Dedicato a Melissa

MELISSA

La mia prima gatta si chiamava Melissa ed era siamese. Era stato un amico di famiglia a proporci di prendere una cucciola e mia mamma aveva acconsentito. Pochi mesi dopo, un vicino di casa che lavorava alla Zambeletti, venuto a casa nostra per non so quale ragione, ci aveva proposto di poterla avere pagandocela 250.000 lire, che a quei tempi era una sommetta, per poterla utilizzare per la sperimentazione animale. Mia mamma lo cacciò di casa con le peggiori parole, aggiungendo che, se proprio desiderava vivisezionare qualcuno, poteva farlo coi suoi figli. Questa era mia madre. Grande!

Da quel momento, l’ho tenuto d’occhio, quel vicino, e so per certo che si è dilettato ad avvelenare parecchi gatti di strada.

Nel 1883 Victor Hugo esclamò: ‘La vivisezione è un crimine’!

E’ il crimine più orribile, quello di più lunga durata, il più numericamente imponente. E’ la maggiore sorgente di denaro, il segreto meglio custodito, e forse il più noto crimine legalizzato benedetto da tutti.

Ho appena ultimato la lettura del libro ‘I Gatti di Hill Grove’, ovvero la storia della campagna contro l’allevamento Hill Grove Farm. La storia ha inizio a metà degli anni Settanta in Inghilterra, dove un certo Brown e Signora cominciano ad allevare gatti da vendere all’industria farmaceutica. Le fattrici erano tenute in gabbie insieme ai migliori riproduttori e venivano fatte partorire solo con taglio cesareo per garantire la sterilità. Ovviamente venivano subito allontanate dai cuccioli che erano venduti poche settimane dopo la nascita. Ogni gatta trascorreva così 10 anni di vita, dopodiché veniva uccisa.

Fu Cynthia O’Neill, una signora cinquantaduenne, ad iniziare la campagna; anche a lei era scomparsa la propria gatta come ad altri vicini di casa. Così, cominciando a collegare che, oltre al crimine che veniva perpetuato in quello stabilimento, si aggiungeva anche il terrore che fosserro anche i propri animali a fare quella fine, cominciò a fare guerra su tutti i fronti. La cosa abominevole fu che gli organismi preposti alla tutela degli animali, come la RSPCA (Royal Society for the Prevention of Cruelty to Animals), la CPL (Cat Proteection League), la BUAV (British Union for the Abolition of Vivisection), si rifiutavano di intervenire adducendo mille scuse che, invece, nascondevano interessi ed equilibri da non minacciare. Cynthia fu un osso duro, si organizzò con altri attivisti e, attraverso la raccolta di fondi, organizzarono manifestazioni continue per mesi, per stagioni, per anni, venendo spesso arrestati, subendo qualunque tipo di pressione e persecuzione, ricevendo trattamenti ‘speciali’ dalla Polizia. Dopo diversi anni, in qui Cynthia e il resto del movimento non mollarono nonostante la fatica e il senso di continua disfatta, ottennero la testimonianza di una ragazza che aveva lavorato nello stabilimento, la quale raccontò che alla vista del proprietario, i gatti impazzivano e si arrampicavano sulle pareti delle gabbie. E questo solo per i metodi di allevamento, ancor prima quindi, che l’abominio della sperimentazione fosse ancora praticato.

A metà degli anni Novanta, furono rese di pubblico dominio le modalità di utilizzo dei gatti da parte di un Professore universitario, il quale utilizzava gatti dell’età variabile tra i 2 e i 143 giorni per esperimenti sul cervello. I gatti venivano accecati da un occhio, la loro testa bloccata in un apparecchio stereotassico, mentre nel loro cervello veniva iniettata una sostanza colorata. Dopodiché, gli animali venivano uccisi. I gatti, come del resto molti altri animali, subivano anche elettroshock, erano esposti a radiazioni, congelati e torturati a morte, mutilati e sezionati, affamati e paralizzati, bruciati.

