Il Piccolo Popolo – seconda parte

FATE

Per i metafisici medievali, tutti gli esseri invisibili venivano suddivisi in quattro classi: in cima gli Angeli, subito sotto i Diavoli o Demoni, che corrispondono agli angeli caduti del Cristianesimo; poi gli Elementali, Spiriti di Natura subumani ritenuti in genere di statura ridottissima; infine le Anime dei Morti e le ombre o fantasmi dei defunti. Con riferimento alla terza classe, i loro membri sono a loro volta suddivisi in quattro categorie, a seconda dell’elemento naturale in cui dimorano.

Gnomi: abitano nella terra, hanno una statura pigmea, sono amichevoli con gli uomini e nelle leggende corrispondono di solito alle fate o goblin che infestano le miniere, ai pixies, ai corrigan, ai leprecauni e a quegli elfi che vivono nelle rocce, nelle caverne o nel sottosuolo.

Silfi: vivono nell’aria e sono descritti come spiritelli dalle sembianze simili a quelle dei pigmei, corrispondono alle fate non appartenenti alla gentry e hanno un aspetto piacevole ed aggraziato.

Ondine: vivono nell’acqua e corrispondono esattamente alle fate che dimorano nelle sorgenti, nei laghi o nei fiumi sacri.

Salamandre: vivono nel fuoco e compaiono di rado nelle leggende celtiche. All’interno delle gerarchie elementali occupano la posizione più elevata.

Tutti questi Elementali, che procreano secondo l’uso umano, possiederebbe un corpo fatto di una sostanza elastica semi-materiale, non percepibile dalla vista e comparabile allo stato gassoso della materia. Benché siano impercettibili per I sensi umani, possano crearsi delle condizioni in cui il ‘piano astrale’ degli Elementali e quella parte del ‘piano fisico’ che qualche essere umano si ritrova a occupare, stabiliscono una sorta di relazione.

Di seguito, le principali creature del Piccolo Popolo:

Gentry:  è la tribù più nobile, molto superiori a noi. E’ una classe militare-aristocratica, sono alti e d’aspetto distinto, intermedi tra noi e gli spiriti. Le loro capacità sono strabilianti, potrebbero spazzare via metà della razza umana, ma non lo fanno perché siamo in attesa della salvezza. Restano sempre giovani. Se ti prendono e assaggi il loro cibo non puoi più fare ritorno. Diventi uno di loro e vivi nel loro mondo per sempre.

Leprecauno: porta un cappello rosso e si aggira intorno alle sorgenti d’acqua pura; di solito fabbrica le scarpe per tutte le altre tribù di fate.

Lunantishee: tribù che sta a guardia delle piante di prugnolo selvatico, impedendo a chiunque di tagliarne i rami l’undicesimo giorno di novembre o di maggio. Chi taglia un ramoscello di prugnolo in uno di questi due giorni sarà colpito dalla sfortuna.

Pooka: sono di pelle scura e montano bei cavalli, sono mercanti di cavalli. Fanno visita agli ippodromi ma di solito sono invisibili.

Daoine Maithe: vivevano vicino al Cielo prima della Caduta, ma non caddero, e adesso attendono la salvezza.

Esseri di Legno: sono di colore argento brillante con una sfumatura blu o viola pallido e hanno capelli di colore porpora scuro.

Tylwyth Teg:  spiriti dei Druidi morti prima dell’avvento di Cristo e che, essendo troppo buoni per essere mandati all’inferno, erano stati lasciati liberi di vagare per la terra a loro piacimento.

Lutins: spiritelli dispettosi, creature affascinanti e maliziose che abbondano in Bretagna. In passato ogni casa aveva il suo, era simile agli antichi numi tutelari della casa adorati dai Romani. Il lutin soprintendeva tutti gli eventi della vita domestica. Ricadevano nella sua sfera la manutenzione delle stalle e delle scuderie.

