Un mondo sbagliato

UN MONDO SBAGLIATO

Questo bellissimo saggio risponde ad una domanda che personalmente mi sono fatta molte volte: ‘Come ha fatto l’uomo a ridurre così il proprio Pianeta e con esso se stesso, e perché ha voluto dominare su ogni essere vivente provando un tale disprezzo per tutto ciò che è ‘altro’ da sé? E’ un libro che consiglio di leggere a chi voglia capire se, in qualche modo, siamo stati condannati a diventare quel che siamo e se la nostra sete di dominio sia insita nel nostro codice genetico.

Tale transizione ha richiesto migliaia di anni e occorre fare molti passi indietro per ricostruirne le tappe.

Innanzitutto, occorre ricordare che il pensiero moderno, che relega la natura e gli animali a qualcosa da sfruttare e dominare, anche se parte da molto più lontano, è stato fortemente inculcato da alcuni testi principali e da alcune figure che si sono avvicendate nella cultura occidentale: La Bibbia, ad esempio, che sostiene che la terra è destinata a servire esclusivamente i fini dell’uomo. La Genesi, però, scritta da uomini del Medio Oriente, è la scrittura di miti e modus tramandati oralmente per secoli in quelle terre. Vi è poi l’antica Grecia, col pensiero Aristotelico entrato direttamente nel nostro attuale dna. Per Aristotele, il dominio sulla natura è sancito dalle leggi naturali. Questo pensiero verrà poi riproposto da altri filosofi quali San Tommaso d’Aquino, Bacone, Cartesio. Il contributo di quest’ultimo è stato quello di recidere ogni legame tra uomo e natura, elevando l’uomo a dominante e distinguendolo dalla natura. Per Cartesio, gli animali non sperimentano piacere né dolore e sono paragonati a macchine. E’ facile oggi dire che Cartesio non sapeva quel che diceva, perché in realtà il suo pensiero era frutto di un pensiero ereditato e che si perde in tempi antichissimi, e a sua volta ha influenzato il pensiero moderno, altrimenti non saremmo a questo punto.

E dunque, dove si colloca l’origine del dominio? Perché l’uomo si sente legittimato a dominare su tutto e su tutti? Perché, non dimentichiamolo, il dominio si manifesta con altre mille modalità: la schiavitù del nero da parte del bianco, la misoginia dell’uomo verso la donna, la società patriarcale nei confronti della donna e dei figli, il colonialismo, per fare solo alcuni esempi.

Molti studiosi oggi concordano sul fatto che l’origine dell’alienazione dell’umanità dal resto della natura sia riconducibile alla transizione dall’economia di raccolta a quella agricola. Prima dell’agricoltura, avvenuta solo 10mila anni fa, l’Homo sapiens sapiens è stato un raccoglitore. E’ interessante sapere questo: se il momento distintivo tra noi e le altre grandi scimmie (volendo avere una visione scientifica) è avvenuta 10 milioni di anni fa, e questi 10 milioni di anni venissero compressi in un solo anno solare, siamo stati raccoglitori fino alle ultime 8 ore e 45 minuti, dopodiché siamo divenuti agricoltori in una transizione di 4mila anni.

Tutto, prima, era motivo di stupore e di venerazione, poiché l’uomo non viveva nella natura ma era della natura e considerava ogni altra manifestazione naturale come qualcosa degno di sacralità. Ciò che accomuna le principali religioni del mondo antico, infatti, è la credenza che in natura oggetti e luoghi siano dotati di ‘spirito’. La religione giudaico cristiana sostiene, invece, che lo spirito è separato dalla natura e l’uomo deve governarla in quanto unico essere dotato di spirito. Le religioni di un tempo, quindi, erano animiste, e conferivano a laghi, fiumi, e foreste ma soprattutto animali – un’anima individuale. E’ la mia stessa credenza e non è affatto difficile da credere, basta porsi in modalità percettiva.

I popoli primevi vivevano nella natura come parte integrante, conoscevano bene cosa fosse commestibile e avevano una dieta composta, fino all’80%, da vegetali raccolti soprattutto dalle donne e dai bambini. Erano le donne ad essere le principali procacciatrici di cibo, e da esse dipendeva la sopravvivenza dei gruppi. E’ solo molto più tardi nel corso dell’evoluzione che farà la sua comparsa la vera e propria caccia pianificata, molto più tardi della comparsa di Homo sapiens sapiens, ma l’uomo continuò a cibarsi di vegetali anche allora, ad eccezione delle sole regioni dell’estremo nord. Peraltro, la teoria che ci vorrebbe carnivori da sempre, e che questa pratica avrebbe determinato il nostro sviluppo, è oggi ritenuta del tutto superata. In gran parte, essa è stata introdotta dal grande e fuorviante apporto di antropologi maschi che hanno attribuito ogni ritrovamento di armi all’ancestrale necessità di cacciare dell’uomo; solo la nuova antropologia ha rimesso a posto le cose, sostenendo che molte lance ritrovate erano utensili delle donne raccoglitrici. Le donne, pertanto, erano venerate in quanto procreatrici, raccoglitrici e preparatrici di cibo, guaritrici perché conoscevano la materia prima; il loro potere ispirava l’arte originaria, e molte sono le statuette femminili della tarda età della pietra, note anche come ‘Veneri’. In questa fase, l’uomo non era ancora a conoscenza dei principi della propria fertilità e ruolo nella procreazione. Tale conoscenza, avvenne proprio quando gli umani cominciarono ad addomesticare gli animali e a vivere in continuità con gli stessi per lungo tempo.

