Legàmi

LEGAMI

Ciò che ci viene insegnato sin dalla nascita, è di essere etero-diretti, ossia esercitare la nostra esistenza badando agli altri, alle loro istanze, ai loro desideri, alle loro aspettative. Viviamo così per anni, e non tutti se ne rendono conto. Nella migliore delle ipotesi, ciò che avviene in questi anni è di perdere di vista noi stessi e di trasformarci in un prodotto  altrui per la sua soddisfazione. Nella peggiore delle ipotesi, invece, cioè quando ne siamo consapevoli perché abituati ad ascoltarci, può avvenire uno scollamento dell’anima, se non interveniamo per  riprenderci ciò che ci è stato rubato. Ci vuole coraggio. Tutto avviene lentamente, giorno dopo giorno, con piccoli compromessi, piccoli ricatti, lievi sorrisi di circostanza, lievi adattamenti. Anche, anzi soprattutto, all’interno della propria famiglia. C’è una tipologia di persone che ho osservato negli anni: sono coloro che parlano spesso dei propri familiari come fossero divinità. Io, istintivamente, diffido di quelle persone perché le ritengo false. Nessun coniuge, nessun genitore, nessun figlio è una divinità; piuttosto, vi è l’interesse a voler mostrare una certa immagine di sé come di persone la cui vita sia perfettamente risolta anche negli affetti. Mai un conflitto, mai un vaffanculo, mai un’incomprensione o un rancore, così perlomeno mostrano di se stesse. Le persone vere, invece, possono voler bene come, al tempo stesso, desiderare di scappare su un’isola deserta per liberarsi delle pesanti dinamiche familiari, ed entrambi i sentimenti non sono affatto in conflitto. Sono sentimenti veri, che non necessitano di essere mostrati a nessuno, tantomeno sui social, di cui in genere quel tipo di persone fa grande uso.

Arriva un momento, dunque, in cui abbiamo bisogno di zittire il rumore attorno a noi, di gettare ogni maschera e stabilire di voler essere chi siamo abbandonando ogni schema. Ciò che più desideriamo è di ascoltare noi stessi e la nostra personale storia, che nulla ha a che vedere col marito o con i figli. Nessuno di noi è nato per sposarsi, né per avere figli. Entrambe le esperienze possono avvenire, naturalmente, ma non devono farci perdere di vista la nostra missione. E spesso, per riprenderla in mano, è necessario spostarsi da un tragitto collettivo per intraprenderne uno personale. Così è accaduto a me; sentivo che il concetto di famiglia mi andava stretto, in quanto mi impediva l’ascolto di me stessa. E anche se la società, se per esempio ti separi, ti fa le condoglianze, ho strizzato l’occhio a me stessa. Ho anch’io un concetto di famiglia, ed è basato sulla totale noncuranza delle regole sociali, ma si avvale di una forte connessione spirituale, ed è tutto ciò che mi importa. La mia famiglia si è così allargata moltissimo, e ora vi fanno parte molte più persone.

Due mesi fa, avevo interrato dei semi di avocado per vedere come si sarebbero comportati. Li controllavo di tanto in tanto, li bagnavo, dicevo loro di darsi da fare, ma niente. Poi, la scorsa settimana, quando in sostanza pensavo che non intendessero più farlo, ecco che sono improvvisamente germogliati ed ora sono delle belle piantine. Ho capito, poi, cos’era successo: aspettavano semplicemente la temperatura giusta. Quei semi attendevano il loro momento, le condizioni giuste per superare i loro stessi ostacoli. Quando, infine, arriva il momento di realizzare la nostra propria natura, di sconfiggere le nostre ombre, il processo si avvia inesorabilmente e non chiede di essere gradito a nessuno. Non avremo più bisogno di colmare alcunché, perché nulla sarà più da colmare. Potremo girare davvero pagina e avere noi stessi come perno della nostra esistenza.

LIMAV


MACACHI

Esiste anche la LIMAV, organizzazione internazionale di medici che ha, come finalità, l’abolizione della sperimentazione animale e una visione della medicina non antropocentrica. Bravi! Penso di volerli sostenere come socia. Il fatto è che, nonostante si pensi il contrario, un numero sempre maggiore di persone e di professionisti sta innalzando la propria coscienza al disopra delle brutture alle quali altri vorrebbero che ci abituassimo. Invece, qualcuno comincia a mettere le cose in discussione e ne parla ad altri, poi si condivide un modo diverso di concepire la vita nostra e altrui e a pretendere il rispetto per tutti, e il processo parte. Nascono organismi, associazioni, movimenti, e questi generano un effetto che cresce vertiginosamente. Oltre all’inefficacia ormai comprovata della sperimentazione animale, c’è innanzitutto il fatto che non abbiamo il diritto di considerare alcuna creatura come un oggetto di cui disporre a nostro piacimento inducendogli dolore e privandolo della sua vita. Questo è un gravissimo peccato, sia verso gli animali che verso noi stessi, che non siamo stati creati per questo.

