Disuguaglianza

ORIGINE DELLA DISUGUAGLIANZA

‘Il primo che, avendo cintato un terreno, pensò di dire “questo è mio” e trovò delle persone abbastanza stupide da credergli, fu il vero fondatore della società civile. Quanti delitti, quante guerre, quanti assassinii, quante miserie ed errori avrebbe risparmiato al genere umano chi, strappando i piuoli o colmando il fossato, avesse gridato ai suoi simili: “Guardatevi dal dare ascolto a questo impostore! Se dimenticate che i frutti sono di tutti e la terra non è di nessuno, siete perduti’!

Così ha inizio la seconda parte dell’opera di J.J. Rousseau Origine della disuguaglianza. Per Rousseau, la disuguaglianza non è un fatto naturale, bensì è indotto dalla civiltà dell’uomo. L’uomo di natura, che non coincide con il selvaggio, è il perfetto equilibrio tra i bisogni e le risorse di cui dispone. In pratica, ai bisogni minimi provvede la natura e, dunque, essi sono facili da soddisfare. In questa condizione, l’uomo desidera solo ciò che possiede e vive in un eterno presente. Nello stato di natura ciascuno basta a se stesso e i contatti con i propri simili sono soltanto sporadici.

Fu quando l’uomo fece le prime scoperte e divenne pescatore e cacciatore, che cominciò a unirsi con i suoi simili in libere associazioni. Questo passaggio implicò la nascita dell’impegno reciproco, che portò successivamente alla costituzione della famiglia e di altre forme di aggregazione.

Ecco altri passaggi dell’opera:

‘Non appena gli uomini ebbero cominciato a stimarsi a vicenda e si fu formata nella loro mente l’idea di stima, ognuno pretese di avervi diritto, e a nessuno fu più possibile farne a meno impunemente (…). Da ciò derivarono i primi doveri della civiltà; ne derivò che ogni torto volontario divenne un oltraggio, perché insieme al male derivante dall’ingiuria l’offeso vi scorgeva il disprezzo per la sua persona, spesso più insopportabile dello stesso male. Così, poiché ognuno puniva il disprezzo che gli era stato testimoniato in proporzione della stima che aveva di se stesso, le vendette divennero terribili e gli uomini sanguinari e crudeli’.

‘Dal momento in cui un uomo ebbe bisogno dell’aiuto dell’altro, l’uguaglianza scomparve. Si introdusse la proprietà, il lavoro divenne necessario e le vaste foreste si cambiarono in ridenti campagne che bisognò innaffiare col sudore degli uomini e nelle quali presto si videro germogliare e crescere con le messi la schiavitù e la miseria’.

Insieme con la proprietà si consolidò in maniera definitiva anche la disuguaglianza morale e politica, affermando la prima grande distinzione tra ricchi e poveri. Infine, con lo sviluppo di tutte le facoltà dell’uomo, quali la ricchezza, la bellezza, l’intelligenza, la forza, l’astuzia, ‘ben presto fu necessario o averle o simularle. Per il proprio tornaconto fu necessario mostrarsi diversi da quello che si era effettivamente – essere e parere divennero due cose affatto diverse, e da questa diversità ebbero origine il fato che getta fumo negli occhi, l’astuzia che inganna e tutti i vizi che li accompagnano. D’altro lato l’uomo, da libero e indipendente che era prima, eccolo, a causa di una quantità di nuovi bisogni, asservito per così dire a tutta la natura, e soprattutto ai suoi simili, di cui in un certo senso diventa schiavo anche quando ne diviene il padrone: se è ricco, ha bisogno dei loro servizi; se è povero, ha bisogno del loro soccorso’.

‘E infine l’ambizione divorante, l’intenso desiderio di elevare la propria condizione (non tanto per un vero bisogno quanto per mettersi al di sopra degli altri), ispira a tutti gli uomini una triste inclinazione a nuocersi a vicenda, una segreta gelosia tanto più dannosa in quanto, per agire con più sicurezza, si mette spesso la maschera della benevolenza (…) e sempre il desiderio nascosto di fare il proprio vantaggio a danno degli altri’.

‘I ricchi, dal canto loro, non appena conobbero il piacere di dominare, disprezzarono tutti gli altri e, servendosi degli schiavi che avevano già per sottometterne dei nuovi, non pensarono che a soggiogare e asservire i loro vicini, simili a quei lupi affamati che, avendo una volta gustato la carne umana, sdegnano qualunque altro nutrimento e vogliono soltanto divorare uomini’.