Ciò che è fondamentale comprendere, è che gli umani primevi consideravano gli animali predati come degli uguali, come dei fratelli. Riconoscevano l’anima di ogni animale e desideravano che questa non si vendicasse per aver ucciso il corpo che la ospitava.

I rituali di caccia erano il sintomo di un senso di colpa, e vennero pertanto inseriti per credere di essere stati autorizzati da entità superiori a commettere qualcosa che l’uomo non avrebbe dovuto commettere. Spiritualmente, infatti, uccidere è il peggiore danno che possa essere fatto alla propria e stessa anima innanzitutto. Attraverso la caccia, gli uomini compensavano uno squilibrio all’interno del gruppo, derivante dal potere delle donne. La caccia, quindi non era tanto la conquista di cibo quanto la conquista di potere, il potere dell’animale ucciso.

Poi, siamo divenuti agricoltori. Per quasi 10 mila anni i popoli dell’Occidente hanno svolto attività agricole, manipolando così la natura a loro vantaggio. Noi, in quanto occidentali, siamo imbevuti di cultura agricola anche se non abbiamo mai preso una zappa in mano, dato che la cultura ancestrale è ciò che determina il nostro modo di leggere il mondo ancora oggi. E non a caso, l’uomo occidentale ha inventato la schiavitù, l’espropriazione delle terre, l’illegalità, la distruzione delle culture locali e lo sterminio completo degli animali selvatici e dei popoli conquistati.

I primi cacciatori-pastori vennero a conoscenza del risultato finale dell’accoppiamento e del ruolo del maschio e della femmina rispetto ai cicli della vita. Appresero le tecniche utili per ingrandire la propria mandria, agevolando la nascita di femmine e castrando i maschi. Per quanto ne sappiamo, le pecore furono i primi animali a essere stati addomesticati, circa 11mila anni fa nel nordest dell’Iraq. Poco tempo dopo toccò alle capre e, dopo ancora, ai maiali e ai bovini. Agricoltura e pastorizia cambiarono definitivamente il paesaggio e il rapporto tra natura e uomo. I coltivatori si assicurarono il surplus produttivo disboscando, espandendo i campi coltivabili e deviando corsi d’acqua per l’irrigazione. I pastori si assicurarono lo stesso espandendo i pascoli e aumentando la dimensione delle mandrie. Questo comportò una popolazione in crescita nell’antico Medio Oriente e necessità maggiori di scorte; fu questo a far nascere le classi subalterne governate da élite ricche e potenti, da una parte, ed espansionismo e militarismo dall’altra, che a loro volta portarono alla schiavitù.

A Gerico, nei pressi del fiume Giordano, le prime mura furono erette nel 7200 a.C. ed erano un segno di difesa dallo stato di guerra legato all’ordine agrario. Per controllare i conflitti sociali legati alla spartizione dell’acqua, delle terre coltivabili e degli animali ancora allo stato brado, furono necessarie nuove forme di controllo. Ben presto, i grandi uomini divennero re, le élite più forti soggiogarono altre regioni, se le annessero e fondarono gli stati-nazione. Per riuscire a mantenere il controllo sociale, i sovrani si servirono di eserciti e di schiavi, mentre alcuni individui cercavano con la forza di raggiungere la cima della scala sociale. Erano i maschi esperti di guerra, gli uomini che possedevano le armi e l’antichissima cultura dei cacciatori-guerrieri. La continuità culturale tra cacciatori, guerrieri e governanti è evidente nell’arte dell’Antico Egitto e della Mesopotamia, nelle cui scene di caccia al leone e al toro viene rappresentato il modo abituale in cui venivano raffigurati l’eroismo e i poteri personali dei re arcaici. Anche la pratica della schiavitù ne è strettamente connessa. La stessa pratica del sacrificio umano trova origine nei rituali di guerra che sono, a loro volta, derivati da antichi rituali di guerra. L’assassinio rituale serviva ai guerrieri per dotarsi di quella durezza virile necessaria per infliggere una morte violenta e affrontarne le conseguenze emotive. Il sacrificio umano è pertanto uno dei tanti rituali usati dalle culture guerriere per ottundere i sentimenti e incoraggiare le azioni aggressive, come combattere, prendere scalpi, fare incursioni, uccidere, cacciare, competere con altri uomini in attività agonistiche violente. Col tempo, tali pratiche divennero regolari consuetudini di guerra e furono canonizzate in racconti, miti, cerimonie e rituali.

L’espansionismo, poi, è una specialità occidentale. Ecco perché in tutte le civiltà agricole emergenti vediamo comparire gli stessi sovrani assoluti, la stessa casta sacerdotale, le stesse élite dominanti e le stesse dispotiche città-stato. Secoli dopo, gli eredi culturali del Medio Oriente, cioè noi occidentali (europei e americani), abbiamo esplorato, conquistato e colonizzato tutti i continenti.

