Un mondo sbagliato

UN MONDO SBAGLIATO

Questo bellissimo saggio risponde ad una domanda che personalmente mi sono fatta molte volte: ‘Come ha fatto l’uomo a ridurre così il proprio Pianeta e con esso se stesso, e perché ha voluto dominare su ogni essere vivente provando un tale disprezzo per tutto ciò che è ‘altro’ da sé? E’ un libro che consiglio di leggere a chi voglia capire se, in qualche modo, siamo stati condannati a diventare quel che siamo e se la nostra sete di dominio sia insita nel nostro codice genetico.

Tale transizione ha richiesto migliaia di anni e occorre fare molti passi indietro per ricostruirne le tappe.

Innanzitutto, occorre ricordare che il pensiero moderno, che relega la natura e gli animali a qualcosa da sfruttare e dominare, anche se parte da molto più lontano, è stato fortemente inculcato da alcuni testi principali e da alcune figure che si sono avvicendate nella cultura occidentale: La Bibbia, ad esempio, che sostiene che la terra è destinata a servire esclusivamente i fini dell’uomo. La Genesi, però, scritta da uomini del Medio Oriente, è la scrittura di miti e modus tramandati oralmente per secoli in quelle terre. Vi è poi l’antica Grecia, col pensiero Aristotelico entrato direttamente nel nostro attuale dna. Per Aristotele, il dominio sulla natura è sancito dalle leggi naturali. Questo pensiero verrà poi riproposto da altri filosofi quali San Tommaso d’Aquino, Bacone, Cartesio. Il contributo di quest’ultimo è stato quello di recidere ogni legame tra uomo e natura, elevando l’uomo a dominante e distinguendolo dalla natura. Per Cartesio, gli animali non sperimentano piacere né dolore e sono paragonati a macchine. E’ facile oggi dire che Cartesio non sapeva quel che diceva, perché in realtà il suo pensiero era frutto di un pensiero ereditato e che si perde in tempi antichissimi, e a sua volta ha influenzato il pensiero moderno, altrimenti non saremmo a questo punto.

E dunque, dove si colloca l’origine del dominio? Perché l’uomo si sente legittimato a dominare su tutto e su tutti? Perché, non dimentichiamolo, il dominio si manifesta con altre mille modalità: la schiavitù del nero da parte del bianco, la misoginia dell’uomo verso la donna, la società patriarcale nei confronti della donna e dei figli, il colonialismo, per fare solo alcuni esempi.

Molti studiosi oggi concordano sul fatto che l’origine dell’alienazione dell’umanità dal resto della natura sia riconducibile alla transizione dall’economia di raccolta a quella agricola. Prima dell’agricoltura, avvenuta solo 10mila anni fa, l’Homo sapiens sapiens è stato un raccoglitore. E’ interessante sapere questo: se il momento distintivo tra noi e le altre grandi scimmie (volendo avere una visione scientifica) è avvenuta 10 milioni di anni fa, e questi 10 milioni di anni venissero compressi in un solo anno solare, siamo stati raccoglitori fino alle ultime 8 ore e 45 minuti, dopodiché siamo divenuti agricoltori in una transizione di 4mila anni.

Tutto, prima, era motivo di stupore e di venerazione, poiché l’uomo non viveva nella natura ma era della natura e considerava ogni altra manifestazione naturale come qualcosa degno di sacralità. Ciò che accomuna le principali religioni del mondo antico, infatti, è la credenza che in natura oggetti e luoghi siano dotati di ‘spirito’. La religione giudaico cristiana sostiene, invece, che lo spirito è separato dalla natura e l’uomo deve governarla in quanto unico essere dotato di spirito. Le religioni di un tempo, quindi, erano animiste, e conferivano a laghi, fiumi, e foreste ma soprattutto animali – un’anima individuale. E’ la mia stessa credenza e non è affatto difficile da credere, basta porsi in modalità percettiva.

