Il primo giorno d’Autunno

Missy era indubitabilmente bella ma lei non lo sapeva. Era qualcosa che noi umani riconoscevamo in lei attribuendole dei canoni estetici di perfezione che però non la riguardavano affatto. Entrata cucciola nella nostra famiglia dopo essere scappata da non si sa dove, ha mostrato presto le sue doti di cacciatrice attenta, pronta a balzare ovunque qualcosa attirasse la sua attenzione felina. Non c’è stato momento della nostra vita, in questi 17 anni, a cui non abbia partecipato; gioia e dolore che non abbia con noi condiviso. Non miagolava mai: per anni non abbiamo mai sentito la sua voce. Accettava qualunque cosa le fosse data, qualunque momento potesse vivere con noi, semplicemente essendoci e amando. I suoi sguardi erano dolci, scrutavano l’anima e inondavano di purezza. Non aveva bisogno di imporsi ma solo di condurre la sua esistenza al nostro fianco per lunghi anni, nel silenzio dei suoi pensieri, con le sue vibrazioni di pace. E’ stata per me, per noi, molto più che una compagna di vita. A me ha dato molte lezioni su cosa significhi l’amore incondizionato che penso di aver provato solo con lei e con le altre gatte che sono entrate nella mia vita. Zero scambi, zero richieste, zero condizioni. Le piaceva venire in montagna perché si sentiva un gatto a tutti gli effetti e rispondeva ai molti richiami della natura. Ma poi, rientrata a casa, amava il contatto con le nostre carezze e il calore della famiglia. Le sue fusa erano potenti e partivano all’istante non appena le si dicesse qualcosa con un certo tono di voce. Io, che non amo essere fotografata né fotografare altri, di lei ho centinaia di scatti e di video. Perché era lei, non un essere qualunque ma un essere trascendentale. A luglio Missy si è ammalata improvvisamente. Un episodio di febbre improvvisa proprio a lei che non aveva mai avuto nulla. Le venne una forma di demenza: non riconosceva i luoghi in cui andare a cibarsi e a bere, non riusciva più a dormire, tentava di scappare in continuazione proprio come fanno le persone con l’Alzheimer. Voleva uscire, si metteva di fronte al panorama dei boschi e guardava l’infinito, forse un richiamo la stava raggiungendo. Cominciai a prendermi ancora più cura di lei e a farla mangiare e bere, a portarla nella cassetta che non riconosceva più. Un paio di settimane dopo, le vidi il nasino perfetto totalmente sprofondato in un grave gonfiore del musetto. Si ritirava in disparte, Missy, e capii subito che qualcosa di grave stava accadendo. Cominciò ad emanare un odore terribile, di cancrena, dalla bocca. La veterinaria ci dette una pomata non riuscendo a capire di che si trattasse. Giorno dopo giorno, il muso si fece sempre più gonfio e cominciò a riempirsi di croste, il nasino si chiuse definitivamente e Missy respirava solo con la bocca. Smise di mangiare definitivamente e cominciai a idratarla con flebo. Le zampine davanti si deformarono impedendole di camminare senza cadere in continuazione. Gliele fasciai e mi ostinai a portarla fuori almeno dieci minuti al giorno per sentirsi viva. Faceva un passo e cascava. Allora si sdraiava e guardava di nuovo l’infinito. Vedevo la sua sofferenza ma non accettavo di dover ricorrere all’eutanasia, l’idea di togliere per mano mia la vita ad una creatura è qualcosa che non mi va giù. Il soffio di vita non appartiene a nessuno di noi. Ho quindi pregato, chiedendo a Dio che – se questa dovesse essere la fine di Missy, allora che stabilisse di non farla soffrire. A Missy, invece, ho chiesto di darmi un segno quando per lei la sofferenza fosse stata insopportabile. Ma speravo nella prima soluzione. I giorni passavano, la veterinaria diceva di non aver mai visto, in 25 anni di attività, un caso del genere. Sembrava qualcosa di inguaribile, e come unico aiuto (oltre a dell’antibiotico) ci dette una pomata che avrebbe fatto cadere le croste sul muso. L’odore era terribile. Di notte, Missy era con me nel letto, la tenevo stretta per scaldarla e le parlavo dolcemente. Cominciai a ringraziarla per il dono che aveva rappresentato per me, sentendole le ossicine del corpo che si facevano sempre più sporgenti giorno dopo giorno. Ero impotente. Una sera, dopo averla fatta bere un po’ nel letto, lei si passò la zampina sul musetto e un’intera guancia si staccò di netto lasciando scoperta l’arcata dentale. Rimasi di sasso e mi preoccupai di disinfettarla. La parte staccata, con tutte le vibrisse, era grigia e in cancrena. Missy non sembrava soffrire, però, era come se si fosse liberata di una parte di sé che non le apparteneva più. In compenso, venne via una parte di nasino e lei poté di nuovo respirare. La mattina dopo, sul cuscino trovai la seconda guancia e Missy era senza volto. Le rimanevano gli occhi, belli e dolci come sempre. Le parti in cancrena erano via, lei non ebbe più quell’odore e per me era ancora più bella di prima. Cominciò a mangiare con avidità e a bere autonomamente. Pesava un chilo e duecento grammi. La alimentavo spesso e non la lasciai un attimo sola, stava con me 24 ore al giorno. Quando ero al computer, la posizionavo sulla scrivania sopra una piccola coperta elettrica e le mettevo in sottofondo alcune melodie di Mozart che tanto le piacevano. La medicavo, la nutrivo, la portavo fuori cinque minuti a guardare l’infinito. Le parlavo e la accarezzavo tanto. Ma era di notte che sentivo di amarla come non ho mai amato nessuno. La stringevo, la coprivo, vegliavo su di lei in continuazione. Faceva la pipì ovunque si trovasse come una bambina o come una vecchina. La amavo così tanto che mi si spezzava il cuore vederla così indifesa, così gracile. Avrei fatto e dato qualunque cosa per lei incondizionatamente. Ecco cos’è l’amore. Missy resistette qualche giorno ancora e poi smise di nuovo di mangiare e di bere. Sapevo che era questione di poco e le rimase l’istinto di voler uscire come prima. Per le ore serali, le avevo fatto un giaciglio sulla grande mensola della finestra da cui poteva vedere i boschi e gli animali. Sentiva sicuramente un richiamo. Non ce la faceva più a vivere e chiesi a Dio di prenderla con sé. Avvenne così, la sera del primo giorno d’Autunno. Nel silenzio e nella pace che avevano contraddistinto la sua vita intera, senza farsi sentire, senza creare disturbo. Non si era lamentata mai. La notte, ormai un corpicino senza vita, ha dormito ancora con me e l’ho coperta come solevo fare. Ho conservato la federa su cui poggiava la testina, e ho conservato le fasciature delle zampine. La mattina dopo, in una bellissima cassetta di legno, avvolta in un lenzuolino e in una coperta che le fosse d’aiuto per l’inverno imminente, al collo un piccolo crocifisso, l’abbiamo sepolta sotto un frassino, su una collinetta del nostro terreno che vedo dalla finestra della mia camera. Rivolta ad est, saluta il sole del mattino e guarda a quell’infinito che sempre cercava. La vado a trovare ogni giorno e la piccola tomba è ora decorata di sassolini bianchi e di violette. Il vuoto è immenso, nemmeno descrivibile. Ma tutte le sere, da quando lei è lì, un cerbiatto vaga sulla collinetta e le porge i suoi saluti, e ho poi scoperto che la sua tana è proprio a tre metri dalla piccola tomba. Non è sola, Missy, è anche visitata dai molti gatti della zona che giocano con i fiocchi che ho deposto insieme alle violette. Missy sa quanto è stata amata, ed io so quanto sono stata amata da lei di quell’amore così puro. Questa mattina, recandomi da lei, le ho chiesto di farsi viva con qualunque sembianza, saprò riconoscerla all’istante. Mi chiedo se valga la pena gioire tanto per poi soffrire in questo modo, ma la risposta è si. Missy è stata una grande lezione di vita e mi ha sicuramente migliorata.