‘4 macachi, forse 6. Nati per essere cavie, verranno immobilizzati, resi ciechi tramite un intervento chirurgico, sottoposti a test ed esperimenti per cinque anni e poi, quando non serviranno più, “eutanasizzati”, ovvero uccisi. La ricerca ha avuto il via dall’Università di Torino, dipartimento di Psicologia, in collaborazione con l’ateneo di Parma (dove si trovano fisicamente gli stabulari dei macachi) ed è stata finanziata con 2 milioni di euro.’
“Il cervello non ha recettori del dolore” si giustificano i ricercatori, ma al tempo stesso si cautelano “siccome il progetto prevede una lesione unilaterale della corteccia visiva primaria, si ritiene cautelativamente opportuno stimare il livello di sofferenza atteso come grave”.

Certo, c’è il solito ritornello per cui tutti vorrebbero curarsi qualche malanno, ma occorre considerare che la maggior parte delle malattie sono indotte dallo stile di vita perlopiù indotto da un sistema marcio, che ci vorrebbe tutti ammalati per considerarci un business. E quanti animali vorremmo sacrificare con la nostra bramosia? E senza compassione, come potremmo definire noi stessi?

Capire

ANIMA

Quando si compie un percorso spirituale, quando le domande che ci si pone da sempre sono sulla nostra vera natura, sul perché ci accadano determinate cose, su quale sia la nostra missione, quella vera, è l’inizio della felicità. La nostra anima ha un sapere antico, frutto delle esperienze già acquisite e di quelle che ha bisogno di fare di reincarnazione in reincarnazione. La nostra anima ha bisogno del corpo per acquisire queste esperienze, per evolversi possibilmente in una spirale ascendente, per produrre buon karma. Quando si comprende questo, si comprende sostanzialmente tutto: il senso delle esperienze e degli incontri, il senso del dolore, il senso dei nostri errori verso noi stessi e verso gli altri. Si comprende chiaramente come sia fondamentale la qualità del nostro agire, dei nostri pensieri, di ciò verso cui poniamo attenzione. Ciò che si arriverà soprattutto a comprendere è la necessità di far evolvere la nostra anima lungo l’interezza del suo percorso, di cui questa nostra vita rappresenta solo un breve tratto. L’insegnamento più prezioso è di considerare la natura vera dell’anima, che è sempre di felicità, e di vedere il mondo materiale e le cose che ci accadono solo per quello che sono: una rappresentazione teatrale a cui partecipano una serie di personaggi che, come in una pièce, entrano ed escono dalle quinte, recitano una parte maggiore o minore, a volte una sola battuta, ma il tutto è funzionale ad un’esigenza estremamente più alta, ossia quella di pagare i debiti karmici e di       produrne di buono per la vita successiva. Tutto ciò che ci accade, ha un tempo limitato, anche se dovesse durare per questa intera esistenza. I tempi dell’anima, infatti, sono assai più ampi; ciò che per noi quaggiù rappresenta una tragedia, per l’anima può rappresentare la lezione che aspettava, per ottenere la quale si è di nuovo reincarnata. E’ il patto che ha stretto all’inizio, verso il quale non può e non deve mancare. Così nelle prossime esperienze, fino a raggiungere livelli più elevati. Occorre avere una vista spirituale, usare cioè un senso che capta oltre i corpi, oltre il tempo, oltre lo scorrere dei drammi.

Si guarda agli altri non come a delle persone fisiche che si muovono nella scena del momento, ma bensì alle loro anime, portatrici di antiche memorie, antichi dolori, pronte anch’esse a rinnovare l’esperienza quando sarà il momento. Guardi nei loro occhi e ne vedi l’anima. Guardi negli occhi di un animale e ne vedi l’anima. Guardi una pianta e ne vedi l’anima. Senza ciò che ci anima, infatti, tutti noi saremmo solo dei cadaveri, dei tronchi morti, portatori di nulla.

Ma l’anima, ci conduce altrove secondo la nostra personale missione. Capiamo il disegno più grande e comprendiamo il viaggio che stiamo svolgendo, e a che punto siamo.

Virtus

Mentre ascoltavo un’interessante lezione, venivano citate delle virtù. Così, ho voluto ripassarle un po’ e vedere a che punto mi sembra di essere rispetto a ciascuna di esse (per alcune sono ancora lontana..). In ogni caso, è un bellissimo esercizio già leggerle.

Per San Tommaso d’Aquino, che ne descrive ben 54,

‘Le virtù umane sono attitudini ferme, disposizioni stabili, perfezioni abituali dell’intelligenza e della volontà che regolano i nostri atti, ordinano le nostre passioni e guidano la nostra condotta secondo la ragione e la fede. Esse procurano facilità, padronanza di sé e gioia per condurre una vita moralmente buona. L’uomo virtuoso è colui che liberamente pratica il bene’.

Esse sono:

  1. Prudenza, da cui derivano:

memoria del passato, conoscenza del presente, previsione del futuro, docilità, solerzia, riflessione, circospezione, cautela o precauzione, prudenza del singolo, prudenza familiare, prudenza politica (che relaziona il singolo con la comunità), prudenza governativa, propria di chi governa, buon consiglio, buon senso e discrezione.

  1. Giustizia, da cui derivano:

fare il bene ed evitare il male, giustizia generale o del bene comune, giustizia distributiva, giustizia comparativa, giustizia sociale, religione, pietas, osservanza, riverenza, obbedienza, veracità, affabilità, liberalità, epicheia.

  1. Fortezza, da cui derivano:

magnanimità, magnificenza, pazienza, longanimità, perseveranza, costanza.