Per contrastare la campagna contro Hill Grove Farm, furono impiegate task force di Polizia sempre più ingenti con un enorme esborso di denaro pubblico. Ad aiutare Cynthia fu un numero sempre maggiore di persone sensibili, che preferirono questa battaglia a qualunque altro inutile passatempo; anche il Reverendo James Thompson, unico della categoria, si impegnò in prima persona parlando ai fedeli e rilasciando interviste, sostenendo che è un dovere di tutti proteggere la vita. Nessun bene può nascere dal male; molte malattie sono causate da farmaci perfettamente testati su animali.

Cominciarono ad arrivare attivisti dall’intera Inghilterra e da altri Paesi esteri. Alcuni parlamentari non poterono più ignorare la portata delle manifestazioni e, venuti a conoscenza degli orrori perpetrati ai danni di innocenti, proposero una modifica della legge per vietare innanzitutto l’esportazione di animali vivi per la vivisezione. Il proprietario fu messo spalle al muro da questo e da immagini forti che circolavano nelle manifestazioni e sui media. Su un manifesto, un grande gatto rosso era rasato davanti, dietro e sui fianchi ed era steso su due fogli di plastica rigida, tenuto immobilizzato da cinghie di cuoio. Aveva della gommapiuma blu che gli usciva dalla testa e tanti tubi di plastica, alcuni pieni di sangue, da non riuscire a contarli.

Alla fine, il 12 agosto 1999, i Brown cedettero e chiusero lo stabilimento, e i gatti presenti in quel momento vennero liberati e adottati. Si dice che quel posto sia maledetto, e che di notte si possano ancora sentire le loro urla.

Quel che resta del giorno

QUEL CHE RESTA DEL GIORNO 1QUEL CHE RESTA DEL GIORNO 2

Non è che un premio Nobel determini automaticamente il nostro entusiasmo verso le sue opere. A volte, i migliori ingredienti non bastano; a volte ciascuno di noi cerca altro, qualcosa di personale in cui rispecchiarsi, qualcosa che ricalchi la nostra stessa esistenza. Conoscevo a menadito il film di James Ivory, perché ho un debole per i paesaggi inglesi, per quelle magnifiche residenze, per le storie ai piani bassi come a quelli alti, soprattutto perché si tratta di un grandissimo capolavoro con un duo Hopkins/Thompson strepitoso. Lei è la mia attrice preferita da sempre. Ma questa volta, libro e film fanno a gara tra loro, una bella lotta tra due capolavori assoluti. Ho letto, dunque, il libro di Kazuo Ishiguro. Avete presente quando si legge un libro, lo si deve mettere giù per qualche impellente motivo, tipo mangiare, ma si continua ad averne negli occhi le scene? E ci si sente dentro, quelle scene, a muoversi con loro, a sentire cosa stanno dicendo mentre si salgono e si scendono le scale? E quando quel libro lo si riesce a riprendere in mano, sentiamo di esserci ricongiunti con tutto ciò che ci stava importando? Ecco, quando capita questo, abbiamo tra le mani un capolavoro. Abbiamo tra le mani quella storia in cui desideriamo esser dentro. Quando non ci basta leggerla ma avremmo voluto essere lì, a cogliere quelle sfumature perfette, quei dialoghi sopraffini, quelle movenze, quegli sguardi.

Non saprei da che parte iniziare a descriverne le chicche, ma quel linguaggio del maggiordomo, Mr Stevens, ricco dei ‘Niente affatto’, ‘ Se volete scusarmi’, ‘vi sarei grato’, ecc., unito a quel rigore, a quell’imperturbabilità del suo ruolo, mi ha fatto impazzire in entrambe le opere. Vorrei conoscere Mr Stevens personalmente, vorrei che mi parlasse così, che mi mostrasse la sua totale dignità al disotto della quale intravedere le sue emozioni.

E i battibecchi tra Mr Stevens e Miss Kenton, la governante, che maestria! Dialoghi degni dei grandi autori del ‘700 e ‘800.