‘Ignorate dunque che una moltitudine di vostri fratelli perisce o soffre per la mancanza di ciò che voi avete di troppo e che vi sarebbe occorso un consenso esplicito e unanime di tutto il genere umano per appropriarvi tutto ciò che dei mezzi di sussistenza comune sorpassa la vostra sussistenza? I ricchi stimano le cose di cui fruiscono soltanto nella misura che gli altri ne sono privi, e che, senza cambiare di stato, cesserebbero di essere felici se il popolo cessasse di essere miserabile’.

‘Per legge di natura, il padre non è il padrone del figlio se non per il tempo che a quest’ultimo è necessario il suo aiuto, e dopo questo termine essi divengono uguali e allora il figlio, del tutto indipendente dal padre, gli deve, si, rispetto, ma non obbedienza, poiché la riconoscenza è certo un dovere cui bisogna adempiere, ma non un diritto che si possa esigere. I beni del padre sono i legami che trattengono i figli alle sue dipendenze, ed egli non può far loro parte della sua eredità se non in proporzione alla continua deferenza alle sue volontà. I sudditi, invece, appartengono al despota con tutto ciò che possiedono, e sono ridotti a ricevere come una grazia ciò che egli lascia loro, così che il despota fa giustizia quando li spoglia e fa grazia quando li lascia vivere. La sommossa è quindi un atto giuridico: la sola forza lo teneva in piedi, la sola forza lo rovescia’.

Infine, quest’ultima chicca:

‘L’uomo selvaggio e l’uomo incivilito differiscono talmente nel fondo del cuore e nelle inclinazioni, che quello che costituisce la felicità suprema dell’uno riduce l’altro alla disperazione. Il primo non desidera altro che quiete e libertà; invece, il cittadino è sempre attivo, suda, si agita, si tormenta, lavora fino a morire, e anzi corre alla morte per mettersi in condizioni di vivere; fa la corte ai potenti che odia e ai ricchi che disprezza, non bada a spese per ottenere l’onore di servirli, si vanta con orgoglio della sua bassezza e della loro protezione: e, fiero della sua schiavitù, parla con disprezzo di quelli che non hanno l’onore di condividerla. E questa è, difatto, la vera causa di tutte queste differenze: che il selvaggio vive in se stesso, mentre l’uomo socievole, sempre fuori di sé, invece sa vivere soltanto nell’opinione degli altri, ed è, è, per così dire, soltanto dal loro giudizio ch’egli trae il sentimento della propria esistenza’.

Sacrificio

AGNELLO

Io credo davvero che se ne possa fare a meno. Si può evitare, anzi lo si deve, di partecipare alla mattanza di agnelli perché la religione delle nostre radici lo richiede, considerato il fatto che la carne di agnello è cibo anche per i molti che non conoscono una sola parola del Vecchio o del Nuovo Testamento. L’agnello, che simboleggia la mitezza, l’accettazione, la rassegnazione, come fu quella di Cristo. Ma dobbiamo anche far pace con la nostra coscienza, e interrogarci su cosa ci sia dietro a delle costolette. A quanto orrore e sofferenza indotta a quelle povere creature; se solo il popolino mangiatore di carne di agnello le conoscesse, probabilmente smetterebbe di acquistarne. O forse nemmeno, dato che qualcuno mi ha risposto che è tradizione, quindi si ‘deve’ mangiare. Deve? Beh, io non devo nulla se questo mi fa star male. Rispondo che ci sono due modi di intendere la religione, ovvero su un piano letterale o su un piano simbolico, analogico. Quest’ultimo, il piano esoterico, ti insegna ad andare a fondo alle questioni, agli insegnamenti; ti dice che ogni gesto, ogni parola, ogni segno, ha un significato profondo da ricercare. Gesù ha sacrificato se stesso, non un agnello. E per quanto io non ami il termine sacrificio, penso proprio che è nel sacrificio di sé che può trovarsi una liberazione, una felicità, non nella violenza perpetrata ai danni del prossimo. Chi sostiene che tutto sia tradizione, invece, intende la religione come un ottuso intenderebbe la letteratura: una sequenza di parole e niente più. Dunque, si ferma alla superficie delle cose e, trascurandone ogni significato più alto, ottiene proprio di danneggiare la propria anima, poiché la lettera può uccidere la coscienza. Poveri agnelli, e poveretti tutti.