  1. Temperanza, da cui derivano:

pudore, honestas (bellezza spirituale o morale), astinenza, sobrietà, castità, pudicizia,  continenza, mansuetudine, clemenza, umiltà, studiosità, modestia corporale, eutrapelia,  modestia nell’ornamento.

A queste vanno sommate le 4 virtù teologali.

 

Ma sono diversi gli elenchi di virtù che sono stati concepiti. Ne cito un paio:

 

Le 12 virtù dell’anima:

  1. DEVOZIONE – È la consacrazione di se stessi ad un ideale o ad un impegno, come al servizio di Dio.

  2. SINCERITÀ – Esprime l’assenza dell’ipocrisia, dell’affettazione, della falsità o dell’inganno.

  3. TOLLERANZA – È la saggezza di non giudicare gli altri, in quanto non possiamo mai essere sicuri delle loro vere motivazioni, tribolazioni e motivi personali.

  4. GENTILEZZA – E’ il sincero desiderio di non recare mai del male ad un altro essere. È la considerazione degli altrui sentimenti, la sensibile benevolenza e la simpatia, che vengono espresse in parole ed azioni.

  5. PAZIENZA – E’ la disponibilità di aspettare i risultati dei processi naturali. La PAZIENZA dà  importanza alla calma, all’equilibrio durante la sofferenza o la provocazione e durante lo svolgimento di un lavoro impegnativo.

  6. PRECISIONE – E’ il prodotto dell’esattezza, dell’accuratezza, delle cose ben definite. Una persona PRECISA è puntuale e profonda, è una persona che pensa sempre in anticipo, sulla quale si può contare.

  7. EFFICIENZA – E’ l’abilità di trattare con il proprio ambiente con la minima spesa d’energia, di tempo e di materiale.

  8. INDULGENZA – E’ la capacità di trattenersi e di avere la serenità della mente nonostante la provocazione.

  9. DISCRIMINAZIONE – Implica il potere di discernimento delle motivazioni della gente e dei loro caratteri e l’abilità  di vedere la verità  al di là  della superficie apparente delle situazioni.

  10. CORAGGIO – Si deve distinguere dall’audacia, che di solito è una risposta istintiva ad una situazione pericolosa e che implica una mancanza di paura ed una buona dose di spericolatezza. Il CORAGGIO è il prodotto della ragione, sostenuto controllando il proprio potere di determinazione di fronte alle proprie paure. Esso è¨ la nobile qualità del carattere che permette di restare fermamente convinti delle proprie idee nonostante le altrui azioni persuasive.

  11. CARITÀ – Dà importanza all’Amore fraterno, alla clemenza, alla mitezza; è un interesse al benessere degli altri fino al punto di dare del proprio. E’ dedicarsi di cuore alla sofferenza che gli altri devono soffrire, finché non avvenga un avanzamento della coscienza. La CARITÀ’ preclude la critica degli altri.

  12. UMILTÀ – Significa la mancanza di arroganza, di un comportamento snob, dell’egoismo, dell’orgoglio, della superbia.

Ed ecco le virtù dianoetiche (cioè razionali) di Aristotele:

  • l’arte(techne) è la capacità, accompagnata da ragione, di produrre un qualche oggetto;

  • la saggezza(phrónesis) è la capacità congiunta a ragione di agire convenientemente nei confronti di ciò che è bene o è male per l’uomo;

  • l’intelligenzaè la capacità di cogliere i primi princìpi di tutte le scienze;

  • la scienzaè la capacità dimostrativa o apodittica;

  • la sapienza(sophía), per Aristotele la forma di conoscenza più alta, che consiste in quella forma di conoscenza che ha come scopo se stessa e non la produzione di oggetti né le azioni pratiche. Approda alla vita contemplativa o teoretica, una vita dedicata esclusivamente alla ricerca.

E le sue virtù etiche:

  • La giustizia, per Aristotele la virtù intera e perfetta.

  • Il coraggio, giusto mezzo tra viltà e temerarietà.

  • La temperanza, giusto mezzo tra l’intemperanza e l’insensibilità.

  • La liberalità, giusto mezzo tra l’avarizia e la prodigalità.

  • La magnanimità, giusto mezzo tra vanità e umiltà.

  • La mansuetudine, giusto mezzo tra irascibilità e indolenza.

Le emozioni delle piante

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Sto cercando di aiutare alcuni colleghi a comprendere le piante che abbiamo in ufficio. A considerarle non come mere macchie di colore, né come status dirigenziale, ma come esseri viventi.  

Chi ha qualche anno sulle spalle ricorderà lo sceneggiato RAI dal titolo ‘Gamma’, che a me aveva colpito moltissimo. Ero bambina, ma ho subito provato interesse per ciò che veniva raccontato. La storia ruotava attorno agli esperimenti condotti anni prima dal maggior esperto del funzionamento della macchina della verità. In un momento di noia, egli provò ad applicare gli elettrodi della macchina sulle foglie della pianta del suo ufficio e, con suo stupore, registrò un’attività emotiva. Da lì, continuò la sua sperimentazione; ad esempio, bruciò dapprima una foglia della pianta e, successivamente, si riavvicinò alla pianta stessa con una fiamma: alla sola vista di questa, il grafico registrò un’impennata emotiva della pianta.