I popoli primevi vivevano nella natura come parte integrante, conoscevano bene cosa fosse commestibile e avevano una dieta composta, fino all’80%, da vegetali raccolti soprattutto dalle donne e dai bambini. Erano le donne ad essere le principali procacciatrici di cibo, e da esse dipendeva la sopravvivenza dei gruppi. E’ solo molto più tardi nel corso dell’evoluzione che farà la sua comparsa la vera e propria caccia pianificata, molto più tardi della comparsa di Homo sapiens sapiens, ma l’uomo continuò a cibarsi di vegetali anche allora, ad eccezione delle sole regioni dell’estremo nord. Peraltro, la teoria che ci vorrebbe carnivori da sempre, e che questa pratica avrebbe determinato il nostro sviluppo, è oggi ritenuta del tutto superata. In gran parte, essa è stata introdotta dal grande e fuorviante apporto di antropologi maschi che hanno attribuito ogni ritrovamento di armi all’ancestrale necessità di cacciare dell’uomo; solo la nuova antropologia ha rimesso a posto le cose, sostenendo che molte lance ritrovate erano utensili delle donne raccoglitrici. Le donne, pertanto, erano venerate in quanto procreatrici, raccoglitrici e preparatrici di cibo, guaritrici perché conoscevano la materia prima; il loro potere ispirava l’arte originaria, e molte sono le statuette femminili della tarda età della pietra, note anche come ‘Veneri’. In questa fase, l’uomo non era ancora a conoscenza dei principi della propria fertilità e ruolo nella procreazione. Tale conoscenza, avvenne proprio quando gli umani cominciarono ad addomesticare gli animali e a vivere in continuità con gli stessi per lungo tempo.

Ciò che è fondamentale comprendere, è che gli umani primevi consideravano gli animali predati come degli uguali, come dei fratelli. Riconoscevano l’anima di ogni animale e desideravano che questa non si vendicasse per aver ucciso il corpo che la ospitava.

I rituali di caccia erano il sintomo di un senso di colpa, e vennero pertanto inseriti per credere di essere stati autorizzati da entità superiori a commettere qualcosa che l’uomo non avrebbe dovuto commettere. Spiritualmente, infatti, uccidere è il peggiore danno che possa essere fatto alla propria e stessa anima innanzitutto. Attraverso la caccia, gli uomini compensavano uno squilibrio all’interno del gruppo, derivante dal potere delle donne. La caccia, quindi non era tanto la conquista di cibo quanto la conquista di potere, il potere dell’animale ucciso.

Poi, siamo divenuti agricoltori. Per quasi 10 mila anni i popoli dell’Occidente hanno svolto attività agricole, manipolando così la natura a loro vantaggio. Noi, in quanto occidentali, siamo imbevuti di cultura agricola anche se non abbiamo mai preso una zappa in mano, dato che la cultura ancestrale è ciò che determina il nostro modo di leggere il mondo ancora oggi. E non a caso, l’uomo occidentale ha inventato la schiavitù, l’espropriazione delle terre, l’illegalità, la distruzione delle culture locali e lo sterminio completo degli animali selvatici e dei popoli conquistati.

I primi cacciatori-pastori vennero a conoscenza del risultato finale dell’accoppiamento e del ruolo del maschio e della femmina rispetto ai cicli della vita. Appresero le tecniche utili per ingrandire la propria mandria, agevolando la nascita di femmine e castrando i maschi. Per quanto ne sappiamo, le pecore furono i primi animali a essere stati addomesticati, circa 11mila anni fa nel nordest dell’Iraq. Poco tempo dopo toccò alle capre e, dopo ancora, ai maiali e ai bovini. Agricoltura e pastorizia cambiarono definitivamente il paesaggio e il rapporto tra natura e uomo. I coltivatori si assicurarono il surplus produttivo disboscando, espandendo i campi coltivabili e deviando corsi d’acqua per l’irrigazione. I pastori si assicurarono lo stesso espandendo i pascoli e aumentando la dimensione delle mandrie. Questo comportò una popolazione in crescita nell’antico Medio Oriente e necessità maggiori di scorte; fu questo a far nascere le classi subalterne governate da élite ricche e potenti, da una parte, ed espansionismo e militarismo dall’altra, che a loro volta portarono alla schiavitù.