Starci vicino

Ognuno di noi viene influenzato dagli altri, dal loro comportamento, dalla loro generosità o dal loro egoismo, dal loro modello. Veniamo forgiati un colpo alla volta come le martellate di un fabbro su di un pezzo di ferro rovente e informe, da cui ricavare un ferro di cavallo perché così il fabbro ha deciso. Se le persone di riferimento sono persone che hanno a cuore solo se stesse, che non sanno amare o amano in maniera errata, che dominano e manipolano, noi stessi lo diventeremo e ne saremo vittime. Un giorno, vedendo dei comportamenti immaturi ed egoisti in una persona di una certa età che ho frequentato per un periodo, quell’età che andrebbe raggiunta con pieno equilibrio e sapienza, dissi che, se si comportava così, non doveva aver avuto grandi persone accanto a sé nel corso della sua vita. Il fatto è che sono convinta di questo: noi siamo in larga misura ciò che deriva da coloro con cui ci siamo accompagnati nella vita, siano essi splendidi o pessimi esempi. Ad eccezione delle figure accudenti, che subiamo per definizione, per il resto sta a noi tenere alta l’asticella della qualità di chi frequentare, e questo non vale solo per conoscenze e amicizie, ma soprattutto per i lunghi rapporti. Ho visto uomini, conosciuti da ragazzi e dotati di enorme talento, dialettica, intelligenza, sogni, sposarsi con la donna sbagliata e trasformarsi di anno in anno facendo un mestiere che non era il loro, abbandonando sogni e ambizioni, restando a casa perché la moglie non voleva uscire, non viaggiare più perché per la stessa moglie le vacanze erano solo al paese, non leggere più per non sapere con chi parlarne, indebitarsi per l’incapacità di tenere alto il tenore di vita imposto, cominciare a bere: prima un goccio, poi una bottiglia, poi cadere dalle gambe, essere additato dalla stessa moglie come uomo debole e privo di qualità. L’esempio che descrivo è una storia vera, un mio amico che non frequento più ma che ho molto a cuore e di cui ho sempre notizie. I suoi amici, falsi amici, lo deridono. Ma non sanno chi era quella persona, mentre io si. Ci trovavamo a chiacchierare molto ed era maledettamente in gamba, una parlantina che nemmeno i migliori politici dell’epoca, una risata coinvolgente, un’ironia che appartiene solo alle grandi teste. Così molti altri casi. Se siamo sposati a persone apparentemente giuste ma che non ci permettono di seguire la nostra via, esteriormente sembreremo sempre gli stessi ma, interiormente, laggiù in fondo dove noi solo sappiamo cosa c’era sin dall’inizio, qualcosa comincia a marcire. Giorno dopo giorno, fino a toglierci la forza di rendercene conto, fino a farci credere il contrario, fino ad impedirci di intervenire mettendoci in salvo.

A proposito di famiglia, se c’è una definizione che conio non ha nulla a che vedere con figli e modello sociale, ma è ‘un nucleo di persone che, in un percorso comune, si ritrovano alla fine migliorate rispetto a come erano all’inizio’. Potendo tirare le somme, sentono di essere davvero migliori, più profonde, più libere nel pensiero e nell’anima, più aperte nella mentalità, libere da pregiudizi avendo potuto riflettere su molte cose, comprenderle, sperimentarle. Sentono di non aver buttato via la vita. Se c’è una definizione di famiglia, quindi, che avrebbe senso di dare e quella che andrebbe data solo a fine corsa. E’ in quel momento che mi sentirò di poter dire se per me, per noi, siamo stati una famiglia, ed è se io, come gli altri, abbiamo potuto essere noi stessi senza mai ricorrere alla menzogna. Senza mai dover indossare una maschera. Molte tra quelle che oggi vengono definite famiglie politicamente corrette, si frantumerebbero contro gli scogli della loro ipocrisia, i loro membri verrebbero disconosciuti e puniti per aver vissuto l’uno sacrificando l’altro.

E dunque: le colpe di una persona cattiva sono da ricercare in chi le è stato vicino.

Reificazione

Femminicidio: violenza psicologica, fisica, uccisione di una donna per mano di un uomo per senso di dominio; omofobia: soprusi e violenza fisica o verbale verso un omosessuale; bullismo: azione di un singolo o di un branco verso un altro soggetto in stato di inferiorità fisica o psicologica; razzismo, antisemitismo e via discorrendo. La matrice, però, è una: il desiderio di dominare sull’altro sentendosi superiori ad esso, migliori, più potenti, più giusti; avere la ferma convinzione dell’inferiorità altrui al punto tale da potersi permettere qualunque cosa nei suoi confronti, non vedendolo nemmeno come persona.

