O.W.

Forse non tutti avranno la pazienza di leggerla per intero, ma è un’opera che stringe lo stomaco, che smuove la coscienza. Bisogna saper guardare negli occhi dell’altro e provare vergogna. Avendo lui stesso varcato le porte del carcere, Oscar Wilde ha saputo dipingere la crudele infamia del carcere e della pena di morte. E’ un capolavoro, ed è comunque vero: ogni uomo uccide ciò che ama, ma il destino non è lo stesso per tutti.

 

LA BALLATA DEL CARCERE DI READING

Egli non porta il suo abito rosso
perché rossi sono il sangue e il vino:
e il sangue e il vino erano sparsi
sulle sue mani, quando lo trovarono
accanto al letto ove giaceva morta
la donna amata ch’egli aveva uccisa.
Camminava tra gli Uomini Colpevoli
con indosso un logoro abito grigio
e un berretto sghembo sulla testa.
Il suo passo sembrava lieve e allegro.
Ma io non ho mai visto sguardo d’uomo
volgersi cosi ansioso verso il giorno.
Non ho veduto mai l’occhio di un uomo
volgersi con lo sguardo cosi ansioso
verso il lembo minuscolo d’azzurro
che nel carcere è il cielo e verso l’alta
nuvola trascinata alla deriva
come sospinta da vele d’argento.
Mi trovavo con altri condannati
in un raggio diverso e mi chiedevo
quale fosse la colpa di quell’uomo:
grande o piccola. Ad un tratto una voce
s’avvicinò e mi disse in un sussurro:
“Quel tipo sta per essere impiccato”.
Cristo santo!. Le mura di quel carcere
parvero vacillare all’improvviso
e la volta del cielo sul mio capo
sembrò un casco d’acciaio incandescente.
Anche su me pesava una condanna,
ma in quel momento non aveva senso.
E mi chiedevo quale suo pensiero
inseguendo, egli il passo ora affrettava
e perché verso il giorno così splendido
lo sguardo addolorato era rivolto.
Aveva ucciso la cosa che amava
e doveva pagare con la morte.

Eppure ogni uomo uccide ciò che ama.
Io vorrei che ciascuno m’ascoltasse:
alcuni uccidono adulando, ad altri
basta solo uno sguardo d’amarezza.
Il vile uccide mentre porge un bacio
e l’uomo coraggioso con la strage!
Molti uccidono l’amore da giovani,
altri invece da vecchi. Chi lo strangola
con le avide mani del Peccato
e chi invece con le mani dell’Oro.
L’uomo gentile adopera il coltello
perché il freddo mortale sia più rapido.
Alcuni amano troppo brevemente
ed altri troppo a lungo. C’è chi vende
e chi compra; chi uccide il proprio amore
senza un singhiozzo e chi con molte lacrime.
Ma nessuno, tra quelli che hanno ucciso
ciò che amavano, paga con la morte.
Nessuno morirà con un’orrenda morte
morte in un giorno pieno di vergogna;
nessuno avrà una corda intorno al collo
né una benda coperta sulla faccia,
né coi suoi piedi annasperà nel vuoto
cercando invano un punto ove poggiarsi.
Nessuno siederà tra silenziosi
uomini che lo scrutano a ogni istante:
quando gli occhi si sforzano di piangere,
o quando il cuore tenta una preghiera,
o per timore che qualcuno rubi
dal carcere la preda designata.
Nessuno all’alba vedrà la sua stanza
popolarsi di orribili figure:
il Cappellano nella bianca tonaca,
il Prefetto severo e quasi triste,
il Direttore con I ‘abito nero.
Ogni Condanna ha il loro volto giallo.
Nessuno si vedrà porgere l’abito
da indossare per l’ultimo momento,
né un medico distratto annoterà
i suoi battiti mentre un orologio
scandisce il tempo e ogni suo tic-tac
è un orribile colpo di martello.

Nessuno sentirà la soffocante
sete che rende arida la gola
nell’istante che il boia, coi suoi guanti
da giardiniere, appare sulla porta
per stringere con tre giri di corda
quella gola che più non avrà sete.
Nessuno chinerà la testa a udire
la lettura dell’Ordine di Morte.
L’angoscia del suo cuore gli dirà
che non è ancora morto ma i suoi occhi
scorgeranno una bara: crederà
d’essere nella fiera degli orrori.
Nessuno fisserà l’aria attraverso
un minuscolo tetto di cristallo:
nessuno pregherà con le sue labbra
di creta che finisca l’agonia
né sentirà sulle sue guance il bacio
di Caifa posarsi come un brivido.

II
Egli per sei settimane passò
nel cortile col suo abito grigio
e il berretto sghembo sulla testa:
il suo passo sembrava lieve e allegro
ma io non ho mai visto sguardo d’uomo
volgersi così ansioso verso il giorno.
Non ho veduto mai l’occhio di un uomo
volgersi con lo sguardo così ansioso
verso il lembo minuscolo d’azzurro
che nel carcere è il cielo e verso l’alta
nuvola che trascina alla deriva
il suo vello di lana sfilacciato.
Egli non tormentava le sue mani
come capita agli uomini meschini
che coltivano un’assurda Speranza
dove c’è solo la Disperazione.
Solo guardava in alto verso il sole
e respirava l’aria del mattino.
Non torceva le mani, non cadeva
in lacrime e neppure sospirava
lamentandosi: ma beveva l’aria
come a trovarsi un ultimo sollievo
Noi vedevamo le sue labbra schiuse
assaporare il sole come il vino.
Io e gli altri compagni di sventura
chiusi in un raggio diverso, smettemmo
di chiederci se fosse grande o piccolo
il delitto che avevamo commesso
e guardavamo con occhi stupiti
l’uomo che doveva essere impiccato.
Era strano vederlo camminare
con un passo così leggero e allegro;
era strano vedere che i suoi occhi
si fissavano al giorno così ansiosi;
era strano pensare ch’egli avesse
un debito pauroso da pagare.

Gli olmi e le querce hanno le foglie adorne
di grazia: a primavera esse rifulgono.
L’albero della forca invece è torvo
e per radici ha serpenti affamati:
perché possa generare i suoi frutti
un uomo deve morire su di esso.
Tutte le cose della terra tendono
all’alto posto ove la grazia siede:
ma chi aspira a sedere sopra un alto
patibolo, con il volto bendato
guardando il cielo per l’ultima volta
attraverso il collare della morte?
Dolce è danzare al suono dei violini
quando la Vita e Amore ci sorridono:
danzare al suono dei flauti, danzare
col liuto, è piacevole e gentile:
ma non è dolce quando il piede agile
danza a vuoto nell’aria ov’è sospeso.
Giorno per giorno restammo a guardarlo
con occhi attenti e con tristi pensieri:
ci chiedevamo se ognuno di noi
avrebbe atteso come lui la morte.
Noi non sappiamo come il rosso Inferno
può turbare il nostro animo accecato.
Infine l’uomo morto non apparve
mai più tra i Condannati e ci fu chiaro
che ormai giaceva nella fredda tenebra
dell’orrenda darsena e non avremmo
più rivisto il suo volto: non nel giorno
dell’abbondanza e non nella miseria.
Come due navi in mezzo alla tempesta
ci eravamo incrociati: ma nessuno
di noi due fece un segno o parlò mai.
Non avevamo parole da dire:
non nella notte santa ci incontrammo
ma nel giorno coperto di vergogna.
Intorno a noi c’era il muro di un carcere:
eravamo due uomini esiliati.
Il mondo ci scacciava dal suo cuore
e Dio dal suo pensiero. Su di noi
s’era chiusa la trappola di ferro
che spietata è in attesa del Peccato.

