Mandala

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Amo molto le attività manuali, sia quelle più materiali o materiche che quelle più artistiche, e trovo che siano una delle tante forme di meditazione, di introspezione, di ascolto. In quelle ore, sono solo io con i miei pennelli, con i colori da miscelare per trovare l’accordo perfetto, con un ricamo. Sono io con i miei ritagli di stoffa o con i materiali raccolti durante l’anno: le foglie rosse d’autunno, i ramoscelli e i sassi, i fiori essiccati tra le pagine di un libro, le piume. E’ uno stato yogico, di connessione con Dio. Non è del tutto importante ciò che si crea, quanto l’atto in sé del creare. La mente si schiarisce, le virtù emergono: la pazienza, la calma, l’osservazione, la riflessione. Talvolta, mentre lavoro, ascolto un film. Scelgo, in questi casi, film che amo e che ho già visto più volte, perché non potrei seguirne la visione ma posso ascoltare le sfumature dei dialoghi, le pause, le musiche. In un film, si sa, ci sono molti piani da apprezzare. Capita, però, che m’incanti a seguirne una parte; essendo un film che conosco, aspetto che arrivi quella determinata scena. Allora mi fermo e me la gusto ma, poi, riprendo il mio lavoro. Altre volte ascolto musica: dei mantra o il suono del temporale, oppure Mozart, o Bach. Cerco di creare un’armonia tra l’opera, i materiali e la tecnica, e la tipologia di musica. Anche il film non può essere dissonante rispetto a ciò a cui sto lavorando e allo stato d’animo.

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Mi piace, fondamentalmente, la solitudine. Mi sono circondata di persone che sanno comprendere i silenzi. Sanno rispettarli e li praticano al tempo stesso. Non è affatto necessario che ci si parli in continuazione, chi l’ha detto? Si può restare in silenzio a godersi un solo sguardo d’intesa, in uno spazio proprio e sacro in cui, per entrare, occorre che altri bussino. Si può parlare con i pensieri, comunicare sul serio e nel profondo. Anche i miei amici sono così: creativi. Mi mostrano le foto dei loro lavori con orgoglio, solitari anch’essi. Eppure, quando li penso mi chiamano all’istante o mi scrivono, ed è la potenza della vera connessione.

A casa, dunque, basta essere soli e prendere un foglio. Immaginarsi di fluttuare nello spazio e catturare forme che sono lì per noi, per essere ammirate.

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Basta disegnare qualcosa soprattutto se si pensa che non esista davvero, ma solo ipotizzando che esista. E’ una grande apertura mentale, direi un’apertura alare che ci fa volare tra quei vortici e quelle geometrie sacre, essi stessi oggetto di meditazione. Occorre dimenticare ogni capacità acquisita ed ogni giudizio sui nostri talenti; semplicemente, sapere di poter produrre qualunque cosa lasciando che la nostra capacità visionaria sia da noi stessi legittimata. Si creerà qualcosa di nostro, avremo parlato senza parlare. Avremo nutrito l’anima, la nostra parte autentica. Lei ci ringrazierà.

Vedere

CIVETTA

Da due mesi esatti, una civetta si aggira nei pressi della mia casa; si fa sentire di sera tardi, quando è ormai tempo di cercare il riposo. Talvolta, l’ho avvertita più lontana; talvolta, addirittura sopra il lucernario della mia camera. Il suo verso è un grido all’infinito, alla notte e alla luna. L’ho ascoltata sempre e mi ha portato il suo messaggio. La civetta ci chiede di usare l’intuito e di fidarci. E’ nel buio, che la sua vista si fa acuta, là dove in genere non si vede. E’ la metafora di ciò che è più celato, della realtà vera dell’inconscio. Nel buio, nelle ore piccole, nel silenzio, il nostro sé ci parla e si svela nella sua magnificenza.

Sono molti, però, gli animali che ci insegnano a guardare e a vedere.

PIPISTRELLO

Il Pipistrello – questa bellissima creatura riposa a testa in giù. Anch’io sto a testa in giù, talvolta, quando pratico yoga, e mi chiedo quanto sarebbe interessante poter camminare sul soffitto e dover fare un passo per superare il dislivello di una porta. Il suo messaggio è che la realtà può essere letta anche al contrario, ciò che non amiamo essere amato, ciò che pensiamo sia qualcosa, essere l’esatto opposto.

LINCE

La Lince – anche la lince vede nel buio come la civetta, ma si muove furtiva e attenta ad ogni fruscio. Bisogna fare attenzione ai piccoli avvertimenti che potrebbero annunciare eventi grandi e talvolta pericolosi. La lince non è sfiduciata del mondo che ascolta, ma è fortemente fiduciosa di se stessa e delle sue capacità di vedere, sentire e interpretare. Sa, prima di altri, cosa accadrà.