Bugul-Noz: il misterioso Pastore della Notte, alta e inquietante figura che i contadini bretoni credono di scorgere alla luce del crepuscolo quando rincasano tardi dal lavoro dei campi. Non è però uno spirito dannoso, svolgerebbe anzi un compito benefico, avvertendo gli esseri umani, col suo arrivo, che la notte non è fatta per attardarsi nei campi o in strada, ma per ripararsi e dormire

Yann-An-Od (Giovanni delle Dune): a volte è un gigante, a volte un nano. A volte indossa un cappello da marinaio di tela cerata, a volte un ampio cappello di feltro nero. A volte appare reclinato su un remo. Si tratta di un eroe marino, il cui compito consiste nel percorrere la costa lanciando di tanto in tanto lunghe grida penetranti allo scopo di spaventare i pescatori e farli allontanare prima che vengano sorpresi dalle tenebre.

Féès: fate bretoni.

Grac’hed Coz: nel folklore bretone le féès, o fate, appaiono quasi sempre come piccole donne anziane o, come dicono i cantastorie locali, Grac’hed coz.

Morgana: la sua dimora è nel mare, dove di giorno sonnecchia e guai a chi disturba il suo riposo. Il marinaio che la ode ne viene attratto, incapace di spezzare l’incantesimo che lo trascina verso la sua rovina: il vascello s’infrange sugli scogli, l’uomo finisce in acqua e la Morgana lancia un grido di gioia. Le braccia della fata, tuttavia, stringeranno soltanto un cadavere: al suo tocco, infatti, gli uomini muoiono, ed è questo a causare la disperazione della fata. Chi ha la sventura di incorrere nel suo abbraccio è condannato a vagare in eterno negli abissi marini, con gli occhi spalancati e il segno del battesimo cancellato dalla fronte. Egli non avrà mai una tomba ove i suoi parenti possano recarsi per pregare e per piangerlo.

Corrigan: includono anche i lutins o follets. Si crede che tutte le tribù fatate tornino in tutti i secoli composti da cifre dispari, mentre nei secoli pari si facciano invisibili oppure scompaiano. I Lutins possono assumere le sembianze di qualsiasi animale. Hanno tutti una natura maliziosa. 

Nains: sono esseri mostruosi, con corpi scuri o addirittura neri e ricoperti di peli, una voce come di vecchi e dei piccoli occhi neri luminosi. Si divertono a fare scherzi ai mortali a amano ballare in cerchio intonando la canzone sui giorni della settimana.

Lavandaie fantasma: venivano temute molto più dei corrigans. Le si udiva di solito verso la mezzanotte, mentre battevano i loro panni presso vari lavatoi, sempre a una certa distanza dai villaggi. Gli anziani sostengono che quando le lavandaie fantasma chiedevano a un passante di aiutarle a strizzare i panni, egli non  potesse rifiutarsi, altrimenti lo avrebbero bloccato e sarebbe stato strizzato lui stesso come un lenzuolo. E chi accettava di aiutarle doveva fare attenzione a torcere i panni nello stesso senso delle lavandaie; se per disgrazie li torceva al contrario, infatti, le sue braccia venivano strizzate all’istante. Si crede che queste lavandaie fantasma siano donne condannate a lavare i propri sudari funebri per secoli, ma che possono liberarsi se trovano un mortale che torca i panni in senso contrario.

Altri termini con cui sono definiti questi spiriti sono: Spriggans, Piskies, Buccas, Bockles o Knockers, Brownies.

Nella Fede nelle Fate, compaiono molte proibizioni o convinzioni; la principale proibizione impedisce di nominare le fate, il che porta a ricorrere ad eufemismi, come ‘il buon popolo’, ‘la gentry’ (aristocrazia), ‘il popolo della pace’. Il cibo che viene messo fuori per le fate, invece, non può essere mangiato né da uomini né da animali. Si dice che quel cibo non abbia più alcuna sostanza reale; l’idea sottostante sembra essere che le fate estraggano l’essenza spirituale del cibo offerto loro, lasciandone soltanto gli elementi più grossolani. Tutti questi esseri, trovano nelle danze circolari il loro maggiore diletto. Quando la luna è chiara e luminosa si radunano per fare baldoria presso menhir, dolmen e tumuli, ai crocevia o anche in aperta campagna, e non perdono mai l’occasione di tentare un mortale che passi di là ad unirsi a loro.

Infine, secondo una leggenda, è tabù per i corrigans nominare di seguito tutti i giorni della settimana. Durante e loro danze notturne cantano: ‘Lunedì, martedì, mercoledì, giovedì, venerdì’ ed è loro proibito completare l’enumerazione.