III
Nel Cortile del Debito ci sono
aride pietre e un muro troppo alto:
qui egli non poteva respirare
che l’aria cupa di un cielo di piombo
mentre due guardie stavano al suo fianco
per impedire che potesse uccidersi.
A volte egli sedeva tra coloro
che spiavano attenti la sua pena:
chi per vedere il pianto nei suoi occhi,
chi le sue labbra dire una preghiera
e chi per impedire che sfuggisse
al carcere la preda designata.
Il Direttore s’era trincerato
dietro il Regolamento Carcerario;
il medico diceva che la morte
è soltanto un fenomeno scientifico;
il Cappellano gli parlò due giorni
lasciandogli un libretto di preghiere.
E per due giorni egli fumò la pipa,
bevve il suo quarto di birra e sembrava
che la paura non trovasse posto
nel suo animo forte, risoluto.
Spesso diceva d’essere contento
d’avvicinarsi al giorno del carnefice.
Nessuna delle guardie mai gli chiese
perché dicesse queste strane cose:
a chi è stato affidato come compito
di sorvegliare un condannato a morte
non è permesso dire una parola
e il suo volto deve essere una maschera.
Pure, se egli commosso s’avvicina
a confortarlo ed a fargli coraggio,
a cosa serve la Pietà
dell’Uomo nella tana abitata dal Delitto?
Quale parola di pietà sarebbe
l’aiuto ad uno spirito fraterno?
Procediamo con passo malsicuro:
è la Parata degli Sciagurati,
Non abbiamo rammarico: sappiamo
d’essere la Brigata del Diavolo.
Il piombo ai piedi e le teste rasate
sembrano una gioiosa mascherata.
Abbiamo retto corde di catrame
con le unghie spezzate e sanguinanti;
abbiamo ripulito i pavimenti,
lucidato le porte e le rotaie
e insaponato il palco asse per asse
levando un alto strepito dai secchi.
Abbiamo manovrato un polveroso
trapano, abbiamo spaccato le pietre,
cuciti i sacchi, percosso lo stagno,
urlato inni e sudato a una macina:
e intanto il sentimento del terrore
prendeva posto nel cuore di ogni uomo.
Prendeva posto al punto che ogni giorno
s’insinuava come un’onda sporca,
finché dimenticammo anche l’amara
sorte che attende i ladri e i disonesti:
col passo di chi torna dal lavoro
noi varcammo la soglia di una tomba.
L’enorme bocca della tana gialla
era in attesa di una cosa viva:
il fango urlando domandava sangue
per dissetare l’anello d’asfalto;
noi sapevamo che in un’alba livida
avremmo visto penzolare un uomo.
Quando entrammo il nostro animo era pieno
di Terrore, di Morte, di Condanna;
il boia col suo passo inavvertito
s’avvicinava fino a noi nel buio.
Io camminavo tremante e, a tentoni,
cercavo la mia tomba numerata.

In quella notte i vuoti corridoi
erano popolati dalle forme
della Paura: non si udiva un passo
nella città di ferro, ma alle sbarre
delle finestre chiuse sulle stelle,
bianchi volti sembravano apparire.
Egli è disteso come uno che giace
in una dolce prateria e sogna.
Le guardie che l’osservano dormire
non capiscono come un uomo possa
dormire tanto dolcemente, mentre
il carnefice veglia accanto a lui.
Ma il sonno manca agli uomini che piangono
colui che non ha pianto: noi, i relitti,
i disonesti, gli impostori, siamo
scossi da una vigilia senza pace
e un nuovo terrore si fa strada
con l’angoscia nell’animo d’ognuno.
È pauroso sentire che ci pesa
il delitto di un altro sulle spalle!
Perché allora la Spada del Peccato
agita la sua elsa avvelenata
e come piombo fuso noi versiamo
lacrime per il sangue che non diamo.
Ora le guardie con passi felpati
ci vengono a spiare nelle celle
e rimangono attonite a vedere
grige figure lungo il pavimento:
gli uomini che non hanno mai pregato
ora in ginocchio dicono preghiere.
In ginocchio per una notte intera:
pazzesco funerale di un cadavere!
Le ali tremanti della mezzanotte
oscillavano come un carro funebre.
Nel vino amaro chiuso in una spugna
si sentiva il sapore del Rimorso.

Si udì il canto di un gallo e poi di un altro:
eppure il giorno non veniva ancora.
Le ombre del Terrore si curvavano
sopra di noi, distesi nei nostri angoli.
I fantasmi che vanno nella notte
sembravano giocare innanzi a noi.
Scivolavano avanti, indietro, in fretta,
simili a viaggiatori nella nebbia.
Erano avvolti in mantelli sontuosi
e sembravano irridere alla luna:
verso il loro convegno di fantasmi
correvano con grazia disgustosa.
Con cento smorfie li vedemmo andare
tenendosi per mano, nelle tenebre.
La folla dei fantasmi s’aggirava
in una vorticosa sarabanda:
sembravano ridicoli arabeschi
disegnati dal vento sulla sabbia.
Saltellavano come marionette
Sulla punta dei piedi, in giravolte:
poi, mostrando la loro orrenda maschera,
soffiarono nei flauti del Terrore
e cantarono a lungo, ad alta voce.
Era il canto di veglia per il morto.
E gridavano: “Il mondo è così largo,
ma l’uomo incatenato non ha spazio!
Gettare i dadi per una o due volte
è un gioco senza dubbio signorile.
Ma non vince chi gioca col Peccato
nella casa ov’è chiusa la Vergogna”.
Non avevano un aspetto gradevole
questi esseri così buffi e gioiosi:
per gli uomini che giacciono in catene
e i cui piedi non hanno il passo libero,
io so che queste forme quasi vive
rappresentano un orrendo spettacolo.
E vanno intorno, sempre intorno. Danzano
in un giro di valzer, allacciati
con mille smorfie: coppie che vacillano
sulle scale con passo malsicuro,
sguardi invitanti sulle facce orribili,
muovono i nostri cuori alla preghiera.
Il vento del mattino incominciò
a soffiare gemendo: ma era notte.
Sopra un ampio telaio si tesseva
filo per filo il velo delle tenebre
e noi, tra le preghiere, aspettavamo
atterriti la Giustizia del Sole.
Il vento lamentoso s’aggirò
tra le mura del carcere in angoscia:
una ruota d’acciaio inesorabile
ci sembrava il passare quei minuti.
Vento di morte, cosa abbiamo fatto
per meritare simile tortura?
Infine io vidi tra le sbarre oscure
come una grata ricamata in piombo
muoversi lungo i muri calcinati
posti di fronte al mio letto di tavole:
in qualche posto del mondo si levava
l’alba rossa terribile di Dio.
Alle sei mettemmo in ordine i letti,
alle sette ogni cosa era tranquilla,
ma il vento che soffiava senza tregua
riempiva tutto il carcere: il Signore
della Morte, col suo respiro gelido,
era entrato in quel luogo per uccidere.
Non passava solenne in un corteo
né cavalcava un destriero lunare.
Un asse sdrucciolevole e una corda
bastano per erigere un patibolo.
Così l’Araldo vestito di tenebre
s’apprestava al suo compito segreto.
Noi sembravamo uomini perduti
su una palude oppressa dalle tenebre:
non osavamo dire una preghiera
né esprimere la nostra amara angoscia.
Sentivamo qualcosa che moriva
in tutti noi: ed era la Speranza.
La Giustizia terribile dell’Uomo
compie il suo corso e mai se ne allontana:
uccide il forte come uccide il debole
né il suo passo spietato può arrestarsi.
Col tallone di ferro schiaccia l’uomo
forte: quale mostruoso parricidio!
Aspettammo il rintocco delle otto,
La nostra lingua era arsa dalla sete.
Il rintocco delle otto segna l’ora
del Destino per l’uomo maledetto:
il Destino che adopera il suo nodo
contro l’uomo malvagio e contro il buono.
Oramai dovevamo solo attendere
il segnale: come esseri di pietra
lungo una valle abbandonata, stemmo
in silenzio seduti. Solo il cuore
d’ognuno aveva battiti violenti
come un pazzo che infuria su un tamburo.
L’orologio del carcere d’un tratto
scosse l’aria con un sordo rintocco
e da ogni parte si levò un lamento
disperato, angoscioso, come il rantolo
che le paludi spaventate ascoltano
dalla tana nascosta di un lebbroso.
Come a volte le cose più paurose
nel cristallo di un sogno si rivelano,
noi vedemmo penzolare a una trave
un abito di canapa consunto
e udimmo una preghiera strangolata
in un urlo dal laccio del carnefice.
Nessuno può capire più di me
l’alta maledizione che egli invoca
e i lamenti selvaggi, il grido amaro,
i sudori di sangue del suo corpo:
egli che vive assai più di una vita
dovrà patire assai più di una morte.