AVVOLTOIO

L’Avvoltoio – il suo messaggio è molto prezioso: tutto ha un valore. Anche ciò che a prima vista potrebbe sembrare un’esperienza da dimenticare, qualcosa da scartare, è stato un dono. La vita ci porta dei doni di varie forme e sta a noi accoglierli anche quando non sono infiocchettati. In ogni esperienza, in ogni incontro, c’è qualcosa che era destinato a noi e non va buttato.

FALENA

La Falena – la sua caparbietà la porta a cercare una fonte luminosa quando è buio, ma talvolta ciò che luccica può essere fuoco. Il suo consiglio è di restare a debita distanza e attendere di comprendere meglio la fonte del luccichio per non bruciarsi le ali. Meglio muoversi con maggior circospezione e valutare bene se la luce non sia un nemico travestito.

TOPO

Il Topo – questo animaletto si muove alla sua piccola altezza. C’è un mondo interessante anche lì e il topolino è così indaffarato perché vede molti piccoli accadimenti. Nei dettagli, nelle piccole cose, nelle micro-emozioni, si rivelano i macro-cosmi. Ci insegna a badare di più ai gesti comuni, alla sfumatura delle cose e dei comportamenti, che sono ricchi di informazioni e fonti di gioia una volta che ce ne saremo accorti.

COLIBRI'

Il Colibrì – questo meraviglioso e microscopico uccello, dispiega enormi energie per raccogliere il polline dal suo fiore preferito. Le sue dimensioni, le sue alucce, non costituiscono un ostacolo per lui, che non si risparmia e non perde di vista ciò che gli è necessario per vivere. Insegna a restare concentrati, a non badare a ciò che gli altri dicono ma solo allo sforzo che stiamo facendo, perché saremo ricompensati.

GIRAFFA

La Giraffa – il suo lungo collo le permette di vedere ‘oltre’. Non ha bisogno di perdere i propri pensieri, né essere preoccupata per le sciocchezzuole di tutti i giorni. Anche se vi si trova nel mezzo, le basta allungarsi e guardare l’orizzonte, per vedere che – tra lei e l’infinito – non ci sono ostacoli reali. Il suo consiglio è di alzare lo sguardo, di porsi al disopra di ciò che accade, perché c’è altro che ci attende ed è di gran lunga più prezioso.

AQUILA

L’Aquila anche l’aquila vede da altre altezze, ma per farlo deve spiccare il volo e lasciarsi trasportare dal vento. La sua è una scelta liberatoria e ci spiega che il distacco da ciò che è avverso richiede una certa volontà. Solo a quel punto, scopriremo che il vento ci aspettava per aiutarci a fluttuare, e che bastava cambiare prospettiva.

Vorrei essere un pipistrello, per un giorno, o un colibrì o un’aquila. Ma forse lo sono già.

Sorriso

POMODORO

Faccio sempre dei complimenti alle mie piante, perché – dopo i mesi invernali in cui comunque mi sono presa cura del loro torpore, questo è il periodo in cui ognuna di loro si dà parecchio da fare. Non mi limito a bagnarle, ma dico una parola specifica e personalizzata ad ognuna di loro tutti i giorni. Ed è un peccato che non possa essere in montagna, là si che avrei trascorso l’intera giornata tra fiori, alberi, uccellini e farfalle. Così, ogni mattina, mi piace avvicinarmi ad una pianta alla volta, bagnarla e osservare quali novità mi stia offrendo. Per una c’è un fiore che sta per sbocciare, per un’altra delle foglioline nuove, per un’altra ancora una gemma o un nuovo alberello. Le dico, allora, che è stata brava e che sono lieta di qualsiasi cosa ritenga di volermi donare. Accarezzo sempre le mie piante, sulla testolina e sulle foglie; il mio rapporto con loro è visivo e tattile, ma anche empatico e telepatico. Dico loro di presentarmi i loro piccoli e, anche quando sono bruttarelli come in alcune piante grasse, a loro dico che sono meravigliosi e che sono il risultato del loro sforzo e del loro amore. Ogni figlio, infatti, è degno di essere. C’è una grande energia in tutto questo, la mia e la loro all’unisono. Ci parliamo, presento una nuova piantina alla mia gatta e la gatta alla nuova piantina. Quest’anno, per la prima volta, ho sperimentato la semina di pomodori sul balcone, anche se faccio parte di coloro che farebbero fatica a cibarsi di ciò che persino coltivano, lo riterrei un tradimento. Ho dato per scontato che nulla sarebbe cresciuto, non so perché. E invece, mentre una mattina facevo il giro delle piante per dir loro la parolina del giorno, erano sbucate le prime due foglioline di un solo semino, tra tanti che avevo seminato (forse troppi). Mi sono emozionata, perché anche se fossero state due foglioline di sola erba, l’avrei ritenuto un miracolo a cui avevo partecipato personalmente. Così, su quelle minuscole foglioline, ho rivolto le mie attenzioni come si farebbe nei confronti di un esserino indifeso qualunque. Mi sono avvicinata ed ho inviato loro un sorriso.  Poi, scavando leggermente altrove, ho visto che moltissimi altri semi avevano già iniziato a germogliare ed erano pronti a sbucare dalla terra. Ho rivolto un discorso a tutti in generale, chiedendo loro perché, in una semina, un germoglio risulti più veloce di altri, cosa lo determini. E dato che non mi hanno risposto, e che il dubbio di queste misteriose forze della natura mi rimangono nella mente, ho deciso di aiutare tutti in uno sforzo collettivo. Così, mentre nel pomeriggio prendevo una mezz’oretta di sole, e non di più perché non lo sopporto, ho messo Mozart e l’ho fatta ascoltare ai germoglietti. Il giorno dopo, di pianticelle ce n’erano decine, e anche se non dessero alcun frutto sono ormai parte della famiglia e verranno nutriti nel corpo e nello spirito dalla mia acqua e dalle mie parole. Oggi, quelle piantine sono alte e le ho già accarezzate più volte, schiacciandole un po’ per eccesso di amore e poi aggiustandole con ulteriore eccesso di amore. Ed anche loro mi hanno sorriso.

