Movida

MOVIDA

Sono drammaticamente attorniata da persone che non fanno altro che parlare di località in cui andranno, o da cui provengono nei week-end o da settimane di ferie. Mi nauseano. Sembra che, senza tutto questo, la loro vita non abbia un senso, senza il dover raccontare il lunedì del tal posto di grido (rigorosamente al mare, neanche a dirlo!), in cui hanno preso il sole, si sono piazzati in mezzo alla ressa per l’aperitivo, hanno frequentato il tale ristorante. Tutte località banali, i soliti nomi dove vanno tutti. Mai nessuno che riesca ad attirare la mia attenzione con un luogo diverso, una scelta diversa, basata sulla scoperta di qualcosa. Nessuno che mi racconti di un paesaggio diverso, di frequentazioni diverse, di luoghi più intimi e raccolti, senza le quinte della solita messa in scena. Nemmeno uno che mi descriva un’opera d’arte, un piccolo museo sconosciuto in cui ha voluto recarsi a tutti i costi per scoprirne i tesori. E neanche un semplice week-end di chiacchiere vere e sincere, con un normalissimo caffè a casa propria, oppure a leggere un libro per poi raccontarlo.

Io odio tutto questo con l’intera me stessa, e purtroppo ci faccio i conti tutti gli anni. Una serie di éscamotage li avrei anche ideati: non li ascolto. Oppure, se mi raccontano che sono andati a mangiare una fiorentina nel locale di grido, rispondo che sono vegetariana/vegana/fruttariana (secondo la stagione). Detesto gli aperitivi, sono l’emblema della stupidità. A parer mio, tutta la movida del Pianeta Terra andrebbe cancellata per sempre, l’umanità ne avrebbe solo da guadagnare e le persone comincerebbero forse a riflettere sulla propria esistenza.

L’idea di vacanza, intesa come: cerco una località che mi aggradi (al mare, ovvio), prenoto di tutto e di più mesi e mesi prima, faccio la valigia, mi metto in coda da qualunque parte, arrivo e mi piazzo al sole fino all’ultimo minuto dell’ultimo giorno, e poi la sabbia, il caldo, la ressa ovunque, lo struscio serale, l’agghindarsi ad ogni costo, ebbene tutto questo mi stressa enormemente e ho smesso di praticarlo all’età di 19 anni.

C’è poi il viaggio, ed è tutt’altra cosa: a partire dai miei 20, ho inteso vedere il mondo con lo zaino in spalla, senza alcuna prenotazione, alla scoperta del fascino dei luoghi e delle persone. Il viaggio è un enorme arricchimento, purché si entri nelle case delle persone, si mangi e si chiacchieri con loro. Non solo nelle belle residenze in cui si viene ospitati per mestiere, ma soprattutto nei tuguri, tra la gente più umile che ha bisogno di prestare la propria camera per tirare a campare. Ne ho frequentate ovunque, di queste persone, che ti offrono il cuore, che ti donano il loro tempo senza limiti, e sono stati i più bei ricordi. Ti mostrano i luoghi veri, la loro cultura, ti parlano la loro lingua. Li guardi negli occhi e comprendi che l’umanità è una.

Oggi, però, benché ci sarebbero ancora dei luoghi che vedrei volentieri, mi trovo in una fase di viaggio interiore. Non sento la necessità di andare praticamente da nessuna parte, ma non è chiusura come qualcuna ha provato a dirmi, piuttosto un desiderio di fare un check-point preciso, prima di avventurarmi altrove. Sto scoprendo infinite cose di me, e ho quindi bisogno di fermarmi, leggermi, ascoltarmi. Ho bisogno del silenzio, della pace, del solo contatto con la natura e con poche selezionatissime persone che capiscano tutto questo. E’ una terza fase in cui mi sono avventurata da qualche anno. 

Un detto giapponese dice: ‘Il giorno in cui smetterai di viaggiare, sarai arrivato’.

Ecco, forse sono qui.