E i luoghi, quelle distese di prato inglese, quei paesaggi campestri di fiori e piccoli villaggi. Un giorno comprerò anch’io una residenza come quella, con una biblioteca così: scaffali altri metri e metri zeppi di libri magnificamente rilegati, che sanno di polvere, nei quali immergersi per giorni senza mai riapparire alla luce del sole. Dopo tutto questo, e dopo lo svolgimento di un intreccio concepito alla perfezione, che magari non rivelo, le ultime pagine sono particolarmente toccanti, in quanto spiegano il senso dello scorrere della vita, quel che resta, appunto, del giorno. E’ la sera, quando si è soddisfatti di ciò che nella giornata è stato fatto, ed è l’età avanzata, quando si pensa di aver ormai compiuto le esperienze più importanti e significative della nostra vita. Ma, guardandosi indietro, a debita distanza dagli avvenimenti, rimane a volte la sensazione che determinati piccoli accadimenti abbiano in realtà rappresentato delle svolte cruciali nella nostra vita, anche se in quei precisi momenti non se ne aveva la stessa impressione. Sono queste le riflessioni di Mr Stevens, e a dire il vero anche le mie. Ci si chiede come sarebbe stato se questo e quello non fosse accaduto, se altro fosse proseguito, e via discorrendo. Mr Stevens sostiene che non sia importante fare troppe congetture, ma a parlare per lui è la sua stessa dignità; anche la sua è una vita di rimpianti che tollera soffrendo in silenzio. Meraviglioso!

Ridere

RIDERE

Non più tardi di ieri avevo un pessimo stato d’animo, un malessere all’ennesima potenza. Avviene, forse per tutti, quando la concentrazione di meschinità attorno a noi va oltre una certa soglia e, poiché purtroppo sono un’empatica, cedo il mio spirito e ne ottengo questa in cambio. La mia anima comincia a soffrire, giorno dopo giorno, fino a raggiungere una vera e propria sconnessione. Sulla sconnessione dell’anima varrà la pena scriverci qualcosa, perché è una questione estremamente seria e pericolosa. Credo di aver raggiunto una delle mie peggiori giornate proprio ieri. Non ero in me stessa, non sapevo chi fossi, avrei potuto fare qualunque azione. Per meschinità non intendo mai le piccole cose, i piccoli gesti, le azioni semplici, i lavori elementari, ma solo il livello dei pensieri, dei ragionamenti, i disvalori delle persone con cui mi rapporto. Quando questa si accumula e raggiunge quel certo livello di saturazione, esplodo come un vulcano che si stia preparando da tempo. C’è di buono che poi rinsavisco e sprizzo energia da tutti i pori. Non svelo cosa ho fatto, ma questa mattina ero tutt’altra persona; ho riflettuto che, tra le cose che forse un po’ mi sono fatta mancare ultimamente, si collocano le risate a crepapelle. Quando mi mancano, vado indietro nel tempo a pescare tra i ricordi. E le trovo eccome! Ho riso a crepapelle per interi anni di liceo, in classe come fuori; ho riso a crepapelle con una cugina con cui ho trascorso vacanze on the road meravigliose (con lei sono stata male dal ridere). Ho riso a crepapelle nei primi anni di lavoro, con le colleghe. L’ho fatto fino ad alcuni anni fa con altri colleghi, inviandoci delle mail e poi chiamandoci e attaccando a ridere per ciò che avevamo scritto. Ancora oggi, quando mi incontro anche solo furtivamente con le persone con cui ho riso tanto, il sorriso che ci scambiamo non è quello che ci scambieremmo con altri. E’ d’intesa e lo sappiamo solo noi, che abbiamo condiviso un meraviglioso divertimento che non è appartenuto ad altri. Ecco, forse, qualcosa che unisce le persone. Se con uno ridi parecchio, il legame che si crea rimane.

Ed ecco un fotogramma dal film ‘Ragione e Sentimento’ di Ang Lee; L’ho appeso in casa mia da anni, perché è proprio quel tipo di leggerezza di cui ho bisogno ogni tanto, anche perché conosco bene la scena stessa del film.  Quando lo guardo, qualunque stato d’animo io abbia, rido.