IV
Non ci sono cappelle in questo giorno
che un uomo sta per essere impiccato:
il Cappellano ha il cuore troppo debole
o forse la sua faccia è troppo pallida
oppure nei suoi occhi c’è segnato
qualcosa che nessuno deve leggere.
Restammo chiusi fino a mezzogiorno
o mezzanotte: poi si udì il rintocco
della campana, un tintinnio di chiavi,
e i carcerieri aprirono le celle:
sulle scale di ferro discendemmo,
ognuno dal suo Inferno solitario,
E quando uscimmo a respirare l’aria
nessuno aveva lo sguardo di sempre:
chi in volto era sbiancato, chi era grigio
per la paura. E io non ho mai visto
sguardi d’uomini in preda alla tristezza
volgersi così ansiosi verso il giorno.
Non ho veduto mai uomini tristi
volgersi con gli sguardi così ansiosi
verso il lembo minuscolo d’azzurro
che nel carcere è il cielo e verso l’alte
nuvole che viaggiano felici:
isole di una strana libertà.
Vidi molti di noi che camminavano
a capo chino, ciascuno pensando
che se avesse pagato il proprio debito
sarebbe morto al posto di quell’uomo:
egli ha ucciso una cosa che viveva
ed essi invece hanno finito i morti.
L’uomo che pecca una seconda volta
risveglia al pianto uno spirito morto
lo toglie dal suo sudicio sudario
e lo costringe a sanguinare ancora,
a sanguinare dalle piaghe aperte,
a versare altro sangue inutilmente.

Come scimmie o pagliacci, il cui mostruoso
vestito è Ornato di frecce contorte,
noi silenziosi camminammo in cerchio
lungo il viscido asfalto del cortile;
camminammo in silenzio, sempre in cerchio,
e nessuno diceva una parola.
Camminammo in silenzio, tutti in cerchio,
e nella mente svuotata di ognuno
la memoria delle cose più orribili
s’avventava come un vento pauroso.
Davanti a noi camminava l’Orrore
e il Terrore strisciando ci seguiva.

I carcerieri andavano su e giù
con gli occhi fissi sul gregge dei bruti,
Avevano uniformi nuove, lucide,
con gli ornamenti dei giorni di festa.
Ma gli stivali imbiancati di calce
ci dicevano di dove tornavano.
Dove una larga tomba è stata aperta
prima non c’erano tombe, ma solo
una distesa di fango e di sabbia
presso le orribili mura del carcere.
Quest’uomo avrà come proprio sudario
un ammasso di calce che lo brucia.
Quest’uomo miserabile ha un sudario
che solo pochi possono sperare:
sprofondato nel cortile di un carcere,
esposto alla vergogna più completa,
egli giace coi piedi incatenati
avvolto in un lenzuolo incandescente.
Qui la calce che brucia da ogni parte
divora la sua carne e le sue ossa:
divora a notte le sue fragili ossa
e di giorno la sua tenera carne.
Divora a turno la carne e le ossa
ma divora il suo cuore senza sosta.

Per tre anni nessuno getterà
una radice o un seme in questo posto.
Per tre anni lunghissimi la terra
di questo posto sarà nuda e sterile
e con stupore pieno di rimprovero
guarderà verso il cielo incuriosito.
Dicono: basta un cuore assassinato
per guastare ogni seme. Non è vero!
La buona terra di Dio, questa terra,
è migliore di quanto supponiamo.
La rosa rossa potrebbe fiorirvi
più rossa ancora e più bianca la bianca.
Dalla sua bocca una rosa vermiglia!
Dal suo cuore una rosa tutta bianca!
Chi può dire da quali strane vie
viene alla luce il volere di Cristo
se un giorno anche lo sterile bastone
del pellegrino si coprì di fiori?
Ma non la rosa bianca come latte
E non la rossa può fiorire in carcere
solo il rottame, il ciottolo, la selce,
sono le cose che possiamo avere.
Non i fiori, che servono a guarire
un uomo dalla sua disperazione.
La rosa rossa di vino e la bianca
non lasceranno mai cadere i petali
sulla distesa di fango e di sabbia
presso le orribili mura del carcere,
per dire ai prigionieri del cortile
che il figliolo di Dio morì per tutti.

Anche se le orride mura del carcere
lo circondano ancora da ogni parte
e i ceppi incatenano lo spirito
che non può camminare nella notte
(il suo spirito può soltanto piangere
perché giace su un suolo maledetto)
egli è in pace. Quest’uomo miserabile
è in pace o presto lo sarà. Per lui
non esistono cose senza senso
né il Terrore cammina a mezzogiorno:
la terra senza luce ove egli giace
è lontana dal Sole e dalla Luna.
Lo hanno impiccato al modo delle bestie.
Nessuno ha pronunciato un solo requiem:
eppure gli bastava una preghiera
per dare pace all’animo atterrito.
Lo hanno portato fuori in tutta fretta
e l’hanno sprofondato in una tana.
I carcerieri gli hanno tolto gli abiti,
hanno mostrato il suo corpo alle mosche,
hanno deriso la sua gola gonfia
e lo sguardo impietrito dei suoi occhi.
Hanno riso ammucchiando con le pale
il sudario che ricopre il colpevole.
Il Cappellano non s’è inginocchiato
accanto alla sua tomba maledetta
non ha tracciato con la mano il segno
della Croce di Cristo: eppure anch’egli
appartiene alla schiera di coloro
che il Signore venne in terra a salvare.
Non importa: se egli ha attraversato
il limite fissato per la vita
lacrime sconosciute riempiranno
l’urna della Pietà per lui. Avrà
i lamenti degli uomini esiliati:
per gli esiliati esiste solo il pianto.