Diari

DIARI FOTO 1DIARI

DIARI IMPRONTE DIGITALI

Avevo accumulato negli anni molti diari scolastici e agende. Erano tantissimi ed erano stipati in un mega cassetto che facevo fatica ad aprire. Così, avevo tolto tutto da quel cassetto destinandolo ad altro, e avevo depositato la ‘materia’ in un grande sacco che era rimasto in un angolo a decantare per diversi mesi. La prima decisione che avevo preso, sull’onda del repulisti, era di buttare tutto senza nemmeno sfogliarne una pagina; poi, avevo pensato che, almeno qua e là, avrei dovuto fare un controllo dei contenuti e stabilire cosa conservare. Mi ci sono messa oggi.

C’era un primo diario con lucchetto che risale alle elementari, perché la scrittura ha sempre fatto parte della mia vita. Raccontavo alcuni episodi importanti, come i giorni della Prima Comunione e della Cresima, o alcune vacanze. C’è anche una descrizione, con foto, di mio fratello. Le ultime pagine le avevo cedute ai miei compagni di 5^ elementare perché ci scrivessero un pensiero di fine scuola (e ciclo), cosa che avrò fatto anch’io sui loro diari. Avevo persino raccolto la loro impronta digitale. Tutti, nei loro ultimi scritti, si auguravano di poterci ritrovare negli anni a venire. Invece, non ci siamo mai cercati e non ho mai rivisto nessuno, anche perché ho sempre abitato lontano dalle scuole che ho frequentato. Molto presto, ho dimenticato tutti quei nomi e volti.

Poi, vi erano i diari delle medie. Ritardi su ritardi alle prime ore, giustificazioni di mia mamma in forma scritta, contro-risposta del professore di turno che faceva notare che i ritardi erano la norma. I diari cominciano ad assumere un’altra forma e soprattutto un altro scopo. Per un 50% dello spazio vi sono scritti compiti e uscite scolastiche, oltre che le note, e per il restante 50% faccende personali di una tredicenne e quattordicenne che cominciava ad occuparsi di altro, sapeva rispondere per le rime e si inventava qualunque scusa pur di non stare troppo sui libri (anche se sapevo cavarmela). Con gli anni, il diario scolastico non bastava più e, con alcune compagne/amiche, avevamo istituito i quaderni in cui descrivevamo interi pomeriggi di cazzeggio pomeridiano, tutte prese dai molti ragazzini con cui avevamo a che fare. In una pagina parlo di Marco, nella pagina successiva appare Maurizio, poi Paolo che va avanti per alcune pagine, poi riappare Marco che ha comprato la Laverda e che fa colpo su di me. Poi molti altri. A parte Marco, che ho nel cuore perché – poco dopo – sarebbe morto di overdose da eroina all’età di 19 anni, gli altri non so oggi che faccia abbiano mai avuto, né che fine abbiano fatto. Quei quaderni li ho buttati.

Ed ecco le agende del Liceo. Davo del filo da torcere, a casa come a scuola. Lo spazio di ogni giorno parla di compiti e appunti al 20% e di innamoramenti all’80%. I nomi aumentano vertiginosamente, non sapevo di esser stata così ‘attiva’. Ogni giorno parlo di uno ma penso all’altro ed esco con un terzo mentre un quarto ne è geloso. Tutto così per anni interi, con alcune compagne come complici e vedette. Come sfondo, foto e foto di personaggi biondi della tv e della musica, qualche apparizione di mio fratello, ma poche, qualche visita ai parenti, le domeniche alle giostre con i giostrai dagli occhi verdi ritrovati dall’anno prima, qualche vacanza al mare da cui portare altri nomi che verranno trattati nelle pagine successive fino ad esaurire la loro potenza emotiva. Ero carina e il codazzo non mi è mai mancato, ma questo groviglio di persone non mi ha lasciato nulla.