E’ stato un onore per me averti al mio fianco, Missy; spero di aver fatto abbastanza e di esserti stata degna. Ti penso sempre.

Visioni

Nei vari incontri col vecchio proprietario della casa, nei quali intendeva illustrarmi il giardino con le sue piante, la casa stessa e le sue fasi di costruzione, nonché tutte le particolarità del vivere, ci ha tenuto a raccomandarmi ossessivamente di proseguire in una serie di sue consuetudini. Tutte le sere, nella vallata davanti casa, arrivano infatti molti animali dal bosco per nutrirsi, ed io avrei dovuto inserire una recinzione elettrica per scoraggiarli. Benché si sia immersi nella natura, infatti, la natura per molte persone – ed è un pensiero assai diffuso – non deve entrare in contrasto con il loro banale vivere. Ci ha tenuto a dirmi che sugli alberi da frutta vanno appese delle trappole per catturare e uccidere i calabroni che di quella frutta si nutrono, che sull’intera superficie del cortile d’entrata occorre dare più volte all’anno del diserbante, altrimenti tra la ghiaia nascerebbe l’erba. Lo stesso diserbante andrà dato anche di qua e di là alla base degli alberi (così muoiono anche uccelli e insetti), mentre contro le talpe ci sono metodi per la loro uccisione per salvaguardare l’orto. Mi ha chiesto se avevo un gatto, e alla mia risposta positiva si è sentito soddisfatto perché così avrebbe cacciato gli scoiattoli che a settembre vanno sugli alberi di nocciole e di noci, come se io avessi preso una gatta perché mi fornisse un’utilità. E’ andato avanti così per parecchie volte, ma gli ho spiegato che non avverrà nulla di ciò che mi ha suggerito di fare. Anzi, avverrà l’esatto opposto e che se ne facesse una ragione. Non sia mai, vero, che io debba raccogliere una prugna in meno delle 30 casse che le piante offrono. O un kiwi in meno, o una mela, una pera, una nocciola, una noce, una castagna. Non sia mai che dall’orto qualcuno si prenda un cetriolo, considerando che ho avuto la benedizione di mangiare cibi dell’orto in continuazione. No, l’uomo vuole tutto per sé, ritenendo che il principio di proprietà privata sia da applicare anche contro le mosche. Un animale è come un vicino di casa che sconfina e, come tale, va ricacciato nella selva. E’ un problema culturale molto serio che fa più danni di quanto si pensi; in una parola: Egoismo.