Ragione e Sentimento

RAGIONE E SENTIMENTO

Dopo aver rivisto per l’ennesima volta il pregevole adattamento di Ang Lee, il migliore dal mio punto di vista (magistrali le interpretazioni), devo assolutamente scriverne. E’ uno dei miei film preferiti, come la stessa Jane Austen è una delle mie autrici preferite. Nei suoi romanzi, riesce a descrivere con maestria l’intero panorama dei tipi umani, mettendo in luce le virtù di alcuni – come il senso della lealtà e del rispetto, e le miserie di altri – come l’ipocrisia e l’opportunismo.

Marian concepisce la vita con passione e ama mostrare i propri sentimenti. Elinor applica la ragione e pesa i fatti. Marian vibra ad ogni percezione. Elinor, quando soffre, lo fa in silenzio e senza illusioni.

Marian dovrà ridimensionare la propria concezione di vita, dovrà implodere su se stessa. Elinor vedrà coronare il proprio sogno senza averlo mostrato al di fuori di sé.

Cos’è dunque l’amore? E’ passione e fremito o è ragione e misura?

Probabilmente è tutto e altro. Ma la lezione di Jane Austen è la seguente: occorre essere attenti a chi si incontra, occorre non entusiasmarsi per il primo che passa, in quanto potrebbe rivelarsi un approfittatore, un bugiardo mestierante. Chi, invece, è più discreto e più lontano da noi, chi ci osserva da lontano ed è realmente pronto a venirci in soccorso, lui è il vero amore. Jane Austen, però, rende felice quest’ultimo ed infelice l’approfittatore, in quanto – ed è una legge – chi fa del male dovrà soffrire.

Il Bardo

SHAKESPEARE

Non sarà stato una bellezza, il bardo. Ma ammetto di essere sensibile a ben altro. I suoi sonetti sono elevatissimi, intensi, malinconici, parlano di amore, di tempo passato, di rimpianto e dolore, di precarietà di tutto ciò che riguarda l’uomo è che è destinato ad essere dimenticato. Potrei innamorarmi all’istante di un bardo che mi dedicasse queste parole. Libri come questo vanno posseduti e riaperti di tanto in tanto in una pagina a caso. Ciò che vi si leggerà scalderà sempre il cuore.

Propongo qui una mia selezione dei 7 sonetti shakespeariani che più ho amato leggere, a partire dal famosissimo 116, citato da molti autori romantici.

116

Non sia mai ch’io ponga impedimenti

all’unione di anime fedeli; Amore non è Amore

se muta quando scopre un mutamento,

o tende a svanire quando l’altro s’allontana.

Oh no! Amore è un faro sempre fisso

che sovrasta la tempesta e non vacilla mai;

è la stella-guida di ogni sperduta barca,

il cui valore è sconosciuto, benché nota la distanza.

Amore non è soggetto al Tempo, pur se rosee labbra e gote

dovran cadere sotto la sua curva lama;

Amore non muta in poche ore o settimane,

ma impavido resiste al giorno estremo del giudizio.

Se questo è errore e mi sarà provato,

Io non ho mai scritto, e nessuno ha mai amato.

 

28

Come tornare, dunque, a uno stato felice

se mi è negato il bene del riposo?

Se l’oppressione del giorno non trova, di notte,

il minimo sollievo, e il giorno con la notte

e la notte col giorno si opprimono a vicenda;

anzi nemici entrambi del regno altrui si uniscono

per torturarmi, l’uno con la fatica e l’altra lamentando

la mia lontananza da te, la continua distanza.

Così, per compiacerlo, dico al giorno

quanto sei luminoso, e quanta grazia riesci a donargli

quando le nuvole offuscano il cielo; e lusingo

La notte dal volto abbrunato, che quando le stelle

Non brillano sei tu che rischiari la sera.

Ma ogni giorno il giorno prolunga le mie sofferenze,

e ogni notte la notte fa sembrare più forte questa lunga pena.

 

30

Quando alle assise del dolce, silente pensiero,

convoco la memoria di cose passate, mi duole l’assenza

di tante cose prima vagheggiate, e agli antichi dolori

aggiungo il nuovo rimpianto per aver disfatto

l’età che mi fu cara, e gli occhi non usi alle lacrime

annegano nel pianto per tutti gli amici preziosi

che la morte ha rapito nella notte eterna, e ritorno

a piangere pene d’amore da tempo scomparse, gemendo

per tanto spreco di affetti perduti.

