Disuguaglianza

ORIGINE DELLA DISUGUAGLIANZA

‘Il primo che, avendo cintato un terreno, pensò di dire “questo è mio” e trovò delle persone abbastanza stupide da credergli, fu il vero fondatore della società civile. Quanti delitti, quante guerre, quanti assassinii, quante miserie ed errori avrebbe risparmiato al genere umano chi, strappando i piuoli o colmando il fossato, avesse gridato ai suoi simili: “Guardatevi dal dare ascolto a questo impostore! Se dimenticate che i frutti sono di tutti e la terra non è di nessuno, siete perduti’!

Così ha inizio la seconda parte dell’opera di J.J. Rousseau Origine della disuguaglianza. Per Rousseau, la disuguaglianza non è un fatto naturale, bensì è indotto dalla civiltà dell’uomo. L’uomo di natura, che non coincide con il selvaggio, è il perfetto equilibrio tra i bisogni e le risorse di cui dispone. In pratica, ai bisogni minimi provvede la natura e, dunque, essi sono facili da soddisfare. In questa condizione, l’uomo desidera solo ciò che possiede e vive in un eterno presente. Nello stato di natura ciascuno basta a se stesso e i contatti con i propri simili sono soltanto sporadici.

Fu quando l’uomo fece le prime scoperte e divenne pescatore e cacciatore, che cominciò a unirsi con i suoi simili in libere associazioni. Questo passaggio implicò la nascita dell’impegno reciproco, che portò successivamente alla costituzione della famiglia e di altre forme di aggregazione.

Ecco altri passaggi dell’opera:

‘Non appena gli uomini ebbero cominciato a stimarsi a vicenda e si fu formata nella loro mente l’idea di stima, ognuno pretese di avervi diritto, e a nessuno fu più possibile farne a meno impunemente (…). Da ciò derivarono i primi doveri della civiltà; ne derivò che ogni torto volontario divenne un oltraggio, perché insieme al male derivante dall’ingiuria l’offeso vi scorgeva il disprezzo per la sua persona, spesso più insopportabile dello stesso male. Così, poiché ognuno puniva il disprezzo che gli era stato testimoniato in proporzione della stima che aveva di se stesso, le vendette divennero terribili e gli uomini sanguinari e crudeli’.

‘Dal momento in cui un uomo ebbe bisogno dell’aiuto dell’altro, l’uguaglianza scomparve. Si introdusse la proprietà, il lavoro divenne necessario e le vaste foreste si cambiarono in ridenti campagne che bisognò innaffiare col sudore degli uomini e nelle quali presto si videro germogliare e crescere con le messi la schiavitù e la miseria’.

Insieme con la proprietà si consolidò in maniera definitiva anche la disuguaglianza morale e politica, affermando la prima grande distinzione tra ricchi e poveri. Infine, con lo sviluppo di tutte le facoltà dell’uomo, quali la ricchezza, la bellezza, l’intelligenza, la forza, l’astuzia, ‘ben presto fu necessario o averle o simularle. Per il proprio tornaconto fu necessario mostrarsi diversi da quello che si era effettivamente – essere e parere divennero due cose affatto diverse, e da questa diversità ebbero origine il fato che getta fumo negli occhi, l’astuzia che inganna e tutti i vizi che li accompagnano. D’altro lato l’uomo, da libero e indipendente che era prima, eccolo, a causa di una quantità di nuovi bisogni, asservito per così dire a tutta la natura, e soprattutto ai suoi simili, di cui in un certo senso diventa schiavo anche quando ne diviene il padrone: se è ricco, ha bisogno dei loro servizi; se è povero, ha bisogno del loro soccorso’.

‘E infine l’ambizione divorante, l’intenso desiderio di elevare la propria condizione (non tanto per un vero bisogno quanto per mettersi al di sopra degli altri), ispira a tutti gli uomini una triste inclinazione a nuocersi a vicenda, una segreta gelosia tanto più dannosa in quanto, per agire con più sicurezza, si mette spesso la maschera della benevolenza (…) e sempre il desiderio nascosto di fare il proprio vantaggio a danno degli altri’.

‘I ricchi, dal canto loro, non appena conobbero il piacere di dominare, disprezzarono tutti gli altri e, servendosi degli schiavi che avevano già per sottometterne dei nuovi, non pensarono che a soggiogare e asservire i loro vicini, simili a quei lupi affamati che, avendo una volta gustato la carne umana, sdegnano qualunque altro nutrimento e vogliono soltanto divorare uomini’.