Trascorrono un po’ di anni e riappare la consuetudine di tenere un’agenda all’anno. Solo che ora sono agendine e vi si scrive solo ciò che rappresenta qualcosa. Inizialmente le uscite, al cinema o per alcune gite, con qualche amico, in vacanza; qualche episodio mondano di lavoro, gli esami in università, qualche flirt e le rose ricevute dai pretendenti (che oggi nemmeno gradirei). Ho buttato tutte queste agendine.

Infine, nelle agende degli anni più recenti, compare qualcosa qua e là. Sono tutti doveri: il mutuo, le visite specialistiche, i conti da far quadrare, i lavori in casa, gli impegni con la scuola del figlio. Buttate a maggior ragione.

Da qualche anno a questa parte, non tengo più alcuna agenda e non mi appunto in alcun modo ciò che ho fatto. Non lo ritengo più importante. E nemmeno mi identifico in alcuna Roberta di quelle epoche, non sono certo quella e, forse, non lo ero nemmeno allora. Ho conservato, di quella grande quantità di diari, solo 5 annate che poserò in cantina e non guarderò mai più. Le tengo, non senza avervi strappato alcune pagine, solo perché sia mio figlio a buttarle un giorno. Ho provato un senso di nausea, questa è la verità.

Biofilia

VIOLETTA NELL'ASFALTO

E’ l’amore per la vita, per il mondo vivente e, poiché ci siamo evoluti nella natura, la natura è la nostra casa, il nostro DNA. Siamo strutturati geneticamente per considerare la natura come il nostro habitat, ossia quell’ambiente da cui la nostra stessa sopravvivenza dipende. Anche chi non se ne renda conto, ha desiderio della natura su un piano spirituale, ne avverte il richiamo che magari lascia inascoltato. Ecco perché nelle città antropizzate e urbanizzate ci si ammala. Nevrosi e depressioni possono essere intese come malattie spirituali, e – non trattate in tal senso dalla medicina convenzionale occidentale – sono assai temibili. La disconnessione col mondo naturale equivale ad uno strappo profondo, all’essere stati rapiti dal luogo in cui la nostra storia terrena ha da sempre avuto corso. I boschi e le foreste, come le montagne, i fiumi e i laghi, sono luoghi magici di sapienza nei quali risiedono gli spiriti della natura; passeggiando in un luogo naturale, selvaggio, ci calmiamo. E restando in silenzio, col solo ascolto dei suoni naturali, ci giungono profonde intuizioni e messaggi importanti per la nostra evoluzione. La mente si schiarisce, il corpo si rigenera. Gli alberi, coi loro fruscii, ci parlano; l’acqua, col suo movimento, ci offre i suoi saggi consigli; lo scorrere di un fiume ci riporta al fluire della vita, il movimento delle onde alla ciclicità del tempo.

I nostri occhi non sono fatti per guardare un paesaggio urbano, perché non vi ritrovano i verdi e gli azzurri di antica memoria, oggi infatti considerati i colori più riposanti; se ce ne priviamo, qualcosa comincia a disconnettersi gradualmente in noi. Nessun colore è mai stato creato dall’uomo, ma è stato copiato dalla natura, sia come idea che per la sua fabbricazione chimica. Ci sono i colori, dunque, e ci sono gli odori. Passeggiando in un bosco, percepiamo il rilascio degli aromi delle cortecce e degli oli essenziali rilasciati degli aghi. L’acqua ci restituisce, oltre ai suoi bisbiglii, l’odore dei microrganismi che vi lavorano incessantemente. E’ fondamentale accorgersene, dato che la meraviglia altro non è che tutto ciò che è esattamente oggi sotto i nostri occhi, ed anche una piccola violetta che sbuca dall’asfalto rappresenta un vero miracolo, una vittoria del bene sul male, l’unica bandiera da sventolare e da proteggere sotto la quale l’intera umanità dovrebbe riunirsi. Quel fiore, quel filo d’erba, quel piccolo insetto che vi corre sopra, sono inni alla vita più di qualsiasi altra demagogia. Basta sedersi e guardarli per vedere come, la loro perfezione, sia un dono immenso per tutti noi.

C’è l’ascolto delle onde, dei fruscii, dei battiti d’ali, dello scricchiolio di foglie secche. Non c’è creatura che non ci parli e che non desideri comunicare con noi se gliene diamo la possibilità. Basta essere umili: fermarsi, ascoltare, ricevere, ringraziare. C’è anche il tatto: camminare a piedi nudi su una spiaggia socchiudendo gli occhi per percepirne gli effetti, sentire i raggi del sole o quelli della luna (questi ultimi a me più congeniali). Camminare sull’erba, immergere le mani nella terra, abbracciare un albero, toccare i ciottoli immersi in un ruscello, permettere ad una coccinella di camminarci lungo il braccio e lasciarla fare per quanto ne ha voglia.

