Poetica

PRATO

C’è una poetica del mattino. Recandomi a piedi alla stazione, lungo un percorso di un chilometro e mezzo, attraverso viali alberati e costeggio vasti prati. E incrocio persone osservandole con interesse. Alcune di loro, di buon’ora, escono per portare fuori il proprio cane. Vedo allora quell’uomo dall’aspetto un po’ burbero che attende amorevolmente che il suo piccolo cagnolino lo raggiunga, girandosi di tanto in tanto. C’è la donna anoressica con un minutissimo cane, anch’esso un po’ tale. Un’altra ha uno yorkshire tripode, che saltella con un’energia e un sorriso da cane stampato sul musetto. Mi fermo, con quella signora, e mi racconta che quel cane era destinato alla soppressione ma lei lo ha impedito e, dal profondo sud dove si trovava in vacanza, lo ha portato a vivere qui. All’andata, lui saltella da solo; al ritorno, lei lo porta in braccio per non farlo stancare troppo. Talvolta, queste persone con i cani si fermano e chiacchierano in gruppo; poche parole in attesa che i loro cani le raggiungano e si fiutino un po’. C’è una poetica in quei grandi prati, talvolta di erba alta, talvolta appena rasati, così come c’è una poetica nei lombrichi che escono sull’asfalto nelle giornate di pioggia; li scanso uno ad uno, e a volte mi fermo ad osservarne il movimento, o li salvo da morte certa raccogliendoli con un legnetto e posandoli sull’erba. C’è una poetica nei maestosi alberi che incrocio, fissi nel loro posto perenne; un giorno sono fioriti, un altro giorno sono verdissimi, e poi rosso fuoco, e ancora coi soli rami colmi di gelo. Li guardo sempre, saluto anche loro e mi accorgo di quanto tutto questo accompagni le mie giornate, le mie settimane, i mesi, gli anni. C’è una poetica nel giungere in stazione e guardarsi negli occhi. Non ci si conosce personalmente, ma ci si vede quasi sempre e, talvolta, ci si saluta con un cenno d’intesa. Sul treno, poi, c’è una poetica nell’alzare lo sguardo dal libro e guardare a volo d’uccello sulle teste di tutti: anime con la propria storia, ognuna impegnata nel cercare la stessa risposta. Invio i miei auguri di benevolenza a tutte loro, anche se urlano in treno, anche se spintonano o non ti lasciano sedere o leggere. Sono anime incerte, mi dico, e mi rimetto sul libro. C’è una poetica quando, giunta al lavoro dopo altri due mezzi, vedo volti noti da anni e scambio, non sempre, qualche parola. Si inseriscono anch’essi in un disegno generale, mi dico, e ci si continua ad incontrare giorno dopo giorno, ognuno parte della vita degli altri. 

Aspettare

CONTADINO CINESE

Dice un detto: ‘A volte, il treno sbagliato porta alla stazione giusta’. Talvolta, infatti, se pensiamo che determinate vicende non stiano andando per come vorremmo, vi ci accaniamo sopra pensando che esse ci stiano portando ad un motivo di dispiacere. Avviene questo quando pensiamo di essere i soli padroni di noi stessi, quando riteniamo di avere, nelle nostre sole mani, la totalità della nostra esistenza. Di volerla guidare come si guiderebbe un’auto. Qualcosa, certo si può e si deve fare, e passa attraverso le nostre scelte e il nostro intelletto (non dico le emozioni, poiché quelle, al contrario, non permettono all’intelletto di funzionare al suo massimo).