Personalmente, anziché fare ottomila leggi (tutte lacunose) su ogni singolo argomento, inserirei il reato di reificazione dell’altro, partendo dalla definizione che ne diede Marx (il divenire una ‘cosa’). E di attentato alla dignità di chiunque esso sia.

Nessun soggetto e nessun popolo è per sua natura subordinato ad un altro né può essere sottoposto ad alcun dominio fisico, verbale, culturale, ad alcuna forma di schiavitù o di sfruttamento; nessun soggetto può essere offeso o deriso in alcun modo né può essere ritenuto inferiore ad un altro.

La estenderei anche al mondo animale. Nessun essere senziente può essere considerato un oggetto, dunque non può essere venduto né acquistato. Non può essere sfruttato né ridotto in schiavitù.

Nessuno appartiene a un altro e nessuno vanta un diritto di possesso, di confronto, di categorizzazione, di classificazione gerarchica.

Fine della legge.

Ridere

RIDERE

Non più tardi di ieri avevo un pessimo stato d’animo, un malessere all’ennesima potenza. Avviene, forse per tutti, quando la concentrazione di meschinità attorno a noi va oltre una certa soglia e, poiché purtroppo sono un’empatica, cedo il mio spirito e ne ottengo questa in cambio. La mia anima comincia a soffrire, giorno dopo giorno, fino a raggiungere una vera e propria sconnessione. Sulla sconnessione dell’anima varrà la pena scriverci qualcosa, perché è una questione estremamente seria e pericolosa. Credo di aver raggiunto una delle mie peggiori giornate proprio ieri. Non ero in me stessa, non sapevo chi fossi, avrei potuto fare qualunque azione. Per meschinità non intendo mai le piccole cose, i piccoli gesti, le azioni semplici, i lavori elementari, ma solo il livello dei pensieri, dei ragionamenti, i disvalori delle persone con cui mi rapporto. Quando questa si accumula e raggiunge quel certo livello di saturazione, esplodo come un vulcano che si stia preparando da tempo. C’è di buono che poi rinsavisco e sprizzo energia da tutti i pori. Non svelo cosa ho fatto, ma questa mattina ero tutt’altra persona; ho riflettuto che, tra le cose che forse un po’ mi sono fatta mancare ultimamente, si collocano le risate a crepapelle. Quando mi mancano, vado indietro nel tempo a pescare tra i ricordi. E le trovo eccome! Ho riso a crepapelle per interi anni di liceo, in classe come fuori; ho riso a crepapelle con una cugina con cui ho trascorso vacanze on the road meravigliose (con lei sono stata male dal ridere). Ho riso a crepapelle nei primi anni di lavoro, con le colleghe. L’ho fatto fino ad alcuni anni fa con altri colleghi, inviandoci delle mail e poi chiamandoci e attaccando a ridere per ciò che avevamo scritto. Ancora oggi, quando mi incontro anche solo furtivamente con le persone con cui ho riso tanto, il sorriso che ci scambiamo non è quello che ci scambieremmo con altri. E’ d’intesa e lo sappiamo solo noi, che abbiamo condiviso un meraviglioso divertimento che non è appartenuto ad altri. Ecco, forse, qualcosa che unisce le persone. Se con uno ridi parecchio, il legame che si crea rimane.

Ed ecco un fotogramma dal film ‘Ragione e Sentimento’ di Ang Lee; L’ho appeso in casa mia da anni, perché è proprio quel tipo di leggerezza di cui ho bisogno ogni tanto, anche perché conosco bene la scena stessa del film.  Quando lo guardo, qualunque stato d’animo io abbia, rido.