Non solo non ci sarà alcuna recinzione, ma per molte sere mi sono recata ad osservare quei magnifici animali, vedendo branchi di cinghiali, famiglie intere di caprioli, cervi dai palchi imponenti, tassi, volpi. E’ magnifico vederli avvicinare agli alberi carichi di frutta dai quali si sono già abbondantemente serviti uccellini e insettini vari. Loro raccolgono ciò che è caduto, ma io raccolgo direttamente dai rami e lancio sui prati apposta per loro. Quegli alberi hanno dato così tanta frutta estiva da essercene per tutte le creature, ed anzi io vengo dopo di loro. Le talpe vivranno facendo ciò per cui sono nate, i calabroni anche. Nessuna creatura verrà toccata ma verrà accolta e nutrita. Nessun filo d’erba dovrà più temere una sola goccia di diserbante. L’erba tagliata verrà raccolta e fatta asciugare in un fienile per nutrire gli animali in inverno, quando il bosco offrirà poco, e costruiremo un’area in cui depositarlo per loro insieme a frutta e semi. Passerò ore a guardarli e farò in modo che mi riconoscano. Li fotograferò. Li disegnerò. Li amerò.

Luna Piena

Dalla parte opposta al Sole, con un’età di 14,7 giorni, appare magnificamente illuminata e nel massimo del suo splendore. Guardandola ci si innamora di lei all’istante, per il fascino e il potere che esercita su di noi, su animali e piante, sull’intero Pianeta. E’ meravigliosa e altera, imponente, perfetta. Si trova a metà del suo ciclo ed offre il volto pienamente, senza titubanze, senza paure, guardandoci dall’alto e benedicendoci, osservandoci dritti negli occhi senza riserve. Questa fase è la più potente di tutte, portatrice del compimento di progetti, ricongiungimento tra anime che si cercano, realizzazione di idee e creazioni. Le facoltà psichiche sono al massimo. Nella serata di Luna Piena, le si può chiedere di allontanare da noi, portando con sé nella fase calante dei giorni a venire, ciò che non fa più per noi: persone, ricordi, situazioni, paure, abitudini. E’ il rituale di allontanamento e di guarigione della psiche che può essere svolto semplicemente lasciandosi inondare dai suoi potenti raggi o facendo un bagno in mare ed esponendoci al suo sguardo.

Ogni lunazione mensile ha inoltre un significato preciso.

Quella di Agosto è la Luna del Grano: si raccolgono i frutti della terra e si prepara il terreno al prossimo inverno, così come il nostro organismo si prepara alla stagione fredda.

Settembre, Luna del Raccolto: si allontanano le ombre della notte e si fa incetta di luce interiore.

Ottobre, Luna Rossa: i rami di foglie assumono tale colore, la linfa rallenta e si va incontro al sonno invernale. L’organismo deve essere predisposto per l’inverno assumendo sali minerali e sostanze energetiche.

Novembre, Luna della Neve: i lavori si svolgono al chiuso e nel silenzio. La campagna si ferma nel proprio letargo.

Dicembre, Luna Fredda: simboleggia l’arrivo del nuovo anno attraverso il simbolo della quercia che ha profonde radici nell’oscurità dell’anno trascorso e una chioma che si eleva nel cielo nuovo.

Gennaio, Luna del Lupo: purifica e rinnova, spazza via il passato e prepara al risveglio. Si attende il Sole per ricominciare.

Febbraio, Luna di Ghiaccio: l’inverno è quasi alle spalle e si ha fame di nuovi raccolti. E’ il passaggio dal sonno al completo risveglio primaverile, chiude e riapre un ciclo.

Marzo, Luna della Tempesta: la vita si rinnova, la luce riappare, la linfa torna a fluire nella vegetazione. Molti alberi cominciano a fiorire.

Aprile, Luna dei Nuovi Inizi: tutto si rinnova e così anche l’organismo umano che si ricarica energeticamente.

Maggio, Luna della Lepre: nascono creature domestiche e selvatiche. E’ la Luna dell’abbondanza, della fecondità e del latte materno, dei profumi, dei fiori. Tutto viene seminato e l’organismo umano si libera dagli stati depressivi.