Fonte principale: Walter Y. Evans-Wentz

Antonello

Se penso che molte persone di oggi amano aggiungere il proprio titolo accademico ovunque, come se questo fosse garanzia di qualità, ancor più rimango affascinata dalla sua semplice firma: Antonello pictor. Un semplice nome, una maestria immensa. E’, ancora per poco, in mostra a Milano, Palazzo Reale, e non ho voluto perdermela. In ogni sala, una o due opere ben inquadrate, tavole di piccole dimensioni. E’ un pittore che ho sempre amato per la sua tecnica ‘fiamminga’ in un’Italia che dipingeva, nel ‘400, su altri principi. La si ritrova soprattutto nel San Gerolamo nello Studio, con una dovizia di particolari che richiederebbero di poter prendere in mano il quadro stesso, di poterlo toccare, inclinare e osservare con una lente di ingrandimento per assaporarne i piccoli dettagli.

Antonello_da_Messina_-_St_Jerome_in_his_study_-_National_Gallery_London

La si ritrova nell’impaginazione e nei volti della sua Crocefissione, che ricordano Van Eyck.

Antonello_da_Messina_026

Poi, i suoi ritratti, sacri e profani. Uomini in vista che ritrae di tre quarti, che guardano beffardi con volti perfettamente scolpiti dalla luce. Li guarderesti per ore, chiedendoti chi fossero e ringraziandoli per essersi fatti ritrarre ed esser così giunti a noi, che ancora ne parliamo.

Antonello_da_Messina_054Antonello_da_Messina_080

AntonelloCondottiereAntonello_da_messina,_ritratto_trivulzio,_1476,_02

Di fronte all’Ecce Homo penso di esser stata un quarto d’ora ad osservare i capelli e la corda al collo. Sembrava una corda vera.

ntonello_da_Messina_004

Infine l’Annunciata di Palermo, con quello sguardo che vorresti seguire percorrendone la linea di fuga.

 

Antonello_da_Messina_-_Virgin_Annunciate_-_Galleria_Regionale_della_Sicilia,_Palermo

Magnifiche opere, magnifica mostra, grazie Antonello.

11:11

11-11

Il fenomeno è cominciato, in maniera significativa, alcuni mesi fa. Guardando l’orologio, mi ero imbattuta in un 22:22 e, subito, mi ero domandata quale significato portasse con sé. Il giorno dopo, riguardando in un momento qualunque della serata, erano le 23:23. Poi, alcuni giorni dopo, una prima occhiata mi aveva restituito un 15:15 e, dopo aver fatto altro ed essermene dimenticata, la seconda un bel 16:16. Il numero di episodi è cresciuto costantemente, ed ora non c’è singolo giorno in cui non veda – per due o tre volte – numeri doppi, maestri o palindromi. La frequenza si è così acuita da avermi indotta a volerne prendere nota quotidianamente e, ad esempio, questo è ciò che ho registrato negli ultimi giorni:

03 maggio:   16:16

04 maggio:   11:11 –  14:00

05 maggio:   10.10 –  11:11 – 16:00 – 16:16

06 maggio    10:10 – 11:11

Devo dire che, guardandoli in sequenza, un po’ di effetto lo fanno, poiché sono in sostanza gli stessi numeri ricorrenti. So che in particolare l’11:11 ha un significato molto particolare, di grande potenza e di forte connessione con l’Universo, di centratura. Siamo sulla giusta strada per grandi risultati, dobbiamo solo andare avanti e dare ascolto a noi stessi.

Ovviamente ho consultato tutto ciò che potevo consultare sul tema; pare che diversi studi dimostrino che il fenomeno dell’apparizione dei numeri doppi o maestri, in modo particolare dell’11:11, si stia notevolmente amplificando e che un numero sempre maggiore di persone ne sia testimone. Anch’io, dunque, ne faccio parte, e credo sia in corso una connessione di un certo tipo per persone di un certo tipo. Si tratta sicuramente di una richiesta di attenzione che ci giunge dal mondo invisibile; così, se si è ricettivi, ogniqualvolta un segno particolare ci appare (e mai casualmente), la nostra attenzione si desta ed entra in modalità ascolto, in modalità percettiva. Ed io lo sono e sono prontissima ad accogliere ciò che questo mondo vorrà farmi sapere.