Certificazione etica

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Secondo molti allevatori di animali da pelliccia, fornitori di grandi marchi quali, ad es., Max Mara, Woolrich, Moncler e Loro Piana, gli animali sono trattati correttamente e le produzioni garantite da certificazioni etiche. Premesso che se io fossi la proprietaria di una di queste aziende volerei in Finlandia personalmente più volte per verificare di persona cosa venga fatto a quei poveri animali; premesso che l’ultima cosa che farei è di fidarmi di chiunque mi assicuri una qualunque cosa, evitando così di dover rilasciare dei comunicati stampa ipocriti in cui dire che ero all’oscuro di tutto (nel 2019, con tutta l’informazione circolante? Dunque sono anche cretini, oltre che assassini?). Premesso questo, la produzione etica di pellicce non può ovviamente esistere, è un ossimoro. Non si tratta di lana che può essere tosata, è pelo che viene strappato alle volpi, ai visoni, ai procioni dopo che li si è allevati contro la loro stessa natura per renderli oggetti ad uso, guarda un po’, dell’uomo. Nel servizio di Report andato in onda lunedì scorso e tutt’ora disponibile in rete, si sono mostrati i metodi di allevamento ed uccisione di quegli animali, compreso lo squoiamento di animali ancora vivi, che si rialzano sulle proprie zampe e guardano la telecamera cercando la pietà di chi li sta osservando. Una scena che farebbe star male chiunque.

E’ questo che vogliamo essere? E’ questo che vogliamo per noi, oltre che per gli altri? Siamo sicuri di non poterne fare a meno?

Sono pratiche violentissime che rendono noi stessi vittime, in quanto abbassa la nostra capacità di provare compassione rendendoci automi privi di coscienza.

In diversi paesi europei la produzione di pellicce è già stata vietata, mentre in Italia, benché l’85,5% dei cittadini sia favorevole al suo divieto, una proposta di Legge giace in Parlamento dove, evidentemente, non hanno tempo per occuparsi di questo.

Ci stiamo dando da fare, però, e sono certa che ci riusciremo. Nel frattempo, prima di comprare pellicce o capi con inserti, o oggetti, dovemmo avere il fegato di guardare negli occhi quel procione e poi di entrare in negozio e di sentirci più eleganti.

Leggere Thoreau

THOREAU

Avevo già letto Walden. Vita nel bosco, in cui Thoreau racconta, giorno per giorno, i due anni trascorsi in solitudine nel bosco, attraverso l’osservazione della natura, degli alberi, dei fenomeni atmosferici. Una bibbia ecologista. Mi era piaciuto già molto, perché vi avevo trovato quello spirito di riconnessione alla natura a me tanto caro, ad un vivere ancestrale. Anche lui, compreso più tardi ma non del tutto alla sua epoca, era scappato dalla civiltà che temeva, per ritrovare se stesso.

Ho poi letto altre sue opere e le pagine del suo diario, e subito ho sentito, in quelle parole, in quel preciso modo di cogliere le cose, di accorgersi del mistero della natura, di rapportarlo all’uomo, delle forti vibrazioni. Ho sentito che i suoi scritti erano per me, per quelli come me, che hanno un certo tipo di sensibilità romantica, che piangono per un albero abbattuto come per un animale ucciso, che parlano ad essi, li accarezzano, li ringraziano. Ho sentito che quel tipo di sensibilità è di pochi ma non di nessuno, e quei pochi vengono uniti da un legame indissolubile a dispetto delle epoche e delle reciproche esistenze. Non cerco, in una persona, un dato mestiere o una certa provenienza, non mi importa che macchina abbia o che abiti porti, mentre cerco questo tipo di sensibilità. Se la percepisco, quella persona entra nella mia vita e vi rimane. Un giorno scriverò sul sistema scuola, dal mio punto di vista da radere totalmente al suolo e da rifondare su altri presupposti, e Thoreau è uno di quegli autori che vi inserirei.

 