‘Ignorate dunque che una moltitudine di vostri fratelli perisce o soffre per la mancanza di ciò che voi avete di troppo e che vi sarebbe occorso un consenso esplicito e unanime di tutto il genere umano per appropriarvi tutto ciò che dei mezzi di sussistenza comune sorpassa la vostra sussistenza? I ricchi stimano le cose di cui fruiscono soltanto nella misura che gli altri ne sono privi, e che, senza cambiare di stato, cesserebbero di essere felici se il popolo cessasse di essere miserabile’.

‘Per legge di natura, il padre non è il padrone del figlio se non per il tempo che a quest’ultimo è necessario il suo aiuto, e dopo questo termine essi divengono uguali e allora il figlio, del tutto indipendente dal padre, gli deve, si, rispetto, ma non obbedienza, poiché la riconoscenza è certo un dovere cui bisogna adempiere, ma non un diritto che si possa esigere. I beni del padre sono i legami che trattengono i figli alle sue dipendenze, ed egli non può far loro parte della sua eredità se non in proporzione alla continua deferenza alle sue volontà. I sudditi, invece, appartengono al despota con tutto ciò che possiedono, e sono ridotti a ricevere come una grazia ciò che egli lascia loro, così che il despota fa giustizia quando li spoglia e fa grazia quando li lascia vivere. La sommossa è quindi un atto giuridico: la sola forza lo teneva in piedi, la sola forza lo rovescia’.

Infine, quest’ultima chicca:

‘L’uomo selvaggio e l’uomo incivilito differiscono talmente nel fondo del cuore e nelle inclinazioni, che quello che costituisce la felicità suprema dell’uno riduce l’altro alla disperazione. Il primo non desidera altro che quiete e libertà; invece, il cittadino è sempre attivo, suda, si agita, si tormenta, lavora fino a morire, e anzi corre alla morte per mettersi in condizioni di vivere; fa la corte ai potenti che odia e ai ricchi che disprezza, non bada a spese per ottenere l’onore di servirli, si vanta con orgoglio della sua bassezza e della loro protezione: e, fiero della sua schiavitù, parla con disprezzo di quelli che non hanno l’onore di condividerla. E questa è, difatto, la vera causa di tutte queste differenze: che il selvaggio vive in se stesso, mentre l’uomo socievole, sempre fuori di sé, invece sa vivere soltanto nell’opinione degli altri, ed è, è, per così dire, soltanto dal loro giudizio ch’egli trae il sentimento della propria esistenza’.

Antonello

Se penso che molte persone di oggi amano aggiungere il proprio titolo accademico ovunque, come se questo fosse garanzia di qualità, ancor più rimango affascinata dalla sua semplice firma: Antonello pictor. Un semplice nome, una maestria immensa. E’, ancora per poco, in mostra a Milano, Palazzo Reale, e non ho voluto perdermela. In ogni sala, una o due opere ben inquadrate, tavole di piccole dimensioni. E’ un pittore che ho sempre amato per la sua tecnica ‘fiamminga’ in un’Italia che dipingeva, nel ‘400, su altri principi. La si ritrova soprattutto nel San Gerolamo nello Studio, con una dovizia di particolari che richiederebbero di poter prendere in mano il quadro stesso, di poterlo toccare, inclinare e osservare con una lente di ingrandimento per assaporarne i piccoli dettagli.

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La si ritrova nell’impaginazione e nei volti della sua Crocefissione, che ricordano Van Eyck.

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Poi, i suoi ritratti, sacri e profani. Uomini in vista che ritrae di tre quarti, che guardano beffardi con volti perfettamente scolpiti dalla luce. Li guarderesti per ore, chiedendoti chi fossero e ringraziandoli per essersi fatti ritrarre ed esser così giunti a noi, che ancora ne parliamo.

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Di fronte all’Ecce Homo penso di esser stata un quarto d’ora ad osservare i capelli e la corda al collo. Sembrava una corda vera.

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Infine l’Annunciata di Palermo, con quello sguardo che vorresti seguire percorrendone la linea di fuga.

 

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Magnifiche opere, magnifica mostra, grazie Antonello.