Stranezze

Mi domando se ci sia qualcun altro al mondo che abbia le mie stranezze. Ad esempio, durante una giornata di sole, quando tutti uscirebbero all’aria aperta e andrebbero di qua e di là, il restarsene a casa ad ascoltare in cuffia il suono della pioggia e del temporale. Comunque, di andare a tutti i costi da qualche parte, io mi sono stufata da tempo.

Un’altra stranezza che mi appartiene da anni è questa: quando mangio le patatine, prima devo dare due cazzotti al sacchetto, così da ridurle in piccoli pezzi e andarli a cercare in fondo. Anche con i biscotti amo i pezzi rotti, mentre i biscotti interi mi annoiano. Li trovo banali, nella loro interezza.

Vediamo…. Ah, eccone un’altra: amo lavare i piatti e, dunque, non uso la lavastoviglie. Ce l’avrei, ma è diventata un refugium peccatorum di pentolame vario, che però recentemente ho messo in ordine. Questo del lavare i piatti a mano è una passione sin da quando ero ragazzina. Se poi sono una montagna con pile e pile di piatti e bicchieri, allora per me è il massimo. Credo sia una delle mie tante forme meditative: sono io di fronte a delle piastrelle che ascoltano i miei pensieri e non si trovano mai in disaccordo con me (questo è importante). Forse avrei dovuto fare la lavapiatti di mestiere.

Ce ne sarebbero altre, naturalmente, ma forse non dovrei svelarmi così spudoratamente…

 

Quel che resta del giorno

QUEL CHE RESTA DEL GIORNO 1QUEL CHE RESTA DEL GIORNO 2

Non è che un premio Nobel determini automaticamente il nostro entusiasmo verso le sue opere. A volte, i migliori ingredienti non bastano; a volte ciascuno di noi cerca altro, qualcosa di personale in cui rispecchiarsi, qualcosa che ricalchi la nostra stessa esistenza. Conoscevo a menadito il film di James Ivory, perché ho un debole per i paesaggi inglesi, per quelle magnifiche residenze, per le storie ai piani bassi come a quelli alti, soprattutto perché si tratta di un grandissimo capolavoro con un duo Hopkins/Thompson strepitoso. Lei è la mia attrice preferita da sempre. Ma questa volta, libro e film fanno a gara tra loro, una bella lotta tra due capolavori assoluti. Ho letto, dunque, il libro di Kazuo Ishiguro. Avete presente quando si legge un libro, lo si deve mettere giù per qualche impellente motivo, tipo mangiare, ma si continua ad averne negli occhi le scene? E ci si sente dentro, quelle scene, a muoversi con loro, a sentire cosa stanno dicendo mentre si salgono e si scendono le scale? E quando quel libro lo si riesce a riprendere in mano, sentiamo di esserci ricongiunti con tutto ciò che ci stava importando? Ecco, quando capita questo, abbiamo tra le mani un capolavoro. Abbiamo tra le mani quella storia in cui desideriamo esser dentro. Quando non ci basta leggerla ma avremmo voluto essere lì, a cogliere quelle sfumature perfette, quei dialoghi sopraffini, quelle movenze, quegli sguardi.

Non saprei da che parte iniziare a descriverne le chicche, ma quel linguaggio del maggiordomo, Mr Stevens, ricco dei ‘Niente affatto’, ‘ Se volete scusarmi’, ‘vi sarei grato’, ecc., unito a quel rigore, a quell’imperturbabilità del suo ruolo, mi ha fatto impazzire in entrambe le opere. Vorrei conoscere Mr Stevens personalmente, vorrei che mi parlasse così, che mi mostrasse la sua totale dignità al disotto della quale intravedere le sue emozioni.

E i battibecchi tra Mr Stevens e Miss Kenton, la governante, che maestria! Dialoghi degni dei grandi autori del ‘700 e ‘800.