Allora posso affliggermi per le passate afflizioni,

e di dolore in dolore con molta sofferenza ripercorrere

il triste elenco dei pianti già pianti, che sconto

come se già non li avessi scontati. Ma se in quel momento

amico diletto ti penso, ogni perdita

viene recuperata, e ogni dolore ha fine.

 

66

Stanco di tutto questo desidero la quiete della morte,

vedendo come il Merito è destinato sempre a mendicare,

e il Nulla con molte esigenze agghindato di fronzoli,

e la Fede più pura rinnegata in maniera meschina,

e gli Onori più alti spartiti con tale vergogna,

e la Virtù virginale così brutalmente corrotta,

e ingiustamente offesa la giusta Perfezione,

e la Forza fiaccata da obliqui poteri impotenti,

e le Arti che hanno la lingua legata dall’Autorità,

e la Follia che controlla l’ingegno con tono dottorale,

la Verità più leale fraintesa come fosse Ingenuità,

e il Bene che obbedisce come schiavo al Capitano Male.

Stanco di tutto questo, me ne vorrei liberare:

non fosse che morendo lascerei il mio amore da solo.

 

74

Ma tu resta sereno quando il crudele arresto

che nega ogni riscatto dovrà portarmi via;

la mia vita mantiene i suoi diritti su questa poesia

che resterà con te per sempre a mia memoria.

Quando la leggerai, potrai leggervi meglio

proprio la parte di me che ti fu consacrata.

La terra non può avere che la terra, che è quanto dovuto,

ma il mio spirito è tuo, ed è la parte migliore di me:

allora avrai perduto solamente le scorie della vita,

preda dei vermi essendo morto il corpo,

l’ignobile bottino del coltello di un povero infelice,

cosa troppo meschina per te da ricordare.

Il suo unico pregio è in quello che contiene,

ed è qui nei miei versi, e resterà con te.

 

75

Si, tu sei ai miei pensieri come alla vita il cibo,

o come dolci piovaschi alla terra quand’è primavera;

e per tua pace sostengo una lotta che è simile

a quella dell’avaro con la sua ricchezza,

che un momento è orgoglioso di goderne, ma subito dopo

teme che il tempo rapace gli rubi il suo tesoro;

ora pensando che è meglio restare da solo con te,

e poi ancora meglio

che il mondo veda tutto il mio piacere;

sazio talvolta per il banchetto della tua visione,

subito dopo affamato di un tuo solo sguardo;

possedendo o inseguendo nient’altro diletto

che quello già avuto da te, o che potrò avere.

Così di giorno in giorno languisco e mi sazio:

o divorando tutto,  o non avendo nulla per sfamarmi.

 

87

Addio, sei troppo caro perché ti possegga,

e conosci abbastanza la tua valutazione;

il documento che attesta i tuoi pregi ti affranca,

e gli impegni che avevo con te sono tutti scaduti.

Come ti tengo, infatti, se non per concessione?

E che meriti avrei per simile ricchezza?

Mi mancano i motivi per questo bel dono,

e così i miei diritti scaduti ti vengono resi.

Avevi donato te stesso, ignorando i tuoi pregi,

oppure, donandoti a me, mi avevi creduto diverso;

così questo dono prezioso, fondato sull’errore,

dopo un giudizio migliore se ne torna a casa.

Dunque ti avevo avuto come lusinga un sogno:

nel sonno come un re,

ma più niente di simile al risveglio.

OPHELIA

 

OPHELIA

Ophelia, Sir John Everett Millais, 1851, Tate Gallery

Millais era membro della confraternita dei Preraffaelliti, e dipinse questo magnifico quadro che rappresenta la morte di Ophelia, annegata nel fiume Lete dopo aver appreso dell’assassinio di suo padre per mano del suo promesso Amleto (Amleto, W. Shakespeare).