Giugno, Luna dell’Idromele: la natura rigogliosa è al culmine del suo splendore. E’ tempo di sacralità.

Luglio, Luna del Fieno: si raccoglie e si conserva per i tempi a venire. Si fanno essiccare le erbe officinali.

Domani, giorno di Luna Piena, è dunque possibile esporre i nostri oggetti più cari ai suoi raggi e allunare l’acqua da bere. Tutto andrà esattamente per il verso che abbiamo desiderato.

X Agosto

Avevo una maestra dolce e sapiente, capace da sola di tenere in perfetto controllo e coinvolgimento una classe di ben 36 alunni. Erano decisamente altri tempi, tempi scanditi dall’apprendimento di molte meravigliose poesie che sarebbero rimaste nel nostro cuore per sempre, come se le avessimo imparate solo ieri.

Le stelle cadenti sono dette anche Lacrime di San Lorenzo, perché secondo un’altra credenza egli le avrebbe versate durante il suo supplizio. E proprio queste lacrime hanno ispirato Giovanni Pascoli per la sua meravigliosa ‘X Agosto’. Ero molto piccola, l’immagine di quella rondine non mi avrebbe più lasciata e presto sarei rimasta in attesa di quella bambola. Pascoli rievocava qui la morte del padre ucciso in un agguato. Così, le stelle sono sia messaggere di desideri che rimembranza di lacrime per un padre perduto troppo presto, come qualcuno di noi ha vissuto. Quel ‘pianto di stelle’ ha segnato la nostra esistenza per sempre. Dedico X Agosto a chi ha perso troppo presto un padre, a chi ha sperato sempre in un suo ritorno, a chi lo attende ancora oggi. Gli altri non potranno mai capire, nemmeno coloro che vorrebbero considerare i padri come non fondamentali.

San Lorenzo, io lo so perché tanto

di stelle per l’aria tranquilla

arde e cade, perché sì gran pianto

nel concavo cielo sfavilla.

Ritornava una rondine al tetto:

l’uccisero: cadde tra i spini;

ella aveva nel becco un insetto:

la cena per i suoi rondinini.

Ora è là, come in croce, che tende

quel verme a quel cielo lontano;

e il suo nido è nell’ombra, che attende,

che pigola sempre più piano.

Anche un uomo tornava al suo nido:

l’uccisero: disse: Perdono;

e restò negli aperti occhi un grido:

portava due bambole in dono.

Ora là, nella casa romita,

lo aspettano, aspettano in vano:

egli immobile, attonito, addita

le bambole al cielo lontano.

E tu, Cielo, dall’alto dei mondi

sereni, infinito, immortale,

oh! d’un pianto di stelle lo inondi

quest’atomo opaco del Male!

Luna Nuova

Méne, un termine di origine indoeuropea, da cui Mén, mese, e Mensis in latino. Dalla stessa radice Mé deriva anche Métron, la nostra unità di misurazione, perché anticamente le civiltà misuravano il tempo con le fasi lunari. Anche Méter, madre, identificava il potere protettivo dell’astro. La Luna, con il Sole, ha da sempre svolto un ruolo indiscutibile, perché rischiara la notte e perché, soprattutto, influenza i fenomeni e i comportamenti al di sotto di sé. A differenza del Sole, di natura maschile, attiva e calda, la Luna è femminile, passiva e fredda, e le sue diverse fasi: Luna Piena, Calante, Nuova, Crescente, incarnano le stesse fasi della vita: nascita, crescita, pienezza delle proprie potenzialità, contrazione, morte e poi rinascita. Nella tradizione mitologica greco-romana, essa veniva incarnata da tre distinte divinità:

  • SELENE – La Luna Piena, apportatrice di vita.
  • ECATE – La Luna Nera, simbolo di morte e rinascita e connessa al soprannaturale, capace di indovinare il passato, il presente e il futuro.
  • ARTEMIDE – Piccola falce di Luna Crescente, protettrice di bambini e animali, della natura incontaminata, della nascita, del germoglio, della rigenerazione. Anche se identificata con Diana cacciatrice, la sua funzione era di difendere boschi e selvaggina.