Da ‘I boschi del Maine

‘Strano che così poche persone vengano nei boschi a vedere come il pino vive e cresce sempre più in alto, sollevando le sue braccia sempreverdi alla luce – a vedere la sua perfetta riuscita; i più invece si accontentano di guardarlo sotto forma delle tante ampie tavole portate al mercato, e considerano quello il suo vero destino. Ma il pino non è legname più di quanto lo sia l’uomo, ed essere trasformato in assi e case non è il suo impiego autentico e più elevato, non più di quanto lo sia per l’uomo essere abbattuto e trasformato in letame. C’è una legge più alta che riguarda il nostro rapporto con i pini quanto quello con gli uomini. Un pino abbattuto, un pino morto, non è un pino più di quanto le spoglie di un defunto siano un uomo. Si può dire che colui che ha scoperto solo alcuni dei pregi dell’osso di balena e dell’olio di balena abbia scoperto il vero scopo della balena? O che colui che abbatte l’elefante per l’avorio abbia “visto l’elefante”? Questi sono utilizzi meschini e accidentali, proprio come se una razza più forte ci uccidesse allo scopo di fare bottoni e pifferi con le nostre ossa; perché ogni cosa può servire uno scopo più vile oltre che uno più elevato. Ogni creatura è migliore da viva che da morta, uomini e alci e alberi di pino, e colui che lo comprende appieno preferirà conservarne la vita che distruggerla.
E’ il boscaiolo, allora, a essere amico e amante del pino, a stargli più vicino di chiunque e a comprendere meglio la sua natura? E’ il conciatore che gli ha tolto la corteccia, o chi ne ha ricavato la trementina, a entrare nelle fiabe dei posteri come colui che alla fine venne tramutato in un pino? No! No! E’ il poeta; è colui che fa del pino l’uso più sincero, che non lo accarezza con un’ascia né lo solletica con una sega, che sa se il suo cuore è falso senza inciderlo, che non ha comprato la licenza di abbattimento dall’amministrazione cittadina. Tutti i pini rabbrividiscono ed emettono un sospiro quando quell’uomo mette piede nella foresta. No, è il poeta, che li ama come la propria ombra nell’aria e li lascia in piedi. Sono stato in segheria, e in falegnameria, e in conceria, e alla fabbrica di nerofumo e alla raccolta della trementina; ma quando da lontano ho visto le cime dei pini ondeggiare e riflettere la luce al di sopra del resto della foresta, mi sono reso conto che non è quello citato l’uso più elevato del pino. Non sono i suoi ossi o la sua pelle o il suo grasso che amo di più. E’ lo spirito vivente dell’albero, non lo spirito della trementina, con cui sono solidale e che guarisce i miei tagli. E’ immortale quanto lo sono io, e forse andrà altrettanto in alto in paradiso, dove ancora svetterà sopra di me’.

Diario, 24 gennaio 1856

‘Trovo che nella mia idea di villaggio l’olmo si è fatto più strada dell’essere umano. Hanno lo stesso valore di molte circoscrizioni elettorali. Costituiscono essi stessi una circoscrizione. Il povero rappresentante umano del suo partito, mandato fuori dalla loro ombra, non comunicherà la decima parte della dignità, dell’autentica nobiltà e ampiezza di vedute, della solidità e indipendenza e della serena benevolenza che essi comunicano. Guardano da una municipalità all’altra. Un frammento della loro corteccia vale la schiena di tutti i politici dell’Unione. In un loro ampio senso, sono antischiavisti. Mandano le loro radici a nord e a sud, a est e a ovest nel Kansas e nella Carolina in barba ai conservatori, che non sospettano tali ferrovie sotterranee; migliorano il sottosuolo che essi non hanno mai smosso, e per una distanza di molto superiore alla loro altezza, se sostenere i loro principi lo richiede. Combattono con le tempeste di un secolo. Guarda quante cicatrici portano, quanti arti hanno perduto prima che noi nascessimo! Eppure non si ritirano mai; votano con costanza per i loro principi, e mandano le loro radici sempre più lontano dal medesimo centro. Muoiono al posto loro assegnato, lasciando un fusto durissimo per chi lo taglierà, e un ceppo che funge da monumento. Non partecipano a nessun congresso, non scendono a compromessi, non hanno bisogno di una linea politica. L’unico principio che hanno è la crescita (…) Non si trasformano da radicali in conservatori, come gli uomini (…)

Costituzioni

MONTAGNE TIBET

Nella Dichiarazione di Indipendenza degli Stati Uniti (4 luglio 1776) vi è questo passaggio che desta grande attrazione:

‘Noi riteniamo che sono per se stesse evidenti queste verità: che tutti gli uomini sono creati eguali; che essi sono dal Creatore dotati di certi inalienabili diritti, che tra questi diritti sono la Vita, la Libertà, e il perseguimento della Felicità; che per garantire questi diritti sono istituiti tra gli uomini governi che derivano i loro giusti poteri dal consenso dei governanti’. 