Sei persone furono introdotte in una stanza di fronte a due piante della stessa specie. Estratta a sorte una di loro, le fu ordinato di infierire brutalmente su una delle due piante fino a ucciderla, lasciando che la seconda pianta ne fosse testimone. Ognuna delle sei persone, furono poi reintrodotte nella stanza una alla volta, posizionandosi di fronte alla pianta testimone che era stata collegata alla macchina della verità. Per cinque di loro, la pianta testimone rimase totalmente indifferente, ma quando entrò il sesto, artefice del brutale gesto, il tracciato della pianta testimone impazzì.

Le piante, infatti, avvertono i pericoli e si avvisano reciprocamente tra soggetti della stessa specie. Quando, ad esempio, una pianta viene attaccata da un erbivoro, come un insetto, rilascia delle sostanze che vengono riconosciute dai predatori che si nutrono dello stesso insetto. E’ quindi una richiesta di aiuto indiretto: la pianta chiama in aiuto il nemico del proprio nemico (che è quindi un amico).

Le piante, inoltre, ci guardano, vedono il nostro comportamento. Ci captano, ci percepiscono, sentono le energie che emaniamo, le frequenze. Noi possiamo interagire con una pianta in maniera anche molto sottile, lei percepirà la nostra intenzione, il nostro cuore; se starà avvizzendo, quello è un avvertimento del nostro stesso avvizzimento. Se, viceversa, sarà rigogliosa, rispecchierà la nostra bellissima anima.

Animal Politics EU

ELEZIONI EUROPEE

Quando qualcuno, in passato, si scandalizzava del fatto che avessi a cuore la protezione degli animali e mi chiedeva se non fosse meglio che mi occupassi della specie umana, io rispondevo: ‘E’ esattamente ciò che sto facendo’. Oggi, devo dire, quasi più nessuno muove le stesse obiezioni, forse cominciano a connettere il fatto che la questione animalista è strettamente legata al benessere dell’intero pianeta e delle sue creature, si batte contro le grandi multinazionali del farmaco e dell’alimentazione, lotta per la riduzione delle emissioni inquinanti: in pratica, si occupa dell’uomo.

Nel favorire la lotta per i diritti e la tutela di ogni essere senziente, non solo l’uomo ne trarrà moltissimi benefici per se stesso, sul piano della salute, della qualità di vita, di una possibile riduzione della povertà, ma li otterrà soprattutto sul piano etico, verso il quale ho un debole. L’uomo, rinunciando alla violenza verso esseri più deboli, smetterebbe di essere un vigliacco e un violento e la sua anima potrà solo ringraziarlo.

Per la prima volta nella Storia, 11 Partiti Animalisti di undici Nazioni diverse si presentano alle Elezioni Europee del 2019.

Il 4 Aprile 2019 al Parlamento Europeo di Bruxelles, questi movimenti hanno presentato il proprio Manifesto Europeo per le Politiche Animaliste e, successivamente, hanno dato vita al gruppo europeo “Animal Politics EU”.

All’interno di queste storiche elezioni, c’è stata una novità assoluta nella politica italiana. E cioè per la prima volta nella Storia del nostro Paese, un Partito Animalista si presenta e concorre in una Elezione Nazionale in tutto il Territorio. Difatti il Partito Animalista, con propri candidati, sarà presente in tutta Italia, finalmente portando sulla scheda elettorale il simbolo della Difesa dei Diritti degli Animali e dell’Ecosistema nonché, di riflesso, di Tutti Noi Esseri Umani.

Questi i punti del programma:

  • Innalzare lo stato morale e legale degli animali

  • Migliorare il benessere degli animali negli allevamenti ed assicurare un vero rafforzamento della legislazione sul benessere animale tramite tutti gli Stati Membri dell’Unione Europea

  • Porre fine al crudele trasporto a lunga distanza di animali vivi, dentro e fuori l’Unione Europea

  • Fermare la pesca intensiva, dentro e fuori le acque Europee

  • Porre fine alla sperimentazione animale con obiettivi immediati di riduzione e sostituzione, combinati con incentivi ai metodi sostitutivi di sperimentazione

  • Interrompere le deroghe di legge ed i sussidi per le cosìddette tradizioni culturali e religiose che comportano crudeltà sugli animali, come la corrida ed i combattimenti con i tori, la macellazione senza stordimento e vietare la produzione di foie gras

  • Combattere il commercio illegale di animali domestici nella Unione Europea e fermare il trattamento barbaro di cani e gatti randagi in Europa

  • Vietare la caccia e proibire l’importazione di trofei di animali selvatici

  • Chiudere tutti gli allevamenti di animali da pelliccia in Europa e vietare l’importazione di pellicce da Stati terzi

  • Mettere fuori mercato i pesticidi pericolosi e sostanze chimiche dannose

  • Contrastare il cambiamento climatico supportando il passaggio verso uno stile di vita basato sui vegetali, migliorando il tasso di CO2 per le industrie e aumentare gli sforzi per realizzare il completo passaggio alle energie rinnovabili

  • Realizzare un efficiente, affidabile ed accessibile trasporto pubblico, come alternativa ai viaggi aerei.

Il Piccolo Popolo – seconda parte

FATE

Per i metafisici medievali, tutti gli esseri invisibili venivano suddivisi in quattro classi: in cima gli Angeli, subito sotto i Diavoli o Demoni, che corrispondono agli angeli caduti del Cristianesimo; poi gli Elementali, Spiriti di Natura subumani ritenuti in genere di statura ridottissima; infine le Anime dei Morti e le ombre o fantasmi dei defunti. Con riferimento alla terza classe, i loro membri sono a loro volta suddivisi in quattro categorie, a seconda dell’elemento naturale in cui dimorano.