A Gerico, nei pressi del fiume Giordano, le prime mura furono erette nel 7200 a.C. ed erano un segno di difesa dallo stato di guerra legato all’ordine agrario. Per controllare i conflitti sociali legati alla spartizione dell’acqua, delle terre coltivabili e degli animali ancora allo stato brado, furono necessarie nuove forme di controllo. Ben presto, i grandi uomini divennero re, le élite più forti soggiogarono altre regioni, se le annessero e fondarono gli stati-nazione. Per riuscire a mantenere il controllo sociale, i sovrani si servirono di eserciti e di schiavi, mentre alcuni individui cercavano con la forza di raggiungere la cima della scala sociale. Erano i maschi esperti di guerra, gli uomini che possedevano le armi e l’antichissima cultura dei cacciatori-guerrieri. La continuità culturale tra cacciatori, guerrieri e governanti è evidente nell’arte dell’Antico Egitto e della Mesopotamia, nelle cui scene di caccia al leone e al toro viene rappresentato il modo abituale in cui venivano raffigurati l’eroismo e i poteri personali dei re arcaici. Anche la pratica della schiavitù ne è strettamente connessa. La stessa pratica del sacrificio umano trova origine nei rituali di guerra che sono, a loro volta, derivati da antichi rituali di guerra. L’assassinio rituale serviva ai guerrieri per dotarsi di quella durezza virile necessaria per infliggere una morte violenta e affrontarne le conseguenze emotive. Il sacrificio umano è pertanto uno dei tanti rituali usati dalle culture guerriere per ottundere i sentimenti e incoraggiare le azioni aggressive, come combattere, prendere scalpi, fare incursioni, uccidere, cacciare, competere con altri uomini in attività agonistiche violente. Col tempo, tali pratiche divennero regolari consuetudini di guerra e furono canonizzate in racconti, miti, cerimonie e rituali.

L’espansionismo, poi, è una specialità occidentale. Ecco perché in tutte le civiltà agricole emergenti vediamo comparire gli stessi sovrani assoluti, la stessa casta sacerdotale, le stesse élite dominanti e le stesse dispotiche città-stato. Secoli dopo, gli eredi culturali del Medio Oriente, cioè noi occidentali (europei e americani), abbiamo esplorato, conquistato e colonizzato tutti i continenti.

Quindi, tirando le somme, la caccia prima, la pastorizia poi e infine la riduzione in schiavitù di animali grandi e potenti, soprattutto bovini e cavalli, hanno diffuso nella cultura occidentale un delirio di onnipotenza misto a valori di predominio tipici dei popoli pastorali. E il passaggio cruciale è avvenuto quando questi valori sono stati integrati nella religione e nelle istituzioni militari e di governo.

Nel soggiogarli fisicamente, gli uomini ridimensionarono gli animali anche dal punto di vista mentale e culturale. Castrati, aggiogati, imbrigliati, impastoiati, rinchiusi e incatenati, gli animali domestici furono completamente sottomessi e, per la prima volta, gli umani si considerarono come esseri separati dal resto della natura. I sacrifici rituali, comuni in tutto il mondo, assunsero dimensioni gigantesche: alla consacrazione del tempio di Salomone a Gerusalemme, gli Ebrei macellarono 22mila buoi e 120mila pecore. Nella Grecia classica, i sacrifici animali erano così frequenti che si diceva che il Partenone puzzasse come un mattatoio.

Avevamo un legame fortissimo con la natura e gli animali, ma abbiamo scelto la supremazia ponendoci sul primo gradino della scala e ricevendo in cambio una profonda frattura tra noi e il resto del mondo vivente.

Temo, senza ritorno.