E c’è la voce. Anche noi possiamo parlare ad ogni creatura, un albero, un prato, un fiore, una piccola lepre. Possiamo salutarli, entrare in connessione e riconoscere la loro anima. Possiamo chiedere loro, ad esempio, di aiutarci a comprenderli e di darci un’altra possibilità.

Esperienza

Ho trasformato la mia casa in una sorta di templio, poco alla volta, di giorno in giorno, di mese in mese. Ha sempre meno le sembianze di una normale abitazione e sempre più quelle di un luogo di raccoglimento e di ascolto. C’è sempre un incenso che brucia. Il tavolo della cucina è ricolmo di oggetti, idee da sviluppare, libri da leggere, libri letti e da illustrare, il portatile con cui scrivere, le mie rune, i tarocchi, documentari, penne e matite, colori per dipingere, tessuti da cucire. Non c’è spazio per altro, tantomeno per mangiare. C’è sempre una candela bianca accesa, soprattutto in questo periodo, che irradia la sua luce pura mentre leggo o scrivo, per ricordarmi degli altri. Questo periodo è per me fonte di enorme creatività e mi è congeniale. Dovrei forse dire che lo è malattia a parte, ma invece lo è in gran parte grazie a ciò che sta accadendo. C’è una stretta connessione tra gli accadimenti che riguardano l’Umanità in questo momento e la congenialità del periodo, perché è proprio quando una minaccia costringe a fermarsi che ci permette il raccoglimento e l’introspezione, e ci ricorda la precarietà del mondo fisico. Pratico meditazione in diversi momenti della giornata, e in questi giorni ho voluto immergermi molto di più nell’esperienza aumentando i tempi. Questa sera, ad esempio, ho utilizzato i suoni binaurali, onde delta, decidendo di non darmi alcun limite di tempo. All’inizio, dopo aver regolarizzato il respiro e averlo adattato ai battiti del cuore, ci metto sempre un po’ a calmare la mente, anche se ho imparato a prendere i pensieri aggrovigliati, incanalarli in un unico flusso e chiedere loro, gentilmente, di farsi da parte per un po’. Ora mi ascoltano e, chi pratica, sa cosa intendo. Ma poi, tutto si è trasformato improvvisamente e sono stata catapultata in una realtà a me nuova, nella quale tutto era buio ma vedevo un punto di luce in lontananza. Ho cercato di afferrarlo con lo sguardo e dopo poco è sparito, quindi andrò a cercarlo le prossime volte. Ho deciso di voler meditare dandomi un tema da svolgere, una sorta di missione, e questa volta ho proprio voluto concentrarmi sui malati ricoverati nelle terapie intensive. Una volta trovata la quiete, aleggiavo senza corpo e mi dirigevo di casa in casa, di ospedale in ospedale. Vedevo file di letti e mi avvicinavo a ciascuno di essi, sempre dall’alto, per confortare quelle anime. Identificavo le anime con una piccolissima luce ancora nei corpi o sopra ad essi, ed entravo in una sorta di connessione con ciascuna; la connessione era priva di giudizio ed, anzi, era di amore. Semplicemente, io, un’anima, e l’altro, un’altra anima, sapevamo dove lei stava andando e si era sereni. Più che altro un momento di condivisione e di saluto. Non c’era alcuna gravità, alcun dramma, nessuna tragedia. C’erano un benessere e una pace costante e profonda. Sono passata anche da alcune case. Poi, improvvisamente, la scena è cambiata ed io mi sono trovata seduta in un esterno, su un prato, a meditare, mentre una tigre mi si avvicinava. Percependo la sua presenza, mi rivolgevo a lei da anima e le ho parlato. Non so perché quest’ultima scena sia apparsa, dato che non c’entrava nulla col tema precedente, ma questo è esattamente ciò che è accaduto. La cosa straordinaria, però, è stata proprio la pace, la quiete, lo stato di felicità che percepivo, uno stato che ci appartiene ed è la nostra vera natura. Ho spento la musica accorgendomi di averla ascoltata per due ore ininterrotte anche se le scene vissute potevano aver richiesto dieci minuti in tutto, ed eccomi a scrivere su questa esperienza. Il mio intento, nei prossimi giorni, è di arrivare a questo stato di espansione della coscienza per molte ore, vorrei lavorare su questo. Si avverte subito la mancanza di quei luoghi, di quelle sensazioni, di quella purezza; si vorrebbe, subito, ritornarvi per starci sempre di più. Si annulla ogni percezione del tempo, dello spazio, del corpo fisico. Meditando con costanza, scompare la fame, la sete, non si andrebbe mai a dormire, dato che la stanchezza deriva quasi esclusivamente dal lavorio mentale. Non si è più consapevoli di avere delle mani o delle gambe, del nostro nome o dell’ambiente in cui ci troviamo. Si desidera quella sensazione di amore puro, di quel raggio di luce. E’ un’esperienza straordinaria.