Gnomi: abitano nella terra, hanno una statura pigmea, sono amichevoli con gli uomini e nelle leggende corrispondono di solito alle fate o goblin che infestano le miniere, ai pixies, ai corrigan, ai leprecauni e a quegli elfi che vivono nelle rocce, nelle caverne o nel sottosuolo.

Silfi: vivono nell’aria e sono descritti come spiritelli dalle sembianze simili a quelle dei pigmei, corrispondono alle fate non appartenenti alla gentry e hanno un aspetto piacevole ed aggraziato.

Ondine: vivono nell’acqua e corrispondono esattamente alle fate che dimorano nelle sorgenti, nei laghi o nei fiumi sacri.

Salamandre: vivono nel fuoco e compaiono di rado nelle leggende celtiche. All’interno delle gerarchie elementali occupano la posizione più elevata.

Tutti questi Elementali, che procreano secondo l’uso umano, possiederebbe un corpo fatto di una sostanza elastica semi-materiale, non percepibile dalla vista e comparabile allo stato gassoso della materia. Benché siano impercettibili per I sensi umani, possano crearsi delle condizioni in cui il ‘piano astrale’ degli Elementali e quella parte del ‘piano fisico’ che qualche essere umano si ritrova a occupare, stabiliscono una sorta di relazione.

Di seguito, le principali creature del Piccolo Popolo:

Gentry:  è la tribù più nobile, molto superiori a noi. E’ una classe militare-aristocratica, sono alti e d’aspetto distinto, intermedi tra noi e gli spiriti. Le loro capacità sono strabilianti, potrebbero spazzare via metà della razza umana, ma non lo fanno perché siamo in attesa della salvezza. Restano sempre giovani. Se ti prendono e assaggi il loro cibo non puoi più fare ritorno. Diventi uno di loro e vivi nel loro mondo per sempre.

Leprecauno: porta un cappello rosso e si aggira intorno alle sorgenti d’acqua pura; di solito fabbrica le scarpe per tutte le altre tribù di fate.

Lunantishee: tribù che sta a guardia delle piante di prugnolo selvatico, impedendo a chiunque di tagliarne i rami l’undicesimo giorno di novembre o di maggio. Chi taglia un ramoscello di prugnolo in uno di questi due giorni sarà colpito dalla sfortuna.

Pooka: sono di pelle scura e montano bei cavalli, sono mercanti di cavalli. Fanno visita agli ippodromi ma di solito sono invisibili.

Daoine Maithe: vivevano vicino al Cielo prima della Caduta, ma non caddero, e adesso attendono la salvezza.

Esseri di Legno: sono di colore argento brillante con una sfumatura blu o viola pallido e hanno capelli di colore porpora scuro.

Tylwyth Teg:  spiriti dei Druidi morti prima dell’avvento di Cristo e che, essendo troppo buoni per essere mandati all’inferno, erano stati lasciati liberi di vagare per la terra a loro piacimento.

Lutins: spiritelli dispettosi, creature affascinanti e maliziose che abbondano in Bretagna. In passato ogni casa aveva il suo, era simile agli antichi numi tutelari della casa adorati dai Romani. Il lutin soprintendeva tutti gli eventi della vita domestica. Ricadevano nella sua sfera la manutenzione delle stalle e delle scuderie.

Bugul-Noz: il misterioso Pastore della Notte, alta e inquietante figura che i contadini bretoni credono di scorgere alla luce del crepuscolo quando rincasano tardi dal lavoro dei campi. Non è però uno spirito dannoso, svolgerebbe anzi un compito benefico, avvertendo gli esseri umani, col suo arrivo, che la notte non è fatta per attardarsi nei campi o in strada, ma per ripararsi e dormire

Yann-An-Od (Giovanni delle Dune): a volte è un gigante, a volte un nano. A volte indossa un cappello da marinaio di tela cerata, a volte un ampio cappello di feltro nero. A volte appare reclinato su un remo. Si tratta di un eroe marino, il cui compito consiste nel percorrere la costa lanciando di tanto in tanto lunghe grida penetranti allo scopo di spaventare i pescatori e farli allontanare prima che vengano sorpresi dalle tenebre.

Féès: fate bretoni.

Grac’hed Coz: nel folklore bretone le féès, o fate, appaiono quasi sempre come piccole donne anziane o, come dicono i cantastorie locali, Grac’hed coz.

Morgana: la sua dimora è nel mare, dove di giorno sonnecchia e guai a chi disturba il suo riposo. Il marinaio che la ode ne viene attratto, incapace di spezzare l’incantesimo che lo trascina verso la sua rovina: il vascello s’infrange sugli scogli, l’uomo finisce in acqua e la Morgana lancia un grido di gioia. Le braccia della fata, tuttavia, stringeranno soltanto un cadavere: al suo tocco, infatti, gli uomini muoiono, ed è questo a causare la disperazione della fata. Chi ha la sventura di incorrere nel suo abbraccio è condannato a vagare in eterno negli abissi marini, con gli occhi spalancati e il segno del battesimo cancellato dalla fronte. Egli non avrà mai una tomba ove i suoi parenti possano recarsi per pregare e per piangerlo.