V
Io non so dire se la Legge è giusta
o se la Legge è ingiusta. So soltanto
che noi languiamo abbandonati in carcere
circondati da mura troppo alte
dove ogni giorno è lungo come un anno:
un anno fatto di giorni lunghissimi.
E questo posso dire: che ogni Legge
creata dall’uomo per l’Uomo, dal tempo
che il primo Uomo assassinò suo fratello
ed ebbe inizio la pazzia del mondo,
rende paglia il frumento e tiene in vita
gli sterpi: allora si ingrandisce il male.
Ed anche questo so (vorrei che ognuno
lo sapesse): ogni carcere è costruito
dall’uomo con mattoni di vergogna
e chiuso dalle sbarre, perché Cristo
non veda come gli uomini riescono
a mutilare anche i propri fratelli.
Con queste sbarre macchiano la luna
ed acciecano il sole. Forse è giusto
che tengano nascosto il loro Inferno:
dentro avvengono cose che nessuno,
non il Figlio di Dio e non il Figlio
dell’Uomo, avrebbe forza di guardare.

Soltanto gli atti vili, come le erbe
velenose, fioriscono nel carcere:
tutto ciò che di buono v’è nell’Uomo
qui va in rovina e avvizzisce per sempre.
Sulla porta c’è la Pallida Angoscia.
Il Carceriere è la Disperazione.
Fanno mancare ogni cosa al bambino
che spaventato piange notte e giorno,
deridono chi è vecchio e grigio, frustano
lo sprovveduto, flagellano il debole,
cosi che alcuni impazziscono e tutti
diventano crudeli e più non parlano.
Ogni misera cella che abitiamo
è nera e sporca come una latrina:
il fetido respiro della morte
ci raggiunge dovunque. Tutto, tranne
la Lussuria, diventa arida polvere
nella macchina dell’umanità.
L’acqua salmastra che beviamo striscia
come una melma disgustosa e il duro
pane amaro che pesano ogni giorno
è impastato di creta e di calcina.
Il Sonno non riposa, ma con occhi
furibondi cammina urlando al tempo.

E anche se la Fame con la Sete
lotta, come un serpente con la vipera,
non è il cibo che in carcere ci assilla:
ciò che deprime e uccide di più
è che ogni pietra raccolta di giorno
si trasforma in un cuore nella notte.
È mezzanotte nel cuore di un uomo,
e il crepuscolo nella cella di un altro:
ognuno nel suo inferno solitario
gira un uncino o lacera una corda.
Il silenzio lontano e più solenne
del suono di una campana di rame.
Mai una voce umana s’avvicina
per dire una parola di conforto.
Lo sguardo che ci scruta dalla porta
non ha pietà, impassibile. Da tutti
dimenticati, siamo qui a marcire,
sfigurati nel corpo e nello spirito.
Così, sola e umiliata, arrugginisce
la catena di ferro della Vita.
Alcuni piangono, altri maledicono,
altri invece non mandano un lamento.
Ma la legge di Dio è generosa
e può spezzare la pietra di un cuore.
Per ogni cuore d’uomo che si spezza nella
cella o nel cortile di un carcere
un tesoro viene offerto al Signore,
come quando una scatola si ruppe
e l’odore rarissimo del nardo
riempi l’immonda casa del lebbroso.
Felice il cuore che si può spezzare
e raggiungere il perdono e la pace.
Non altrimenti un uomo può trovare
la via che lo allontana dal Peccato.
Non altrimenti, che attraverso il cuore
spezzato, Cristo potrà entrare in lui.

Ora, con la sua gola rossa e gonfia,
con i suoi occhi immobili, impietriti,
egli aspetta le mani benedette
che portarono il ladro in Paradiso:
forse il Signore non respingerà
questo cuore spezzato che si pente.
L’uomo che legge il libro della Legge
gli lascio tre settimane di vita:
tre sole settimane per curare
la discordia che agitava il suo spirito
e liberare dai grumi di sangue
la mano che aveva retto il coltello.
Con lacrime di sangue egli deterse
la mano che l’acciaio aveva stretto:
soltanto il sangue può asciugare il sangue
e solo il pianto può sanare un’anima.
La macchia rossa che lasciò Caino
divenne il bianco sigillo di Cristo.

VI
Nel carcere della città di Reading
fu scavata una fossa di vergogna:
ora vi giace un uomo maledetto
divorato dai denti delle fiamme.
È avvolto in un sudario incandescente
nella tomba rimasta senza nome.
Lasciatelo giacere nel silenzio
fino al giorno che Cristo chiamerà
tutti i morti a raccolta. Non spargete
vane lacrime o inutili sospiri:
aveva ucciso la cosa che amava
e doveva pagare con la morte.
Eppure ogni uomo uccide ciò che ama.
Io vorrei che ciascuno m’ascoltasse:
alcuni uccidono adulando, ad altri
basta solo uno sguardo d’amarezza.
Il vile uccide mentre porge un bacio
e l’uomo coraggioso con la strage!

Little House on the Prairie

LA CASA NELLA PRATERIA

Alcuni anni fa avevo acquistato l’intera serie de ‘La casa nella Prateria’ nonché letto i bellissimi libri della vera Laura Ingalls Wilder. Non ho mai smesso di adorare questa serie che tutt’ora viene trasmessa e seguita da molti devoti; così, in questi giorni ne ho fatto una full immersion e ho ricompreso, come tutte le volte, il perché io la ami così tanto e perché apra così il cuore. In quel piccolo villaggio della prateria, accade tutto ciò che vediamo accadere attorno a noi, giorno dopo giorno. Ma è la risposta, ad essere un’altra. Sarà forse perché, sempre meno, riscontro i valori presenti in quei telefilm, i valori dei nostri genitori. Si era tra la metà e la fine degli anni ’70, e nelle nostre famiglie quel codice era ancora molto presente. E con questi episodi, si intendeva contribuire a moralizzare il popolo che chiedeva conferma di come dovesse comportarsi, e di cosa fosse importante. Molte delle tematiche affrontate sono incredibilmente attuali: nei casi di accanimento verso un debole, un uomo di colore, un ragazzo sordo, una donna grassa, i protagonisti ne prendono le difese e danno lezioni al paese. Non c’è spazio per tradimento e slealtà, neppure a scuola; non c’è spazio per superficialità e pressapochismo. La vita è una cosa seria, gli altri sono una cosa seria, il lavoro anche, la famiglia pure come gli amici. Gli approfittatori ricevono una dura lezione, come gli egocentrici; coloro che non hanno a cuore il bene della comunità anche. In quel piccolo villaggio, tutti si ammazzano di fatica dalla mattina alla sera ma trovano sempre il modo e il tempo di lavorare anche per chi non riesca. Il denaro occorre solo per il necessario, ma non compra i sentimenti. Gli uomini non scrivono atti giuridici ma si danno la parola e la manterranno costi quel che costi. In quel piccolo villaggio, la codardia non è ammessa e ognuno è chiamato a prendersi la responsabilità delle proprie azioni. I meno benestanti non provano invidia (mentre i più benestanti si), il rispetto è la prima cosa. A nessuno verrebbe in mente di fregare il prossimo per trarne beneficio personale; se lo fa, lo svolgimento della storia lo vedrà pagare un prezzo più alto, redimersi e tornare ad essere una buona persona. Il perdono è comunque concesso a tutti, come le spiegazioni sincere e la comprensione. Accadono molte disgrazie, in quelle famiglie, ma si va avanti sapendo che si è nelle mani di un Dio benevolente. Quel Dio che tutti pregano prima di ogni pasto, per rendere grazie di ciò che hanno sulla tavola. E se una grandinata rovina il raccolto e spinge le famiglie in una ancor più dura realtà, esse sanno che un solo raccolto, nella loro vita, è poca cosa. Ce ne saranno altri.  