Ma ciò a cui mi riferisco sta da un’altra parte, ed è quella possibilità che ciò che ci accade faccia da ponte verso altro, un disegno molto più grande. E’ come se ci trovassimo a camminare su una strada, e mentre camminiamo seguissimo le strisce bianche pensando che esse ci diano l’unica direzione sensata. Ma se alziamo lo sguardo, potremmo allora vedere che quella piccola strada altro non è che il profilo di una figura disegnata con un preciso significato, che è per noi. Allora, se potessimo vedere subito quella figura, comprenderemmo come le strisce bianche non rappresentino nulla di definitivo ma solo un mezzo per farci procedere. E non è affatto necessario vedere l’intera figura sin da principio, basta sapere che c’è e che si manifesterà a tempo debito. E’ sufficiente proseguire, andare avanti accettando gli ostacoli come funzionali al nostro cammino, perché qualcosa di grande sta per accadere. Bisogna, questo si, essere pronti. Un disegno c’è sempre, e talvolta è proprio per aver preso quel treno sbagliato che siamo giunti lì, dove eravamo attesi da tempo. Quel treno, che pensavamo fosse una vera tragedia, era la mano che ci stava cercando.

Chiudo con un bel racconto.

C’era una volta un contadino cinese, era molto povero e per vivere lavorava duramente la terra con l’aiuto di suo figlio, ma possedeva il grande dono della saggezza.

Un giorno il figlio gli disse:

– Padre che disgrazia, il nostro cavallo è scappato dalla stalla!

– Perché la chiami disgrazia? – rispose il padre – Aspettiamo e vediamo cosa succederà nel tempo!

Qualche giorno dopo, il cavallo ritornò portando con sé una mandria di cavalli selvatici.

– Padre che fortuna! – esclamò questa volta il ragazzo – Il nostro cavallo ci ha portato una mandria di cavalli selvatici.

Perché la chiami fortuna! – rispose il padre – Aspettiamo e vediamo cosa succederà nel tempo.

Ancora qualche giorno dopo, il giovane, nel tentativo di addomesticare uno dei cavalli, venne disarcionato e cadde al suolo fratturandosi una gamba.

– Padre che disgrazia, mi sono fratturato una gamba!

Ma anche questa volta il saggio padre sentenziò:

– Perché la chiami disgrazia? Aspettiamo e vediamo cosa succede nel tempo.

Ma il ragazzo, per nulla convinto delle sagge parole del padre, continuava a lamentarsi nel suo letto.

Qualche tempo dopo, passarono per il villaggio gli inviati del re con il compito di reclutare i giovani da inviare in guerra.

Anche la casa del vecchio contadino venne visitata dai soldati reali, ma quando trovarono il giovane a letto, con la gamba immobilizzata, lo lasciarono stare per proseguire il loro cammino.

Qualche tempo dopo scoppiò la guerra e molti giovani morirono sul campo di battaglia; il giovane si salvò a causa della sua gamba fratturata.

Strage

CUCCIOLO DI CANGURO

Il più grande massacro di animali selvatici del pianeta è rappresentato dalla caccia commerciale dei canguri. Nessuno ne parla e, dunque, io ne parlo. Forse non ci è arrivata come invece ci arrivano altre notizie, quelle notizie su cui tutti scattano ad indignarsi sulla paginetta di Facebook, condividendo frasette di circostanza per poi dimenticarsene un nanosecondo dopo e continuare la propria vita in attesa di un’altra notizia, come l’acqua alta a Venezia che ha messo a dura prova quella città e quelle opere che, in ogni caso, se sparissero non comporterebbe alcun danno ai molti del mohito, non siamo ipocriti. Verrebbe raso al suolo tutto per concepire un’enorme piscina, già me la vedo.

La caccia ai canguri, dicevo, è finalizzata in piccola parte ad ottenere la loro carne, poco utilizzata in occidente, e in enorme parte per le loro pelli. Il canguro, peraltro, ha iniziato ad essere considerato un antagonista delle greggi di pecore australiane, con le quali condivide gli stessi pascoli, sin dal 1800. Fu allora che le pecore furono portate in Australia, mentre i canguri vi vivevano da milioni di anni. Eccolo, l’uomo che non si smentisce mai: colonizza come vuole e stermina chi era già lì. L’importante è commerciare una qualsiasi cosa, l’importante è il denaro a qualunque costo.