Corrigan: includono anche i lutins o follets. Si crede che tutte le tribù fatate tornino in tutti i secoli composti da cifre dispari, mentre nei secoli pari si facciano invisibili oppure scompaiano. I Lutins possono assumere le sembianze di qualsiasi animale. Hanno tutti una natura maliziosa. 

Nains: sono esseri mostruosi, con corpi scuri o addirittura neri e ricoperti di peli, una voce come di vecchi e dei piccoli occhi neri luminosi. Si divertono a fare scherzi ai mortali a amano ballare in cerchio intonando la canzone sui giorni della settimana.

Lavandaie fantasma: venivano temute molto più dei corrigans. Le si udiva di solito verso la mezzanotte, mentre battevano i loro panni presso vari lavatoi, sempre a una certa distanza dai villaggi. Gli anziani sostengono che quando le lavandaie fantasma chiedevano a un passante di aiutarle a strizzare i panni, egli non  potesse rifiutarsi, altrimenti lo avrebbero bloccato e sarebbe stato strizzato lui stesso come un lenzuolo. E chi accettava di aiutarle doveva fare attenzione a torcere i panni nello stesso senso delle lavandaie; se per disgrazie li torceva al contrario, infatti, le sue braccia venivano strizzate all’istante. Si crede che queste lavandaie fantasma siano donne condannate a lavare i propri sudari funebri per secoli, ma che possono liberarsi se trovano un mortale che torca i panni in senso contrario.

Altri termini con cui sono definiti questi spiriti sono: Spriggans, Piskies, Buccas, Bockles o Knockers, Brownies.

Nella Fede nelle Fate, compaiono molte proibizioni o convinzioni; la principale proibizione impedisce di nominare le fate, il che porta a ricorrere ad eufemismi, come ‘il buon popolo’, ‘la gentry’ (aristocrazia), ‘il popolo della pace’. Il cibo che viene messo fuori per le fate, invece, non può essere mangiato né da uomini né da animali. Si dice che quel cibo non abbia più alcuna sostanza reale; l’idea sottostante sembra essere che le fate estraggano l’essenza spirituale del cibo offerto loro, lasciandone soltanto gli elementi più grossolani. Tutti questi esseri, trovano nelle danze circolari il loro maggiore diletto. Quando la luna è chiara e luminosa si radunano per fare baldoria presso menhir, dolmen e tumuli, ai crocevia o anche in aperta campagna, e non perdono mai l’occasione di tentare un mortale che passi di là ad unirsi a loro.

Infine, secondo una leggenda, è tabù per i corrigans nominare di seguito tutti i giorni della settimana. Durante e loro danze notturne cantano: ‘Lunedì, martedì, mercoledì, giovedì, venerdì’ ed è loro proibito completare l’enumerazione.

Fonte principale: Walter Y. Evans-Wentz

Il Piccolo Popolo – prima parte

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Noi utilizziamo il termine ‘mistico’, di solito, in antitesi al termine ‘scientifico’; in realtà, la scienza dovrebbe indagare tutto ciò che esiste e non solo ciò che è materiale e visibile. Anche il folklore è sempre stato considerato un argomento di second’ordine mentre, fortunatamente, oggi si ritiene che le credenze dei popoli, le loro leggende e i loro canti siano le fonte di quasi tutta la letteratura e che le loro istituzioni e costumi abbiano dato origine a quelli moderni. Ecco perché oggi lo studio scientifico del folklore ricorre all’archeologia, all’antropologia, alla mitologia e allo studio delle religioni comparate. E’ quindi proprio nel folklore che si può comprendere l’uomo.

E’ possibile constatare che quasi tutti i materialisti o gli scettici abitano o provengono dalla città, o ne sono influenzati in qualche maniera. Questo porta l’uomo a perdere il contatto con la natura e le sue manifestazioni, e questo a prescindere dal livello di istruzione. L’uomo di città, tende a considerarsi affrancato da quella che ama definire superstizione, ma in realtà quello che definisce affrancamento altro non è che perdita di contatto col proprio habitat, col suo ascolto, con le sensazioni, con un collegamento ancestrale. E ha poco da esserne lieto.

La teoria più valida, secondo gli studiosi, è che la fede nelle Fate sia una dottrina delle anime, cioè un luogo o una dimensione in cui si collocano le anime dei defunti, in compagnia di altri esseri invisibili come dèi, demoni e spiriti buoni e cattivi. Del resto, molti popoli e molte civiltà (in Europa come in America, in Australia come in Africa) credono o hanno creduto in esseri spirituali. Gli stessi Pellerossa nordamericani credono che esistano spiriti dei laghi, dei fiumi e delle cascate, delle rocce e degli alberi, della terra e dell’aria e che si debbano a questi esseri le tempeste, la siccità, i raccolti e le cacciate abbondanti, come le carestie, le malattie. Non si tratta necessariamente di poteri soprannaturali, come ritengono i superstiziosi. I nostri antenati avrebbero giudicato soprannaturali le nostre scoperte (il telefono, l’elettricità). E’ più che possibile che i nostri discendenti faranno scoperte altrettando sensazionali sia nell’ambito della mente che in quello della materia.