Quindi, tirando le somme, la caccia prima, la pastorizia poi e infine la riduzione in schiavitù di animali grandi e potenti, soprattutto bovini e cavalli, hanno diffuso nella cultura occidentale un delirio di onnipotenza misto a valori di predominio tipici dei popoli pastorali. E il passaggio cruciale è avvenuto quando questi valori sono stati integrati nella religione e nelle istituzioni militari e di governo.

Nel soggiogarli fisicamente, gli uomini ridimensionarono gli animali anche dal punto di vista mentale e culturale. Castrati, aggiogati, imbrigliati, impastoiati, rinchiusi e incatenati, gli animali domestici furono completamente sottomessi e, per la prima volta, gli umani si considerarono come esseri separati dal resto della natura. I sacrifici rituali, comuni in tutto il mondo, assunsero dimensioni gigantesche: alla consacrazione del tempio di Salomone a Gerusalemme, gli Ebrei macellarono 22mila buoi e 120mila pecore. Nella Grecia classica, i sacrifici animali erano così frequenti che si diceva che il Partenone puzzasse come un mattatoio.

Avevamo un legame fortissimo con la natura e gli animali, ma abbiamo scelto la supremazia ponendoci sul primo gradino della scala e ricevendo in cambio una profonda frattura tra noi e il resto del mondo vivente.

Temo, senza ritorno.

Io non lo mangio

AGNELLO PASQUA

Questo poster è appeso in casa mia da anni, si vede anche sotto la tappezzeria English Style. La Pasqua può ricordare benissimo la Resurrezione di Cristo anche senza far rivivere la morte ad esseri senzienti, inconsapevoli di ciò che accade loro e del tutto innocenti, che mai farebbero del male ad alcuno. Dato che le Religioni non intendono modificarsi in ragione dell’evoluzione del pensiero e della sensibilità dell’uomo, che meriterebbe maggiore considerazione, allora sono le persone a dover cambiare le Religioni. Evitando di cibarsi di cuccioli indifesi, si segna un primo passo verso un miglioramento di sé, si comincia a guardare al mondo con occhi diversi. Aumenta l’empatia verso tutti, il corpo si purifica perché non introietta tossine. Lo spirito, l’anima, ci ringrazia, in quanto non abbiamo voluto sporcarla del dolore arrecato ad un essere vivente. Non macchiamoci le mani di sangue, non procuriamo dolore a nessuno e limitiamoci a riflettere: valgo così poco per dover accondiscendere a pratiche vetuste che nulla hanno a che fare con me? A quelli che comprano agnello o capretto: ‘Uccidereste direttamente quel cucciolo, con le vostre mani? Forse no ma commissionate ad altri di ucciderlo per voi.’

Per chi, ancora, non sappia cosa avvenga nei macelli, può scoprirlo seguendo molti siti di associazioni importanti: Essere Animali Enpa, Animal Equality, AWF (Animal Welfare Foundation), per fare alcuni esempi. Un pugno allo stomaco può far bene per capire che si è disposti a cambiare, e che questa pausa dalla vita abitudinaria è servita per riflettere sul singolo apporto di violenza che ciascuno di noi riversa sul mondo. 

Ogni anno, sono milioni gli agnelli macellati brutalmente dopo averli strappati dal loro gregge e averli trasportati in lunghissimi viaggi della speranza. 

Chi ama gli animali non li mangia. Chi ha un cane, un gatto, e ritiene di amarlo, non mangia nessun altro animale, perché è ciò che il suo cane e il suo gatto gli chiederebbe di fare.

 

 

Occasione perduta

EPIDEMIE

Prima o poi – speriamo – questa pandemia regredirà lasciandoci in pace, almeno fino a che, un’altra calamità, non farà capolino come nuova minaccia. Questa avrebbe dovuto essere un’occasione per riflettere sulle connessioni tra l’emergere di pandemie e la distruzione della natura e degli ecosistemi. Non mi pare che se ne sia parlato, non mi pare che si siano voluti introdurre nuovi criteri e nuove abitudini, non mi pare che gli scienziati siano scesi in campo né che i Governi si siano detti d’accordo nel prendere in mano la situazione. Nemmeno mi pare che, il mondo intero, abbia detto alla Cina che quello schifo dei mercati di animali selvatici vivi, macellati al momento, deve chiudere. Che queste pratiche immonde non devono più essere praticate e non certo, in primis, per l’eventuale minaccia all’uomo. Siamo così concentrati su noi stessi, la specie eletta a cui nulla deve capitare, da non essere capaci di comprendere come noi siamo la causa dei nostri stessi mali. Se perdiamo anche questa preziosissima occasione, di situazioni di questo tipo, che vanno ad aggiungersi a tutto ciò che già ci fa ammalare ma che pare sia del tutto normale, ne vedremo ancora. Continuiamo pure, imperterriti, a distruggere e a praticare abitudini in contrasto con l’equilibrio del sistema.

Nel frattempo, mentre si stava in casa, la natura si è espansa. In molte località urbane e semi-urbane, tornate libere da auto, smog, rumori, persone e schiamazzi, molti animali selvatici hanno ricominciato a girovagare riprendendosi quella libertà che avrebbero avuto il diritto di mantenere ma che noi – sempre la specie eletta a cui nulla mai deve accadere – abbiamo tolto loro da tempo. Noi decidiamo su tutto e tutti, ignari che esista anche un karma collettivo, non solo personale. Intanto, però, l’aria ha potuto in parte ripulirsi, le acque, senza gran parte degli sversamenti inquinanti, anche.