Amore per la Vita

BOSCO

Il contatto con la natura, imprescindibile per il genere umano, prende il nome di biofilia, dal greco ‘amore per la vita’ o ‘ amore per il mondo vivente’. Poiché ci siamo evoluti nella natura, sentiamo l’esigenza di dover mantenere un legame con essa. Anche se molti ne hanno perso consapevolezza, tutti noi ci sentiamo a casa negli ambienti incontaminati, perché è lì che abbiamo trascorso la maggior parte della nostra esistenza. Non crediamo, dunque, a chi vorrebbe renderci dei bipedi che si facciano bastare l’artificiosità dei paesaggi, l’eccessiva antropizzazione. Siamo, invece, strutturati geneticamente per amare la natura perché sappiamo che la nostra stessa esistenza e sopravvivenza dipende da essa.

Basta poco per ritrovarla e ritrovarsi. Passeggiare in un bosco, anche cittadino, ci riconnette alla nostra natura più vera e più antica. Lasciamo a casa il telefonino e ogni altra distrazione, rallentiamo i ritmi e immergiamoci nel presente, osserviamo, ascoltiamo, percepiamo. Ne otterremo grandi benefici per la nostra salute e la nostra mente. Le immersioni in un bosco rafforzano le difese immunitarie, aumentano l’energia, alleviano l’ansia, la depressione, la rabbia. Riducono lo stress, aumentano la chiarezza di pensiero, la creatività. Ci giungono quelle soluzioni che non potevano farsi strada in altre circostanze, capiamo il senso delle cose.

Il colore verde, ritenuto rilassante, è proprio quel colore che ci ricorda da dove arriviamo, quando dal verde eravamo circondati. E’ un istinto primordiale: dove c’è verde c’è acqua, dove c’è acqua c’è cibo.

Meravigliamoci di fronte alla natura, pensiamo oltre noi stessi. Comunichiamo con gli alberi come abbiamo sempre fatto, anche se è un singolo albero su un marciapiede. Ringraziamolo e rispettiamolo. Ogni anno, in tutto il mondo, vanno perduti più di 13 milioni di ettari boschivi: un’area paragonabile alle dimensioni dell’Inghilterra. La loro perdita è la perdita della biodiversità, l’aumento degli inquinanti, la cancellazione delle culture dei popoli delle foreste. E’ la perdita di noi stessi, soprattutto quando pensiamo che ciò che accade molto lontano da noi non comporti per noi alcun danno. Amiamo dunque, di più, la nostra casa.

Legàmi

LEGAMI

Ciò che ci viene insegnato sin dalla nascita, è di essere etero-diretti, ossia esercitare la nostra esistenza badando agli altri, alle loro istanze, ai loro desideri, alle loro aspettative. Viviamo così per anni, e non tutti se ne rendono conto. Nella migliore delle ipotesi, ciò che avviene in questi anni è di perdere di vista noi stessi e di trasformarci in un prodotto  altrui per la sua soddisfazione. Nella peggiore delle ipotesi, invece, cioè quando ne siamo consapevoli perché abituati ad ascoltarci, può avvenire uno scollamento dell’anima, se non interveniamo per  riprenderci ciò che ci è stato rubato. Ci vuole coraggio. Tutto avviene lentamente, giorno dopo giorno, con piccoli compromessi, piccoli ricatti, lievi sorrisi di circostanza, lievi adattamenti. Anche, anzi soprattutto, all’interno della propria famiglia. C’è una tipologia di persone che ho osservato negli anni: sono coloro che parlano spesso dei propri familiari come fossero divinità. Io, istintivamente, diffido di quelle persone perché le ritengo false. Nessun coniuge, nessun genitore, nessun figlio è una divinità; piuttosto, vi è l’interesse a voler mostrare una certa immagine di sé come di persone la cui vita sia perfettamente risolta anche negli affetti. Mai un conflitto, mai un vaffanculo, mai un’incomprensione o un rancore, così perlomeno mostrano di se stesse. Le persone vere, invece, possono voler bene come, al tempo stesso, desiderare di scappare su un’isola deserta per liberarsi delle pesanti dinamiche familiari, ed entrambi i sentimenti non sono affatto in conflitto. Sono sentimenti veri, che non necessitano di essere mostrati a nessuno, tantomeno sui social, di cui in genere quel tipo di persone fa grande uso.

