P.B. SHELLEY

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P.B. SHELLEY  (1792-1822)

Di questo grande poeta romantico inglese, amico di John Keats e Lord Byron, marito di Mary Shelley (autrice di Frankenstein) e morto prematuramente all’età di trent’anni, ho letto alcune poesie rimanendone colpita. Ecco un esempio.

Ti amerei.

Ti amerei nel vento

Sotto il cielo terso in primavera

Tra la dolcezza delle rose.

Ti amerei nel canto degli uccelli All’ombra della vegetazione

Sulle pietra calda e nuda

Sotto il solo bruciante,

Nella frescura dell’erba

E con il canto degli insetti.

Ti amerei il giorno e la notte,

Nella calma e nella tempesta

Sotto le stelle che brillano

Sotto la rugiada della notte

E la mattina all’alba

Con il sorriso e con le lacrima,

Ti amerei con tutte le mie forze.

Mi accade a volte, conoscendo una persona o sentendone parlare, o leggendo una storia o una poesia, di percepire alcune vibrazioni che mi allineano a lei. Così, indago un po’ nella sua vita e in questo caso ho approfondito la biografia di Shelley. Ho scoperto che è stato un difensore del vegetarianismo e ha scritto diversi saggi sul tema. Nella sua opera Sul sistema della dieta vegetariana, Shelley scrisse il seguente passaggio:

«Il macello d’innocui animali non può mancare di produrre molto di quello spirito d’insana e spaventevole esultanza per la vittoria acquistata a prezzo del massacro di centomila uomini. Se l’uso del cibo animale sovverte la quiete del consorzio umano, quanto è indesiderabile l’ingiustizia e la barbarie esercitata verso queste povere vittime! Esse sono chiamate a vivere dall’artificio umano solo allo scopo di vivere una breve e infelice esistenza di malattia e schiavitù, perché il loro corpo sia mutilato e violati i loro affetti. Molto meglio che un essere capace di sentimenti non sia mai esistito, piuttosto che sia vissuto soltanto per sopportare una dolorosa esistenza senza sollievo alcuno.»  

Trovata la ragione delle vibrazioni percepite, mi acquieto. Comprendo, ancora una volta, che pensieri e intenzioni simili attirano esseri simili, anche se appartenenti a secoli differenti.

La corrida dei vigliacchi

CORRIDA

Copio questo articolo di Claudio Lauretti:

‘Macario, era un toro di circa 4 anni, dall’animo nobile, animo buono, che fin dai primi anni di vita è emerso. Il toro buono ha sempre dimostrato una volontà pacifica, infatti gli allevatori facevano fatica anche a farlo allenare, per prepararlo poi alla “morte“, ovvero alla Corrida. Mentre leggevo la sua storia mi sono chiesto cosa gli passava per la testa a Macario, molto più intelligente di quegli “uomini” spietati che lo vedevano solo come un “oggetto lussuoso porta denaro” da preparare al combattimento.

Quel giorno arrivò.
Macario entrò nell’arena. Tutta la folla che urlava, lui che si guardava intorno, entrando molto lentamente. Insieme a lui entrarono i tre toreri seguiti dalle rispettive cuadrillas. Per chi non lo sapesse ogni cuadrilla è composta da due picadores a cavallo, tre banderilleros e “alcuni incaricati a ritirare il corpo del toro una volta morto”. Ogni corrida è divisa in tre parti chiamate tercios che sono scanditi dal suono della banda e soprattutto dal clarino. Solitamente in ogni spettacolo taurino vengono uccisi sei tori, due per ogni torero. Macario era il primo. Con tutto che stavano infierendo sul suo corpo, lui non si mosse di un passo, con i tre toreri che lo guardavano. Il suo sguardo diceva chiaramente “perchè mi fate questo“, la risposta è stata ovvia. Il tempo passava, lo spettacolo non andava avanti, lo hanno abbattuto, senza alcuna pietà, senza alcuna compassione.

Questa è l’umanità che vogliamo? Questo è il mondo che vogliamo lasciare ai nostri figli? Questo è il futuro che vogliamo per tutti gli esseri viventi?

Dobbiamo smetterla di compiere questi crimini, non abbiamo bisogno di realizzarsi uccidendo altri esseri viventi, ne questo può essere giustificato da una qualsivoglia profitto o tradizione, perché proprio come il toro e tutti gli animali che quotidianamente uccidiamo, moriremo anche noi uomini. La giustificazione dell’esistenza ancora oggi di questi spettacoli con un ‘argomento che la corrida fa parte delle tradizioni secolari di alcuni popoli, non regge, non può reggere e non deve reggere più. Fermiamo la Corrida, fermiamo la corrida, fermiamo questa tradizione inutile e stupidamente crudele.’

Ecco, in questo blog io e Samuel daremo molta voce a queste creature, con la speranza che chi vorrà leggerci, e non si sia mai posto certe questioni, cominci a porsele. La pratica della corrida è un esempio di idiozia dell’uomo che considera se stesso come dominante su altri esseri, ma soprattutto fa orrore pensare che ci siano uomini che sentano di aver compiuto un’impresa quando, dotati di armi, circondano un toro per ucciderlo e non riescano a provare compassione guardandolo negli occhi. Noi non vogliamo partecipare ad alcun genere di violenza verso chiunque, non vogliamo considerarci superiori, non accettiamo di dover dominare sugli altri.

La Corrida va A B O L I T A senza se e senza ma, e a quei tori va chiesto perdono per non averli saputi comprendere.