Cosa succederà quindi, dopo? Penso che non succederà nulla. La gente, privata delle solite abitudini per un mesetto, non vedrà l’ora di volare riappropriandosi del cielo. Non vedrà l’ora di prendere la macchina e di andare in giro a casaccio pur di affermare il proprio dominio. Avrà anche tollerato un mese a casa ma che non si parli di dover rinunciare alla vacanza al mare. Riprenderanno le partite di calcio senza le quali l’uomo medio sembra non essere  in grado di esistere, riprenderanno gli happy hour e le mode per stordirsi i cervelli, riprenderà il gratta e vinci. L’importante sarà condurre la vita di sempre, con tutti i propri condizionamenti, pensando di averla scampata.

Peccato, avrebbe dovuto essere un’occasione ma verrà perduta.

Biofilia

VIOLETTA NELL'ASFALTO

E’ l’amore per la vita, per il mondo vivente e, poiché ci siamo evoluti nella natura, la natura è la nostra casa, il nostro DNA. Siamo strutturati geneticamente per considerare la natura come il nostro habitat, ossia quell’ambiente da cui la nostra stessa sopravvivenza dipende. Anche chi non se ne renda conto, ha desiderio della natura su un piano spirituale, ne avverte il richiamo che magari lascia inascoltato. Ecco perché nelle città antropizzate e urbanizzate ci si ammala. Nevrosi e depressioni possono essere intese come malattie spirituali, e – non trattate in tal senso dalla medicina convenzionale occidentale – sono assai temibili. La disconnessione col mondo naturale equivale ad uno strappo profondo, all’essere stati rapiti dal luogo in cui la nostra storia terrena ha da sempre avuto corso. I boschi e le foreste, come le montagne, i fiumi e i laghi, sono luoghi magici di sapienza nei quali risiedono gli spiriti della natura; passeggiando in un luogo naturale, selvaggio, ci calmiamo. E restando in silenzio, col solo ascolto dei suoni naturali, ci giungono profonde intuizioni e messaggi importanti per la nostra evoluzione. La mente si schiarisce, il corpo si rigenera. Gli alberi, coi loro fruscii, ci parlano; l’acqua, col suo movimento, ci offre i suoi saggi consigli; lo scorrere di un fiume ci riporta al fluire della vita, il movimento delle onde alla ciclicità del tempo.

I nostri occhi non sono fatti per guardare un paesaggio urbano, perché non vi ritrovano i verdi e gli azzurri di antica memoria, oggi infatti considerati i colori più riposanti; se ce ne priviamo, qualcosa comincia a disconnettersi gradualmente in noi. Nessun colore è mai stato creato dall’uomo, ma è stato copiato dalla natura, sia come idea che per la sua fabbricazione chimica. Ci sono i colori, dunque, e ci sono gli odori. Passeggiando in un bosco, percepiamo il rilascio degli aromi delle cortecce e degli oli essenziali rilasciati degli aghi. L’acqua ci restituisce, oltre ai suoi bisbiglii, l’odore dei microrganismi che vi lavorano incessantemente. E’ fondamentale accorgersene, dato che la meraviglia altro non è che tutto ciò che è esattamente oggi sotto i nostri occhi, ed anche una piccola violetta che sbuca dall’asfalto rappresenta un vero miracolo, una vittoria del bene sul male, l’unica bandiera da sventolare e da proteggere sotto la quale l’intera umanità dovrebbe riunirsi. Quel fiore, quel filo d’erba, quel piccolo insetto che vi corre sopra, sono inni alla vita più di qualsiasi altra demagogia. Basta sedersi e guardarli per vedere come, la loro perfezione, sia un dono immenso per tutti noi.

C’è l’ascolto delle onde, dei fruscii, dei battiti d’ali, dello scricchiolio di foglie secche. Non c’è creatura che non ci parli e che non desideri comunicare con noi se gliene diamo la possibilità. Basta essere umili: fermarsi, ascoltare, ricevere, ringraziare. C’è anche il tatto: camminare a piedi nudi su una spiaggia socchiudendo gli occhi per percepirne gli effetti, sentire i raggi del sole o quelli della luna (questi ultimi a me più congeniali). Camminare sull’erba, immergere le mani nella terra, abbracciare un albero, toccare i ciottoli immersi in un ruscello, permettere ad una coccinella di camminarci lungo il braccio e lasciarla fare per quanto ne ha voglia.

E c’è la voce. Anche noi possiamo parlare ad ogni creatura, un albero, un prato, un fiore, una piccola lepre. Possiamo salutarli, entrare in connessione e riconoscere la loro anima. Possiamo chiedere loro, ad esempio, di aiutarci a comprenderli e di darci un’altra possibilità.

