già acquisite e di quelle che ha bisogno di fare di reincarnazione in reincarnazione. La nostra anima ha bisogno del corpo per acquisire queste esperienze, per evolversi possibilmente in una spirale ascendente, per produrre buon karma. Quando si comprende questo, si comprende sostanzialmente tutto: il senso delle esperienze e degli incontri, il senso del dolore, il senso dei nostri errori verso noi stessi e verso gli altri. Si comprende chiaramente come sia fondamentale la qualità del nostro agire, dei nostri pensieri, di ciò verso cui poniamo attenzione. Ciò che si arriverà soprattutto a comprendere è la necessità di far evolvere la nostra anima lungo l’interezza del suo percorso, di cui questa nostra vita rappresenta solo un breve tratto. L’insegnamento più prezioso è di considerare la natura vera dell’anima, che è sempre di felicità, e di vedere il mondo materiale e le cose che ci accadono solo per quello che sono: una rappresentazione teatrale a cui partecipano una serie di personaggi che, come in una pièce, entrano ed escono dalle quinte, recitano una parte maggiore o minore, a volte una sola battuta, ma il tutto è funzionale ad un’esigenza estremamente più alta, ossia quella di pagare i debiti karmici e di       produrne di buono per la vita successiva. Tutto ciò che ci accade, ha un tempo limitato, anche se dovesse durare per questa intera esistenza. I tempi dell’anima, infatti, sono assai più ampi; ciò che per noi quaggiù rappresenta una tragedia, per l’anima può rappresentare la lezione che aspettava, per ottenere la quale si è di nuovo reincarnata. E’ il patto che ha stretto all’inizio, verso il quale non può e non deve mancare. Così nelle prossime esperienze, fino a raggiungere livelli più elevati. Occorre avere una vista spirituale, usare cioè un senso che capta oltre i corpi, oltre il tempo, oltre lo scorrere dei drammi.

Si guarda agli altri non come a delle persone fisiche che si muovono nella scena del momento, ma bensì alle loro anime, portatrici di antiche memorie, antichi dolori, pronte anch’esse a rinnovare l’esperienza quando sarà il momento. Guardi nei loro occhi e ne vedi l’anima. Guardi negli occhi di un animale e ne vedi l’anima. Guardi una pianta e ne vedi l’anima. Senza ciò che ci anima, infatti, tutti noi saremmo solo dei cadaveri, dei tronchi morti, portatori di nulla.

Ma l’anima, ci conduce altrove secondo la nostra personale missione. Capiamo il disegno più grande e comprendiamo il viaggio che stiamo svolgendo, e a che punto siamo.

Virtus

Mentre ascoltavo un’interessante lezione, venivano citate delle virtù. Così, ho voluto ripassarle un po’ e vedere a che punto mi sembra di essere rispetto a ciascuna di esse (per alcune sono ancora lontana..). In ogni caso, è un bellissimo esercizio già leggerle.

Per San Tommaso d’Aquino, che ne descrive ben 54,

‘Le virtù umane sono attitudini ferme, disposizioni stabili, perfezioni abituali dell’intelligenza e della volontà che regolano i nostri atti, ordinano le nostre passioni e guidano la nostra condotta secondo la ragione e la fede. Esse procurano facilità, padronanza di sé e gioia per condurre una vita moralmente buona. L’uomo virtuoso è colui che liberamente pratica il bene’.

Esse sono:

  1. Prudenza, da cui derivano:

memoria del passato, conoscenza del presente, previsione del futuro, docilità, solerzia, riflessione, circospezione, cautela o precauzione, prudenza del singolo, prudenza familiare, prudenza politica (che relaziona il singolo con la comunità), prudenza governativa, propria di chi governa, buon consiglio, buon senso e discrezione.

  1. Giustizia, da cui derivano:

fare il bene ed evitare il male, giustizia generale o del bene comune, giustizia distributiva, giustizia comparativa, giustizia sociale, religione, pietas, osservanza, riverenza, obbedienza, veracità, affabilità, liberalità, epicheia.

  1. Fortezza, da cui derivano:

magnanimità, magnificenza, pazienza, longanimità, perseveranza, costanza.