Questo il passaggio preciso dell’opera descritto dal quadro:

‘Le sue vesti, gonfiandosi sull’acqua, l’han sostenuta per un poco a galla, nel mentre ch’ella, come una sirena, cantava spunti d’antiche canzoni, come incosciente della sua sciagura o come una creatura d’altro regno e familiare con quell’elemento. Ma non per molto, perché le sue vesti appesantite dall’acqua assorbita, trascinaron la misera dal letto del suo canto a una fangosa morte’. 

Il pittore aveva effettuato intensi studi sulla natura campestre, qui ritratta magistralmente e scientificamente, per poter inserire nel quadro una serie di simboli iconografici:

Il salice piangente: l’abbandono del proprio amato

I ranuncoli: l’ingratitudine

L’ortica: il dolore

Le margherite: l’innocenza

I nontiscordardimè: il ricordo

La rosa: la bellezza e l’amore

Le violette: la morte prematura

Il papavero: la morte

Da ultimo, oltre al teschio, simbolo di morte, il pettirosso che simboleggia il martirio e un nuovo inizio.

PETTIROSSO

Ed ecco un elenco di fiori con i loro significati. Quando uno di loro ci attira identifichiamoci con quel sentimento (io amo le violette, pensate un po’…)

-ANEMONE: abbandono sentimentale

-AZALEA: aspirazione, gioia d’amare

-BEGONIA: amicizia, cordialità

-CAMELIA: fierezza, riconoscenza, piacere

-CICLAMINO: scoraggiamento, gelosia

-DALIA: novità

-FIORDALISO: delicatezza, onestà

-FIOR D’ARANCIO: pudore, purezza, generosità

-GARDENIA: amore duraturo

-GAROFANO BIANCO: costanza

-GAROFANO ROSSO: ardore, fierezza

-GAROFANO ROSA: tenerezza

-GAROFANO SCREZIATO: rifiuto

-GELSOMINO: timidezza, amabilità

-GENZIANA: tradimento

-GIACINTO: felicità, speranza, benevolenza

-GIAGGIOLO: buone notizie

-GIGLIO BIANCO: innocenza, purezza, maestà

-GIGLIO GIALLO: irrequietezza

-IRIS: fiducia, tenerezza

-LILLA’ BIANCO: amicizia amorosa, giovinezza

-LILLA’ LILLA: prima emozione

-MARGHERITA: indecisione, varietà

-MIMOSA: sicurezza

-MUGHETTO: ritorno della felicità

-MIOSOTIS: “non ti scordar di me”

-NARCISO: vanità, egoismo

-NASTURZIO: disperazione

-NINFEA: dolcezza

-ORTENSIA: civetteria, insensibilità

-ORCHIDEA: ambizione, raffinatezza

-PEONIA: presunzione

-PRIMULA: tenerezza per l’adolescenza

-ROSA BIANCA: amore timido, silenzio

-ROSA CANINA: amore poetico

-ROSA GIALLA: infedeltà, invidia

-ROSA ROSSA: passione

-TUBEROSA: voluttà

-TULIPANO: dichiarazione,amore coniugale perfetto

-VERBENA: incantesimo

-VIOLA DEL PENSIERO: ricordo costante, amicizia reciproca

-VIOLETTA: modestia, amore segreto

Stop all the clocks

CLOCK

Ci sono opere capaci di toccare le nostre corde più profonde, e sono quelle più malinconiche, che parlano di perdita. Una delle più belle poesie mai scritte sulla perdita di una persona amata è senza dubbio ‘Funeral Blues’, di Wystan Hugh Auden, poeta inglese del ‘900. Questo componimento è così bello, così intenso, così spiazzante..

Lo pubblico perché sia conosciuto e apprezzato da chi non lo conosce.

Fermate tutti gli orologi, isolate il telefono,
fate tacere il cane con un osso succulento,
chiudete i pianoforte, e tra un rullio smorzato
portate fuori il feretro, si accostino i dolenti.

Incrocino aeroplani lamentosi lassù
e scrivano sul cielo il messaggio Lui È Morto,
allacciate nastri di crespo al collo bianco dei piccioni,
i vigili si mettano guanti di tela nera.