Allontanandoci dagli Astri, abbassando lo sguardo, ci siamo allontanati non dal loro potere ma dalla consapevolezza che esso continui eternamente ad esistere. Immergendoci invece in un contatto con la natura, ritrovando la nostra solitudine ed entrando in relazione col silenzio, alziamo lo sguardo e cerchiamola: essa ci guarda e ci conduce, perenne nella sua esistenza; nella sua fissità ci guida come a un marinaio in mare aperto. La sua influenza è potente e riguarda moltissimi ambiti, esiste un momento propizio per ogni cosa in relazione alle fasi lunari: le attività agricole, i lavori manuali, la riuscita negli intenti, l’umore, l’andamento della salute o dei malanni, dei comportamenti, la nascita e la crescita di ogni creatura. E’ una scienza di cui non si vuole parlare oggi, come di molte altre, ma conosciutissima da millenni. Solo l’arroganza di una specie umana ormai fortemente degradata ha potuto rinnegare ciò che da sempre è risaputo ed esistito. Cancellando tutto questo, l’uomo rinnega ciò che è stato creato e le sue Leggi, si erge egli stesso a Creatore elevandosi pericolosamente sopra un baratro che lo inghiottirà, la sua stessa esistenza è trattenuta da quel filo già creato per lui rispetto al quale egli nulla può. Osservo e ascolto la Luna da tempo, ne riconosco le fasi e gli effetti: tutto collima con la sua influenza. Domani sarà Luna Nuova ed è tempo di desideri. Da quando esprimo i miei desideri, con determinati rituali durante le diverse fasi lunari, essi si sono tutti avverati. Nessuno è rimasto indietro.

La Luna Nuova non si vede, è in posizione intermedia tra Terra e Sole e con quest’ultimo tramonta e sorge, ma la sua influenza è molto forte. Dopo la fine della fase di Luna Calante e prima della fase Crescente, essa simboleggia il momento zero, quell’attimo prima della rinascita, il momento in cui l’anima sta per entrare in un nuovo corpo per seguire le sorti della propria esistenza in una ulteriore possibilità. E’ un momento delicato: occorre riposare e non agire, ma ringraziare per ciò che è stato e per ciò che sarà. Tutto è favorito purché sia qualcosa di nuovo e rappresenti un cambiamento positivo nella propria vita, qualcosa di rigenerante. Con Luna Nuova, si piantano semi che germoglieranno in momenti futuri. Alzando gli occhi, dunque, e cercandola, lei ci parlerà.

Fairies House

“Ebbs and Flows” Kevin MacLeod (incompetech.com)
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E’ uno spettacolo. L’ho scelta al primo sguardo e lei ha scelto me. Benché io abbia voluto visitare anche altre case, tutte altrettanto belle e ricche di dettagli affascinanti, sapevo dal primo istante che sarebbe stata lei. La mia mente tornava lì, il mio cuore percepiva le energie provenienti da quel magnifico giardino e dal bosco. Doveva essere lei e, nonostante gli ostacoli che mi si sono presentati davanti, e i lunghi tempi, non ho mai nemmeno pensato di dovervi rinunciare. Sapevo che mi stava aspettando, che entrambe ci cercavamo da tempo. Così è stato. Quel giardino, su cui passeggiare a piedi scalzi raccogliendo i pensieri e volgendo lo sguardo ora a un fiore, ora alla vallata che si estende nel retro casa, fino a raggiungere il bosco da cui provengono suoni di ogni tipo, quel giardino mi ha incantata. Avrò alberi in abbondanza da abbracciare e a cui fare i miei discorsi. Alberi da amare. Si chiamerà Fairies House perché qui, le fate, ci sono. Fate che mi accompagneranno in una nuova era ricca di stimoli e di creatività. Sarà un’oasi di pace e di meditazione; sarà un santuario per gli animali che mi verranno a trovare. Sarà un luogo sacro come sacra è la terra su cui sorge. A pochi metri, infatti, una chiesa con un bellissimo campanile romanico ricorda lo scorrere del tempo con le sue possenti campane, e ricongiunge alle vite dei molti che per secoli hanno pregato su questa terra. C’è qualcosa, in quella casa, queste sue vibrazioni, che cattura chi sa percepire. Un dono che spero di meritare. Riprenderò dunque a scrivere di molte cose ed anche di lei, la casa delle Fate.

Mandala

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Amo molto le attività manuali, sia quelle più materiali o materiche che quelle più artistiche, e trovo che siano una delle tante forme di meditazione, di introspezione, di ascolto. In quelle ore, sono solo io con i miei pennelli, con i colori da miscelare per trovare l’accordo perfetto, con un ricamo. Sono io con i miei ritagli di stoffa o con i materiali raccolti durante l’anno: le foglie rosse d’autunno, i ramoscelli e i sassi, i fiori essiccati tra le pagine di un libro, le piume. E’ uno stato yogico, di connessione con Dio. Non è del tutto importante ciò che si crea, quanto l’atto in sé del creare. La mente si schiarisce, le virtù emergono: la pazienza, la calma, l’osservazione, la riflessione. Talvolta, mentre lavoro, ascolto un film. Scelgo, in questi casi, film che amo e che ho già visto più volte, perché non potrei seguirne la visione ma posso ascoltare le sfumature dei dialoghi, le pause, le musiche. In un film, si sa, ci sono molti piani da apprezzare. Capita, però, che m’incanti a seguirne una parte; essendo un film che conosco, aspetto che arrivi quella determinata scena. Allora mi fermo e me la gusto ma, poi, riprendo il mio lavoro. Altre volte ascolto musica: dei mantra o il suono del temporale, oppure Mozart, o Bach. Cerco di creare un’armonia tra l’opera, i materiali e la tecnica, e la tipologia di musica. Anche il film non può essere dissonante rispetto a ciò a cui sto lavorando e allo stato d’animo.