Esperienza

Ho trasformato la mia casa in una sorta di templio, poco alla volta, di giorno in giorno, di mese in mese. Ha sempre meno le sembianze di una normale abitazione e sempre più quelle di un luogo di raccoglimento e di ascolto. C’è sempre un incenso che brucia. Il tavolo della cucina è ricolmo di oggetti, idee da sviluppare, libri da leggere, libri letti e da illustrare, il portatile con cui scrivere, le mie rune, i tarocchi, documentari, penne e matite, colori per dipingere, tessuti da cucire. Non c’è spazio per altro, tantomeno per mangiare. C’è sempre una candela bianca accesa, soprattutto in questo periodo, che irradia la sua luce pura mentre leggo o scrivo, per ricordarmi degli altri. Questo periodo è per me fonte di enorme creatività e mi è congeniale. Dovrei forse dire che lo è malattia a parte, ma invece lo è in gran parte grazie a ciò che sta accadendo. C’è una stretta connessione tra gli accadimenti che riguardano l’Umanità in questo momento e la congenialità del periodo, perché è proprio quando una minaccia costringe a fermarsi che ci permette il raccoglimento e l’introspezione, e ci ricorda la precarietà del mondo fisico. Pratico meditazione in diversi momenti della giornata, e in questi giorni ho voluto immergermi molto di più nell’esperienza aumentando i tempi. Questa sera, ad esempio, ho utilizzato i suoni binaurali, onde delta, decidendo di non darmi alcun limite di tempo. All’inizio, dopo aver regolarizzato il respiro e averlo adattato ai battiti del cuore, ci metto sempre un po’ a calmare la mente, anche se ho imparato a prendere i pensieri aggrovigliati, incanalarli in un unico flusso e chiedere loro, gentilmente, di farsi da parte per un po’. Ora mi ascoltano e, chi pratica, sa cosa intendo. Ma poi, tutto si è trasformato improvvisamente e sono stata catapultata in una realtà a me nuova, nella quale tutto era buio ma vedevo un punto di luce in lontananza. Ho cercato di afferrarlo con lo sguardo e dopo poco è sparito, quindi andrò a cercarlo le prossime volte. Ho deciso di voler meditare dandomi un tema da svolgere, una sorta di missione, e questa volta ho proprio voluto concentrarmi sui malati ricoverati nelle terapie intensive. Una volta trovata la quiete, aleggiavo senza corpo e mi dirigevo di casa in casa, di ospedale in ospedale. Vedevo file di letti e mi avvicinavo a ciascuno di essi, sempre dall’alto, per confortare quelle anime. Identificavo le anime con una piccolissima luce ancora nei corpi o sopra ad essi, ed entravo in una sorta di connessione con ciascuna; la connessione era priva di giudizio ed, anzi, era di amore. Semplicemente, io, un’anima, e l’altro, un’altra anima, sapevamo dove lei stava andando e si era sereni. Più che altro un momento di condivisione e di saluto. Non c’era alcuna gravità, alcun dramma, nessuna tragedia. C’erano un benessere e una pace costante e profonda. Sono passata anche da alcune case. Poi, improvvisamente, la scena è cambiata ed io mi sono trovata seduta in un esterno, su un prato, a meditare, mentre una tigre mi si avvicinava. Percependo la sua presenza, mi rivolgevo a lei da anima e le ho parlato. Non so perché quest’ultima scena sia apparsa, dato che non c’entrava nulla col tema precedente, ma questo è esattamente ciò che è accaduto. La cosa straordinaria, però, è stata proprio la pace, la quiete, lo stato di felicità che percepivo, uno stato che ci appartiene ed è la nostra vera natura. Ho spento la musica accorgendomi di averla ascoltata per due ore ininterrotte anche se le scene vissute potevano aver richiesto dieci minuti in tutto, ed eccomi a scrivere su questa esperienza. Il mio intento, nei prossimi giorni, è di arrivare a questo stato di espansione della coscienza per molte ore, vorrei lavorare su questo. Si avverte subito la mancanza di quei luoghi, di quelle sensazioni, di quella purezza; si vorrebbe, subito, ritornarvi per starci sempre di più. Si annulla ogni percezione del tempo, dello spazio, del corpo fisico. Meditando con costanza, scompare la fame, la sete, non si andrebbe mai a dormire, dato che la stanchezza deriva quasi esclusivamente dal lavorio mentale. Non si è più consapevoli di avere delle mani o delle gambe, del nostro nome o dell’ambiente in cui ci troviamo. Si desidera quella sensazione di amore puro, di quel raggio di luce. E’ un’esperienza straordinaria.