Si stima che ogni anno muoiano circa 200.000 cuccioli deambulanti e 500.000 cuccioli ancora nel marsupio. La morte avviene tramite colpi di bastoni alla testa o per fame, dopo che le loro madri sono state esse stesse uccise. E’ quindi una modalità che ricorda la cruenta caccia alle foche canadese, nei confronti della quale però il mondo si era fatto un po’ sentire. Qua nulla.

Le specie cacciabili sono: Macropus rufus (Canguro Rosso), Macropus Giganteus (Canguro Grigio Orientale), Macropus fuliginosus (Canguro Grigio Occidentale) e Macropus robustus (Wallaroo Comune o Euro).

Proviamo ora a indovinare qual è il principale paese europeo importatore di pelli di canguro. Esatto: l’Italia.

Attraverso la sua ‘eccellenza’, perché evidentemente l’eccellenza se ne infischia delle stragi, importa pelli di canguro da utilizzarsi soprattutto in ambito sportivo o nell’abbigliamento di fascia medio-alta. Abbiamo così una strage di animali selvatici per contribuire ad ampliare il prodotto in ambito calcistico (scarpe) e motociclistico (tute) che, onestamente parlando, rendono le persone dei perfetti idioti. Non c’è nemmeno, quindi, un equilibrio tra il sacrificio richiesto e ciò che vi si ottiene. Neanche a dirlo, tutte le aziende contattate per far sapere cosa ci sia dietro a questo commercio, non erano assolutamente a conoscenza della violenza perpetrata. Forse, quei geni che noi consideriamo tali perché tengono in piedi delle aziende che ci danno la grande opportunità di vivere di immagine, e per questo non finiremo mai per ringraziarli, sono convinti che i canguri desiderino cedere spontaneamente la propria pelle, o che questa sia coltivata in un campo.

Doppiamente idioti, quindi, sia perché la loro ignoranza è un problema serio per l’umanità intera, sia perché dalle loro menti non potranno che restituire un prodotto di utilità pari a zero. Queste aziende si limitano a constatare, sempre che lo facciano, che quanto importato sia a norma di legge. Non hanno quindi una coscienza e vogliono che nemmeno il consumatore ce l’abbia.

Quali sono queste aziende illuminate?

Settore sportivo:

Calcio: Diadora, Lotto, Pantofola D’oro, Danese

Motociclismo: Dainese, Ducati, Gimoto, Alpinestars, Vircos

Settore abbigliamento:

Versace, Ferragamo, Prada (questa non manca mai)

Settore calzaturiero:

Moreschi, Moma, Fabi

Che dire, quindi? E’ questo che vogliamo essere, dei meri consumatori ingozzati di merce che pagano il prodotto tre volte, per l’oggetto in sé, per la strage compiuta al creato, per la presa in giro che ci rifilano?

Ognuno tragga le proprie conclusioni.