11:11

11-11

Il fenomeno è cominciato, in maniera significativa, alcuni mesi fa. Guardando l’orologio, mi ero imbattuta in un 22:22 e, subito, mi ero domandata quale significato portasse con sé. Il giorno dopo, riguardando in un momento qualunque della serata, erano le 23:23. Poi, alcuni giorni dopo, una prima occhiata mi aveva restituito un 15:15 e, dopo aver fatto altro ed essermene dimenticata, la seconda un bel 16:16. Il numero di episodi è cresciuto costantemente, ed ora non c’è singolo giorno in cui non veda – per due o tre volte – numeri doppi, maestri o palindromi. La frequenza si è così acuita da avermi indotta a volerne prendere nota quotidianamente e, ad esempio, questo è ciò che ho registrato negli ultimi giorni:

03 maggio:   16:16

04 maggio:   11:11 –  14:00

05 maggio:   10.10 –  11:11 – 16:00 – 16:16

06 maggio    10:10 – 11:11

Devo dire che, guardandoli in sequenza, un po’ di effetto lo fanno, poiché sono in sostanza gli stessi numeri ricorrenti. So che in particolare l’11:11 ha un significato molto particolare, di grande potenza e di forte connessione con l’Universo, di centratura. Siamo sulla giusta strada per grandi risultati, dobbiamo solo andare avanti e dare ascolto a noi stessi.

Ovviamente ho consultato tutto ciò che potevo consultare sul tema; pare che diversi studi dimostrino che il fenomeno dell’apparizione dei numeri doppi o maestri, in modo particolare dell’11:11, si stia notevolmente amplificando e che un numero sempre maggiore di persone ne sia testimone. Anch’io, dunque, ne faccio parte, e credo sia in corso una connessione di un certo tipo per persone di un certo tipo. Si tratta sicuramente di una richiesta di attenzione che ci giunge dal mondo invisibile; così, se si è ricettivi, ogniqualvolta un segno particolare ci appare (e mai casualmente), la nostra attenzione si desta ed entra in modalità ascolto, in modalità percettiva. Ed io lo sono e sono prontissima ad accogliere ciò che questo mondo vorrà farmi sapere.

Stranezze

Mi domando se ci sia qualcun altro al mondo che abbia le mie stranezze. Ad esempio, durante una giornata di sole, quando tutti uscirebbero all’aria aperta e andrebbero di qua e di là, il restarsene a casa ad ascoltare in cuffia il suono della pioggia e del temporale. Comunque, di andare a tutti i costi da qualche parte, io mi sono stufata da tempo.

Un’altra stranezza che mi appartiene da anni è questa: quando mangio le patatine, prima devo dare due cazzotti al sacchetto, così da ridurle in piccoli pezzi e andarli a cercare in fondo. Anche con i biscotti amo i pezzi rotti, mentre i biscotti interi mi annoiano. Li trovo banali, nella loro interezza.

Vediamo…. Ah, eccone un’altra: amo lavare i piatti e, dunque, non uso la lavastoviglie. Ce l’avrei, ma è diventata un refugium peccatorum di pentolame vario, che però recentemente ho messo in ordine. Questo del lavare i piatti a mano è una passione sin da quando ero ragazzina. Se poi sono una montagna con pile e pile di piatti e bicchieri, allora per me è il massimo. Credo sia una delle mie tante forme meditative: sono io di fronte a delle piastrelle che ascoltano i miei pensieri e non si trovano mai in disaccordo con me (questo è importante). Forse avrei dovuto fare la lavapiatti di mestiere.

Ce ne sarebbero altre, naturalmente, ma forse non dovrei svelarmi così spudoratamente…

 