Chissà cosa intendevano per felicità; di certo non ciò che ne è poi scaturito, dato che la civiltà statunitense/anglosassone ha inteso raggiungere la felicità personale a discapito del pianeta intero. Nemmeno mi risulta sia una società particolarmente felice, tutt’altro. Ho curiosato un po’ di Costituzioni europee e non solo, notando come nelle altre non si parli di felicità o benessere, in linea di massima, ma di diritti. Come se, in qualche modo, la legge possa darci tutto ciò di cui abbiamo bisogno. La dignità e i pari diritti non sono sufficienti per rendere felice un popolo, ne’ può renderlo un’intera Costituzione. Non c’è Costituzione che non sostenga che gli uomini nascono e restano liberi (e non è vero), che hanno pari dignità (e non è vero), che il suo scopo è di tutelare i valori sommi della giustizia e dell’uguaglianza. Mai come in quest’epoca, invece, si assiste ad enormi disuguaglianze, sia all’interno del singolo Stato che tra Stati che hanno simili Costituzioni. Mentre le Costituzioni di altri Paesi esordiscono così, tutte similmente, la Recpubblica Italiana si fonda sul lavoro (Art. 1), ed io non ho mai compreso cosa significhi. In ogni caso, non desidero si fondi sul mio.

Se la Costituzione fosse una raccolta dei nostri valori, allora dovremmo smetterla, ad esempio,  di produrre ed esportare armi pesanti, visto che ‘L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla liberta` degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali (art. 11).’

Ipocrisia.

Poi ho letto la Costituzione del Tibet, nel cui articolo 1 si definisce il Dalai Lama “Protettore e Simbolo del Tibet e del popolo Tibetano”. L’articolo afferma che il Dalai Lama dovrà esprimere il proprio parere e dare il proprio sostegno in materia di protezione e promozione del benessere fisico, spirituale, etico e culturale del popolo tibetano.

E ancora, Articolo 7: Il futuro Tibet sarà una zona di pace e si sforzerà di sganciarsi dalla produzione di tutte le armi distruttive, comprese quelle nucleari e chimiche; e, attualmente, i tibetani in esilio si asterranno da ogni guerra come mezzo per raggiungere l’obiettivo comune del Tibet, o per qualsiasi altro scopo.

Di fronte a questa, le nostre appaiono ridicole, perché si muovono su un piano decisamente più basso. Tutte.

Ecco perché acquisterò la bandiera tibetana e la esporrò, perché è un popolo unico da me preso come modello e che intendo sostenere nella sua battaglia. E’ un popolo meraviglioso, che dovremmo tutti conoscere e imitare nei sentimenti e nell’umiltà, che lo pongono ad un piano più elevato, come dall’altezza di quelle montagne.

Karma

Mi è capitato in passato di subire dei torti e delle cattiverie e, presa dalla rabbia, avevo invocato le peggiori cose in direzione di chi me le aveva fatte. Ciò che era accaduto loro successivamente, era stato così immediato e così pesante che ho pensato di non doverlo più fare. Non volevo, in fondo, avere questo genere di responsabilità, soprattutto nello stabilire ‘cosa’ e ‘quanto’ dovesse accadere, forse non ero nemmeno certa di volerlo. Oggi, mi è capitato un episodio simile. Avevo avuto un gesto di preoccupazione verso una persona con la quale c’era un rapporto di amicizia, un gesto di considerazione e di attenzione motivato dalle più nobili intenzioni, e in tutta risposta questa persona mi ha inviato una risposta offensiva piena di rancore. Sono rimasta attonita e molto dispiaciuta. Fino ad alcuni anni fa, di fronte ad una tale risposta sarei entrata nell’apparecchio telefonico per uscire dall’altra parte e tirare due sberle a un tale essere. Lo avrei aggredito con tutta la mia dialettica per stenderlo mortalmente, me lo sarei mangiato vivo.  Ora no. Se c’è una cosa che ho imparato o sto imparando è che tutto questo non serve. Ciò che conta è l’intenzione che avevi; se sai di esserti comportata correttamente nell’episodio con quella persona, ma sei stata trattata così, avverrà presto qualcosa che metterà le cose a posto. Qualcuno legge nel tuo cuore e non puoi mentire. Nessuno può fare del male ad un altro gratuitamente, dovrà pagare un prezzo e verrà toccato proprio in ciò che gli darà più fastidio. L’ho visto capitare ormai a molti e avviene nel giro di poco tempo, direi sin dai primi giorni o mesi successivi. Se erano capetti che trattavano male le persone, cadranno dalla loro posizione e verranno trattati male da quello sopra. Se era una persona particolarmente attenta alla propria immagine sociale, otterrà che nessuno lo considererà più e verrà allontanato e ritenuto insignificante (non cito a caso, ma proprio ciò a cui ho assistito). E’ una forma di riequilibrio di forze che non può essere arrestato e che viene innescato proprio da loro, dalla loro cattiveria. Mentre si sentono forti, non sanno di aver premuto quel tasto che non andava premuto, e il processo si innesca. Basta tenerli d’occhio e li si vedrà cadere nel giro di poco, in ambito professionale come personale.