Arriva un momento, dunque, in cui abbiamo bisogno di zittire il rumore attorno a noi, di gettare ogni maschera e stabilire di voler essere chi siamo abbandonando ogni schema. Ciò che più desideriamo è di ascoltare noi stessi e la nostra personale storia, che nulla ha a che vedere col marito o con i figli. Nessuno di noi è nato per sposarsi, né per avere figli. Entrambe le esperienze possono avvenire, naturalmente, ma non devono farci perdere di vista la nostra missione. E spesso, per riprenderla in mano, è necessario spostarsi da un tragitto collettivo per intraprenderne uno personale. Così è accaduto a me; sentivo che il concetto di famiglia mi andava stretto, in quanto mi impediva l’ascolto di me stessa. E anche se la società, se per esempio ti separi, ti fa le condoglianze, ho strizzato l’occhio a me stessa. Ho anch’io un concetto di famiglia, ed è basato sulla totale noncuranza delle regole sociali, ma si avvale di una forte connessione spirituale, ed è tutto ciò che mi importa. La mia famiglia si è così allargata moltissimo, e ora vi fanno parte molte più persone.

Due mesi fa, avevo interrato dei semi di avocado per vedere come si sarebbero comportati. Li controllavo di tanto in tanto, li bagnavo, dicevo loro di darsi da fare, ma niente. Poi, la scorsa settimana, quando in sostanza pensavo che non intendessero più farlo, ecco che sono improvvisamente germogliati ed ora sono delle belle piantine. Ho capito, poi, cos’era successo: aspettavano semplicemente la temperatura giusta. Quei semi attendevano il loro momento, le condizioni giuste per superare i loro stessi ostacoli. Quando, infine, arriva il momento di realizzare la nostra propria natura, di sconfiggere le nostre ombre, il processo si avvia inesorabilmente e non chiede di essere gradito a nessuno. Non avremo più bisogno di colmare alcunché, perché nulla sarà più da colmare. Potremo girare davvero pagina e avere noi stessi come perno della nostra esistenza.

Il Piccolo Popolo – seconda parte

FATE

Per i metafisici medievali, tutti gli esseri invisibili venivano suddivisi in quattro classi: in cima gli Angeli, subito sotto i Diavoli o Demoni, che corrispondono agli angeli caduti del Cristianesimo; poi gli Elementali, Spiriti di Natura subumani ritenuti in genere di statura ridottissima; infine le Anime dei Morti e le ombre o fantasmi dei defunti. Con riferimento alla terza classe, i loro membri sono a loro volta suddivisi in quattro categorie, a seconda dell’elemento naturale in cui dimorano.

Gnomi: abitano nella terra, hanno una statura pigmea, sono amichevoli con gli uomini e nelle leggende corrispondono di solito alle fate o goblin che infestano le miniere, ai pixies, ai corrigan, ai leprecauni e a quegli elfi che vivono nelle rocce, nelle caverne o nel sottosuolo.

Silfi: vivono nell’aria e sono descritti come spiritelli dalle sembianze simili a quelle dei pigmei, corrispondono alle fate non appartenenti alla gentry e hanno un aspetto piacevole ed aggraziato.

Ondine: vivono nell’acqua e corrispondono esattamente alle fate che dimorano nelle sorgenti, nei laghi o nei fiumi sacri.

Salamandre: vivono nel fuoco e compaiono di rado nelle leggende celtiche. All’interno delle gerarchie elementali occupano la posizione più elevata.

Tutti questi Elementali, che procreano secondo l’uso umano, possiederebbe un corpo fatto di una sostanza elastica semi-materiale, non percepibile dalla vista e comparabile allo stato gassoso della materia. Benché siano impercettibili per I sensi umani, possano crearsi delle condizioni in cui il ‘piano astrale’ degli Elementali e quella parte del ‘piano fisico’ che qualche essere umano si ritrova a occupare, stabiliscono una sorta di relazione.

Di seguito, le principali creature del Piccolo Popolo:

Gentry:  è la tribù più nobile, molto superiori a noi. E’ una classe militare-aristocratica, sono alti e d’aspetto distinto, intermedi tra noi e gli spiriti. Le loro capacità sono strabilianti, potrebbero spazzare via metà della razza umana, ma non lo fanno perché siamo in attesa della salvezza. Restano sempre giovani. Se ti prendono e assaggi il loro cibo non puoi più fare ritorno. Diventi uno di loro e vivi nel loro mondo per sempre.