Little House on the Prairie

LA CASA NELLA PRATERIA

Alcuni anni fa avevo acquistato l’intera serie de ‘La casa nella Prateria’ nonché letto i bellissimi libri della vera Laura Ingalls Wilder. Non ho mai smesso di adorare questa serie che tutt’ora viene trasmessa e seguita da molti devoti; così, in questi giorni ne ho fatto una full immersion e ho ricompreso, come tutte le volte, il perché io la ami così tanto e perché apra così il cuore. In quel piccolo villaggio della prateria, accade tutto ciò che vediamo accadere attorno a noi, giorno dopo giorno. Ma è la risposta, ad essere un’altra. Sarà forse perché, sempre meno, riscontro i valori presenti in quei telefilm, i valori dei nostri genitori. Si era tra la metà e la fine degli anni ’70, e nelle nostre famiglie quel codice era ancora molto presente. E con questi episodi, si intendeva contribuire a moralizzare il popolo che chiedeva conferma di come dovesse comportarsi, e di cosa fosse importante. Molte delle tematiche affrontate sono incredibilmente attuali: nei casi di accanimento verso un debole, un uomo di colore, un ragazzo sordo, una donna grassa, i protagonisti ne prendono le difese e danno lezioni al paese. Non c’è spazio per tradimento e slealtà, neppure a scuola; non c’è spazio per superficialità e pressapochismo. La vita è una cosa seria, gli altri sono una cosa seria, il lavoro anche, la famiglia pure come gli amici. Gli approfittatori ricevono una dura lezione, come gli egocentrici; coloro che non hanno a cuore il bene della comunità anche. In quel piccolo villaggio, tutti si ammazzano di fatica dalla mattina alla sera ma trovano sempre il modo e il tempo di lavorare anche per chi non riesca. Il denaro occorre solo per il necessario, ma non compra i sentimenti. Gli uomini non scrivono atti giuridici ma si danno la parola e la manterranno costi quel che costi. In quel piccolo villaggio, la codardia non è ammessa e ognuno è chiamato a prendersi la responsabilità delle proprie azioni. I meno benestanti non provano invidia (mentre i più benestanti si), il rispetto è la prima cosa. A nessuno verrebbe in mente di fregare il prossimo per trarne beneficio personale; se lo fa, lo svolgimento della storia lo vedrà pagare un prezzo più alto, redimersi e tornare ad essere una buona persona. Il perdono è comunque concesso a tutti, come le spiegazioni sincere e la comprensione. Accadono molte disgrazie, in quelle famiglie, ma si va avanti sapendo che si è nelle mani di un Dio benevolente. Quel Dio che tutti pregano prima di ogni pasto, per rendere grazie di ciò che hanno sulla tavola. E se una grandinata rovina il raccolto e spinge le famiglie in una ancor più dura realtà, esse sanno che un solo raccolto, nella loro vita, è poca cosa. Ce ne saranno altri.  

Da vedere e da leggere.

LAURA INGALLS

Novembre

Alcune magnifiche poesie autunnali e del mese di novembre, forse il mio mese preferito (forse).

San Martino, di G. Carducci

La nebbia a gl’irti colli
piovigginando sale,
e sotto il maestrale 
urla e biancheggia il mar;

ma per le vie del borgo
dal ribollir de’ tini 
va l’aspro odor dei vini
l’anime a rallegrar.

Gira su’ ceppi accesi
lo spiedo scoppiettando:
sta il cacciator fischiando
su l’uscio a rimirar

tra le rossastre nubi 
stormi d’uccelli neri,
com’esuli pensieri,
nel vespero migrar.

Autunno, di C. E. Gadda

Tàcite imagini della tristezza
Dal plàtano al prato!
Quando la bruma si dissolve nel monte
E un pensiero carezza
E poi lascia desolato – la marmorea fronte;
Quando la torre, e il rattoppato maniero,
Non chiede, al vecchio architetto, più nulla:
Allora il feudo intero – fruttifica una susina
Bisestile, alla collina
Dolce e brulla.
Tace, dal canto, il prato.
Il pianoforte della marchesina
Al tocco magico delle sue dita
S’è addormentato:
E dopo sua dipartita – l’autunno
S’è scelto un nuovo alunno:
Il passero!, lingua di portinaia
Dal gelso all’aia:
E il cancello e lo stemma sormonta
La nenia del campanile – e racconta
I ritorni, all’aurata foresta:
Garibaldeggia per festa
Sopra il travaglio gentile
Perché alla bella il ragazzo piaccia,
Quello che lassù canta, quello che lassù pesta.
Il vecchio marchese ha inscenato una caccia
Con quindici veltri, e galoppa,
Diplomatico sconsolato
Sul suo nove anni reumatizzato.
Della volpe nessuna notizia, nessuna traccia!
Il cavallo ha un nome inglese: e il corno sfiatato
Assorda nella tana il ghiro
Che una nocciòla impingua!
Al docicesimo giro
La muta s’è messa un palmo di lingua
E, mòbile macchia, cicloneggia bianca
Nella deserta brughiera
Là, verso il passaggio a livello,
Dove arriva stanca,
Salendo, la vaporiera.
Passa il merci e il frenatore – più bello,
Lungo fragore! – vana bandiera!
Ha incantato la cantoniera.
Ecco il diretto galoppa – verso città lontane
E il cavallo inglese intoppa
Negli sterpi dannati e calpesta
I formicai vuoti e le tane.
Ma dal campanile canta l’ora di festa – canta
Tristezze vane!