Famiglia

FAMIGLIA

Potresti averla incontrata anche solo per pochi minuti, in un breve o intenso dialogo, o per pochi giorni, in una frequentazione forse un po’ strana; da quel momento, però, ti è impossibile restare ciò che eri. Ti sei allora imbattuto in una persona della tua stessa famiglia animica. Talvolta, queste frequentazioni possono durare anche molto, ma fondamentale è il processo di crescita, che in altri casi può anche non accadere se non sei pronto ad accogliere le lezioni che ti vengono offerte, e ciò dipende dalla tua capacità di cambiare e dal tuo desiderio di crescere. Siamo suddivisi in classi di anime, ognuna delle quali si trova ad un dato livello di consapevolezza ed evoluzione spirituale. Ogni membro della stessa famiglia, tenderà a cercare gli altri della stessa famiglia, in quanto è solo con loro che potrà avvenire un dialogo ad una data profondità e livello vibrazionale. Ogni membro più elevato, è quindi funzionale ad altri, ma sempre all’interno della stessa classe. Se sei in quinta elementare non puoi trattare gli argomenti scolastici con chi è al Liceo, perché i temi stessi, la conoscenza di fondo, lo sviluppo del pensiero, non potranno consentirti di comprendere. Devi fare il tuo percorso, dunque, classe per classe, con pazienza e determinazione, un giorno alla volta, fino ad accedere al gradino superiore. E come in una scuola, le lezioni da imparare sono stabilite prima e concordate. Sapevamo che certe prove sarebbero state per noi e le abbiamo scelte. Superandole, e trasformandoci, le abbiamo apprese e siamo pronti per quelle successive. E’ un apprendimento continuo, che si attua talvolta cambiando piccoli o grandi comportamenti, talvolta attraverso fugaci o profonde riflessioni, talvolta ancora guardando indietro e non ritrovandoci più in ciò che eravamo. La crescita è funzionale all’intera famiglia. Ecco perché, di trasformazione in trasformazione, alcune persone da noi si allontanano ed altre entrano nella nostra vita. Le prime, non hanno più nulla da darci, le seconde ci portano qualcosa. Un dono. Non è la condivisione del tempo libero o di opinioni, questo è superficiale e appaga l’ego, non l’anima. L’anima cerca un magnetismo spirituale, qualcosa che la mente spesso non giustifica. E’ un incontro sottile che avviene in un dato momento. C’è qualcosa di familiare, in quello sguardo, qualcosa che rievoca tempi antichi, che dà una sensazione che non sai classificare. Conosci già quella persona e parli lo stesso linguaggio. Incredibilmente, ti capisce. Comprende perfettamente ciò che dici e che senti. In genere, sono persone interessate ad una vita spirituale in tutte le sue manifestazioni. Ti piace parlare con questa persona e il tempo non ha un valore. Riflette le tue qualità e tu le sue, ti senti nutrito dalla sua presenza ma ti nutri anche della sua assenza, in quanto non è mai realmente assente. Essa permane nell’aria anche quando non c’è, la percepisci ad un livello sottile e ti connetti a lei con il solo pensiero. Sei te stesso sempre, con lei, non c’è finzione né strategia alcuna. Puoi fidarti ciecamente perché non accoglie il te esteriore ma il te più profondo, senza che tu nemmeno debba parlare. Non ti chiede ciò che è contro la tua natura perché questa natura è anche la sua e ne condivide i valori. E’ un’esperienza straordinaria di cui fare tesoro.

20 marzo

GIORNATA FELICITA'

Ieri, 20 marzo, era la Giornata Internazionale della Felicità, istituita dall’ONU nel 2012 e nota a pochi. Premesso che non ho una grande simpatia per le ‘giornate’, che lasciano il tempo che trovano e riducono un tema al suo titolo per sole 24 ore, è anche vero che il tema della felicità viene vissuto, dalle nostre parti, come un fatto intimo. Cioè: i problemi, i drammi, le distruzioni e tutto ciò che ci porta angoscia e orrore, sono collettivi e vengono annunciati e trattati dai media costantemente, vomitandoci addosso di tutto. Dobbiamo accoglierli e assorbirli il più possibile, farli nostri e trasformare i sorrisi in disprezzo per il prossimo; dobbiamo ricordarci che l’uomo non è meritevole.

Ciò che di bello esiste, invece, ciò che potrebbe nutrirci l’anima e permetterci di fluire serenamente nella nostra vita raggiungendo felicità e consapevolezza, non trova spazio perché è un fatto privato. La ricerca della felicità è solo tua, non riguarda nessun altro (e potrei essere d’accordo), ma allora anche l’idea che dovrei avere di infelicità pretendo sia solo mia e di nessun altro.

Si verifica il livello di felicità di una nazione guardando al tasso di criminalità, al suo reddito pro-capite, misurando l’aspettativa di vita, il tasso d’occupazione e il livello d’istruzione.