Leprecauno: porta un cappello rosso e si aggira intorno alle sorgenti d’acqua pura; di solito fabbrica le scarpe per tutte le altre tribù di fate.

Lunantishee: tribù che sta a guardia delle piante di prugnolo selvatico, impedendo a chiunque di tagliarne i rami l’undicesimo giorno di novembre o di maggio. Chi taglia un ramoscello di prugnolo in uno di questi due giorni sarà colpito dalla sfortuna.

Pooka: sono di pelle scura e montano bei cavalli, sono mercanti di cavalli. Fanno visita agli ippodromi ma di solito sono invisibili.

Daoine Maithe: vivevano vicino al Cielo prima della Caduta, ma non caddero, e adesso attendono la salvezza.

Esseri di Legno: sono di colore argento brillante con una sfumatura blu o viola pallido e hanno capelli di colore porpora scuro.

Tylwyth Teg:  spiriti dei Druidi morti prima dell’avvento di Cristo e che, essendo troppo buoni per essere mandati all’inferno, erano stati lasciati liberi di vagare per la terra a loro piacimento.

Lutins: spiritelli dispettosi, creature affascinanti e maliziose che abbondano in Bretagna. In passato ogni casa aveva il suo, era simile agli antichi numi tutelari della casa adorati dai Romani. Il lutin soprintendeva tutti gli eventi della vita domestica. Ricadevano nella sua sfera la manutenzione delle stalle e delle scuderie.

Bugul-Noz: il misterioso Pastore della Notte, alta e inquietante figura che i contadini bretoni credono di scorgere alla luce del crepuscolo quando rincasano tardi dal lavoro dei campi. Non è però uno spirito dannoso, svolgerebbe anzi un compito benefico, avvertendo gli esseri umani, col suo arrivo, che la notte non è fatta per attardarsi nei campi o in strada, ma per ripararsi e dormire

Yann-An-Od (Giovanni delle Dune): a volte è un gigante, a volte un nano. A volte indossa un cappello da marinaio di tela cerata, a volte un ampio cappello di feltro nero. A volte appare reclinato su un remo. Si tratta di un eroe marino, il cui compito consiste nel percorrere la costa lanciando di tanto in tanto lunghe grida penetranti allo scopo di spaventare i pescatori e farli allontanare prima che vengano sorpresi dalle tenebre.

Féès: fate bretoni.

Grac’hed Coz: nel folklore bretone le féès, o fate, appaiono quasi sempre come piccole donne anziane o, come dicono i cantastorie locali, Grac’hed coz.

Morgana: la sua dimora è nel mare, dove di giorno sonnecchia e guai a chi disturba il suo riposo. Il marinaio che la ode ne viene attratto, incapace di spezzare l’incantesimo che lo trascina verso la sua rovina: il vascello s’infrange sugli scogli, l’uomo finisce in acqua e la Morgana lancia un grido di gioia. Le braccia della fata, tuttavia, stringeranno soltanto un cadavere: al suo tocco, infatti, gli uomini muoiono, ed è questo a causare la disperazione della fata. Chi ha la sventura di incorrere nel suo abbraccio è condannato a vagare in eterno negli abissi marini, con gli occhi spalancati e il segno del battesimo cancellato dalla fronte. Egli non avrà mai una tomba ove i suoi parenti possano recarsi per pregare e per piangerlo.

Corrigan: includono anche i lutins o follets. Si crede che tutte le tribù fatate tornino in tutti i secoli composti da cifre dispari, mentre nei secoli pari si facciano invisibili oppure scompaiano. I Lutins possono assumere le sembianze di qualsiasi animale. Hanno tutti una natura maliziosa. 

Nains: sono esseri mostruosi, con corpi scuri o addirittura neri e ricoperti di peli, una voce come di vecchi e dei piccoli occhi neri luminosi. Si divertono a fare scherzi ai mortali a amano ballare in cerchio intonando la canzone sui giorni della settimana.