Autunno, di G. Apollinaire

Passano nella nebbia un contadino storto
e il suo bue,
lentamente, nella nebbia d’autunno
che nasconde i tuguri poveri e vergognosi.
E, mentre s’allontana, il contadino canta
una canzone triste dell’amore infedele,
che parla di un anello e d’un cuore spezzato.
Oh, l’autunno,
l’autunno ha sepolto l’estate!
Passano nella nebbia due figurine grigie.

Pensiero D’Autunno, di A. Negri

Fammi uguale, Signore, a quelle foglie
moribonde che vedo oggi nel sole
tremar dell’olmo sul più alto ramo.
Tremano sì, ma non di pena: è tanto
limpido il sole e dolce il distaccarsi
dal ramo, per congiungersi sulla terra.

S’accendono alla luce ultima, cuori
pronti all’offerta; e l’angoscia, per esse,
ha la clemenza d’una mite aurora.
Fa’ ch’io mi stacchi dal più alto ramo
di mia vita, così, senza lamento,
penetrata di Te come del sole.

 

 

 

Samhain

CIMITERO

Si pensa che Halloween abbia soppiantato le nostre celebrazioni cristiane, ma sappiamo che non è così; piuttosto, le festività cristiane sono in gran parte un riposizionamento dei culti di antiche civiltà. Se una colpa i festeggiamenti di Halloween ce l’hanno, però, è che – come ormai per tutto – hanno reso un momento, estremamente importante da sempre per l’uomo, come la solita occasione per dimostrarci consumatori. Qualunque civiltà sia esistita, in qualunque epoca, ha celebrato i defunti con svariate liturgie, mostrando un estremo rispetto in quell’aldilà temuto e desiderato. La nostra Italia, terra in cui i Celti si erano fortemente insediati, festeggiava Hallow’en prima dell’avvento della cristianità. Quei festeggiamenti avvenivano nei due giorni 31 ottobre – 1 novembre, e veniva mimato il ritorno dei morti nelle case delle persone. Si recavano nelle zone di sepoltura e, con canti e libagioni, attendevano che i morti, tornati sulla terra, entrassero in contatto con loro. Il mondo dei morti, delle anime che si sono disincarnate dal corpo che noi conoscevamo, e il mondo dei vivi, non è affatto lontano ed è in stretto e costante contatto. Basta stare in ascolto, basta porsi con umiltà nei confronti della loro trascendenza. Se manca questo, non ti accorgi di nulla, tantomeno dei loro messaggi, dei loro avvertimenti, dei loro salvataggi, che pure ci sono. Qualcuno un giorno mi ha chiesto come faccia io a credere in tutto questo, dato che non ho prove tangibili. Gli ho risposto che credo in tutto ciò che non è percepibile dai 5 sensi dell’uomo, in quanto il piano materiale rappresenta la punta dell’iceberg di ciò che esiste, ma a me interessa tutto il resto, che è esageratamente più vasto. Forse non gli ho realmente risposto, ma la risposta che si aspettava poteva essere formulata solo su un piano logico e razionale, restando – appunto – in quella punta dell’iceberg.