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Mi piace, fondamentalmente, la solitudine. Mi sono circondata di persone che sanno comprendere i silenzi. Sanno rispettarli e li praticano al tempo stesso. Non è affatto necessario che ci si parli in continuazione, chi l’ha detto? Si può restare in silenzio a godersi un solo sguardo d’intesa, in uno spazio proprio e sacro in cui, per entrare, occorre che altri bussino. Si può parlare con i pensieri, comunicare sul serio e nel profondo. Anche i miei amici sono così: creativi. Mi mostrano le foto dei loro lavori con orgoglio, solitari anch’essi. Eppure, quando li penso mi chiamano all’istante o mi scrivono, ed è la potenza della vera connessione.

A casa, dunque, basta essere soli e prendere un foglio. Immaginarsi di fluttuare nello spazio e catturare forme che sono lì per noi, per essere ammirate.

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Basta disegnare qualcosa soprattutto se si pensa che non esista davvero, ma solo ipotizzando che esista. E’ una grande apertura mentale, direi un’apertura alare che ci fa volare tra quei vortici e quelle geometrie sacre, essi stessi oggetto di meditazione. Occorre dimenticare ogni capacità acquisita ed ogni giudizio sui nostri talenti; semplicemente, sapere di poter produrre qualunque cosa lasciando che la nostra capacità visionaria sia da noi stessi legittimata. Si creerà qualcosa di nostro, avremo parlato senza parlare. Avremo nutrito l’anima, la nostra parte autentica. Lei ci ringrazierà.

Vedere

CIVETTA

Da due mesi esatti, una civetta si aggira nei pressi della mia casa; si fa sentire di sera tardi, quando è ormai tempo di cercare il riposo. Talvolta, l’ho avvertita più lontana; talvolta, addirittura sopra il lucernario della mia camera. Il suo verso è un grido all’infinito, alla notte e alla luna. L’ho ascoltata sempre e mi ha portato il suo messaggio. La civetta ci chiede di usare l’intuito e di fidarci. E’ nel buio, che la sua vista si fa acuta, là dove in genere non si vede. E’ la metafora di ciò che è più celato, della realtà vera dell’inconscio. Nel buio, nelle ore piccole, nel silenzio, il nostro sé ci parla e si svela nella sua magnificenza.

Sono molti, però, gli animali che ci insegnano a guardare e a vedere.

PIPISTRELLO

Il Pipistrello – questa bellissima creatura riposa a testa in giù. Anch’io sto a testa in giù, talvolta, quando pratico yoga, e mi chiedo quanto sarebbe interessante poter camminare sul soffitto e dover fare un passo per superare il dislivello di una porta. Il suo messaggio è che la realtà può essere letta anche al contrario, ciò che non amiamo essere amato, ciò che pensiamo sia qualcosa, essere l’esatto opposto.

LINCE

La Lince – anche la lince vede nel buio come la civetta, ma si muove furtiva e attenta ad ogni fruscio. Bisogna fare attenzione ai piccoli avvertimenti che potrebbero annunciare eventi grandi e talvolta pericolosi. La lince non è sfiduciata del mondo che ascolta, ma è fortemente fiduciosa di se stessa e delle sue capacità di vedere, sentire e interpretare. Sa, prima di altri, cosa accadrà.

AVVOLTOIO

L’Avvoltoio – il suo messaggio è molto prezioso: tutto ha un valore. Anche ciò che a prima vista potrebbe sembrare un’esperienza da dimenticare, qualcosa da scartare, è stato un dono. La vita ci porta dei doni di varie forme e sta a noi accoglierli anche quando non sono infiocchettati. In ogni esperienza, in ogni incontro, c’è qualcosa che era destinato a noi e non va buttato.

FALENA

La Falena – la sua caparbietà la porta a cercare una fonte luminosa quando è buio, ma talvolta ciò che luccica può essere fuoco. Il suo consiglio è di restare a debita distanza e attendere di comprendere meglio la fonte del luccichio per non bruciarsi le ali. Meglio muoversi con maggior circospezione e valutare bene se la luce non sia un nemico travestito.

TOPO

Il Topo – questo animaletto si muove alla sua piccola altezza. C’è un mondo interessante anche lì e il topolino è così indaffarato perché vede molti piccoli accadimenti. Nei dettagli, nelle piccole cose, nelle micro-emozioni, si rivelano i macro-cosmi. Ci insegna a badare di più ai gesti comuni, alla sfumatura delle cose e dei comportamenti, che sono ricchi di informazioni e fonti di gioia una volta che ce ne saremo accorti.