Da vedere e da leggere.

LAURA INGALLS

Dedicato a Melissa

MELISSA

La mia prima gatta si chiamava Melissa ed era siamese. Era stato un amico di famiglia a proporci di prendere una cucciola e mia mamma aveva acconsentito. Pochi mesi dopo, un vicino di casa che lavorava alla Zambeletti, venuto a casa nostra per non so quale ragione, ci aveva proposto di poterla avere pagandocela 250.000 lire, che a quei tempi era una sommetta, per poterla utilizzare per la sperimentazione animale. Mia mamma lo cacciò di casa con le peggiori parole, aggiungendo che, se proprio desiderava vivisezionare qualcuno, poteva farlo coi suoi figli. Questa era mia madre. Grande!

Da quel momento, l’ho tenuto d’occhio, quel vicino, e so per certo che si è dilettato ad avvelenare parecchi gatti di strada.

Nel 1883 Victor Hugo esclamò: ‘La vivisezione è un crimine’!

E’ il crimine più orribile, quello di più lunga durata, il più numericamente imponente. E’ la maggiore sorgente di denaro, il segreto meglio custodito, e forse il più noto crimine legalizzato benedetto da tutti.

Ho appena ultimato la lettura del libro ‘I Gatti di Hill Grove’, ovvero la storia della campagna contro l’allevamento Hill Grove Farm. La storia ha inizio a metà degli anni Settanta in Inghilterra, dove un certo Brown e Signora cominciano ad allevare gatti da vendere all’industria farmaceutica. Le fattrici erano tenute in gabbie insieme ai migliori riproduttori e venivano fatte partorire solo con taglio cesareo per garantire la sterilità. Ovviamente venivano subito allontanate dai cuccioli che erano venduti poche settimane dopo la nascita. Ogni gatta trascorreva così 10 anni di vita, dopodiché veniva uccisa.

Fu Cynthia O’Neill, una signora cinquantaduenne, ad iniziare la campagna; anche a lei era scomparsa la propria gatta come ad altri vicini di casa. Così, cominciando a collegare che, oltre al crimine che veniva perpetuato in quello stabilimento, si aggiungeva anche il terrore che fosserro anche i propri animali a fare quella fine, cominciò a fare guerra su tutti i fronti. La cosa abominevole fu che gli organismi preposti alla tutela degli animali, come la RSPCA (Royal Society for the Prevention of Cruelty to Animals), la CPL (Cat Proteection League), la BUAV (British Union for the Abolition of Vivisection), si rifiutavano di intervenire adducendo mille scuse che, invece, nascondevano interessi ed equilibri da non minacciare. Cynthia fu un osso duro, si organizzò con altri attivisti e, attraverso la raccolta di fondi, organizzarono manifestazioni continue per mesi, per stagioni, per anni, venendo spesso arrestati, subendo qualunque tipo di pressione e persecuzione, ricevendo trattamenti ‘speciali’ dalla Polizia. Dopo diversi anni, in qui Cynthia e il resto del movimento non mollarono nonostante la fatica e il senso di continua disfatta, ottennero la testimonianza di una ragazza che aveva lavorato nello stabilimento, la quale raccontò che alla vista del proprietario, i gatti impazzivano e si arrampicavano sulle pareti delle gabbie. E questo solo per i metodi di allevamento, ancor prima quindi, che l’abominio della sperimentazione fosse ancora praticato.

A metà degli anni Novanta, furono rese di pubblico dominio le modalità di utilizzo dei gatti da parte di un Professore universitario, il quale utilizzava gatti dell’età variabile tra i 2 e i 143 giorni per esperimenti sul cervello. I gatti venivano accecati da un occhio, la loro testa bloccata in un apparecchio stereotassico, mentre nel loro cervello veniva iniettata una sostanza colorata. Dopodiché, gli animali venivano uccisi. I gatti, come del resto molti altri animali, subivano anche elettroshock, erano esposti a radiazioni, congelati e torturati a morte, mutilati e sezionati, affamati e paralizzati, bruciati.

Per contrastare la campagna contro Hill Grove Farm, furono impiegate task force di Polizia sempre più ingenti con un enorme esborso di denaro pubblico. Ad aiutare Cynthia fu un numero sempre maggiore di persone sensibili, che preferirono questa battaglia a qualunque altro inutile passatempo; anche il Reverendo James Thompson, unico della categoria, si impegnò in prima persona parlando ai fedeli e rilasciando interviste, sostenendo che è un dovere di tutti proteggere la vita. Nessun bene può nascere dal male; molte malattie sono causate da farmaci perfettamente testati su animali.

Cominciarono ad arrivare attivisti dall’intera Inghilterra e da altri Paesi esteri. Alcuni parlamentari non poterono più ignorare la portata delle manifestazioni e, venuti a conoscenza degli orrori perpetrati ai danni di innocenti, proposero una modifica della legge per vietare innanzitutto l’esportazione di animali vivi per la vivisezione. Il proprietario fu messo spalle al muro da questo e da immagini forti che circolavano nelle manifestazioni e sui media. Su un manifesto, un grande gatto rosso era rasato davanti, dietro e sui fianchi ed era steso su due fogli di plastica rigida, tenuto immobilizzato da cinghie di cuoio. Aveva della gommapiuma blu che gli usciva dalla testa e tanti tubi di plastica, alcuni pieni di sangue, da non riuscire a contarli.

Alla fine, il 12 agosto 1999, i Brown cedettero e chiusero lo stabilimento, e i gatti presenti in quel momento vennero liberati e adottati. Si dice che quel posto sia maledetto, e che di notte si possano ancora sentire le loro urla.

Quel che resta del giorno

QUEL CHE RESTA DEL GIORNO 1QUEL CHE RESTA DEL GIORNO 2

Non è che un premio Nobel determini automaticamente il nostro entusiasmo verso le sue opere. A volte, i migliori ingredienti non bastano; a volte ciascuno di noi cerca altro, qualcosa di personale in cui rispecchiarsi, qualcosa che ricalchi la nostra stessa esistenza. Conoscevo a menadito il film di James Ivory, perché ho un debole per i paesaggi inglesi, per quelle magnifiche residenze, per le storie ai piani bassi come a quelli alti, soprattutto perché si tratta di un grandissimo capolavoro con un duo Hopkins/Thompson strepitoso. Lei è la mia attrice preferita da sempre. Ma questa volta, libro e film fanno a gara tra loro, una bella lotta tra due capolavori assoluti. Ho letto, dunque, il libro di Kazuo Ishiguro. Avete presente quando si legge un libro, lo si deve mettere giù per qualche impellente motivo, tipo mangiare, ma si continua ad averne negli occhi le scene? E ci si sente dentro, quelle scene, a muoversi con loro, a sentire cosa stanno dicendo mentre si salgono e si scendono le scale? E quando quel libro lo si riesce a riprendere in mano, sentiamo di esserci ricongiunti con tutto ciò che ci stava importando? Ecco, quando capita questo, abbiamo tra le mani un capolavoro. Abbiamo tra le mani quella storia in cui desideriamo esser dentro. Quando non ci basta leggerla ma avremmo voluto essere lì, a cogliere quelle sfumature perfette, quei dialoghi sopraffini, quelle movenze, quegli sguardi.