Famiglia

FAMIGLIA

Potresti averla incontrata anche solo per pochi minuti, in un breve o intenso dialogo, o per pochi giorni, in una frequentazione forse un po’ strana; da quel momento, però, ti è impossibile restare ciò che eri. Ti sei allora imbattuto in una persona della tua stessa famiglia animica. Talvolta, queste frequentazioni possono durare anche molto, ma fondamentale è il processo di crescita, che in altri casi può anche non accadere se non sei pronto ad accogliere le lezioni che ti vengono offerte, e ciò dipende dalla tua capacità di cambiare e dal tuo desiderio di crescere. Siamo suddivisi in classi di anime, ognuna delle quali si trova ad un dato livello di consapevolezza ed evoluzione spirituale. Ogni membro della stessa famiglia, tenderà a cercare gli altri della stessa famiglia, in quanto è solo con loro che potrà avvenire un dialogo ad una data profondità e livello vibrazionale. Ogni membro più elevato, è quindi funzionale ad altri, ma sempre all’interno della stessa classe. Se sei in quinta elementare non puoi trattare gli argomenti scolastici con chi è al Liceo, perché i temi stessi, la conoscenza di fondo, lo sviluppo del pensiero, non potranno consentirti di comprendere. Devi fare il tuo percorso, dunque, classe per classe, con pazienza e determinazione, un giorno alla volta, fino ad accedere al gradino superiore. E come in una scuola, le lezioni da imparare sono stabilite prima e concordate. Sapevamo che certe prove sarebbero state per noi e le abbiamo scelte. Superandole, e trasformandoci, le abbiamo apprese e siamo pronti per quelle successive. E’ un apprendimento continuo, che si attua talvolta cambiando piccoli o grandi comportamenti, talvolta attraverso fugaci o profonde riflessioni, talvolta ancora guardando indietro e non ritrovandoci più in ciò che eravamo. La crescita è funzionale all’intera famiglia. Ecco perché, di trasformazione in trasformazione, alcune persone da noi si allontanano ed altre entrano nella nostra vita. Le prime, non hanno più nulla da darci, le seconde ci portano qualcosa. Un dono. Non è la condivisione del tempo libero o di opinioni, questo è superficiale e appaga l’ego, non l’anima. L’anima cerca un magnetismo spirituale, qualcosa che la mente spesso non giustifica. E’ un incontro sottile che avviene in un dato momento. C’è qualcosa di familiare, in quello sguardo, qualcosa che rievoca tempi antichi, che dà una sensazione che non sai classificare. Conosci già quella persona e parli lo stesso linguaggio. Incredibilmente, ti capisce. Comprende perfettamente ciò che dici e che senti. In genere, sono persone interessate ad una vita spirituale in tutte le sue manifestazioni. Ti piace parlare con questa persona e il tempo non ha un valore. Riflette le tue qualità e tu le sue, ti senti nutrito dalla sua presenza ma ti nutri anche della sua assenza, in quanto non è mai realmente assente. Essa permane nell’aria anche quando non c’è, la percepisci ad un livello sottile e ti connetti a lei con il solo pensiero. Sei te stesso sempre, con lei, non c’è finzione né strategia alcuna. Puoi fidarti ciecamente perché non accoglie il te esteriore ma il te più profondo, senza che tu nemmeno debba parlare. Non ti chiede ciò che è contro la tua natura perché questa natura è anche la sua e ne condivide i valori. E’ un’esperienza straordinaria di cui fare tesoro.

20 marzo

GIORNATA FELICITA'

Ieri, 20 marzo, era la Giornata Internazionale della Felicità, istituita dall’ONU nel 2012 e nota a pochi. Premesso che non ho una grande simpatia per le ‘giornate’, che lasciano il tempo che trovano e riducono un tema al suo titolo per sole 24 ore, è anche vero che il tema della felicità viene vissuto, dalle nostre parti, come un fatto intimo. Cioè: i problemi, i drammi, le distruzioni e tutto ciò che ci porta angoscia e orrore, sono collettivi e vengono annunciati e trattati dai media costantemente, vomitandoci addosso di tutto. Dobbiamo accoglierli e assorbirli il più possibile, farli nostri e trasformare i sorrisi in disprezzo per il prossimo; dobbiamo ricordarci che l’uomo non è meritevole.

Ciò che di bello esiste, invece, ciò che potrebbe nutrirci l’anima e permetterci di fluire serenamente nella nostra vita raggiungendo felicità e consapevolezza, non trova spazio perché è un fatto privato. La ricerca della felicità è solo tua, non riguarda nessun altro (e potrei essere d’accordo), ma allora anche l’idea che dovrei avere di infelicità pretendo sia solo mia e di nessun altro.

Si verifica il livello di felicità di una nazione guardando al tasso di criminalità, al suo reddito pro-capite, misurando l’aspettativa di vita, il tasso d’occupazione e il livello d’istruzione.

Eppure, moltissime persone ben istruite e di buon reddito fanno uso di psicofarmaci prescritti legalmente, di droghe, di alcool. Personalmente, misurerei il tasso di felicità andando anche a verificare l’audience dei programmi tv spazzatura. Se ti nutri di Barbara d’Urso e di Grandi Fratelli, come puoi pensare di essere felice? E se non leggi un libro, e se non sai stare nel silenzio con te stesso, dove pensi di trovarla e di trovarti? E vogliamo parlare del narcisismo dilagante sui Social? Si misura il tasso di criminalità, ma la violenza silenziosa che avviene all’interno delle nostre case, in relazioni basate su falsità ed egoismo? E la considerazione che, tutt’ora, l’uomo ha della donna, o di un animale, o dell’altro in genere? Come misuriamo i pregiudizi, le false credenze, le distorsioni mentali? E lo scempio dell’ambiente? Chi sradica alberi senza che la coscienza gli parli, è felice? Tutti gli aspetti che potrebbero dare una misurazione della felicità, sono di fatto non misurabili. Ciò che possiamo misurare, invece, e basta farci caso, sono i fenomeni che generano infelicità. Più i consumi aumentano, più essi rappresentano il nutrimento materiale di un vuoto. E’ misurabile solo ciò che la felicità ce la toglie.