E i luoghi, quelle distese di prato inglese, quei paesaggi campestri di fiori e piccoli villaggi. Un giorno comprerò anch’io una residenza come quella, con una biblioteca così: scaffali altri metri e metri zeppi di libri magnificamente rilegati, che sanno di polvere, nei quali immergersi per giorni senza mai riapparire alla luce del sole. Dopo tutto questo, e dopo lo svolgimento di un intreccio concepito alla perfezione, che magari non rivelo, le ultime pagine sono particolarmente toccanti, in quanto spiegano il senso dello scorrere della vita, quel che resta, appunto, del giorno. E’ la sera, quando si è soddisfatti di ciò che nella giornata è stato fatto, ed è l’età avanzata, quando si pensa di aver ormai compiuto le esperienze più importanti e significative della nostra vita. Ma, guardandosi indietro, a debita distanza dagli avvenimenti, rimane a volte la sensazione che determinati piccoli accadimenti abbiano in realtà rappresentato delle svolte cruciali nella nostra vita, anche se in quei precisi momenti non se ne aveva la stessa impressione. Sono queste le riflessioni di Mr Stevens, e a dire il vero anche le mie. Ci si chiede come sarebbe stato se questo e quello non fosse accaduto, se altro fosse proseguito, e via discorrendo. Mr Stevens sostiene che non sia importante fare troppe congetture, ma a parlare per lui è la sua stessa dignità; anche la sua è una vita di rimpianti che tollera soffrendo in silenzio. Meraviglioso!

Kitties

kitties.jpg

Entrando nella mia casa di montagna, chiusa da alcuni mesi, ho trovato sul divanetto in cucina tre piccoli micini. Potevano avere si e no un mese di età, e la loro mamma, fuggita proprio quando stavo aprendo la porta, vi si era intrufolata dal buco della presa d’aria, non ancora finito e chiuso con un solo cellophane ora strappato. Mi si è aperto il cuore. Ho pensato che quella mamma fosse stata particolarmente in gamba nell’identificare un luogo appartato e difeso dalle intemperie per far nascere i suoi cuccioli. Due tigrati, come lei, e uno completamente nero come il papà, che gironzolava anche lui nei pressi della mia casa come molti altri gatti. Quella gatta ha pensato che i piccoli ora fossero minacciati e si è avvicinata chiamandoli disperatamente. Così, li ho messi in una cesta con una coperta fuori dalla casa, insieme a una doppia pappa. Di notte ho vegliato e ho assistito ad una scena straordinaria da dietro la finestra. La mamma si è avvicinata una volta, con tutta una serie di piccoli versi che non appartengono a un gatto che non sia neomamma, ha preso un cucciolo in bocca e l’ha portato altrove. Da quel momento, è passata all’incirca un’ora prima che tornasse. Ho pensato che, forse, le bastasse prenderne uno per sentire di aver svolto la sua missione materna, dato che non tornava più. Ma poi, ho risentito i suoi piccoli versi e, di nuovo, si è riavvicinata ai due restanti. Loro le rispondevano, riconoscendola all’istante. Ne ha preso un altro e se l’è portato via. Poi, dopo un po’, è venuta una terza volta e ha preso il terzo micino rimasto solo. L’ho lasciata fare tutto perché è questo che doveva fare, ed è questo che i piccoli volevano, semplicemente ricongiungersi. Ma esaurita l’emozione dell’intera scena notturna, la mattina seguente un pensiero ha cominciato a farsi strada e a lasciarmi attonita. Quella gatta, come tutti i gatti, sapeva contare! Sapeva di avere tre cuccioli, non un numero indefinito, ma proprio tre. Li riconosceva uno ad uno nella loro diversità, ed è tornata per tre volte. Potrà sembrare un pensiero ordinario ma credo che non lo sia affatto. Sapeva quanti viaggi avrebbe dovuto fare, sapeva che – preso un gattino – qualcos’altro rimaneva ancora da fare; preso il secondo, l’impresa non era ultimata affatto. Che cos’è, questo, se non un conteggio? Sono rimasta meravigliata a lungo, come avessi fatto una scoperta secolare, che pure così considero. Basta poco, a stupirsi; basta porsi a livello dell’altro per capire il suo mondo, per comprendere un’infinità di cose di enorme bellezza.