Lavandaie fantasma: venivano temute molto più dei corrigans. Le si udiva di solito verso la mezzanotte, mentre battevano i loro panni presso vari lavatoi, sempre a una certa distanza dai villaggi. Gli anziani sostengono che quando le lavandaie fantasma chiedevano a un passante di aiutarle a strizzare i panni, egli non  potesse rifiutarsi, altrimenti lo avrebbero bloccato e sarebbe stato strizzato lui stesso come un lenzuolo. E chi accettava di aiutarle doveva fare attenzione a torcere i panni nello stesso senso delle lavandaie; se per disgrazie li torceva al contrario, infatti, le sue braccia venivano strizzate all’istante. Si crede che queste lavandaie fantasma siano donne condannate a lavare i propri sudari funebri per secoli, ma che possono liberarsi se trovano un mortale che torca i panni in senso contrario.

Altri termini con cui sono definiti questi spiriti sono: Spriggans, Piskies, Buccas, Bockles o Knockers, Brownies.

Nella Fede nelle Fate, compaiono molte proibizioni o convinzioni; la principale proibizione impedisce di nominare le fate, il che porta a ricorrere ad eufemismi, come ‘il buon popolo’, ‘la gentry’ (aristocrazia), ‘il popolo della pace’. Il cibo che viene messo fuori per le fate, invece, non può essere mangiato né da uomini né da animali. Si dice che quel cibo non abbia più alcuna sostanza reale; l’idea sottostante sembra essere che le fate estraggano l’essenza spirituale del cibo offerto loro, lasciandone soltanto gli elementi più grossolani. Tutti questi esseri, trovano nelle danze circolari il loro maggiore diletto. Quando la luna è chiara e luminosa si radunano per fare baldoria presso menhir, dolmen e tumuli, ai crocevia o anche in aperta campagna, e non perdono mai l’occasione di tentare un mortale che passi di là ad unirsi a loro.

Infine, secondo una leggenda, è tabù per i corrigans nominare di seguito tutti i giorni della settimana. Durante e loro danze notturne cantano: ‘Lunedì, martedì, mercoledì, giovedì, venerdì’ ed è loro proibito completare l’enumerazione.

Fonte principale: Walter Y. Evans-Wentz

Antonello

Se penso che molte persone di oggi amano aggiungere il proprio titolo accademico ovunque, come se questo fosse garanzia di qualità, ancor più rimango affascinata dalla sua semplice firma: Antonello pictor. Un semplice nome, una maestria immensa. E’, ancora per poco, in mostra a Milano, Palazzo Reale, e non ho voluto perdermela. In ogni sala, una o due opere ben inquadrate, tavole di piccole dimensioni. E’ un pittore che ho sempre amato per la sua tecnica ‘fiamminga’ in un’Italia che dipingeva, nel ‘400, su altri principi. La si ritrova soprattutto nel San Gerolamo nello Studio, con una dovizia di particolari che richiederebbero di poter prendere in mano il quadro stesso, di poterlo toccare, inclinare e osservare con una lente di ingrandimento per assaporarne i piccoli dettagli.

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La si ritrova nell’impaginazione e nei volti della sua Crocefissione, che ricordano Van Eyck.

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Poi, i suoi ritratti, sacri e profani. Uomini in vista che ritrae di tre quarti, che guardano beffardi con volti perfettamente scolpiti dalla luce. Li guarderesti per ore, chiedendoti chi fossero e ringraziandoli per essersi fatti ritrarre ed esser così giunti a noi, che ancora ne parliamo.

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Di fronte all’Ecce Homo penso di esser stata un quarto d’ora ad osservare i capelli e la corda al collo. Sembrava una corda vera.

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Infine l’Annunciata di Palermo, con quello sguardo che vorresti seguire percorrendone la linea di fuga.

 

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Magnifiche opere, magnifica mostra, grazie Antonello.