Quel che resta del giorno

QUEL CHE RESTA DEL GIORNO 1QUEL CHE RESTA DEL GIORNO 2

Non è che un premio Nobel determini automaticamente il nostro entusiasmo verso le sue opere. A volte, i migliori ingredienti non bastano; a volte ciascuno di noi cerca altro, qualcosa di personale in cui rispecchiarsi, qualcosa che ricalchi la nostra stessa esistenza. Conoscevo a menadito il film di James Ivory, perché ho un debole per i paesaggi inglesi, per quelle magnifiche residenze, per le storie ai piani bassi come a quelli alti, soprattutto perché si tratta di un grandissimo capolavoro con un duo Hopkins/Thompson strepitoso. Lei è la mia attrice preferita da sempre. Ma questa volta, libro e film fanno a gara tra loro, una bella lotta tra due capolavori assoluti. Ho letto, dunque, il libro di Kazuo Ishiguro. Avete presente quando si legge un libro, lo si deve mettere giù per qualche impellente motivo, tipo mangiare, ma si continua ad averne negli occhi le scene? E ci si sente dentro, quelle scene, a muoversi con loro, a sentire cosa stanno dicendo mentre si salgono e si scendono le scale? E quando quel libro lo si riesce a riprendere in mano, sentiamo di esserci ricongiunti con tutto ciò che ci stava importando? Ecco, quando capita questo, abbiamo tra le mani un capolavoro. Abbiamo tra le mani quella storia in cui desideriamo esser dentro. Quando non ci basta leggerla ma avremmo voluto essere lì, a cogliere quelle sfumature perfette, quei dialoghi sopraffini, quelle movenze, quegli sguardi.

Non saprei da che parte iniziare a descriverne le chicche, ma quel linguaggio del maggiordomo, Mr Stevens, ricco dei ‘Niente affatto’, ‘ Se volete scusarmi’, ‘vi sarei grato’, ecc., unito a quel rigore, a quell’imperturbabilità del suo ruolo, mi ha fatto impazzire in entrambe le opere. Vorrei conoscere Mr Stevens personalmente, vorrei che mi parlasse così, che mi mostrasse la sua totale dignità al disotto della quale intravedere le sue emozioni.

E i battibecchi tra Mr Stevens e Miss Kenton, la governante, che maestria! Dialoghi degni dei grandi autori del ‘700 e ‘800.

E i luoghi, quelle distese di prato inglese, quei paesaggi campestri di fiori e piccoli villaggi. Un giorno comprerò anch’io una residenza come quella, con una biblioteca così: scaffali altri metri e metri zeppi di libri magnificamente rilegati, che sanno di polvere, nei quali immergersi per giorni senza mai riapparire alla luce del sole. Dopo tutto questo, e dopo lo svolgimento di un intreccio concepito alla perfezione, che magari non rivelo, le ultime pagine sono particolarmente toccanti, in quanto spiegano il senso dello scorrere della vita, quel che resta, appunto, del giorno. E’ la sera, quando si è soddisfatti di ciò che nella giornata è stato fatto, ed è l’età avanzata, quando si pensa di aver ormai compiuto le esperienze più importanti e significative della nostra vita. Ma, guardandosi indietro, a debita distanza dagli avvenimenti, rimane a volte la sensazione che determinati piccoli accadimenti abbiano in realtà rappresentato delle svolte cruciali nella nostra vita, anche se in quei precisi momenti non se ne aveva la stessa impressione. Sono queste le riflessioni di Mr Stevens, e a dire il vero anche le mie. Ci si chiede come sarebbe stato se questo e quello non fosse accaduto, se altro fosse proseguito, e via discorrendo. Mr Stevens sostiene che non sia importante fare troppe congetture, ma a parlare per lui è la sua stessa dignità; anche la sua è una vita di rimpianti che tollera soffrendo in silenzio. Meraviglioso!

Sacrificio

AGNELLO

Io credo davvero che se ne possa fare a meno. Si può evitare, anzi lo si deve, di partecipare alla mattanza di agnelli perché la religione delle nostre radici lo richiede, considerato il fatto che la carne di agnello è cibo anche per i molti che non conoscono una sola parola del Vecchio o del Nuovo Testamento. L’agnello, che simboleggia la mitezza, l’accettazione, la rassegnazione, come fu quella di Cristo. Ma dobbiamo anche far pace con la nostra coscienza, e interrogarci su cosa ci sia dietro a delle costolette. A quanto orrore e sofferenza indotta a quelle povere creature; se solo il popolino mangiatore di carne di agnello le conoscesse, probabilmente smetterebbe di acquistarne. O forse nemmeno, dato che qualcuno mi ha risposto che è tradizione, quindi si ‘deve’ mangiare. Deve? Beh, io non devo nulla se questo mi fa star male. Rispondo che ci sono due modi di intendere la religione, ovvero su un piano letterale o su un piano simbolico, analogico. Quest’ultimo, il piano esoterico, ti insegna ad andare a fondo alle questioni, agli insegnamenti; ti dice che ogni gesto, ogni parola, ogni segno, ha un significato profondo da ricercare. Gesù ha sacrificato se stesso, non un agnello. E per quanto io non ami il termine sacrificio, penso proprio che è nel sacrificio di sé che può trovarsi una liberazione, una felicità, non nella violenza perpetrata ai danni del prossimo. Chi sostiene che tutto sia tradizione, invece, intende la religione come un ottuso intenderebbe la letteratura: una sequenza di parole e niente più. Dunque, si ferma alla superficie delle cose e, trascurandone ogni significato più alto, ottiene proprio di danneggiare la propria anima, poiché la lettera può uccidere la coscienza. Poveri agnelli, e poveretti tutti.