Diari

DIARI FOTO 1DIARI

DIARI IMPRONTE DIGITALI

Avevo accumulato negli anni molti diari scolastici e agende. Erano tantissimi ed erano stipati in un mega cassetto che facevo fatica ad aprire. Così, avevo tolto tutto da quel cassetto destinandolo ad altro, e avevo depositato la ‘materia’ in un grande sacco che era rimasto in un angolo a decantare per diversi mesi. La prima decisione che avevo preso, sull’onda del repulisti, era di buttare tutto senza nemmeno sfogliarne una pagina; poi, avevo pensato che, almeno qua e là, avrei dovuto fare un controllo dei contenuti e stabilire cosa conservare. Mi ci sono messa oggi.

C’era un primo diario con lucchetto che risale alle elementari, perché la scrittura ha sempre fatto parte della mia vita. Raccontavo alcuni episodi importanti, come i giorni della Prima Comunione e della Cresima, o alcune vacanze. C’è anche una descrizione, con foto, di mio fratello. Le ultime pagine le avevo cedute ai miei compagni di 5^ elementare perché ci scrivessero un pensiero di fine scuola (e ciclo), cosa che avrò fatto anch’io sui loro diari. Avevo persino raccolto la loro impronta digitale. Tutti, nei loro ultimi scritti, si auguravano di poterci ritrovare negli anni a venire. Invece, non ci siamo mai cercati e non ho mai rivisto nessuno, anche perché ho sempre abitato lontano dalle scuole che ho frequentato. Molto presto, ho dimenticato tutti quei nomi e volti.

Poi, vi erano i diari delle medie. Ritardi su ritardi alle prime ore, giustificazioni di mia mamma in forma scritta, contro-risposta del professore di turno che faceva notare che i ritardi erano la norma. I diari cominciano ad assumere un’altra forma e soprattutto un altro scopo. Per un 50% dello spazio vi sono scritti compiti e uscite scolastiche, oltre che le note, e per il restante 50% faccende personali di una tredicenne e quattordicenne che cominciava ad occuparsi di altro, sapeva rispondere per le rime e si inventava qualunque scusa pur di non stare troppo sui libri (anche se sapevo cavarmela). Con gli anni, il diario scolastico non bastava più e, con alcune compagne/amiche, avevamo istituito i quaderni in cui descrivevamo interi pomeriggi di cazzeggio pomeridiano, tutte prese dai molti ragazzini con cui avevamo a che fare. In una pagina parlo di Marco, nella pagina successiva appare Maurizio, poi Paolo che va avanti per alcune pagine, poi riappare Marco che ha comprato la Laverda e che fa colpo su di me. Poi molti altri. A parte Marco, che ho nel cuore perché – poco dopo – sarebbe morto di overdose da eroina all’età di 19 anni, gli altri non so oggi che faccia abbiano mai avuto, né che fine abbiano fatto. Quei quaderni li ho buttati.

Ed ecco le agende del Liceo. Davo del filo da torcere, a casa come a scuola. Lo spazio di ogni giorno parla di compiti e appunti al 20% e di innamoramenti all’80%. I nomi aumentano vertiginosamente, non sapevo di esser stata così ‘attiva’. Ogni giorno parlo di uno ma penso all’altro ed esco con un terzo mentre un quarto ne è geloso. Tutto così per anni interi, con alcune compagne come complici e vedette. Come sfondo, foto e foto di personaggi biondi della tv e della musica, qualche apparizione di mio fratello, ma poche, qualche visita ai parenti, le domeniche alle giostre con i giostrai dagli occhi verdi ritrovati dall’anno prima, qualche vacanza al mare da cui portare altri nomi che verranno trattati nelle pagine successive fino ad esaurire la loro potenza emotiva. Ero carina e il codazzo non mi è mai mancato, ma questo groviglio di persone non mi ha lasciato nulla.