11:11

11-11

Il fenomeno è cominciato, in maniera significativa, alcuni mesi fa. Guardando l’orologio, mi ero imbattuta in un 22:22 e, subito, mi ero domandata quale significato portasse con sé. Il giorno dopo, riguardando in un momento qualunque della serata, erano le 23:23. Poi, alcuni giorni dopo, una prima occhiata mi aveva restituito un 15:15 e, dopo aver fatto altro ed essermene dimenticata, la seconda un bel 16:16. Il numero di episodi è cresciuto costantemente, ed ora non c’è singolo giorno in cui non veda – per due o tre volte – numeri doppi, maestri o palindromi. La frequenza si è così acuita da avermi indotta a volerne prendere nota quotidianamente e, ad esempio, questo è ciò che ho registrato negli ultimi giorni:

03 maggio:   16:16

04 maggio:   11:11 –  14:00

05 maggio:   10.10 –  11:11 – 16:00 – 16:16

06 maggio    10:10 – 11:11

Devo dire che, guardandoli in sequenza, un po’ di effetto lo fanno, poiché sono in sostanza gli stessi numeri ricorrenti. So che in particolare l’11:11 ha un significato molto particolare, di grande potenza e di forte connessione con l’Universo, di centratura. Siamo sulla giusta strada per grandi risultati, dobbiamo solo andare avanti e dare ascolto a noi stessi.

Ovviamente ho consultato tutto ciò che potevo consultare sul tema; pare che diversi studi dimostrino che il fenomeno dell’apparizione dei numeri doppi o maestri, in modo particolare dell’11:11, si stia notevolmente amplificando e che un numero sempre maggiore di persone ne sia testimone. Anch’io, dunque, ne faccio parte, e credo sia in corso una connessione di un certo tipo per persone di un certo tipo. Si tratta sicuramente di una richiesta di attenzione che ci giunge dal mondo invisibile; così, se si è ricettivi, ogniqualvolta un segno particolare ci appare (e mai casualmente), la nostra attenzione si desta ed entra in modalità ascolto, in modalità percettiva. Ed io lo sono e sono prontissima ad accogliere ciò che questo mondo vorrà farmi sapere.

Stranezze

Mi domando se ci sia qualcun altro al mondo che abbia le mie stranezze. Ad esempio, durante una giornata di sole, quando tutti uscirebbero all’aria aperta e andrebbero di qua e di là, il restarsene a casa ad ascoltare in cuffia il suono della pioggia e del temporale. Comunque, di andare a tutti i costi da qualche parte, io mi sono stufata da tempo.

Un’altra stranezza che mi appartiene da anni è questa: quando mangio le patatine, prima devo dare due cazzotti al sacchetto, così da ridurle in piccoli pezzi e andarli a cercare in fondo. Anche con i biscotti amo i pezzi rotti, mentre i biscotti interi mi annoiano. Li trovo banali, nella loro interezza.

Vediamo…. Ah, eccone un’altra: amo lavare i piatti e, dunque, non uso la lavastoviglie. Ce l’avrei, ma è diventata un refugium peccatorum di pentolame vario, che però recentemente ho messo in ordine. Questo del lavare i piatti a mano è una passione sin da quando ero ragazzina. Se poi sono una montagna con pile e pile di piatti e bicchieri, allora per me è il massimo. Credo sia una delle mie tante forme meditative: sono io di fronte a delle piastrelle che ascoltano i miei pensieri e non si trovano mai in disaccordo con me (questo è importante). Forse avrei dovuto fare la lavapiatti di mestiere.

Ce ne sarebbero altre, naturalmente, ma forse non dovrei svelarmi così spudoratamente…

 

Quel che resta del giorno

QUEL CHE RESTA DEL GIORNO 1QUEL CHE RESTA DEL GIORNO 2

Non è che un premio Nobel determini automaticamente il nostro entusiasmo verso le sue opere. A volte, i migliori ingredienti non bastano; a volte ciascuno di noi cerca altro, qualcosa di personale in cui rispecchiarsi, qualcosa che ricalchi la nostra stessa esistenza. Conoscevo a menadito il film di James Ivory, perché ho un debole per i paesaggi inglesi, per quelle magnifiche residenze, per le storie ai piani bassi come a quelli alti, soprattutto perché si tratta di un grandissimo capolavoro con un duo Hopkins/Thompson strepitoso. Lei è la mia attrice preferita da sempre. Ma questa volta, libro e film fanno a gara tra loro, una bella lotta tra due capolavori assoluti. Ho letto, dunque, il libro di Kazuo Ishiguro. Avete presente quando si legge un libro, lo si deve mettere giù per qualche impellente motivo, tipo mangiare, ma si continua ad averne negli occhi le scene? E ci si sente dentro, quelle scene, a muoversi con loro, a sentire cosa stanno dicendo mentre si salgono e si scendono le scale? E quando quel libro lo si riesce a riprendere in mano, sentiamo di esserci ricongiunti con tutto ciò che ci stava importando? Ecco, quando capita questo, abbiamo tra le mani un capolavoro. Abbiamo tra le mani quella storia in cui desideriamo esser dentro. Quando non ci basta leggerla ma avremmo voluto essere lì, a cogliere quelle sfumature perfette, quei dialoghi sopraffini, quelle movenze, quegli sguardi.