Starci vicino

Ognuno di noi viene influenzato dagli altri, dal loro comportamento, dalla loro generosità o dal loro egoismo, dal loro modello. Veniamo forgiati un colpo alla volta come le martellate di un fabbro su di un pezzo di ferro rovente e informe, da cui ricavare un ferro di cavallo perché così il fabbro ha deciso. Se le persone di riferimento sono persone che hanno a cuore solo se stesse, che non sanno amare o amano in maniera errata, che dominano e manipolano, noi stessi lo diventeremo e ne saremo vittime. Un giorno, vedendo dei comportamenti immaturi ed egoisti in una persona di una certa età che ho frequentato per un periodo, quell’età che andrebbe raggiunta con pieno equilibrio e sapienza, dissi che, se si comportava così, non doveva aver avuto grandi persone accanto a sé nel corso della sua vita. Il fatto è che sono convinta di questo: noi siamo in larga misura ciò che deriva da coloro con cui ci siamo accompagnati nella vita, siano essi splendidi o pessimi esempi. Ad eccezione delle figure accudenti, che subiamo per definizione, per il resto sta a noi tenere alta l’asticella della qualità di chi frequentare, e questo non vale solo per conoscenze e amicizie, ma soprattutto per i lunghi rapporti. Ho visto uomini, conosciuti da ragazzi e dotati di enorme talento, dialettica, intelligenza, sogni, sposarsi con la donna sbagliata e trasformarsi di anno in anno facendo un mestiere che non era il loro, abbandonando sogni e ambizioni, restando a casa perché la moglie non voleva uscire, non viaggiare più perché per la stessa moglie le vacanze erano solo al paese, non leggere più per non sapere con chi parlarne, indebitarsi per l’incapacità di tenere alto il tenore di vita imposto, cominciare a bere: prima un goccio, poi una bottiglia, poi cadere dalle gambe, essere additato dalla stessa moglie come uomo debole e privo di qualità. L’esempio che descrivo è una storia vera, un mio amico che non frequento più ma che ho molto a cuore e di cui ho sempre notizie. I suoi amici, falsi amici, lo deridono. Ma non sanno chi era quella persona, mentre io si. Ci trovavamo a chiacchierare molto ed era maledettamente in gamba, una parlantina che nemmeno i migliori politici dell’epoca, una risata coinvolgente, un’ironia che appartiene solo alle grandi teste. Così molti altri casi. Se siamo sposati a persone apparentemente giuste ma che non ci permettono di seguire la nostra via, esteriormente sembreremo sempre gli stessi ma, interiormente, laggiù in fondo dove noi solo sappiamo cosa c’era sin dall’inizio, qualcosa comincia a marcire. Giorno dopo giorno, fino a toglierci la forza di rendercene conto, fino a farci credere il contrario, fino ad impedirci di intervenire mettendoci in salvo.

A proposito di famiglia, se c’è una definizione che conio non ha nulla a che vedere con figli e modello sociale, ma è ‘un nucleo di persone che, in un percorso comune, si ritrovano alla fine migliorate rispetto a come erano all’inizio’. Potendo tirare le somme, sentono di essere davvero migliori, più profonde, più libere nel pensiero e nell’anima, più aperte nella mentalità, libere da pregiudizi avendo potuto riflettere su molte cose, comprenderle, sperimentarle. Sentono di non aver buttato via la vita. Se c’è una definizione di famiglia, quindi, che avrebbe senso di dare e quella che andrebbe data solo a fine corsa. E’ in quel momento che mi sentirò di poter dire se per me, per noi, siamo stati una famiglia, ed è se io, come gli altri, abbiamo potuto essere noi stessi senza mai ricorrere alla menzogna. Senza mai dover indossare una maschera. Molte tra quelle che oggi vengono definite famiglie politicamente corrette, si frantumerebbero contro gli scogli della loro ipocrisia, i loro membri verrebbero disconosciuti e puniti per aver vissuto l’uno sacrificando l’altro.