E’ l’anima, a dover essere nutrita, o nient’altro sarà mai sufficiente. E la felicità è ciò che facciamo oggi nelle nostre case: la qualità delle nostre azioni, dei nostri pensieri, del nostro sonno, della nostra creatività, delle nostre relazioni, della nostra accettazione.

Spiriti Animali

Ho estratto tre Oracoli degli Spiriti Animali chiedendo loro di fornirmi un messaggio per l’attuale situazione italiana. E’ incredibile come riescano sempre a fornirmi risposte, spunti di riflessione, e come essi si accordino con la domanda. E proprio in un momento come questo, quando la vibrazione all’unisono si fa sentire, quando la connessione tra noi e col Creato si conferma, chiedo alla saggezza della Natura, come una Sacerdotessa farebbe per il suo popolo. Essi sanno, vedono oltre. Abbiamo così trascurato la parte più naturale e selvatica che è in noi da non riconoscere più la nostra stessa saggezza, in noi ancora così presente eppure così inascoltata.

Questi gli Spiriti Animali estratti, i cui messaggi invio di cuore a tutti, Italiani e non.

LONTRE

Spirito della Lontra: le Lontre sono animali socievoli, che si prendono cura l’una dell’altra ed esprimono la loro affettuosità e la loro comunicazione toccandosi. Ora questo non ci è possibile, ma come le Lontre, possiamo utilizzare l’affetto, le attenzioni, il pensiero non solo con chi abbiamo in famiglia, ma proprio con quella lontana persona che desidera sentirci. Comunichiamo con qualcuno, e scopriremo che questo qualcuno ci stava aspettando.

BUFALO

Spirito del Bufalo: le tribù che cacciavano il Bufalo, utilizzavano tutte le parti di questo animale; nulla andava sprecato e questa creatura veniva ringraziata per l’abbondanza che aveva donato. Anche noi siamo nell’abbondanza, sempre e comunque, ma la gratitudine talvolta non ci accompagna. Ciò che ci viene dato, può esserci anche tolto, e questo non va dimenticato mai, non solo in momenti come questo. Nulla, infatti, è mai nostro ma ci viene donato. E la gratitudine è l’unica risposta al dono ricevuto.

CAMALEONTE

Spirito del Camaleonte: conosciamo la virtù trasformatrice del Camaleonte. Egli si camuffa, si immedesima nella situazione e si trasforma in funzione di ciò che occorre in quel momento. Il suo spirito di adattamento ci insegna che è possibile cambiare modo di fare, di essere, senza tuttavia perdere se stessi. Il Camaleonte è sempre tale, ma nel suo spirito di adattamento sta la sua forza, perché trasformandosi egli veste altri panni e li comprende. E quando torna ad essere il Camaleonte di prima, è più saggio e più libero.

Sia, questa saggezza, un dono per tutti.

Penséés

PENSEES

Aprendo questa mattina un libro a caso, i Pensées di Pascal, mi sono imbattuta in queste righe; chi pensa che Pascal avesse una visione pessimistica dell’esistenza sbaglia e di molto. Egli era totalmente certo di cosa fosse fondamentale per l’uomo e di cosa, invece – pur non essendolo – veniva dall’uomo tanto ricercato per dissimulare la morte. Così è ancora oggi.

Pensé 83 – (…) Così scorre via tutta la vita. Si cerca il riposo combattendo diversi ostacoli; ma, quando si sono superati, il riposo diventa insopportabile; perché si pensa o alle miserie che si hanno, o a quelle che ci minacciano. E quand’anche ci si vedesse abbastanza al riparo da ogni parte, la noia, con la sua autorità privata, non tralascerebbe di affiorare dal profondo del cuore, dove ha radici naturali, e di riempire lo spirito del suo veleno.

Pensé 86 – L’uomo è visibilmente nato per pensare; qui sta tutta la sua dignità e tutto il suo valore; e tutto il suo dovere sta nel pensare rettamente. Ora, l’ordine del pensiero è di cominciare da sé, e dal suo autore e dal suo fine.

Ora, a che pensa la gente? Mai a questo, ma a ballare, a suonare il liuto, a cantare, a comporre dei versi, a correre all’anello, ecc., a battersi, a diventare re, senza riflettere su quello che significa essere re, ed essere uomo.

Pensé 100 – La sola cosa che ci consoli delle nostre miserie è la distrazione, e tuttavia essa è la più grande delle nostre miserie, perché ci impedisce in primo luogo di riflettere su noi stessi, e fa in modo che ci perdiamo insensibilmente. Senza di essa, ci troveremmo immersi nella noia, e questa ci spingerebbe a cercare un mezzo più stabile per uscirne. Ma la distrazione ci diverte, e ci fa giungere alla morte insensibilmente.

Pensé 101 – Noi non ci atteniamo mai al tempo presente. Anticipiamo il futuro come troppo lento a venire, come per affrettarne il corso; oppure ricordiamo il passato per fermarlo come troppo rapido; così imprudenti, che erriamo nei tempi che non sono nostri, e non pensiamo affatto al solo che ci appartiene, e così vani, che riflettiamo su quelli che non son più nulla, e fuggiamo senza riflettere quello solo che esiste. Il fatto è che il presente, di solito, ci ferisce. Lo dissimuliamo alla nostra vista perché ci affligge; se invece per noi è piacevole, rimpiangiamo di vederlo fuggire. Tentiamo di sostenerlo per mezzo dell’avvenire, e ci preoccupiamo di disporre le cose che non sono in nostro potere, per un tempo al quale non siamo affatto sicuri di arrivare.