COLIBRI'

Il Colibrì – questo meraviglioso e microscopico uccello, dispiega enormi energie per raccogliere il polline dal suo fiore preferito. Le sue dimensioni, le sue alucce, non costituiscono un ostacolo per lui, che non si risparmia e non perde di vista ciò che gli è necessario per vivere. Insegna a restare concentrati, a non badare a ciò che gli altri dicono ma solo allo sforzo che stiamo facendo, perché saremo ricompensati.

GIRAFFA

La Giraffa – il suo lungo collo le permette di vedere ‘oltre’. Non ha bisogno di perdere i propri pensieri, né essere preoccupata per le sciocchezzuole di tutti i giorni. Anche se vi si trova nel mezzo, le basta allungarsi e guardare l’orizzonte, per vedere che – tra lei e l’infinito – non ci sono ostacoli reali. Il suo consiglio è di alzare lo sguardo, di porsi al disopra di ciò che accade, perché c’è altro che ci attende ed è di gran lunga più prezioso.

AQUILA

L’Aquila anche l’aquila vede da altre altezze, ma per farlo deve spiccare il volo e lasciarsi trasportare dal vento. La sua è una scelta liberatoria e ci spiega che il distacco da ciò che è avverso richiede una certa volontà. Solo a quel punto, scopriremo che il vento ci aspettava per aiutarci a fluttuare, e che bastava cambiare prospettiva.

Vorrei essere un pipistrello, per un giorno, o un colibrì o un’aquila. Ma forse lo sono già.

Sorriso

POMODORO

Faccio sempre dei complimenti alle mie piante, perché – dopo i mesi invernali in cui comunque mi sono presa cura del loro torpore, questo è il periodo in cui ognuna di loro si dà parecchio da fare. Non mi limito a bagnarle, ma dico una parola specifica e personalizzata ad ognuna di loro tutti i giorni. Ed è un peccato che non possa essere in montagna, là si che avrei trascorso l’intera giornata tra fiori, alberi, uccellini e farfalle. Così, ogni mattina, mi piace avvicinarmi ad una pianta alla volta, bagnarla e osservare quali novità mi stia offrendo. Per una c’è un fiore che sta per sbocciare, per un’altra delle foglioline nuove, per un’altra ancora una gemma o un nuovo alberello. Le dico, allora, che è stata brava e che sono lieta di qualsiasi cosa ritenga di volermi donare. Accarezzo sempre le mie piante, sulla testolina e sulle foglie; il mio rapporto con loro è visivo e tattile, ma anche empatico e telepatico. Dico loro di presentarmi i loro piccoli e, anche quando sono bruttarelli come in alcune piante grasse, a loro dico che sono meravigliosi e che sono il risultato del loro sforzo e del loro amore. Ogni figlio, infatti, è degno di essere. C’è una grande energia in tutto questo, la mia e la loro all’unisono. Ci parliamo, presento una nuova piantina alla mia gatta e la gatta alla nuova piantina. Quest’anno, per la prima volta, ho sperimentato la semina di pomodori sul balcone, anche se faccio parte di coloro che farebbero fatica a cibarsi di ciò che persino coltivano, lo riterrei un tradimento. Ho dato per scontato che nulla sarebbe cresciuto, non so perché. E invece, mentre una mattina facevo il giro delle piante per dir loro la parolina del giorno, erano sbucate le prime due foglioline di un solo semino, tra tanti che avevo seminato (forse troppi). Mi sono emozionata, perché anche se fossero state due foglioline di sola erba, l’avrei ritenuto un miracolo a cui avevo partecipato personalmente. Così, su quelle minuscole foglioline, ho rivolto le mie attenzioni come si farebbe nei confronti di un esserino indifeso qualunque. Mi sono avvicinata ed ho inviato loro un sorriso.  Poi, scavando leggermente altrove, ho visto che moltissimi altri semi avevano già iniziato a germogliare ed erano pronti a sbucare dalla terra. Ho rivolto un discorso a tutti in generale, chiedendo loro perché, in una semina, un germoglio risulti più veloce di altri, cosa lo determini. E dato che non mi hanno risposto, e che il dubbio di queste misteriose forze della natura mi rimangono nella mente, ho deciso di aiutare tutti in uno sforzo collettivo. Così, mentre nel pomeriggio prendevo una mezz’oretta di sole, e non di più perché non lo sopporto, ho messo Mozart e l’ho fatta ascoltare ai germoglietti. Il giorno dopo, di pianticelle ce n’erano decine, e anche se non dessero alcun frutto sono ormai parte della famiglia e verranno nutriti nel corpo e nello spirito dalla mia acqua e dalle mie parole. Oggi, quelle piantine sono alte e le ho già accarezzate più volte, schiacciandole un po’ per eccesso di amore e poi aggiustandole con ulteriore eccesso di amore. Ed anche loro mi hanno sorriso.