“Se è la sofferenza che temi, se è la sofferenza

ciò che detesti, non compiere mai azioni cattive,

perché tutto si vede per quanto segreto.

Persino un volo nell’aria non ti può liberare dalla sofferenza

dopo che l’azione cattiva è stata commessa.

Non nel cielo, né nel mezzo dell’oceano,

né se ti nascondessi nelle crepe delle montagne,

un angolo riusciresti a trovare in questa

terra tutta, dove il karma il colpevole non raggiungerebbe.

Ma se vedi il male che altri ti fanno

e se sentitamente tu disapprovi,

stai attento a non fare al medesimo modo,

perché le azioni delle persone con esse rimangono.

Quelli che imbrogliano negli affari,

quelli che contro il Dharma agiscono,

quelli che frodano, quelli che truffano,

se stessi gettano in un gorgo,

perché le azioni delle persone con esse rimangono.

Qualsivoglia azione possa un individuo

compiere,

siano esse di gioia portatrici, siano esse cattive,

un’eredità per lui costituiscono,

le azioni non svaniscono senza lasciar traccia. (…)

Un’azione cattiva non necessariamente causa subito a chi l’ha compiuta

un qualche guaio.

Essa nascostamente allo stolto superficiale

si accompagna,

proprio come un fuoco che giace sotto la cenere.

Proprio come una lama appena forgiata,

l’azione cattiva nell’immediato non provoca alcuna ferita.

Proprio il ferro produce la ruggine

che lentamente di certo lo consumerà.

Colui che il male compie,

dalle sue stesse azioni è portato

a una vita di sofferenza”.

Dharmapada

Progresso

Allora: c’è questo tizio che va in giro per tutt’Italia a parlare di progresso. Ha un sito, ovviamente, dove lui appare in posa, abbronzatino, pettinatino, come un bravo scolaretto coach.

Inutile dire che per progresso lui intenda esclusivamente il progresso dell’uomo, neanche da chiedercelo; la sua idea sta tutta nell’intelligenza artificiale che, dal suo punto di vista, dovrebbe impiantare la nostra. Peccato che sia pensata da noi, ovvero dall’uomo che non è l’essere più intelligente del Pianeta e neanche il più bravo nel processo evolutivo, anzi su questo è l’ultimo in ordine. Questo tizio abbronzatino forse non lo sa, e purtroppo non lo sanno nemmeno tutti quelli che vanno ad ascoltarlo, altrimenti lo seppellirebbero di pomodori. Parla poi di tecnologia. Noi pensiamo sempre che la tecnologia risolverà dei problemi; in realtà, noi creiamo i problemi e poi inventiamo una tecnologia che risolva i problemi da noi stessi creati. Questa è stupidità, non intelligenza, e di certo non è progresso. Ci sono molti studi che attestano come l’intelligenza dell’uomo stia progressivamente diminuendo, ne hanno parlato anche in una recente puntata di Presa Diretta. L’abbronzatino non lo sa perché non ha come scopo quello di effettuare un reale approfondimento, ma piuttosto quello di mettere in mostra il suo ego (abbronzato).

Parla ovviamente di telefonia, inneggiando a tutte le nuove aggiunte dell’ultimo modello, annunciandole come lo scoop del secolo: doppia camera, riconoscimento del volto, display olografici, ecc. Si esalta, il tizio, perchè anche solo parlandone ha delle esperienze extracorporee in uno stato di trance.

L’abbronzatino in posa conosce l’intelligenza delle piante? Conosce i cicli evolutivi del pianeta e quali misteri vi sono ancora celati? E’ in grado di dirci dove sta andando non la telefonia (che dal mio punto di vista dovrebbe scomparire dalla faccia della terra insieme a tutti gli abbronzatini) ma l’Umanità intera? Che domande è abituato a farsi? E che domande si fanno quelli che vanno pure ad ascoltarlo?

L’ho sentito una volta al telefono, questo tizio. Può darsi che ci incontreremo e, se sarà così, intendo scardinargli completamente l’intero suo pensiero. Queste persone diffondono stupidità.