Non saprei da che parte iniziare a descriverne le chicche, ma quel linguaggio del maggiordomo, Mr Stevens, ricco dei ‘Niente affatto’, ‘ Se volete scusarmi’, ‘vi sarei grato’, ecc., unito a quel rigore, a quell’imperturbabilità del suo ruolo, mi ha fatto impazzire in entrambe le opere. Vorrei conoscere Mr Stevens personalmente, vorrei che mi parlasse così, che mi mostrasse la sua totale dignità al disotto della quale intravedere le sue emozioni.

E i battibecchi tra Mr Stevens e Miss Kenton, la governante, che maestria! Dialoghi degni dei grandi autori del ‘700 e ‘800.

E i luoghi, quelle distese di prato inglese, quei paesaggi campestri di fiori e piccoli villaggi. Un giorno comprerò anch’io una residenza come quella, con una biblioteca così: scaffali altri metri e metri zeppi di libri magnificamente rilegati, che sanno di polvere, nei quali immergersi per giorni senza mai riapparire alla luce del sole. Dopo tutto questo, e dopo lo svolgimento di un intreccio concepito alla perfezione, che magari non rivelo, le ultime pagine sono particolarmente toccanti, in quanto spiegano il senso dello scorrere della vita, quel che resta, appunto, del giorno. E’ la sera, quando si è soddisfatti di ciò che nella giornata è stato fatto, ed è l’età avanzata, quando si pensa di aver ormai compiuto le esperienze più importanti e significative della nostra vita. Ma, guardandosi indietro, a debita distanza dagli avvenimenti, rimane a volte la sensazione che determinati piccoli accadimenti abbiano in realtà rappresentato delle svolte cruciali nella nostra vita, anche se in quei precisi momenti non se ne aveva la stessa impressione. Sono queste le riflessioni di Mr Stevens, e a dire il vero anche le mie. Ci si chiede come sarebbe stato se questo e quello non fosse accaduto, se altro fosse proseguito, e via discorrendo. Mr Stevens sostiene che non sia importante fare troppe congetture, ma a parlare per lui è la sua stessa dignità; anche la sua è una vita di rimpianti che tollera soffrendo in silenzio. Meraviglioso!

Ridere

RIDERE

Non più tardi di ieri avevo un pessimo stato d’animo, un malessere all’ennesima potenza. Avviene, forse per tutti, quando la concentrazione di meschinità attorno a noi va oltre una certa soglia e, poiché purtroppo sono un’empatica, cedo il mio spirito e ne ottengo questa in cambio. La mia anima comincia a soffrire, giorno dopo giorno, fino a raggiungere una vera e propria sconnessione. Sulla sconnessione dell’anima varrà la pena scriverci qualcosa, perché è una questione estremamente seria e pericolosa. Credo di aver raggiunto una delle mie peggiori giornate proprio ieri. Non ero in me stessa, non sapevo chi fossi, avrei potuto fare qualunque azione. Per meschinità non intendo mai le piccole cose, i piccoli gesti, le azioni semplici, i lavori elementari, ma solo il livello dei pensieri, dei ragionamenti, i disvalori delle persone con cui mi rapporto. Quando questa si accumula e raggiunge quel certo livello di saturazione, esplodo come un vulcano che si stia preparando da tempo. C’è di buono che poi rinsavisco e sprizzo energia da tutti i pori. Non svelo cosa ho fatto, ma questa mattina ero tutt’altra persona; ho riflettuto che, tra le cose che forse un po’ mi sono fatta mancare ultimamente, si collocano le risate a crepapelle. Quando mi mancano, vado indietro nel tempo a pescare tra i ricordi. E le trovo eccome! Ho riso a crepapelle per interi anni di liceo, in classe come fuori; ho riso a crepapelle con una cugina con cui ho trascorso vacanze on the road meravigliose (con lei sono stata male dal ridere). Ho riso a crepapelle nei primi anni di lavoro, con le colleghe. L’ho fatto fino ad alcuni anni fa con altri colleghi, inviandoci delle mail e poi chiamandoci e attaccando a ridere per ciò che avevamo scritto. Ancora oggi, quando mi incontro anche solo furtivamente con le persone con cui ho riso tanto, il sorriso che ci scambiamo non è quello che ci scambieremmo con altri. E’ d’intesa e lo sappiamo solo noi, che abbiamo condiviso un meraviglioso divertimento che non è appartenuto ad altri. Ecco, forse, qualcosa che unisce le persone. Se con uno ridi parecchio, il legame che si crea rimane.

Ed ecco un fotogramma dal film ‘Ragione e Sentimento’ di Ang Lee; L’ho appeso in casa mia da anni, perché è proprio quel tipo di leggerezza di cui ho bisogno ogni tanto, anche perché conosco bene la scena stessa del film.  Quando lo guardo, qualunque stato d’animo io abbia, rido.

Ragione e Sentimento

RAGIONE E SENTIMENTO

Dopo aver rivisto per l’ennesima volta il pregevole adattamento di Ang Lee, il migliore dal mio punto di vista (magistrali le interpretazioni), devo assolutamente scriverne. E’ uno dei miei film preferiti, come la stessa Jane Austen è una delle mie autrici preferite. Nei suoi romanzi, riesce a descrivere con maestria l’intero panorama dei tipi umani, mettendo in luce le virtù di alcuni – come il senso della lealtà e del rispetto, e le miserie di altri – come l’ipocrisia e l’opportunismo.

Marian concepisce la vita con passione e ama mostrare i propri sentimenti. Elinor applica la ragione e pesa i fatti. Marian vibra ad ogni percezione. Elinor, quando soffre, lo fa in silenzio e senza illusioni.

Marian dovrà ridimensionare la propria concezione di vita, dovrà implodere su se stessa. Elinor vedrà coronare il proprio sogno senza averlo mostrato al di fuori di sé.

Cos’è dunque l’amore? E’ passione e fremito o è ragione e misura?

Probabilmente è tutto e altro. Ma la lezione di Jane Austen è la seguente: occorre essere attenti a chi si incontra, occorre non entusiasmarsi per il primo che passa, in quanto potrebbe rivelarsi un approfittatore, un bugiardo mestierante. Chi, invece, è più discreto e più lontano da noi, chi ci osserva da lontano ed è realmente pronto a venirci in soccorso, lui è il vero amore. Jane Austen, però, rende felice quest’ultimo ed infelice l’approfittatore, in quanto – ed è una legge – chi fa del male dovrà soffrire.