E dunque: le colpe di una persona cattiva sono da ricercare in chi le è stato vicino.

Reificazione

Femminicidio: violenza psicologica, fisica, uccisione di una donna per mano di un uomo per senso di dominio; omofobia: soprusi e violenza fisica o verbale verso un omosessuale; bullismo: azione di un singolo o di un branco verso un altro soggetto in stato di inferiorità fisica o psicologica; razzismo, antisemitismo e via discorrendo. La matrice, però, è una: il desiderio di dominare sull’altro sentendosi superiori ad esso, migliori, più potenti, più giusti; avere la ferma convinzione dell’inferiorità altrui al punto tale da potersi permettere qualunque cosa nei suoi confronti, non vedendolo nemmeno come persona.

Personalmente, anziché fare ottomila leggi (tutte lacunose) su ogni singolo argomento, inserirei il reato di reificazione dell’altro, partendo dalla definizione che ne diede Marx (il divenire una ‘cosa’). E di attentato alla dignità di chiunque esso sia.

Nessun soggetto e nessun popolo è per sua natura subordinato ad un altro né può essere sottoposto ad alcun dominio fisico, verbale, culturale, ad alcuna forma di schiavitù o di sfruttamento; nessun soggetto può essere offeso o deriso in alcun modo né può essere ritenuto inferiore ad un altro.

La estenderei anche al mondo animale. Nessun essere senziente può essere considerato un oggetto, dunque non può essere venduto né acquistato. Non può essere sfruttato né ridotto in schiavitù.

Nessuno appartiene a un altro e nessuno vanta un diritto di possesso, di confronto, di categorizzazione, di classificazione gerarchica.

Fine della legge.

Ridere

RIDERE

Non più tardi di ieri avevo un pessimo stato d’animo, un malessere all’ennesima potenza. Avviene, forse per tutti, quando la concentrazione di meschinità attorno a noi va oltre una certa soglia e, poiché purtroppo sono un’empatica, cedo il mio spirito e ne ottengo questa in cambio. La mia anima comincia a soffrire, giorno dopo giorno, fino a raggiungere una vera e propria sconnessione. Sulla sconnessione dell’anima varrà la pena scriverci qualcosa, perché è una questione estremamente seria e pericolosa. Credo di aver raggiunto una delle mie peggiori giornate proprio ieri. Non ero in me stessa, non sapevo chi fossi, avrei potuto fare qualunque azione. Per meschinità non intendo mai le piccole cose, i piccoli gesti, le azioni semplici, i lavori elementari, ma solo il livello dei pensieri, dei ragionamenti, i disvalori delle persone con cui mi rapporto. Quando questa si accumula e raggiunge quel certo livello di saturazione, esplodo come un vulcano che si stia preparando da tempo. C’è di buono che poi rinsavisco e sprizzo energia da tutti i pori. Non svelo cosa ho fatto, ma questa mattina ero tutt’altra persona; ho riflettuto che, tra le cose che forse un po’ mi sono fatta mancare ultimamente, si collocano le risate a crepapelle. Quando mi mancano, vado indietro nel tempo a pescare tra i ricordi. E le trovo eccome! Ho riso a crepapelle per interi anni di liceo, in classe come fuori; ho riso a crepapelle con una cugina con cui ho trascorso vacanze on the road meravigliose (con lei sono stata male dal ridere). Ho riso a crepapelle nei primi anni di lavoro, con le colleghe. L’ho fatto fino ad alcuni anni fa con altri colleghi, inviandoci delle mail e poi chiamandoci e attaccando a ridere per ciò che avevamo scritto. Ancora oggi, quando mi incontro anche solo furtivamente con le persone con cui ho riso tanto, il sorriso che ci scambiamo non è quello che ci scambieremmo con altri. E’ d’intesa e lo sappiamo solo noi, che abbiamo condiviso un meraviglioso divertimento che non è appartenuto ad altri. Ecco, forse, qualcosa che unisce le persone. Se con uno ridi parecchio, il legame che si crea rimane.