Perché amo tanto la pioggia

PIOGGIAAmo la pioggia da sempre, ed ero una bambina quando mi sedevo a gambe incrociate davanti alla finestra del balcone ad osservare per ore le grandi piogge autunnali e serali. Seguivo le sferzate d’acqua sui vetri e i rivoli che confluivano di qua e di là. Avrei voluto trascorrerci l’intera esistenza, ad osservare la pioggia, ed è ancora così. Amo il cielo plumbeo e pesante, ricco di umidità e di promesse d’acqua, quando si percepisce cosa sta per accadere ma ancora non accade. E’ quella luce magica, quella copertura di nuvole basse, quel preciso dosaggio di grigio ad affascinarmi. Quando avviene, la mia mente si libera e i miei pensieri si aprono in un totale equilibrio con la natura. Respiro profondamente e mi inebrio. E poi ha inizio la danza sacra: milioni di gocce piccole, o grandi, ciascuna con una propria forma e una propria origine, ciascuna con la propria missione, in una discesa a capofitto e in uno splash da qualche parte ad offrire nutrimento vitale. Seguo l’insieme socchiudendo gli occhi, ma seguo anche singole gocce alzando lo sguardo o fissando 10 centimetri quadrati di terreno. E ciò che accade in quei dieci centimetri quadrati non è mai la stessa scena ma milioni di scene che si susseguono. Un meraviglioso miracolo della natura. La pioggia, nelle sue diverse forme, ha un suono che per me è pace e felicità, il ticchettio sulle foglie di un bosco, o su una spiaggia, su un tetto come sull’asfalto, quella continuità che abbassa i battiti del mio cuore e regolarizza il respiro e mi ricongiunge a tutte le divinità. Il profumo, durante e dopo, è ciò che non ha dovuto essere inventato perché esiste, perché esisterà sempre con la stessa intensità e peculiarità, perché in un attimo ci riporta bambini a giocare per strada e a correre a ripararci ridendo. E’ pura poesia.

La pioggia non è tristezza, come molti ritengono, ma introspezione e ascolto di sé. Solo chi sta bene con il proprio ascolto interiore può amare la pioggia, anche se essa dura giorni e giorni, perché ha bisogno di appartarsi in un angolo ad osservarla per sentirsi. La pioggia non può essere compresa da tutti.

E’ una grande manifestazione dell’esistenza di un Creatore; non il sole, ma la pioggia. Ed io la amo profondamente.

MI CHIAMO MOR, un mio breve racconto

 

SILFIDEMi chiamo Mòr e sono una Silfide. Non sono cattiva, come gli umani potrebbero credere, sono buona. E attenta. Appaio di tanto in tanto ma non in molti si accorgono di me, né io amo essere notata. E’ per questo che spesso mi nascondo, mi celo agli occhi della gente; non mi va di essere osservata o, peggio, scrutata come una strana creatura. Sono, si, una creatura, ma affatto strana.
Vivo nell’aria, mi libro qua e là fluttuando tra i vortici naturali, sfruttando le correnti ascensionali e
precipitando in sella a venti impetuosi. Salendo, respiro profondamente e mi innalzo verso l’infinito, in una piena coesione con le forze dell’Universo. Non c’è disarmonia, lì, tutto scorre, e anch’io scorro senza attrito.
Mi impregno di silenzio e di energia, e mi sento bene. Quando precipito verso terra, invece, è perché tale energia è necessaria ad un’altra creatura. Me ne libero volentieri, la cedo con amore e con un grande senso di coesione. E’ uno scambio, uno scambio di ricchezza. Io ricevo comunque, ricevo ed elaboro, elaboro e
ricevo, e così all’infinito.
Mòr, questo è il mio nome, e sono una Silfide buona. Benevola, si direbbe. Accetto ciò che sono e accetto ciò che non sono. Amo assumere delle forme inconsuete, mi posiziono tra le nuvole – cirri soprattutto, e faccio finta di essere un volto, un animale, un oggetto. Conosco l’uomo e i suoi oggetti, e mi diverto a sembrare altro e a vedere se qualcuno mi riconosce. Tutto, comunque, pur di non farmi troppo notare.
Agisco, non sono pigra per nulla. Osservo con piglio e decido dove agire. Chi mi chiama sa come farlo, guardando in alto, chiedendo una mano. Ma a volte svolazzo così vicino all’uomo da fargli percepire un’improvvisa brezza attorno a lui. Ecco che si volta, come a capire. E sono io, quella brezza. E’ la mia mano a toccarlo, timidamente. Sono timida ma nessuno ci crederebbe. Oso appena sfiorare un braccio, ma in genere depongo un bacio sul capo di chi mi cerca. Non vengo mai meno ai miei doveri, alla mia natura. Ci sono sempre per chi ha bisogno di un mio soffio.
L’aria è il mio ambiente, la mia casa, la mia natura. Sono d’aria. Impetuosa o carezzevole, lesta e inafferrabile, ma presente, costantemente presente in varie forme. Ci sono, in un modo o nell’altro, ci sono sempre. Taccio o mi inalbero, reagisco alle intemperie ma, anche, resto ferma e mi faccio trasportare in un abbraccio voluttuoso dal mio stesso elemento. Invio carezzevoli soffi o tempeste burrascose. Sono una Silfide, e arricchisco di energia vitale il respiro di ogni essere vivente.
A volte emetto striduli fischi, e dò vita a raffiche nervose. A volte tocco la chioma di un albero e lo guardo muoversi in tutta la sua maestosità. Accompagno il volo delle aquile. L’evanescenza è il mio attributo principale, il mio colore è la trasparenza. Ma durante i temporali raggiungo la saturazione del bianco, e mi muovo sinuosamente tra le saette. Appartengo a tutto e a nulla. Appartengo a chi mi ama.
Mi chiamo Mòr.

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