Una forte affinità esiste piuttosto tra le fate italiane e quelle celtiche, derivata dalle credenze dei popoli etrusco-romani. Si pensa anzi che le antiche Fatuae dell’Italia abbiano dato origine a tutta la famiglia delle fèes che si ritrova nei paesi latini, ma anche anche agli elfi della Germania e della Scandinavia o ai servants della Svizzera rurale.

La Fede celtica nella Fate, invece, ebbe origine presso una classe di Celti istruiti e non presso le genti di campagna. I Druidi d’Irlanda erano soprattutto maghi e profeti: predicono il futuro, interpretano il segreto volere delle fèes, lanciano sortilegi. Si avvicinavano al sacerdozio druidico in vent’anni di studio severo e di addestramento prima di essere giudicati idonei a quel ruolo: la prima cosa che si insegnava al neofita era l’autocontrollo, cioè la capacità di non poter essere dominato dalla volontà altrui. Per il mistico celta l’universo si divide in due parti o aspetti complementari: il visibile, in cui ci troviamo noi esseri umani, e l’invisibile, che corrisponde all’Altro mondo.

Non è più possibile oggi affermare di conoscere la realtà attraverso i cinque sensi, in quanto non c’è coincidenza tra ciò che si percepisce e ciò che è reale, nonostante quello che possano sostenere i materialisti. Le spiegazioni che siamo in grado di dare attraverso la scienza, partono da ciò che per l’uomo è comprensibile.

Negli ambienti scientifici, piuttosto, si sta rapidamente sviluppando una visione vitalistica dell’evoluzione, e  le prove accumulate inducono decisamente a considerare tutti i processi evolutivi, dagli organismi inferiori fino a quelli superiori, come effetto della graduale manifestazione nel mondo di un potere psichico preesistente attraverso una sempre crescente complessità di strutture specializzate. Vi è ormai la convinzione che sul nostro pianeta la generazione spontanea della vita sia impossibile: la vita doveva esistere prima che la sua manifestazione o la sua evoluzione fisica avesse inizio. Come una grande coscienza. 

Nella prossima parte elencherò gli esseri del Piccolo Popolo.

Disuguaglianza

ORIGINE DELLA DISUGUAGLIANZA

‘Il primo che, avendo cintato un terreno, pensò di dire “questo è mio” e trovò delle persone abbastanza stupide da credergli, fu il vero fondatore della società civile. Quanti delitti, quante guerre, quanti assassinii, quante miserie ed errori avrebbe risparmiato al genere umano chi, strappando i piuoli o colmando il fossato, avesse gridato ai suoi simili: “Guardatevi dal dare ascolto a questo impostore! Se dimenticate che i frutti sono di tutti e la terra non è di nessuno, siete perduti’!

Così ha inizio la seconda parte dell’opera di J.J. Rousseau Origine della disuguaglianza. Per Rousseau, la disuguaglianza non è un fatto naturale, bensì è indotto dalla civiltà dell’uomo. L’uomo di natura, che non coincide con il selvaggio, è il perfetto equilibrio tra i bisogni e le risorse di cui dispone. In pratica, ai bisogni minimi provvede la natura e, dunque, essi sono facili da soddisfare. In questa condizione, l’uomo desidera solo ciò che possiede e vive in un eterno presente. Nello stato di natura ciascuno basta a se stesso e i contatti con i propri simili sono soltanto sporadici.

Fu quando l’uomo fece le prime scoperte e divenne pescatore e cacciatore, che cominciò a unirsi con i suoi simili in libere associazioni. Questo passaggio implicò la nascita dell’impegno reciproco, che portò successivamente alla costituzione della famiglia e di altre forme di aggregazione.

Ecco altri passaggi dell’opera:

‘Non appena gli uomini ebbero cominciato a stimarsi a vicenda e si fu formata nella loro mente l’idea di stima, ognuno pretese di avervi diritto, e a nessuno fu più possibile farne a meno impunemente (…). Da ciò derivarono i primi doveri della civiltà; ne derivò che ogni torto volontario divenne un oltraggio, perché insieme al male derivante dall’ingiuria l’offeso vi scorgeva il disprezzo per la sua persona, spesso più insopportabile dello stesso male. Così, poiché ognuno puniva il disprezzo che gli era stato testimoniato in proporzione della stima che aveva di se stesso, le vendette divennero terribili e gli uomini sanguinari e crudeli’.

‘Dal momento in cui un uomo ebbe bisogno dell’aiuto dell’altro, l’uguaglianza scomparve. Si introdusse la proprietà, il lavoro divenne necessario e le vaste foreste si cambiarono in ridenti campagne che bisognò innaffiare col sudore degli uomini e nelle quali presto si videro germogliare e crescere con le messi la schiavitù e la miseria’.

Insieme con la proprietà si consolidò in maniera definitiva anche la disuguaglianza morale e politica, affermando la prima grande distinzione tra ricchi e poveri. Infine, con lo sviluppo di tutte le facoltà dell’uomo, quali la ricchezza, la bellezza, l’intelligenza, la forza, l’astuzia, ‘ben presto fu necessario o averle o simularle. Per il proprio tornaconto fu necessario mostrarsi diversi da quello che si era effettivamente – essere e parere divennero due cose affatto diverse, e da questa diversità ebbero origine il fato che getta fumo negli occhi, l’astuzia che inganna e tutti i vizi che li accompagnano. D’altro lato l’uomo, da libero e indipendente che era prima, eccolo, a causa di una quantità di nuovi bisogni, asservito per così dire a tutta la natura, e soprattutto ai suoi simili, di cui in un certo senso diventa schiavo anche quando ne diviene il padrone: se è ricco, ha bisogno dei loro servizi; se è povero, ha bisogno del loro soccorso’.