Ed ecco un fotogramma dal film ‘Ragione e Sentimento’ di Ang Lee; L’ho appeso in casa mia da anni, perché è proprio quel tipo di leggerezza di cui ho bisogno ogni tanto, anche perché conosco bene la scena stessa del film.  Quando lo guardo, qualunque stato d’animo io abbia, rido.

Karma

Mi è capitato in passato di subire dei torti e delle cattiverie e, presa dalla rabbia, avevo invocato le peggiori cose in direzione di chi me le aveva fatte. Ciò che era accaduto loro successivamente, era stato così immediato e così pesante che ho pensato di non doverlo più fare. Non volevo, in fondo, avere questo genere di responsabilità, soprattutto nello stabilire ‘cosa’ e ‘quanto’ dovesse accadere, forse non ero nemmeno certa di volerlo. Oggi, mi è capitato un episodio simile. Avevo avuto un gesto di preoccupazione verso una persona con la quale c’era un rapporto di amicizia, un gesto di considerazione e di attenzione motivato dalle più nobili intenzioni, e in tutta risposta questa persona mi ha inviato una risposta offensiva piena di rancore. Sono rimasta attonita e molto dispiaciuta. Fino ad alcuni anni fa, di fronte ad una tale risposta sarei entrata nell’apparecchio telefonico per uscire dall’altra parte e tirare due sberle a un tale essere. Lo avrei aggredito con tutta la mia dialettica per stenderlo mortalmente, me lo sarei mangiato vivo.  Ora no. Se c’è una cosa che ho imparato o sto imparando è che tutto questo non serve. Ciò che conta è l’intenzione che avevi; se sai di esserti comportata correttamente nell’episodio con quella persona, ma sei stata trattata così, avverrà presto qualcosa che metterà le cose a posto. Qualcuno legge nel tuo cuore e non puoi mentire. Nessuno può fare del male ad un altro gratuitamente, dovrà pagare un prezzo e verrà toccato proprio in ciò che gli darà più fastidio. L’ho visto capitare ormai a molti e avviene nel giro di poco tempo, direi sin dai primi giorni o mesi successivi. Se erano capetti che trattavano male le persone, cadranno dalla loro posizione e verranno trattati male da quello sopra. Se era una persona particolarmente attenta alla propria immagine sociale, otterrà che nessuno lo considererà più e verrà allontanato e ritenuto insignificante (non cito a caso, ma proprio ciò a cui ho assistito). E’ una forma di riequilibrio di forze che non può essere arrestato e che viene innescato proprio da loro, dalla loro cattiveria. Mentre si sentono forti, non sanno di aver premuto quel tasto che non andava premuto, e il processo si innesca. Basta tenerli d’occhio e li si vedrà cadere nel giro di poco, in ambito professionale come personale.

“Se è la sofferenza che temi, se è la sofferenza

ciò che detesti, non compiere mai azioni cattive,

perché tutto si vede per quanto segreto.

Persino un volo nell’aria non ti può liberare dalla sofferenza

dopo che l’azione cattiva è stata commessa.

Non nel cielo, né nel mezzo dell’oceano,

né se ti nascondessi nelle crepe delle montagne,

un angolo riusciresti a trovare in questa

terra tutta, dove il karma il colpevole non raggiungerebbe.

Ma se vedi il male che altri ti fanno

e se sentitamente tu disapprovi,

stai attento a non fare al medesimo modo,

perché le azioni delle persone con esse rimangono.

Quelli che imbrogliano negli affari,

quelli che contro il Dharma agiscono,

quelli che frodano, quelli che truffano,

se stessi gettano in un gorgo,

perché le azioni delle persone con esse rimangono.

Qualsivoglia azione possa un individuo

compiere,

siano esse di gioia portatrici, siano esse cattive,

un’eredità per lui costituiscono,

le azioni non svaniscono senza lasciar traccia. (…)

Un’azione cattiva non necessariamente causa subito a chi l’ha compiuta

un qualche guaio.

Essa nascostamente allo stolto superficiale

si accompagna,

proprio come un fuoco che giace sotto la cenere.

Proprio come una lama appena forgiata,

l’azione cattiva nell’immediato non provoca alcuna ferita.

Proprio il ferro produce la ruggine

che lentamente di certo lo consumerà.

Colui che il male compie,

dalle sue stesse azioni è portato

a una vita di sofferenza”.

Dharmapada