Ciascuno esamini i propri pensieri: li troverà sempre tutti occupati dal passato e dal futuro. Il presente non è mai il nostro fine: il passato e il presente sono i nostri mezzi, solamente il futuro è il nostro fine. In questo modo non viviamo mai, ma speriamo di vivere e, disponendoci sempre a essere felici, è inevitabile che non lo siamo mai.

Pensé 114 – (…) Non occorre possedere un’anima molto elevata per comprendere che quaggiù non vi sono punto soddisfazioni veritiere e solide; che tutti i nostri piaceri non sono che vanità, che i nostri mali sono infiniti, e che la morte infine, che ci minaccia in ogni istante, ci metterà infallibilmente entro pochi anni nell’orribile necessità di essere eternamente o annichiliti o infelici.

Non vi è niente di più reale di questo, né di più terribile. Facciamo gli spavaldi fin che vogliamo: ecco la fine che attende la più felice esistenza del mondo. Si rifletta su questo, e si dica poi se non è indubitabile che non vi è bene in questa vita, se non la speranza nell’altra; che non si è felici che a misura che ci si avvicina a essa e che, come non vi saranno più mali per coloro che sono interamente sicuri dell’eternità, così non vi è felicità per coloro che non ne hanno nessun lume.

(…) Quello stesso uomo che passa tanti giorni e tante notti pieno di rabbia e di disperazione per la perdita di un incarico o per qualche offesa immaginaria al suo onore, è il medesimo che, senza inquietudine e senza emozione, sa che perderà tutto con la morte. E’ mostruoso vedere nello stesso cuore e nello stesso tempo questa sensibilità per le minime cose e questa strana insensibilità per le più grandi. E’ un incantamento incomprensibile.

Impermanenza

BUDDHA

Lo sosteneva Gautama il Buddha, che tutto è impermanente e che, il non prenderne consapevolezza, è motivo di infelicità.

Nulla, in questa nostra semplice vita, permane; nulla resta immodificato per sempre. Dalle piccole alle grandi cose che abbiamo o perdiamo, dalle persone più o meno care che appaiono e scompaiono, a noi stessi innanzitutto. Osservando, giorno dopo giorno, ciò che accade dentro di noi e attorno a noi, infatti, è facile notarlo. Un giorno giocavamo a nascondino e le mamme ci chiamavano dal balcone, oggi non più. Un giorno amavamo il colore giallo ed oggi non possiamo vederlo. Un amico è scomparso e non tornerà nelle stesse vesti. Leggevamo i libri di un certo autore che oggi abbiamo sostituito con un altro. Quella data persona, semplice conoscente, che ci passava spesso davanti e che era ormai una comparsa certa delle nostre giornate, ha cambiato residenza e ormai vive lontano. Sarà una comparsa per altri, chissà se anche loro la noteranno. Un padre ci teneva per mano e ci portava alle giostre, e quel padre ci ha lasciati. O una madre. O un figlio, che accompagnavamo a scuola tutti i giorni mentre ora non lo vediamo mai. Andavamo in vacanza in un dato luogo ed ora in un altro. La casa in cui abitavamo è stata venduta e ne conserviamo l’immagine. I mobili, o gli oggetti, vengono spostati o eliminati e la fotografia mentale di come erano gli ambienti è sostituita da un’altra. L’albero di fronte alla nostra casa era un piccolo virgulto ed oggi svetta fino al tetto; così la nostra gatta, che da cucciola monella è ora una lady. Cambiano i colleghi: vengono, vanno, raccontano anch’essi le impermanenze delle loro vite. Cambiano i vicini di casa, o i rapporti con loro. Nuove e belle persone arrivano e ne siamo entusiasti. E noi cambiamo. Pensavamo in un modo che non è più. Il nostro mondo era inserito in determinati schemi che, via via, si sono rarefatti per essere sostituiti. Tutto è assolutamente impermanente. Tutto.

Mi immagino, ogni tanto, come sarebbe se mio padre tornasse dopo tantissimi anni. Come lo vedrei, mentre circola in una casa, mentre parla, mentre ragiona? Sarei capace di vedere in lui ciò che vi vedevo? Oppure quell’amica perduta ormai da tempo, che ne sarebbe di noi? Sapremmo ancora parlarci come allora, o ridere insieme? E se tornassi ad abitare in quella casa venduta, come vivrei l’esperienza? Me lo chiedo e non ho certezze. Forse bisogna semplicemente accettare il nostro stesso cambiamento rispetto alla realtà, che in parte muta e ci permette di mutare con lei. Forse le persone non devono tornare mai, né le cose essere per come erano, perché non sapremmo guardarle con la stessa emozione di allora, quando noi stessi eravamo ciò che eravamo. Forse, ciò che conta è l’esperienza profonda del cambiamento e le lezioni apprese, soprattutto attraverso la perdita. Allora ritroveremo in noi tutto ciò che ci è passato vicino.

Semplici riflessioni.