Il Bardo

SHAKESPEARE

Non sarà stato una bellezza, il bardo. Ma ammetto di essere sensibile a ben altro. I suoi sonetti sono elevatissimi, intensi, malinconici, parlano di amore, di tempo passato, di rimpianto e dolore, di precarietà di tutto ciò che riguarda l’uomo è che è destinato ad essere dimenticato. Potrei innamorarmi all’istante di un bardo che mi dedicasse queste parole. Libri come questo vanno posseduti e riaperti di tanto in tanto in una pagina a caso. Ciò che vi si leggerà scalderà sempre il cuore.

Propongo qui una mia selezione dei 7 sonetti shakespeariani che più ho amato leggere, a partire dal famosissimo 116, citato da molti autori romantici.

116

Non sia mai ch’io ponga impedimenti

all’unione di anime fedeli; Amore non è Amore

se muta quando scopre un mutamento,

o tende a svanire quando l’altro s’allontana.

Oh no! Amore è un faro sempre fisso

che sovrasta la tempesta e non vacilla mai;

è la stella-guida di ogni sperduta barca,

il cui valore è sconosciuto, benché nota la distanza.

Amore non è soggetto al Tempo, pur se rosee labbra e gote

dovran cadere sotto la sua curva lama;

Amore non muta in poche ore o settimane,

ma impavido resiste al giorno estremo del giudizio.

Se questo è errore e mi sarà provato,

Io non ho mai scritto, e nessuno ha mai amato.

 

28

Come tornare, dunque, a uno stato felice

se mi è negato il bene del riposo?

Se l’oppressione del giorno non trova, di notte,

il minimo sollievo, e il giorno con la notte

e la notte col giorno si opprimono a vicenda;

anzi nemici entrambi del regno altrui si uniscono

per torturarmi, l’uno con la fatica e l’altra lamentando

la mia lontananza da te, la continua distanza.

Così, per compiacerlo, dico al giorno

quanto sei luminoso, e quanta grazia riesci a donargli

quando le nuvole offuscano il cielo; e lusingo

La notte dal volto abbrunato, che quando le stelle

Non brillano sei tu che rischiari la sera.

Ma ogni giorno il giorno prolunga le mie sofferenze,

e ogni notte la notte fa sembrare più forte questa lunga pena.

 

30

Quando alle assise del dolce, silente pensiero,

convoco la memoria di cose passate, mi duole l’assenza

di tante cose prima vagheggiate, e agli antichi dolori

aggiungo il nuovo rimpianto per aver disfatto

l’età che mi fu cara, e gli occhi non usi alle lacrime

annegano nel pianto per tutti gli amici preziosi

che la morte ha rapito nella notte eterna, e ritorno

a piangere pene d’amore da tempo scomparse, gemendo

per tanto spreco di affetti perduti.

Allora posso affliggermi per le passate afflizioni,

e di dolore in dolore con molta sofferenza ripercorrere

il triste elenco dei pianti già pianti, che sconto

come se già non li avessi scontati. Ma se in quel momento

amico diletto ti penso, ogni perdita

viene recuperata, e ogni dolore ha fine.

 

66

Stanco di tutto questo desidero la quiete della morte,

vedendo come il Merito è destinato sempre a mendicare,

e il Nulla con molte esigenze agghindato di fronzoli,

e la Fede più pura rinnegata in maniera meschina,

e gli Onori più alti spartiti con tale vergogna,

e la Virtù virginale così brutalmente corrotta,

e ingiustamente offesa la giusta Perfezione,

e la Forza fiaccata da obliqui poteri impotenti,

e le Arti che hanno la lingua legata dall’Autorità,

e la Follia che controlla l’ingegno con tono dottorale,

la Verità più leale fraintesa come fosse Ingenuità,

e il Bene che obbedisce come schiavo al Capitano Male.

Stanco di tutto questo, me ne vorrei liberare:

non fosse che morendo lascerei il mio amore da solo.

 

74

Ma tu resta sereno quando il crudele arresto

che nega ogni riscatto dovrà portarmi via;

la mia vita mantiene i suoi diritti su questa poesia

che resterà con te per sempre a mia memoria.

Quando la leggerai, potrai leggervi meglio

proprio la parte di me che ti fu consacrata.

La terra non può avere che la terra, che è quanto dovuto,

ma il mio spirito è tuo, ed è la parte migliore di me:

allora avrai perduto solamente le scorie della vita,

preda dei vermi essendo morto il corpo,

l’ignobile bottino del coltello di un povero infelice,

cosa troppo meschina per te da ricordare.

Il suo unico pregio è in quello che contiene,

ed è qui nei miei versi, e resterà con te.

 

75

Si, tu sei ai miei pensieri come alla vita il cibo,

o come dolci piovaschi alla terra quand’è primavera;

e per tua pace sostengo una lotta che è simile

a quella dell’avaro con la sua ricchezza,

che un momento è orgoglioso di goderne, ma subito dopo

teme che il tempo rapace gli rubi il suo tesoro;

ora pensando che è meglio restare da solo con te,

e poi ancora meglio

che il mondo veda tutto il mio piacere;

sazio talvolta per il banchetto della tua visione,

subito dopo affamato di un tuo solo sguardo;

possedendo o inseguendo nient’altro diletto

che quello già avuto da te, o che potrò avere.

Così di giorno in giorno languisco e mi sazio:

o divorando tutto,  o non avendo nulla per sfamarmi.

 

87

Addio, sei troppo caro perché ti possegga,

e conosci abbastanza la tua valutazione;

il documento che attesta i tuoi pregi ti affranca,

e gli impegni che avevo con te sono tutti scaduti.

Come ti tengo, infatti, se non per concessione?

E che meriti avrei per simile ricchezza?

Mi mancano i motivi per questo bel dono,

e così i miei diritti scaduti ti vengono resi.

Avevi donato te stesso, ignorando i tuoi pregi,

oppure, donandoti a me, mi avevi creduto diverso;

così questo dono prezioso, fondato sull’errore,

dopo un giudizio migliore se ne torna a casa.

Dunque ti avevo avuto come lusinga un sogno:

nel sonno come un re,

ma più niente di simile al risveglio.

OPHELIA

 

OPHELIA

Ophelia, Sir John Everett Millais, 1851, Tate Gallery

Millais era membro della confraternita dei Preraffaelliti, e dipinse questo magnifico quadro che rappresenta la morte di Ophelia, annegata nel fiume Lete dopo aver appreso dell’assassinio di suo padre per mano del suo promesso Amleto (Amleto, W. Shakespeare).

Questo il passaggio preciso dell’opera descritto dal quadro:

‘Le sue vesti, gonfiandosi sull’acqua, l’han sostenuta per un poco a galla, nel mentre ch’ella, come una sirena, cantava spunti d’antiche canzoni, come incosciente della sua sciagura o come una creatura d’altro regno e familiare con quell’elemento. Ma non per molto, perché le sue vesti appesantite dall’acqua assorbita, trascinaron la misera dal letto del suo canto a una fangosa morte’. 

Il pittore aveva effettuato intensi studi sulla natura campestre, qui ritratta magistralmente e scientificamente, per poter inserire nel quadro una serie di simboli iconografici:

Il salice piangente: l’abbandono del proprio amato

I ranuncoli: l’ingratitudine

L’ortica: il dolore

Le margherite: l’innocenza

I nontiscordardimè: il ricordo

La rosa: la bellezza e l’amore

Le violette: la morte prematura

Il papavero: la morte

Da ultimo, oltre al teschio, simbolo di morte, il pettirosso che simboleggia il martirio e un nuovo inizio.