  1. Temperanza, da cui derivano:

pudore, honestas (bellezza spirituale o morale), astinenza, sobrietà, castità, pudicizia,  continenza, mansuetudine, clemenza, umiltà, studiosità, modestia corporale, eutrapelia,  modestia nell’ornamento.

A queste vanno sommate le 4 virtù teologali.

 

Ma sono diversi gli elenchi di virtù che sono stati concepiti. Ne cito un paio:

 

Le 12 virtù dell’anima:

  1. DEVOZIONE – È la consacrazione di se stessi ad un ideale o ad un impegno, come al servizio di Dio.

  2. SINCERITÀ – Esprime l’assenza dell’ipocrisia, dell’affettazione, della falsità o dell’inganno.

  3. TOLLERANZA – È la saggezza di non giudicare gli altri, in quanto non possiamo mai essere sicuri delle loro vere motivazioni, tribolazioni e motivi personali.

  4. GENTILEZZA – E’ il sincero desiderio di non recare mai del male ad un altro essere. È la considerazione degli altrui sentimenti, la sensibile benevolenza e la simpatia, che vengono espresse in parole ed azioni.

  5. PAZIENZA – E’ la disponibilità di aspettare i risultati dei processi naturali. La PAZIENZA dà  importanza alla calma, all’equilibrio durante la sofferenza o la provocazione e durante lo svolgimento di un lavoro impegnativo.

  6. PRECISIONE – E’ il prodotto dell’esattezza, dell’accuratezza, delle cose ben definite. Una persona PRECISA è puntuale e profonda, è una persona che pensa sempre in anticipo, sulla quale si può contare.

  7. EFFICIENZA – E’ l’abilità di trattare con il proprio ambiente con la minima spesa d’energia, di tempo e di materiale.

  8. INDULGENZA – E’ la capacità di trattenersi e di avere la serenità della mente nonostante la provocazione.

  9. DISCRIMINAZIONE – Implica il potere di discernimento delle motivazioni della gente e dei loro caratteri e l’abilità  di vedere la verità  al di là  della superficie apparente delle situazioni.

  10. CORAGGIO – Si deve distinguere dall’audacia, che di solito è una risposta istintiva ad una situazione pericolosa e che implica una mancanza di paura ed una buona dose di spericolatezza. Il CORAGGIO è il prodotto della ragione, sostenuto controllando il proprio potere di determinazione di fronte alle proprie paure. Esso è¨ la nobile qualità del carattere che permette di restare fermamente convinti delle proprie idee nonostante le altrui azioni persuasive.

  11. CARITÀ – Dà importanza all’Amore fraterno, alla clemenza, alla mitezza; è un interesse al benessere degli altri fino al punto di dare del proprio. E’ dedicarsi di cuore alla sofferenza che gli altri devono soffrire, finché non avvenga un avanzamento della coscienza. La CARITÀ’ preclude la critica degli altri.

  12. UMILTÀ – Significa la mancanza di arroganza, di un comportamento snob, dell’egoismo, dell’orgoglio, della superbia.

Ed ecco le virtù dianoetiche (cioè razionali) di Aristotele:

  • l’arte(techne) è la capacità, accompagnata da ragione, di produrre un qualche oggetto;

  • la saggezza(phrónesis) è la capacità congiunta a ragione di agire convenientemente nei confronti di ciò che è bene o è male per l’uomo;

  • l’intelligenzaè la capacità di cogliere i primi princìpi di tutte le scienze;

  • la scienzaè la capacità dimostrativa o apodittica;

  • la sapienza(sophía), per Aristotele la forma di conoscenza più alta, che consiste in quella forma di conoscenza che ha come scopo se stessa e non la produzione di oggetti né le azioni pratiche. Approda alla vita contemplativa o teoretica, una vita dedicata esclusivamente alla ricerca.

E le sue virtù etiche:

  • La giustizia, per Aristotele la virtù intera e perfetta.

  • Il coraggio, giusto mezzo tra viltà e temerarietà.

  • La temperanza, giusto mezzo tra l’intemperanza e l’insensibilità.

  • La liberalità, giusto mezzo tra l’avarizia e la prodigalità.

  • La magnanimità, giusto mezzo tra vanità e umiltà.

  • La mansuetudine, giusto mezzo tra irascibilità e indolenza.