Il giorno dopo i festeggiamenti, era dunque Samhain, il nuovo anno. Le ragioni erano, ovviamente, legate al ciclo della vita: finiva una stagione agraria e ne cominciava un’altra; quelle cadenze, quell’assoggettamento umile ai tempi della terra, ai cicli stagionali, erano fonte di saggezza e di profonda conoscenza, e sono rimaste a lungo anche nel nostro territorio, laddove la civiltà contadina ha imperato. Se ne vedono tracce nelle tradizioni regionali, dato che in molti paesi si celebrano tutt’oggi sia l’arrivo dei defunti, da accogliere con cibo e vino novello perché si rigenerino, sia il nuovo anno agrario, che inizia col riposo della terra e la semina del grano, e che darà la vita nei mesi a venire.

L’andare al Cimitero a trovare i nostri cari, dunque, è una liturgia di profondo significato, che ci lega all’aldilà e ci lega – al tempo stesso – alle civiltà del passato. Se non abbiamo alcuno da andare a trovare, è un bene recarsi comunque in un Cimitero a rendere omaggio alle altre anime. In casa, mi piace raccogliere le foto dei miei cari defunti in un angolo, e nella notte del 1^ novembre tengo acceso un lumino e dono loro, in due piccoli piattini, del cibo (vanno bene le castagne) e della semplice acqua. E’ un modo per dialogare con loro e augurarmi che stiano bene e stiano trovando la felicità suprema.

Passaggio generazionale

PADRE E FIGLIO

Dovremmo insorgere tutti, uniti, per riprenderci la proprietà delle parole; che sono di tutti, che hanno significato per chiunque, che qualcuno ci ha rubato.

Il ‘passaggio generazionale’, oggi, definisce il trasferimento di patrimoni e possedimenti da padre a figlio. Giunti ad una certa età, gli anziani padri si pongono la questione e si preoccupano di lasciare alla stirpe ciò che loro possiedono e hanno accumulato: soldi, immobili, aziende. Viene interpretato come momento cruciale, imprescindibile, perché gli averi non si disperdano e restino in famiglia e al riparo dal prossimo. In quella stessa famiglia che, magari, avrebbe desiderato altro. Ai quei figli, forse, di cui non si è seguita la crescita per perseguire false esigenze, false urgenze. Bisognava fare carriera, avere di più, accumulare per sembrare, per apparire agli occhi degli altri, ai nostri stessi occhi. Bisognava fregare il prossimo e aggregarsi in cordate, arricchendosi, si, ma depauperando. Bisognava nascondere i propri averi da occhi indiscreti, essere ingenerosi per non perdere nulla. E contare, sempre, per tutta la vita, per sapere a quanto si stava arrivando. Bisognava lavorare duro anche quando sarebbe stato meglio rientrare a casa ed occuparsi di piccole gioie casalinghe che non si ripresenteranno più. Si è preferito combattere, sfidando i propri limiti per accrescere il cumulo e mostrarlo per bene. E’ questo, il testimone. Lo monetizzo e lo passo a te, che nemmeno sai com’è stata la mia vita. Lo passo a te sperando che tu non veda l’ora che io trapassi per sperperare tutto e litigare con chiunque. Lo passo a chi non conosco, perché ho perso un’occasione che non andava perduta.

C’è chi ha la smania di possesso e crede di ottenerne una qualche felicità in cambio, cosa del tutto impossibile. C’è chi, avendo accumulato, teme di perderlo. Diventa diffidente, fa di tutto per proteggere ciò che ha e che non potrà portare con sé. Perché, di fatto, egli non possiede nulla. E’ dunque questo tutto ciò che ha senso lasciare?