Trascorrono un po’ di anni e riappare la consuetudine di tenere un’agenda all’anno. Solo che ora sono agendine e vi si scrive solo ciò che rappresenta qualcosa. Inizialmente le uscite, al cinema o per alcune gite, con qualche amico, in vacanza; qualche episodio mondano di lavoro, gli esami in università, qualche flirt e le rose ricevute dai pretendenti (che oggi nemmeno gradirei). Ho buttato tutte queste agendine.

Infine, nelle agende degli anni più recenti, compare qualcosa qua e là. Sono tutti doveri: il mutuo, le visite specialistiche, i conti da far quadrare, i lavori in casa, gli impegni con la scuola del figlio. Buttate a maggior ragione.

Da qualche anno a questa parte, non tengo più alcuna agenda e non mi appunto in alcun modo ciò che ho fatto. Non lo ritengo più importante. E nemmeno mi identifico in alcuna Roberta di quelle epoche, non sono certo quella e, forse, non lo ero nemmeno allora. Ho conservato, di quella grande quantità di diari, solo 5 annate che poserò in cantina e non guarderò mai più. Le tengo, non senza avervi strappato alcune pagine, solo perché sia mio figlio a buttarle un giorno. Ho provato un senso di nausea, questa è la verità.

Io non lo mangio

AGNELLO PASQUA

Questo poster è appeso in casa mia da anni, si vede anche sotto la tappezzeria English Style. La Pasqua può ricordare benissimo la Resurrezione di Cristo anche senza far rivivere la morte ad esseri senzienti, inconsapevoli di ciò che accade loro e del tutto innocenti, che mai farebbero del male ad alcuno. Dato che le Religioni non intendono modificarsi in ragione dell’evoluzione del pensiero e della sensibilità dell’uomo, che meriterebbe maggiore considerazione, allora sono le persone a dover cambiare le Religioni. Evitando di cibarsi di cuccioli indifesi, si segna un primo passo verso un miglioramento di sé, si comincia a guardare al mondo con occhi diversi. Aumenta l’empatia verso tutti, il corpo si purifica perché non introietta tossine. Lo spirito, l’anima, ci ringrazia, in quanto non abbiamo voluto sporcarla del dolore arrecato ad un essere vivente. Non macchiamoci le mani di sangue, non procuriamo dolore a nessuno e limitiamoci a riflettere: valgo così poco per dover accondiscendere a pratiche vetuste che nulla hanno a che fare con me? A quelli che comprano agnello o capretto: ‘Uccidereste direttamente quel cucciolo, con le vostre mani? Forse no ma commissionate ad altri di ucciderlo per voi.’

Per chi, ancora, non sappia cosa avvenga nei macelli, può scoprirlo seguendo molti siti di associazioni importanti: Essere Animali Enpa, Animal Equality, AWF (Animal Welfare Foundation), per fare alcuni esempi. Un pugno allo stomaco può far bene per capire che si è disposti a cambiare, e che questa pausa dalla vita abitudinaria è servita per riflettere sul singolo apporto di violenza che ciascuno di noi riversa sul mondo. 

Ogni anno, sono milioni gli agnelli macellati brutalmente dopo averli strappati dal loro gregge e averli trasportati in lunghissimi viaggi della speranza. 

Chi ama gli animali non li mangia. Chi ha un cane, un gatto, e ritiene di amarlo, non mangia nessun altro animale, perché è ciò che il suo cane e il suo gatto gli chiederebbe di fare.

 

 