Non saprei da che parte iniziare a descriverne le chicche, ma quel linguaggio del maggiordomo, Mr Stevens, ricco dei ‘Niente affatto’, ‘ Se volete scusarmi’, ‘vi sarei grato’, ecc., unito a quel rigore, a quell’imperturbabilità del suo ruolo, mi ha fatto impazzire in entrambe le opere. Vorrei conoscere Mr Stevens personalmente, vorrei che mi parlasse così, che mi mostrasse la sua totale dignità al disotto della quale intravedere le sue emozioni.

E i battibecchi tra Mr Stevens e Miss Kenton, la governante, che maestria! Dialoghi degni dei grandi autori del ‘700 e ‘800.

E i luoghi, quelle distese di prato inglese, quei paesaggi campestri di fiori e piccoli villaggi. Un giorno comprerò anch’io una residenza come quella, con una biblioteca così: scaffali altri metri e metri zeppi di libri magnificamente rilegati, che sanno di polvere, nei quali immergersi per giorni senza mai riapparire alla luce del sole. Dopo tutto questo, e dopo lo svolgimento di un intreccio concepito alla perfezione, che magari non rivelo, le ultime pagine sono particolarmente toccanti, in quanto spiegano il senso dello scorrere della vita, quel che resta, appunto, del giorno. E’ la sera, quando si è soddisfatti di ciò che nella giornata è stato fatto, ed è l’età avanzata, quando si pensa di aver ormai compiuto le esperienze più importanti e significative della nostra vita. Ma, guardandosi indietro, a debita distanza dagli avvenimenti, rimane a volte la sensazione che determinati piccoli accadimenti abbiano in realtà rappresentato delle svolte cruciali nella nostra vita, anche se in quei precisi momenti non se ne aveva la stessa impressione. Sono queste le riflessioni di Mr Stevens, e a dire il vero anche le mie. Ci si chiede come sarebbe stato se questo e quello non fosse accaduto, se altro fosse proseguito, e via discorrendo. Mr Stevens sostiene che non sia importante fare troppe congetture, ma a parlare per lui è la sua stessa dignità; anche la sua è una vita di rimpianti che tollera soffrendo in silenzio. Meraviglioso!