Ridere

RIDERE

Non più tardi di ieri avevo un pessimo stato d’animo, un malessere all’ennesima potenza. Avviene, forse per tutti, quando la concentrazione di meschinità attorno a noi va oltre una certa soglia e, poiché purtroppo sono un’empatica, cedo il mio spirito e ne ottengo questa in cambio. La mia anima comincia a soffrire, giorno dopo giorno, fino a raggiungere una vera e propria sconnessione. Sulla sconnessione dell’anima varrà la pena scriverci qualcosa, perché è una questione estremamente seria e pericolosa. Credo di aver raggiunto una delle mie peggiori giornate proprio ieri. Non ero in me stessa, non sapevo chi fossi, avrei potuto fare qualunque azione. Per meschinità non intendo mai le piccole cose, i piccoli gesti, le azioni semplici, i lavori elementari, ma solo il livello dei pensieri, dei ragionamenti, i disvalori delle persone con cui mi rapporto. Quando questa si accumula e raggiunge quel certo livello di saturazione, esplodo come un vulcano che si stia preparando da tempo. C’è di buono che poi rinsavisco e sprizzo energia da tutti i pori. Non svelo cosa ho fatto, ma questa mattina ero tutt’altra persona; ho riflettuto che, tra le cose che forse un po’ mi sono fatta mancare ultimamente, si collocano le risate a crepapelle. Quando mi mancano, vado indietro nel tempo a pescare tra i ricordi. E le trovo eccome! Ho riso a crepapelle per interi anni di liceo, in classe come fuori; ho riso a crepapelle con una cugina con cui ho trascorso vacanze on the road meravigliose (con lei sono stata male dal ridere). Ho riso a crepapelle nei primi anni di lavoro, con le colleghe. L’ho fatto fino ad alcuni anni fa con altri colleghi, inviandoci delle mail e poi chiamandoci e attaccando a ridere per ciò che avevamo scritto. Ancora oggi, quando mi incontro anche solo furtivamente con le persone con cui ho riso tanto, il sorriso che ci scambiamo non è quello che ci scambieremmo con altri. E’ d’intesa e lo sappiamo solo noi, che abbiamo condiviso un meraviglioso divertimento che non è appartenuto ad altri. Ecco, forse, qualcosa che unisce le persone. Se con uno ridi parecchio, il legame che si crea rimane.

Ed ecco un fotogramma dal film ‘Ragione e Sentimento’ di Ang Lee; L’ho appeso in casa mia da anni, perché è proprio quel tipo di leggerezza di cui ho bisogno ogni tanto, anche perché conosco bene la scena stessa del film.  Quando lo guardo, qualunque stato d’animo io abbia, rido.

Campo lunghissimo

CAMPO LUNGHISSIMO

Mi capita, non poche volte, di sentirmi dentro un film; in fondo un film altro non è che un brano di vita di qualcuno o di qualcosa. Ci sono diverse affinità tra il modo di vedere ciò che ci accade e il linguaggio filmico dei campi e dei piani (un campo descrive un ambiente, più o meno vasto e generale, ma non si focalizza sul soggetto, mentre un piano descrive principalmente il soggetto). Anche le stesse tecniche di ripresa altro non sono che il nostro modo di muoverci nelle scene della nostra vita.

Ognuno di noi è un unicum e vede e interpreta la realtà secondo il proprio sguardo, il proprio cuore, i propri condizionamenti, il proprio vissuto. In sostanza, guarda alla realtà in soggettiva. Nel linguaggio cinematografico, la soggettiva si ottiene ipotizzando che quanto accade sia visto e interpretato dall’attore soggetto. Se noi, però, siamo consapevoli di questo anche nella vita e, per esempio, quando parliamo con un tizio immaginiamo di essere dotati di telecamera e di riprenderlo, riusciamo a percepire tutta la finzione dell’inquadratura stessa, ovvero il fatto che ciò che stiamo vedendo è unicamente ciò che pensiamo di vedere, dato che non si tratta della realtà in senso assoluto ma, appunto, di una soggettiva. Questa tecnica permette di distaccarsi molto da ciò che avviene e assumere un punto di vista diverso a seconda dei casi, cambiando semplicemente la tecnica. Ad esempio, possiamo immaginare di fare del tizio un primo piano o un piano americano, di inquadrare un dettaglio, un particolare, di ritornare sulla figura intera e così via, ma ciò che vedremo è velato dal nostro sguardo. Si sviluppa la capacità di osservazione e la consapevolezza di non vedere nulla di ciò che è davanti ai nostri occhi, se non una proiezione di noi. La tecnica della soggettiva è interessante quando ci si trova in un piano sequenza, ovvero, mentre una serie di soggetti si muovono in micro scene che avvengono simultaneamente (questo è il piano sequenza), noi vi siamo al centro e osserviamo coi nostri occhi partecipando attivamente. Se, però, ciò che accade e ciò che percepiamo ci tocca troppo emotivamente, allora passiamo ad un campo lungo, ovvero inquadriamo una grande area all’interno della quale le scene che vi si stavano svolgendo prima diventano impercettibili, poi ad un campo lunghissimo, nel quale nessun soggetto è riconoscibile ma la natura e il paesaggio la fanno da padroni. Usiamo lo zoom come meglio crediamo, saliamo su un drone e inquadriamo la catena delle Ande, poi l’intero globo terrestre, poi l’Universo, poi ridiscendiamo a capofitto nel piano sequenza iniziale e facciamoci una risata. Bello, no? Non sempre mi viene, questo esercizio, ma quando mi riesce non è male.