PETTIROSSO

Ed ecco un elenco di fiori con i loro significati. Quando uno di loro ci attira identifichiamoci con quel sentimento (io amo le violette, pensate un po’…)

-ANEMONE: abbandono sentimentale

-AZALEA: aspirazione, gioia d’amare

-BEGONIA: amicizia, cordialità

-CAMELIA: fierezza, riconoscenza, piacere

-CICLAMINO: scoraggiamento, gelosia

-DALIA: novità

-FIORDALISO: delicatezza, onestà

-FIOR D’ARANCIO: pudore, purezza, generosità

-GARDENIA: amore duraturo

-GAROFANO BIANCO: costanza

-GAROFANO ROSSO: ardore, fierezza

-GAROFANO ROSA: tenerezza

-GAROFANO SCREZIATO: rifiuto

-GELSOMINO: timidezza, amabilità

-GENZIANA: tradimento

-GIACINTO: felicità, speranza, benevolenza

-GIAGGIOLO: buone notizie

-GIGLIO BIANCO: innocenza, purezza, maestà

-GIGLIO GIALLO: irrequietezza

-IRIS: fiducia, tenerezza

-LILLA’ BIANCO: amicizia amorosa, giovinezza

-LILLA’ LILLA: prima emozione

-MARGHERITA: indecisione, varietà

-MIMOSA: sicurezza

-MUGHETTO: ritorno della felicità

-MIOSOTIS: “non ti scordar di me”

-NARCISO: vanità, egoismo

-NASTURZIO: disperazione

-NINFEA: dolcezza

-ORTENSIA: civetteria, insensibilità

-ORCHIDEA: ambizione, raffinatezza

-PEONIA: presunzione

-PRIMULA: tenerezza per l’adolescenza

-ROSA BIANCA: amore timido, silenzio

-ROSA CANINA: amore poetico

-ROSA GIALLA: infedeltà, invidia

-ROSA ROSSA: passione

-TUBEROSA: voluttà

-TULIPANO: dichiarazione,amore coniugale perfetto

-VERBENA: incantesimo

-VIOLA DEL PENSIERO: ricordo costante, amicizia reciproca

-VIOLETTA: modestia, amore segreto

Stop all the clocks

CLOCK

Ci sono opere capaci di toccare le nostre corde più profonde, e sono quelle più malinconiche, che parlano di perdita. Una delle più belle poesie mai scritte sulla perdita di una persona amata è senza dubbio ‘Funeral Blues’, di Wystan Hugh Auden, poeta inglese del ‘900. Questo componimento è così bello, così intenso, così spiazzante..

Lo pubblico perché sia conosciuto e apprezzato da chi non lo conosce.

Fermate tutti gli orologi, isolate il telefono,
fate tacere il cane con un osso succulento,
chiudete i pianoforte, e tra un rullio smorzato
portate fuori il feretro, si accostino i dolenti.

Incrocino aeroplani lamentosi lassù
e scrivano sul cielo il messaggio Lui È Morto,
allacciate nastri di crespo al collo bianco dei piccioni,
i vigili si mettano guanti di tela nera.

Lui era il mio Nord, il mio Sud, il mio Est ed Ovest,
la mia settimana di lavoro e il mio riposo la domenica,
il mio mezzodì, la mezzanotte, la mia lingua, il mio canto;
pensavo che l’amore fosse eterno: e avevo torto.

Non servon più le stelle: spegnetele anche tutte;
imballate la luna, smontate pure il sole;
svuotatemi l’oceano e sradicate il bosco;
perché ormai più nulla può giovare.

Stop all the clocks, cut off the telephone,
Prevent he dog from barking with a juicy bone,
Silence the pianos and with muffled drum
Bring out the coffin, let the mourners come.

Let aeroplanes circle moaning overhead
Scribbling on the sky the message He Is Dead,
Put crêpe bows round the white necks of the public doves, 
Let the traffic policemen wear black cotton gloves.

He was my North, my South, my East and West,
My working week and my Sunday rest,
My noon, my midnight, my talk, my song;
I thought that love would last for ever: I was wrong.

The stars are not wanted now: put out every one;
Pack up the moon and dismantle the sun;
Pour away the ocean and sweep up the wood;
For nothing now can ever come to any good.

Quell’uomo, forse l’amore di Auden, era per lui tutto (il mio Nord, il mio Sud, ecc.), e con la sua morte nulla ha più senso: gli oceani, quindi, possono essere svuotati, le stelle spente, la luna può essere tolta. Tutto si fermi per questo, tutto smetta di essere, perché nulla potrà più essere.

‘pensavo che l’amore fosse eterno: e avevo torto’. I due punti, tra la prima e la seconda frase, determinano una pausa amara. Si percepisce la disperazione di chi è sopravvissuto con questo enorme dolore.

DAVVERO MAGNIFICA.

P.B. SHELLEY

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P.B. SHELLEY  (1792-1822)

Di questo grande poeta romantico inglese, amico di John Keats e Lord Byron, marito di Mary Shelley (autrice di Frankenstein) e morto prematuramente all’età di trent’anni, ho letto alcune poesie rimanendone colpita. Ecco un esempio.

Ti amerei.

Ti amerei nel vento

Sotto il cielo terso in primavera

Tra la dolcezza delle rose.

Ti amerei nel canto degli uccelli All’ombra della vegetazione

Sulle pietra calda e nuda

Sotto il solo bruciante,

Nella frescura dell’erba

E con il canto degli insetti.

Ti amerei il giorno e la notte,

Nella calma e nella tempesta

Sotto le stelle che brillano

Sotto la rugiada della notte

E la mattina all’alba

Con il sorriso e con le lacrima,

Ti amerei con tutte le mie forze.

Mi accade a volte, conoscendo una persona o sentendone parlare, o leggendo una storia o una poesia, di percepire alcune vibrazioni che mi allineano a lei. Così, indago un po’ nella sua vita e in questo caso ho approfondito la biografia di Shelley. Ho scoperto che è stato un difensore del vegetarianismo e ha scritto diversi saggi sul tema. Nella sua opera Sul sistema della dieta vegetariana, Shelley scrisse il seguente passaggio:

«Il macello d’innocui animali non può mancare di produrre molto di quello spirito d’insana e spaventevole esultanza per la vittoria acquistata a prezzo del massacro di centomila uomini. Se l’uso del cibo animale sovverte la quiete del consorzio umano, quanto è indesiderabile l’ingiustizia e la barbarie esercitata verso queste povere vittime! Esse sono chiamate a vivere dall’artificio umano solo allo scopo di vivere una breve e infelice esistenza di malattia e schiavitù, perché il loro corpo sia mutilato e violati i loro affetti. Molto meglio che un essere capace di sentimenti non sia mai esistito, piuttosto che sia vissuto soltanto per sopportare una dolorosa esistenza senza sollievo alcuno.»  

Trovata la ragione delle vibrazioni percepite, mi acquieto. Comprendo, ancora una volta, che pensieri e intenzioni simili attirano esseri simili, anche se appartenenti a secoli differenti.