Kitties

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Entrando nella mia casa di montagna, chiusa da alcuni mesi, ho trovato sul divanetto in cucina tre piccoli micini. Potevano avere si e no un mese di età, e la loro mamma, fuggita proprio quando stavo aprendo la porta, vi si era intrufolata dal buco della presa d’aria, non ancora finito e chiuso con un solo cellophane ora strappato. Mi si è aperto il cuore. Ho pensato che quella mamma fosse stata particolarmente in gamba nell’identificare un luogo appartato e difeso dalle intemperie per far nascere i suoi cuccioli. Due tigrati, come lei, e uno completamente nero come il papà, che gironzolava anche lui nei pressi della mia casa come molti altri gatti. Quella gatta ha pensato che i piccoli ora fossero minacciati e si è avvicinata chiamandoli disperatamente. Così, li ho messi in una cesta con una coperta fuori dalla casa, insieme a una doppia pappa. Di notte ho vegliato e ho assistito ad una scena straordinaria da dietro la finestra. La mamma si è avvicinata una volta, con tutta una serie di piccoli versi che non appartengono a un gatto che non sia neomamma, ha preso un cucciolo in bocca e l’ha portato altrove. Da quel momento, è passata all’incirca un’ora prima che tornasse. Ho pensato che, forse, le bastasse prenderne uno per sentire di aver svolto la sua missione materna, dato che non tornava più. Ma poi, ho risentito i suoi piccoli versi e, di nuovo, si è riavvicinata ai due restanti. Loro le rispondevano, riconoscendola all’istante. Ne ha preso un altro e se l’è portato via. Poi, dopo un po’, è venuta una terza volta e ha preso il terzo micino rimasto solo. L’ho lasciata fare tutto perché è questo che doveva fare, ed è questo che i piccoli volevano, semplicemente ricongiungersi. Ma esaurita l’emozione dell’intera scena notturna, la mattina seguente un pensiero ha cominciato a farsi strada e a lasciarmi attonita. Quella gatta, come tutti i gatti, sapeva contare! Sapeva di avere tre cuccioli, non un numero indefinito, ma proprio tre. Li riconosceva uno ad uno nella loro diversità, ed è tornata per tre volte. Potrà sembrare un pensiero ordinario ma credo che non lo sia affatto. Sapeva quanti viaggi avrebbe dovuto fare, sapeva che – preso un gattino – qualcos’altro rimaneva ancora da fare; preso il secondo, l’impresa non era ultimata affatto. Che cos’è, questo, se non un conteggio? Sono rimasta meravigliata a lungo, come avessi fatto una scoperta secolare, che pure così considero. Basta poco, a stupirsi; basta porsi a livello dell’altro per capire il suo mondo, per comprendere un’infinità di cose di enorme bellezza.

Ridere

RIDERE

Non più tardi di ieri avevo un pessimo stato d’animo, un malessere all’ennesima potenza. Avviene, forse per tutti, quando la concentrazione di meschinità attorno a noi va oltre una certa soglia e, poiché purtroppo sono un’empatica, cedo il mio spirito e ne ottengo questa in cambio. La mia anima comincia a soffrire, giorno dopo giorno, fino a raggiungere una vera e propria sconnessione. Sulla sconnessione dell’anima varrà la pena scriverci qualcosa, perché è una questione estremamente seria e pericolosa. Credo di aver raggiunto una delle mie peggiori giornate proprio ieri. Non ero in me stessa, non sapevo chi fossi, avrei potuto fare qualunque azione. Per meschinità non intendo mai le piccole cose, i piccoli gesti, le azioni semplici, i lavori elementari, ma solo il livello dei pensieri, dei ragionamenti, i disvalori delle persone con cui mi rapporto. Quando questa si accumula e raggiunge quel certo livello di saturazione, esplodo come un vulcano che si stia preparando da tempo. C’è di buono che poi rinsavisco e sprizzo energia da tutti i pori. Non svelo cosa ho fatto, ma questa mattina ero tutt’altra persona; ho riflettuto che, tra le cose che forse un po’ mi sono fatta mancare ultimamente, si collocano le risate a crepapelle. Quando mi mancano, vado indietro nel tempo a pescare tra i ricordi. E le trovo eccome! Ho riso a crepapelle per interi anni di liceo, in classe come fuori; ho riso a crepapelle con una cugina con cui ho trascorso vacanze on the road meravigliose (con lei sono stata male dal ridere). Ho riso a crepapelle nei primi anni di lavoro, con le colleghe. L’ho fatto fino ad alcuni anni fa con altri colleghi, inviandoci delle mail e poi chiamandoci e attaccando a ridere per ciò che avevamo scritto. Ancora oggi, quando mi incontro anche solo furtivamente con le persone con cui ho riso tanto, il sorriso che ci scambiamo non è quello che ci scambieremmo con altri. E’ d’intesa e lo sappiamo solo noi, che abbiamo condiviso un meraviglioso divertimento che non è appartenuto ad altri. Ecco, forse, qualcosa che unisce le persone. Se con uno ridi parecchio, il legame che si crea rimane.

Ed ecco un fotogramma dal film ‘Ragione e Sentimento’ di Ang Lee; L’ho appeso in casa mia da anni, perché è proprio quel tipo di leggerezza di cui ho bisogno ogni tanto, anche perché conosco bene la scena stessa del film.  Quando lo guardo, qualunque stato d’animo io abbia, rido.