Eppure, moltissime persone ben istruite e di buon reddito fanno uso di psicofarmaci prescritti legalmente, di droghe, di alcool. Personalmente, misurerei il tasso di felicità andando anche a verificare l’audience dei programmi tv spazzatura. Se ti nutri di Barbara d’Urso e di Grandi Fratelli, come puoi pensare di essere felice? E se non leggi un libro, e se non sai stare nel silenzio con te stesso, dove pensi di trovarla e di trovarti? E vogliamo parlare del narcisismo dilagante sui Social? Si misura il tasso di criminalità, ma la violenza silenziosa che avviene all’interno delle nostre case, in relazioni basate su falsità ed egoismo? E la considerazione che, tutt’ora, l’uomo ha della donna, o di un animale, o dell’altro in genere? Come misuriamo i pregiudizi, le false credenze, le distorsioni mentali? E lo scempio dell’ambiente? Chi sradica alberi senza che la coscienza gli parli, è felice? Tutti gli aspetti che potrebbero dare una misurazione della felicità, sono di fatto non misurabili. Ciò che possiamo misurare, invece, e basta farci caso, sono i fenomeni che generano infelicità. Più i consumi aumentano, più essi rappresentano il nutrimento materiale di un vuoto. E’ misurabile solo ciò che la felicità ce la toglie.

E’ l’anima, a dover essere nutrita, o nient’altro sarà mai sufficiente. E la felicità è ciò che facciamo oggi nelle nostre case: la qualità delle nostre azioni, dei nostri pensieri, del nostro sonno, della nostra creatività, delle nostre relazioni, della nostra accettazione.

Impermanenza

BUDDHA

Lo sosteneva Gautama il Buddha, che tutto è impermanente e che, il non prenderne consapevolezza, è motivo di infelicità.

Nulla, in questa nostra semplice vita, permane; nulla resta immodificato per sempre. Dalle piccole alle grandi cose che abbiamo o perdiamo, dalle persone più o meno care che appaiono e scompaiono, a noi stessi innanzitutto. Osservando, giorno dopo giorno, ciò che accade dentro di noi e attorno a noi, infatti, è facile notarlo. Un giorno giocavamo a nascondino e le mamme ci chiamavano dal balcone, oggi non più. Un giorno amavamo il colore giallo ed oggi non possiamo vederlo. Un amico è scomparso e non tornerà nelle stesse vesti. Leggevamo i libri di un certo autore che oggi abbiamo sostituito con un altro. Quella data persona, semplice conoscente, che ci passava spesso davanti e che era ormai una comparsa certa delle nostre giornate, ha cambiato residenza e ormai vive lontano. Sarà una comparsa per altri, chissà se anche loro la noteranno. Un padre ci teneva per mano e ci portava alle giostre, e quel padre ci ha lasciati. O una madre. O un figlio, che accompagnavamo a scuola tutti i giorni mentre ora non lo vediamo mai. Andavamo in vacanza in un dato luogo ed ora in un altro. La casa in cui abitavamo è stata venduta e ne conserviamo l’immagine. I mobili, o gli oggetti, vengono spostati o eliminati e la fotografia mentale di come erano gli ambienti è sostituita da un’altra. L’albero di fronte alla nostra casa era un piccolo virgulto ed oggi svetta fino al tetto; così la nostra gatta, che da cucciola monella è ora una lady. Cambiano i colleghi: vengono, vanno, raccontano anch’essi le impermanenze delle loro vite. Cambiano i vicini di casa, o i rapporti con loro. Nuove e belle persone arrivano e ne siamo entusiasti. E noi cambiamo. Pensavamo in un modo che non è più. Il nostro mondo era inserito in determinati schemi che, via via, si sono rarefatti per essere sostituiti. Tutto è assolutamente impermanente. Tutto.

Mi immagino, ogni tanto, come sarebbe se mio padre tornasse dopo tantissimi anni. Come lo vedrei, mentre circola in una casa, mentre parla, mentre ragiona? Sarei capace di vedere in lui ciò che vi vedevo? Oppure quell’amica perduta ormai da tempo, che ne sarebbe di noi? Sapremmo ancora parlarci come allora, o ridere insieme? E se tornassi ad abitare in quella casa venduta, come vivrei l’esperienza? Me lo chiedo e non ho certezze. Forse bisogna semplicemente accettare il nostro stesso cambiamento rispetto alla realtà, che in parte muta e ci permette di mutare con lei. Forse le persone non devono tornare mai, né le cose essere per come erano, perché non sapremmo guardarle con la stessa emozione di allora, quando noi stessi eravamo ciò che eravamo. Forse, ciò che conta è l’esperienza profonda del cambiamento e le lezioni apprese, soprattutto attraverso la perdita. Allora ritroveremo in noi tutto ciò che ci è passato vicino.

Semplici riflessioni.