Vi sono famiglie non ricche, che non hanno possedimenti, non hanno nulla, o poco, da contare. Hanno anch’essi il diritto di parlare di ‘passaggio generazionale’? Me lo sono chiesta. Il passaggio generazionale non è il trasferimento di denaro, ma è un solco che hanno tracciato per i loro figli e per le altre persone. Sono le loro azioni, i loro pensieri, il loro cuore. Sono gli insegnamenti, gli sguardi, i valori. Se hanno insegnato ad un figlio come sviluppare le virtù, questo è il loro passaggio generazionale. Se hanno saputo insegnare la legge del karma, i loro figli saranno anime felici e contribuiranno alla felicità degli altri, a cambiare il mondo. Se hanno saputo far capire quale sia il fine della loro esistenza, allora quei genitori posso andare. I loro figli sapranno cosa cercare di importante e lo troveranno. Ecco, cos’è  il passaggio generazionale, che non richiede conteggi nè favori.

Scala Emotiva

Gli studi del Professor David Hawkins sono davvero molto interessanti; riguardano la misurazione della frequenza vibrazionale personale determinata da ciascuna nostra esperienza, ovvero l’impatto che questa ha sulla nostra anima. Ne è scaturita la cosiddetta ‘Scala emotiva vibrazionale’, secondo la quale le esperienze più elevate generano frequenze più alte e viceversa. Oltre agli stati d’animo (cioè dell’anima, non certo del corpo fisico) elencati, ciascuna con una propria frequenza, ve ne sono molte altre; queste, però, fungono da scala di misurazione.

 

Scala di Hawkins - Livelli- Coscienza 2

Si può notare come, al gradino più basso, con valore 20, si trovi la vergogna. Provare vergogna di sé, soprattutto in forma durevole, fa precipitare l’anima verso il basso perché determina indegnità. L’anima si sente indegna di essere, vorrebbe non esistere, vorrebbe scomparire non potendolo fare. E’ un sentire tremendo, perché l’indegnità – per l’anima – è l’esatto opposto del principio di eternità e del diritto/dovere di evolvere se stessa.

A salire, troviamo la colpevolezza, che non è l’essere colpevoli di qualcosa, ma il sentirsi colpevoli, cioè provare senso di colpa. Più a lungo si provano queste sensazioni, più l’anima si danneggia. L’anima non è mai colpevole, nemmeno quando lo si possa credere se abbinata ad un vivente che abbia commesso qualcosa. Per l’anima può essere utilizzato più propriamente il termine ‘sofferenza’, mentre ‘colpevolezza’ non le appartiene.

E poi, ancora, apatia, lutto, paura, desiderio (questo è interessante ma merita un approfondimento a parte), rabbia, orgoglio. Perché l’orgoglio non si colloca ad un livello energetico più elevato, se sembrerebbe essere un buon modo per percepire se stessi? Perché è uno strumento dell’ego, dato che l’anima non ne ha alcun bisogno.

Proseguendo, incontriamo un innalzamento delle frequenze con: coraggio, neutralità, volontà, accettazione, realizzazione, e – alle posizioni più elevate – amore, gioia, pace e, per finire, illuminazione.

Ancor più interessante è l’illustrazione delle emozioni e la conseguente visione della vita corrispondente ad ogni frequenza. Ai piani bassi, l’anima soffre notevolmente e si percepisce come non necessaria, non voluta e in conflitto con le altre, mentre a salire si innesta un’armonia sempre maggiore e un valore di sé.

Scala di Hawkins - Livelli- Coscienza

Ognuno di noi può rifletterci sopra a lungo e collocarsi da qualche parte secondo il punto in cui pensa di trovarsi attualmente. Io, che qualche anno fa mi sarei collocata verso la metà della scala, penso di trovarmi, in questo periodo della mia vita, ad una frequenza piuttosto alta. La propria vibrazione può essere percepita e sentita sia da noi stessi che dagli altri, e se vibriamo ad un’alta frequenza innalziamo il livello di chi ci ruota attorno. Non solo, ma ecco che nella nostra vita si affacciano persone con la stessa frequenza, con la stessa storia o la stessa ricerca in corso, mentre coloro che si trovano ad un livello notevolmente diverso se ne vanno, si distaccano. E’ come se si fosse impossibilitati a proseguire in una comunicazione, a percepire le stesse cose. Le anime prive di forza hanno bisogno delle frequenze altrui ma non è così che vanno nutrite.