Diari

DIARI FOTO 1DIARI

DIARI IMPRONTE DIGITALI

Avevo accumulato negli anni molti diari scolastici e agende. Erano tantissimi ed erano stipati in un mega cassetto che facevo fatica ad aprire. Così, avevo tolto tutto da quel cassetto destinandolo ad altro, e avevo depositato la ‘materia’ in un grande sacco che era rimasto in un angolo a decantare per diversi mesi. La prima decisione che avevo preso, sull’onda del repulisti, era di buttare tutto senza nemmeno sfogliarne una pagina; poi, avevo pensato che, almeno qua e là, avrei dovuto fare un controllo dei contenuti e stabilire cosa conservare. Mi ci sono messa oggi.

C’era un primo diario con lucchetto che risale alle elementari, perché la scrittura ha sempre fatto parte della mia vita. Raccontavo alcuni episodi importanti, come i giorni della Prima Comunione e della Cresima, o alcune vacanze. C’è anche una descrizione, con foto, di mio fratello. Le ultime pagine le avevo cedute ai miei compagni di 5^ elementare perché ci scrivessero un pensiero di fine scuola (e ciclo), cosa che avrò fatto anch’io sui loro diari. Avevo persino raccolto la loro impronta digitale. Tutti, nei loro ultimi scritti, si auguravano di poterci ritrovare negli anni a venire. Invece, non ci siamo mai cercati e non ho mai rivisto nessuno, anche perché ho sempre abitato lontano dalle scuole che ho frequentato. Molto presto, ho dimenticato tutti quei nomi e volti.

Poi, vi erano i diari delle medie. Ritardi su ritardi alle prime ore, giustificazioni di mia mamma in forma scritta, contro-risposta del professore di turno che faceva notare che i ritardi erano la norma. I diari cominciano ad assumere un’altra forma e soprattutto un altro scopo. Per un 50% dello spazio vi sono scritti compiti e uscite scolastiche, oltre che le note, e per il restante 50% faccende personali di una tredicenne e quattordicenne che cominciava ad occuparsi di altro, sapeva rispondere per le rime e si inventava qualunque scusa pur di non stare troppo sui libri (anche se sapevo cavarmela). Con gli anni, il diario scolastico non bastava più e, con alcune compagne/amiche, avevamo istituito i quaderni in cui descrivevamo interi pomeriggi di cazzeggio pomeridiano, tutte prese dai molti ragazzini con cui avevamo a che fare. In una pagina parlo di Marco, nella pagina successiva appare Maurizio, poi Paolo che va avanti per alcune pagine, poi riappare Marco che ha comprato la Laverda e che fa colpo su di me. Poi molti altri. A parte Marco, che ho nel cuore perché – poco dopo – sarebbe morto di overdose da eroina all’età di 19 anni, gli altri non so oggi che faccia abbiano mai avuto, né che fine abbiano fatto. Quei quaderni li ho buttati.

Ed ecco le agende del Liceo. Davo del filo da torcere, a casa come a scuola. Lo spazio di ogni giorno parla di compiti e appunti al 20% e di innamoramenti all’80%. I nomi aumentano vertiginosamente, non sapevo di esser stata così ‘attiva’. Ogni giorno parlo di uno ma penso all’altro ed esco con un terzo mentre un quarto ne è geloso. Tutto così per anni interi, con alcune compagne come complici e vedette. Come sfondo, foto e foto di personaggi biondi della tv e della musica, qualche apparizione di mio fratello, ma poche, qualche visita ai parenti, le domeniche alle giostre con i giostrai dagli occhi verdi ritrovati dall’anno prima, qualche vacanza al mare da cui portare altri nomi che verranno trattati nelle pagine successive fino ad esaurire la loro potenza emotiva. Ero carina e il codazzo non mi è mai mancato, ma questo groviglio di persone non mi ha lasciato nulla.

Trascorrono un po’ di anni e riappare la consuetudine di tenere un’agenda all’anno. Solo che ora sono agendine e vi si scrive solo ciò che rappresenta qualcosa. Inizialmente le uscite, al cinema o per alcune gite, con qualche amico, in vacanza; qualche episodio mondano di lavoro, gli esami in università, qualche flirt e le rose ricevute dai pretendenti (che oggi nemmeno gradirei). Ho buttato tutte queste agendine.

Infine, nelle agende degli anni più recenti, compare qualcosa qua e là. Sono tutti doveri: il mutuo, le visite specialistiche, i conti da far quadrare, i lavori in casa, gli impegni con la scuola del figlio. Buttate a maggior ragione.

Da qualche anno a questa parte, non tengo più alcuna agenda e non mi appunto in alcun modo ciò che ho fatto. Non lo ritengo più importante. E nemmeno mi identifico in alcuna Roberta di quelle epoche, non sono certo quella e, forse, non lo ero nemmeno allora. Ho conservato, di quella grande quantità di diari, solo 5 annate che poserò in cantina e non guarderò mai più. Le tengo, non senza avervi strappato alcune pagine, solo perché sia mio figlio a buttarle un giorno. Ho provato un senso di nausea, questa è la verità.