Esenin

Non sento parlare di poesia; non sento mai che essa sia trattata nei circoli, nei bar, tra la gente comune come un tempo avveniva. Non sento più che i versi siano letti e discussi nelle case, di sera, attorno a un fuoco, o sdraiati su un prato guardandosi negli occhi. Di fronte al mare d’inverno, o ad una luna piena, è ciò che più desidero sia letto e recitato a me da un amico caro, o da un amore sincero. 

Le poesie di Sergéj Aleksàndrovic Esenin, meravigliose, sono di una sensibilità elevatissima. Ne propongo cinque. Trovo che una raccolta di poesie di questo grande poeta russo sia, per me, il più bel regalo di San Valentino. Un regalo deve assomigliarci, deve partire da chi ci ha visto dentro, e in questi temi io mi ritrovo, cominciando dalla prima, che è famosissima e struggente, quanto le altre che ho scelto.

La ballata della cagna

Al mattino nel granaio
dove biondeggiano le stuoie in fila,
una cagna figliò sette,
sette cuccioli rossicci
Sino a sera li carezzava
pettinandoli con la lingua
e la neve disciolta colava
sotto il suo caldo ventre.
Ma a sera, quando le galline
si rannicchiano sul focolare,
venne il padrone accigliato,
tutti e sette li mise in un sacco.
Essa correva sui mucchi di neve,
durando fatica a seguirlo.
E così a lungo, a lungo tremolava
lo specchio dell’acqua non ghiacciata.
E quando tornò trascinandosi appena,
leccando il sudore dai fianchi,
la luna sulla capanna le parve
uno dei suoi cuccioli.
Guardava l’azzurro del cielo
con striduli guaiti,
ma la luna sottile scivolava
e si celò nei campi dietro il colle.
E sordamente, come quando in dono
le si butta una pietra per giuoco,
la cagna rotolò i suoi occhi
come stelle d’oro nella neve.

 

Io ricordo

Io ricordo, o amata, ricordo

Lo splendore dei tuoi capelli,

Senza gioia, con pena

Mi toccò abbandonarti.

Ricordo le notti autunnali,

Il fruscio dell’ombre di betulla.

Fossero stati più brevi i giorni allora

Più a lungo per noi avrebbe avuto splendore la luna.

Ricordo, tu mi dicevi:

‘E tu, o amato, con un’altra

Mi dimenticherai per sempre?’

Oggi il tiglio in fiore

Ha rinnovato i sentimenti,

M’ha ricordato come teneramente

Spargevo di fiore le ciocche ricciute.

E il cuore che mai

Non scema d’ardore

Tristemente amando un’altra,

Come tu fossi la novella preferita,

Con un’altra ti ricorda.

 

Noi adesso ce ne andiamo a poco a poco

Noi adesso ce ne andiamo a poco a poco
verso il paese dov’è gioia e quiete.
Forse, ben presto anch’io dovrò raccogliere
le mie spoglie mortali per il viaggio.

Care foreste di betulle!
Tu, terra! E voi, sabbie delle pianure!
Dinanzi a questa folla di partenti
non ho forza di nascondere la mia malinconia.

Ho amato troppo in questo mondo
tutto ciò che veste l’anima di carne.
Pace alle betulle che, allargando i rami,
si sono specchiate nell’acqua rosea.

Molti pensieri in silenzio ho meditato,
molte canzoni entro di me ho composto.
Felice io sono sulla cupa terra
di ciò che ho respirato e che ho vissuto.

Felice di aver baciato le donne,
pestato i fiori, ruzzolato nell’erba,
di non aver mai battuto sul capo
gli animali, nostri fratelli minori.

So che là non fioriscono boscaglie,
non stormisce la segala dal collo di cigno.
Perciò dinanzi a una folla di partenti
provo sempre un brivido.

So che in quel paese non saranno
queste campagne biondeggianti nella nebbia.
Anche perciò mi sono cari gli uomini
che vivono con me su questa terra.

 

Sono un pastore

Sono un pastore; le mie case sono

le sponde delle pianure ondeggianti,

I pendii per le verdi colline

Con le grida stridenti di beccacce.

Intessono un pizzo sopra il bosco

Di schiuma dorata le nubi,

Nel calmo dormiveglia sul tetto

Sento il fruscio leggero della pineta.

Alla sera splendono verdi

I pioppi umidi.

Sono pastore; le mie case si trovano

Nella verzura dolce delle pianure.

Parlan con me le mucche

Assentendo con la testa

Le foreste profumate

Coi rami chiamano il fiume.

Dimentico dell’umano dolore,

Dormo sulla ramaglia

Prego nei tramonti purpurei,

Mi comunico presso il ruscello.

 

Arrivederci, amico mio, arrivederci

Arrivederci, amico mio, arrivederci.
Tu sei nel mio cuore.
Una predestinata separazione
Un futuro incontro promette.

Arrivederci, amico mio,
senza strette di mano, senza parole,
Non rattristarti e niente
Malinconia sulle ciglia:
Morire in questa vita non è nuovo,
Ma più nuovo non è nemmeno vivere.