Più si sale, dunque, più avviene un rinnovamento totale delle persone attorno a noi e senza alcuna mossa da parte nostra. Interessante.

(…)

SILENZIO

E’ nel quotidiano vivere, che il silenzio viene impedito: rumori, voci, suoni, squilli. Ti si chiede di essere attento e di ascoltare i parlatori di turno; di rispondere mentre, col pensiero, navigavi altrove. Risulta inconcepibile che tu, in compagnia di altri, te ne stia zitta.  Il silenzio viene letto come qualcosa che non va, forse non stai bene, hai la febbre. O forse ce l’hai con me, dato che non parli. Si aspettano dei riscontri alle loro domande, dei commenti alle loro critiche, delle opinioni sulle loro faccende; devi dare loro ragione, supportarli nelle loro continue lamentele su tutto e su tutti. Ti chiedono dove tu stia, perché non rispondi e perché hai lo sguardo altrove.

Sono nel silenzio. Mi ci tuffo sempre più spesso, in quello spazio interiore in cui tutto è calma e l’abbraccio è più vero, in cui salgono ai ricordi vissuti lontanissimi, in cui l’assoluto è il vero suono.

Il silenzio è il ponte di una sacra comunicazione. Mi dà energia e vitalità, mi toglie la negatività assorbita, schiarisce la mente, aumenta la percezione della realtà.

E’ l’anima, a necessitare del silenzio, anche se oggi tutto lo rende impossibile; ti fanno credere che il silenzio sia un danno, sia un fastidio e sia intollerabile, che non abbia valore in sé. E’ una punizione sin da piccoli: se non ti comporti bene ti metto in un angolo mentre gli altri chiacchierano in classe, non ti faccio accendere la televisione e resti in un angolo. Ma i pieni nulla sarebbero senza i vuoti, le note in assenza di pause, la materia e le stelle senza l’infinito. Ed è lì che dobbiamo immergerci ogni giorno, nel silenzio, nel vuoto che ci ricongiunge con noi stessi, con ciò che siamo di più prezioso. Si acquisisce molta forza e distacco e, quando si ritorna nel piano materiale, tutto è diverso. Osservi gli altri dannarsi per questioni che tu reputi insignificanti, risulta difficile comprenderli. Parlano, e parlano, e parlano, e commentano su tutto, su tutti, e si indignano, e criticano, e i loro discorsi, le loro parole, volano basso. Così i rumori, il vociare, il chiacchiericcio, i frastuoni. Non mi resta che ritornare – ormai con automatismo – in quel luogo profondo e lontano, dove non c’è macchia e non c’è giudizio. Dove mi ristrutturo in un processo di rinnovamento, dove chiare sono le mie qualità, la ragione per cui sono. Non cerco nulla, solo mi metto in ascolto e qualcosa arriva sempre. Intuizioni, messaggi, pace. Perché, per essere lucidi e ricettivi, il silenzio è fondamentale. Rinforza la percezione di sé, armonizza tutto, permette di comprendere l’illusorietà della vita, il teatro di marionette. Ed è un ritorno alle radici. Non sei più un figlio di qualcuno o un genitore di qualcuno, non lavori da nessuna parte né hai gli occhi azzurri (blu, nel mio caso). Il silenzio ci spoglia di ciò che è altro da noi, che ci distrae dalla vera identificazione con ciò che siamo sin dall’origine e che può andare perduto con le recite quotidiane.

Perché non rispondevo, quindi? Semplicemente non potevo, mi trovavo nel mio spazio interiore, in silenzio, dove l’amore per me è quello vero.