Marc

Marc Chagall: un pittore bambino, che ha saputo mantenere e comunicare la sua interiorità, le sue emozioni. Lo adoro per i colori e perché mi fa sognare. E’ bravissimo nel racconto della sua felicità e del suo amore per Bella Rosenfeld.

E’ un amore che permette loro di volare sopra i tetti della città, come in un sogno. Appartengono solo a se stessi e sono oltre tutto il resto.

CHAGALL 3

E’ un amore che la fa volare dopo un pic-nic sul prato. Lui è felice e sorride, lei volerebbe ancora più in alto di così, come un palloncino, ma è trattenuta da lui. Lui non vuole che scappi.

CHAGALL 2

E’ un amore che la coglie all’improvviso durante il suo compleanno, dopo l’omaggio dei fiori e la torta pronta da tagliare. Lui è impulsivo, non può fare a meno di cercarla, di amarla, di darle attenzioni. Lei è stupita, benevolmente.

CHAGALL1

E’ un amore delicato e appassionato, sono forme oniriche, fanciullesche, sono i colori dei bambini, della fantasia, di tutto ciò che ci portiamo dentro, dei nostri sospiri.

Amici

amici

Belli, i miei amici, che in occasione del loro trasloco mi portano sacchi e sacchi di ninnoli che non vogliono più in casa. Sanno che per i ninnoli ho un debole, oggetti belli o meno belli, che terrò così o dipingerò. Sanno che ne terrò alcuni e ne darò altri ad un’altra amica che, come me, vivrebbe in un mercatino delle pulci, se non addirittura in una discarica a raccattare di tutto e a ridarne dignità.

Belli, i miei amici, che non chiamo da mesi pensando che le nostre strade ormai si saranno divise, e poi mi chiamano ed esordiscono con un ‘Roby, tu come stai’? Sanno che recentemente non sono stata molto bene e se ne sono ricordati. Dopo mesi di silenzio. Straordinario.

Belli, i miei amici, che come me sono un po’ bislacchi. Hanno dei drammi alle spalle, delle ferite, e questo è un filo che unisce. Con gli amici non devi andare necessariamente al cinema, lì puoi andarci anche con uno sconosciuto purché stia zitto durante il film e dica cose intelligenti dopo. Si, ok, la condivisione del tempo libero, ma non basta.

Con l’amico sei vero, sei ciò che sei, racconti le tue fragilità e lui le elabora con te. Ecco l’amico. La fiducia è una cosa seria.

Belli i miei amici, che mi scrivono ‘mi manchi, non vedo l’ora di rivederti’. Nemmeno l’amore è così, quello dura poco.

Belli i miei amici, che mi chiamano e si preoccupano per me e per la mia vita. Mi danno dei consigli.

Non ho amici fighetti, solo persone molto profonde e sensibili, che hanno spessore. Solo persone che conoscono la vita sul serio e ne sanno parlare, sanno comprendere gli altri con uno sguardo. Ci troviamo e facciamo delle lunghe chiacchierate, senza aver bisogno di andare da alcuna parte, per prediligere noi. Ci curiamo reciprocamente, ognuno tifa per l’altro.

Sono fortunata.