Lui era il mio Nord, il mio Sud, il mio Est ed Ovest,
la mia settimana di lavoro e il mio riposo la domenica,
il mio mezzodì, la mezzanotte, la mia lingua, il mio canto;
pensavo che l’amore fosse eterno: e avevo torto.

Non servon più le stelle: spegnetele anche tutte;
imballate la luna, smontate pure il sole;
svuotatemi l’oceano e sradicate il bosco;
perché ormai più nulla può giovare.

Stop all the clocks, cut off the telephone,
Prevent he dog from barking with a juicy bone,
Silence the pianos and with muffled drum
Bring out the coffin, let the mourners come.

Let aeroplanes circle moaning overhead
Scribbling on the sky the message He Is Dead,
Put crêpe bows round the white necks of the public doves, 
Let the traffic policemen wear black cotton gloves.

He was my North, my South, my East and West,
My working week and my Sunday rest,
My noon, my midnight, my talk, my song;
I thought that love would last for ever: I was wrong.

The stars are not wanted now: put out every one;
Pack up the moon and dismantle the sun;
Pour away the ocean and sweep up the wood;
For nothing now can ever come to any good.

Quell’uomo, forse l’amore di Auden, era per lui tutto (il mio Nord, il mio Sud, ecc.), e con la sua morte nulla ha più senso: gli oceani, quindi, possono essere svuotati, le stelle spente, la luna può essere tolta. Tutto si fermi per questo, tutto smetta di essere, perché nulla potrà più essere.

‘pensavo che l’amore fosse eterno: e avevo torto’. I due punti, tra la prima e la seconda frase, determinano una pausa amara. Si percepisce la disperazione di chi è sopravvissuto con questo enorme dolore.

DAVVERO MAGNIFICA.

P.B. SHELLEY

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P.B. SHELLEY  (1792-1822)

Di questo grande poeta romantico inglese, amico di John Keats e Lord Byron, marito di Mary Shelley (autrice di Frankenstein) e morto prematuramente all’età di trent’anni, ho letto alcune poesie rimanendone colpita. Ecco un esempio.

Ti amerei.

Ti amerei nel vento

Sotto il cielo terso in primavera

Tra la dolcezza delle rose.

Ti amerei nel canto degli uccelli All’ombra della vegetazione

Sulle pietra calda e nuda

Sotto il solo bruciante,

Nella frescura dell’erba

E con il canto degli insetti.

Ti amerei il giorno e la notte,

Nella calma e nella tempesta

Sotto le stelle che brillano

Sotto la rugiada della notte

E la mattina all’alba

Con il sorriso e con le lacrima,

Ti amerei con tutte le mie forze.

Mi accade a volte, conoscendo una persona o sentendone parlare, o leggendo una storia o una poesia, di percepire alcune vibrazioni che mi allineano a lei. Così, indago un po’ nella sua vita e in questo caso ho approfondito la biografia di Shelley. Ho scoperto che è stato un difensore del vegetarianismo e ha scritto diversi saggi sul tema. Nella sua opera Sul sistema della dieta vegetariana, Shelley scrisse il seguente passaggio:

«Il macello d’innocui animali non può mancare di produrre molto di quello spirito d’insana e spaventevole esultanza per la vittoria acquistata a prezzo del massacro di centomila uomini. Se l’uso del cibo animale sovverte la quiete del consorzio umano, quanto è indesiderabile l’ingiustizia e la barbarie esercitata verso queste povere vittime! Esse sono chiamate a vivere dall’artificio umano solo allo scopo di vivere una breve e infelice esistenza di malattia e schiavitù, perché il loro corpo sia mutilato e violati i loro affetti. Molto meglio che un essere capace di sentimenti non sia mai esistito, piuttosto che sia vissuto soltanto per sopportare una dolorosa esistenza senza sollievo alcuno.»  

Trovata la ragione delle vibrazioni percepite, mi acquieto. Comprendo, ancora una volta, che pensieri e intenzioni simili attirano esseri simili, anche se appartenenti a secoli differenti.