Deep Adaptation

Nel suo ‘Occasional Paper’ (Studio scientifico) del luglio 2018, il Professor Jem Bendell, docente dell’Università di Cumbria nel Regno Unito, sostiene che entro 10 anni avverrà un collasso sociale determinato dalla tragedia climatica. A tale studio, intitolato ‘Adattamento profondo: una mappa per affrontare la tragedia climatica’, i revisori del SAMP, Sustainability Accounting Corporate Citizenship, hanno negato la pubblicazione su riviste scientifiche, a meno di intervenite sul testo per negare tale affermazione per non scoraggiare i lettori. Il Prof. Bendell vi si è opposto, ma questo studio circola liberamente in rete.

A differenza di ciò che ci viene proposto normalmente, e cioè che si debbano intraprendere plurime iniziative per contenere le emissioni di CO2 e modificare le nostre abitudini per invertire la rotta, questo è uno dei primi articoli che afferma che la catastrofe è assolutamente inevitabile e, pertanto, la comunità scientifica dovrebbe operare per dettare le linee guida sui comportamenti successivi al collasso. Cosa che non sta avvenendo.

Il Professor Bendell ha innanzitutto visionato tutta la letteratura scientifica dei professionisti del settore, i quali lavorano alacremente su un concetto di sostenibilità, mentre le ricerche che considerino il collasso sono quasi nulle. Alcune persone, considerano irresponsabile dichiarare che si stia giungendo proprio a quel punto, e ciò per non destare implicazioni sociali ed emotive nei lettori.

Benché negli ultimi anni vi siano stati dei progressi nel modo di affrontare la questione ambientale, nei tentativi di riduzione dell’inquinamento, nella conservazione degli habitat e dei rifiuti, il cambiamento climatico in corso impatta in misura così elevata da rendere nulle tali azioni. Questo perché tutti gli sforzi intrapresi sono orientati a mantenere le nostre società invariate e non si vuole accettare dei veri cambiamenti.

Alcuni dati presenti nello studio:

  • Da 136 anni a questa parte, 17 dei 18 anni più caldi registrati si sono avverati dal 2001 in avanti.

  • Nell’Artico, dove il riscaldamento è più eclatante, la temperatura della superficie terrestre del 2016 era di 2° C sopra la media del 1981-2010, dato che ha superato i precedenti record del 2007, 2011 e 2015 di 0,8°C, con un aumento complessivo di 3,5° C da quando sono iniziate le rilevazioni nel 1900.

  • Tale fenomeno ha portato a una drammatica perdita di ghiaccio marino, la cui estensione media è diminuita del 13,2% per decennio dal 1980, così che oltre i due terzi della copertura di ghiaccio sono ad oggi scomparsi.

  • La riduzione del ghiaccio determina una riduzione del fenomeno di riflessione dei raggi solari sulla superficie; si prevede che un Artico senza ghiaccio aumenti il riscaldamento globale in misura considerevole.

  • Nel 2014, gli scienziati hanno calcolato che questo cambiamento (riscaldamento globale complessivo) derivi per il 25% dall’aumento di temperatura causato dalla CO2 negli ultimi 30 anni. Ciò significa che se anche intervenissimo diminuendo le emissioni degli ultimi tre decenni, il risultato verrebbe superato dalla perdita della potenza riflettente del ghiaccio artico.

  • Un Artico senza ghiaccio si avvererà in una delle prossime estati, e questo fenomeno farà aumentare del 50% il riscaldamento causato dalla CO2 prodotta dall’attività umana.

  • Tra il 2002 e il 2016, la Groenlandia ha perso circa 280 gigatonnellate di ghiaccio all’anno, e le aree costiere e di bassa quota dell’isola hanno subito fino a 4 metri di perdita di massa di ghiaccio.

Alcune conseguenze citate nello studio:

  • Possiamo già notare le tempeste, la siccità, le alluvioni, dovute ad una maggiore volatilità data dall’energia presente in atmosfera;

  • Impatti negativi sull’agricoltura: il cambiamento climatico ha ridotto la crescita nei rendimenti delle colture dell’1-2% a decennio, con enormi impatti nutrizionali;

  • Impatti sugli ecosistemi marini con circa la metà delle barriere coralline del mondo morte negli ultimi 30 anni, a causa dell’acidificazione dell’acqua;

  • Il punto chiave è proprio l’acidificazione dell’acqua: nel decennio 2006-2016, l’Oceano Atlantico ha assorbito il 50% in più di anidride carbonica rispetto al decennio ancora precedente. Gli oceani riscaldati determinano una diminuzione delle popolazioni di alcune specie ittiche che impattano a loro volta sull’intera catena alimentare.

  • Aumento, in alcune regioni, di virus trasmessi da zanzare e zecche per effetto della loro maggiore proliferazione.

  • In Cina, gli studiosi prevedono in prospettiva una diminuzione del rendimento dei raccolti agricoli rispettivamente del 36,25% per il riso, del 18,26% per il frumento, del 45,10% per il mais entro questo secolo. Così in India.

  • L’acidificazione dei mari determinerà, secondo gli studi, una diminuzione del 50% della produttività ittica; miliardi di abitanti delle zone costiere di tutto il mondo ne risentirà in particolar modo.

  • Circa la metà delle piante e degli animali nei luoghi di maggiore biodiversità nel mondo scomparirà.

  • Vi saranno centinaia di milioni di sfollati interni e milioni di rifugiati internazionali.

L’opinione scientifica politicamente accettata è quella che stabilisce che si debba restare al di sotto dei 2° C di riscaldamento delle temperature ambientali globali, dando così l’impressione che si possa comunque invertire il trend. Si potrebbe intervenire seriamente con decisive e globali azioni di:

  • Piantamento di alberi;

  • Ripristino di terreni usati in agricoltura e conversione in pascolo olistico;

  • Coltivazione di erba marina e alghe.

L’agenda politica, però, deve essere massiccia a livello globale. Negli ultimi anni di innovazione, invece, investimenti e brevetti si sono orientati nel consumismo e nell’ingegneria finanziaria.

Stanno aumentando le prove del fatto che gli impatti saranno catastrofici per i mezzi di sostentamento e per le società. Si vuole evitare di voler innescare un meccanismo di disperazione nel pubblico. In realtà, per mitigare gli impatti psicologici sarebbe sufficiente cominciare a porre l’attenzione, su quanto può avvenire, sin da subito. Bisogna usare l’immaginazione e trovare soluzioni. Non bisogna lasciarsi ancora influenzare dalla nostra cultura che ci impone di vivere sempre nello stesso modo. Occorre entrare in una modalità post-consumistica e tornare ad una relazione tra uomo e natura.

L’era dello sviluppo sostenibile, pertanto, è giunta al capolinea, con i suoi approcci micro, lasciati all’iniziativa di singoli consumatori.

Abbiamo 10 anni.

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