‘E infine l’ambizione divorante, l’intenso desiderio di elevare la propria condizione (non tanto per un vero bisogno quanto per mettersi al di sopra degli altri), ispira a tutti gli uomini una triste inclinazione a nuocersi a vicenda, una segreta gelosia tanto più dannosa in quanto, per agire con più sicurezza, si mette spesso la maschera della benevolenza (…) e sempre il desiderio nascosto di fare il proprio vantaggio a danno degli altri’.

‘I ricchi, dal canto loro, non appena conobbero il piacere di dominare, disprezzarono tutti gli altri e, servendosi degli schiavi che avevano già per sottometterne dei nuovi, non pensarono che a soggiogare e asservire i loro vicini, simili a quei lupi affamati che, avendo una volta gustato la carne umana, sdegnano qualunque altro nutrimento e vogliono soltanto divorare uomini’.

‘Ignorate dunque che una moltitudine di vostri fratelli perisce o soffre per la mancanza di ciò che voi avete di troppo e che vi sarebbe occorso un consenso esplicito e unanime di tutto il genere umano per appropriarvi tutto ciò che dei mezzi di sussistenza comune sorpassa la vostra sussistenza? I ricchi stimano le cose di cui fruiscono soltanto nella misura che gli altri ne sono privi, e che, senza cambiare di stato, cesserebbero di essere felici se il popolo cessasse di essere miserabile’.

‘Per legge di natura, il padre non è il padrone del figlio se non per il tempo che a quest’ultimo è necessario il suo aiuto, e dopo questo termine essi divengono uguali e allora il figlio, del tutto indipendente dal padre, gli deve, si, rispetto, ma non obbedienza, poiché la riconoscenza è certo un dovere cui bisogna adempiere, ma non un diritto che si possa esigere. I beni del padre sono i legami che trattengono i figli alle sue dipendenze, ed egli non può far loro parte della sua eredità se non in proporzione alla continua deferenza alle sue volontà. I sudditi, invece, appartengono al despota con tutto ciò che possiedono, e sono ridotti a ricevere come una grazia ciò che egli lascia loro, così che il despota fa giustizia quando li spoglia e fa grazia quando li lascia vivere. La sommossa è quindi un atto giuridico: la sola forza lo teneva in piedi, la sola forza lo rovescia’.

Infine, quest’ultima chicca:

‘L’uomo selvaggio e l’uomo incivilito differiscono talmente nel fondo del cuore e nelle inclinazioni, che quello che costituisce la felicità suprema dell’uno riduce l’altro alla disperazione. Il primo non desidera altro che quiete e libertà; invece, il cittadino è sempre attivo, suda, si agita, si tormenta, lavora fino a morire, e anzi corre alla morte per mettersi in condizioni di vivere; fa la corte ai potenti che odia e ai ricchi che disprezza, non bada a spese per ottenere l’onore di servirli, si vanta con orgoglio della sua bassezza e della loro protezione: e, fiero della sua schiavitù, parla con disprezzo di quelli che non hanno l’onore di condividerla. E questa è, difatto, la vera causa di tutte queste differenze: che il selvaggio vive in se stesso, mentre l’uomo socievole, sempre fuori di sé, invece sa vivere soltanto nell’opinione degli altri, ed è, è, per così dire, soltanto dal loro giudizio ch’egli trae il sentimento della propria esistenza’.

Antonello

Se penso che molte persone di oggi amano aggiungere il proprio titolo accademico ovunque, come se questo fosse garanzia di qualità, ancor più rimango affascinata dalla sua semplice firma: Antonello pictor. Un semplice nome, una maestria immensa. E’, ancora per poco, in mostra a Milano, Palazzo Reale, e non ho voluto perdermela. In ogni sala, una o due opere ben inquadrate, tavole di piccole dimensioni. E’ un pittore che ho sempre amato per la sua tecnica ‘fiamminga’ in un’Italia che dipingeva, nel ‘400, su altri principi. La si ritrova soprattutto nel San Gerolamo nello Studio, con una dovizia di particolari che richiederebbero di poter prendere in mano il quadro stesso, di poterlo toccare, inclinare e osservare con una lente di ingrandimento per assaporarne i piccoli dettagli.

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La si ritrova nell’impaginazione e nei volti della sua Crocefissione, che ricordano Van Eyck.

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Poi, i suoi ritratti, sacri e profani. Uomini in vista che ritrae di tre quarti, che guardano beffardi con volti perfettamente scolpiti dalla luce. Li guarderesti per ore, chiedendoti chi fossero e ringraziandoli per essersi fatti ritrarre ed esser così giunti a noi, che ancora ne parliamo.

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Di fronte all’Ecce Homo penso di esser stata un quarto d’ora ad osservare i capelli e la corda al collo. Sembrava una corda vera.

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Infine l’Annunciata di Palermo, con quello sguardo che vorresti seguire percorrendone la linea di fuga.

 

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Magnifiche opere, magnifica mostra, grazie Antonello.