Occasione perduta

EPIDEMIE

Prima o poi – speriamo – questa pandemia regredirà lasciandoci in pace, almeno fino a che, un’altra calamità, non farà capolino come nuova minaccia. Questa avrebbe dovuto essere un’occasione per riflettere sulle connessioni tra l’emergere di pandemie e la distruzione della natura e degli ecosistemi. Non mi pare che se ne sia parlato, non mi pare che si siano voluti introdurre nuovi criteri e nuove abitudini, non mi pare che gli scienziati siano scesi in campo né che i Governi si siano detti d’accordo nel prendere in mano la situazione. Nemmeno mi pare che, il mondo intero, abbia detto alla Cina che quello schifo dei mercati di animali selvatici vivi, macellati al momento, deve chiudere. Che queste pratiche immonde non devono più essere praticate e non certo, in primis, per l’eventuale minaccia all’uomo. Siamo così concentrati su noi stessi, la specie eletta a cui nulla deve capitare, da non essere capaci di comprendere come noi siamo la causa dei nostri stessi mali. Se perdiamo anche questa preziosissima occasione, di situazioni di questo tipo, che vanno ad aggiungersi a tutto ciò che già ci fa ammalare ma che pare sia del tutto normale, ne vedremo ancora. Continuiamo pure, imperterriti, a distruggere e a praticare abitudini in contrasto con l’equilibrio del sistema.

Nel frattempo, mentre si stava in casa, la natura si è espansa. In molte località urbane e semi-urbane, tornate libere da auto, smog, rumori, persone e schiamazzi, molti animali selvatici hanno ricominciato a girovagare riprendendosi quella libertà che avrebbero avuto il diritto di mantenere ma che noi – sempre la specie eletta a cui nulla mai deve accadere – abbiamo tolto loro da tempo. Noi decidiamo su tutto e tutti, ignari che esista anche un karma collettivo, non solo personale. Intanto, però, l’aria ha potuto in parte ripulirsi, le acque, senza gran parte degli sversamenti inquinanti, anche.

Cosa succederà quindi, dopo? Penso che non succederà nulla. La gente, privata delle solite abitudini per un mesetto, non vedrà l’ora di volare riappropriandosi del cielo. Non vedrà l’ora di prendere la macchina e di andare in giro a casaccio pur di affermare il proprio dominio. Avrà anche tollerato un mese a casa ma che non si parli di dover rinunciare alla vacanza al mare. Riprenderanno le partite di calcio senza le quali l’uomo medio sembra non essere  in grado di esistere, riprenderanno gli happy hour e le mode per stordirsi i cervelli, riprenderà il gratta e vinci. L’importante sarà condurre la vita di sempre, con tutti i propri condizionamenti, pensando di averla scampata.

Peccato, avrebbe dovuto essere un’occasione ma verrà perduta.

Biofilia

VIOLETTA NELL'ASFALTO

E’ l’amore per la vita, per il mondo vivente e, poiché ci siamo evoluti nella natura, la natura è la nostra casa, il nostro DNA. Siamo strutturati geneticamente per considerare la natura come il nostro habitat, ossia quell’ambiente da cui la nostra stessa sopravvivenza dipende. Anche chi non se ne renda conto, ha desiderio della natura su un piano spirituale, ne avverte il richiamo che magari lascia inascoltato. Ecco perché nelle città antropizzate e urbanizzate ci si ammala. Nevrosi e depressioni possono essere intese come malattie spirituali, e – non trattate in tal senso dalla medicina convenzionale occidentale – sono assai temibili. La disconnessione col mondo naturale equivale ad uno strappo profondo, all’essere stati rapiti dal luogo in cui la nostra storia terrena ha da sempre avuto corso. I boschi e le foreste, come le montagne, i fiumi e i laghi, sono luoghi magici di sapienza nei quali risiedono gli spiriti della natura; passeggiando in un luogo naturale, selvaggio, ci calmiamo. E restando in silenzio, col solo ascolto dei suoni naturali, ci giungono profonde intuizioni e messaggi importanti per la nostra evoluzione. La mente si schiarisce, il corpo si rigenera. Gli alberi, coi loro fruscii, ci parlano; l’acqua, col suo movimento, ci offre i suoi saggi consigli; lo scorrere di un fiume ci riporta al fluire della vita, il movimento delle onde alla ciclicità del tempo.

I nostri occhi non sono fatti per guardare un paesaggio urbano, perché non vi ritrovano i verdi e gli azzurri di antica memoria, oggi infatti considerati i colori più riposanti; se ce ne priviamo, qualcosa comincia a disconnettersi gradualmente in noi. Nessun colore è mai stato creato dall’uomo, ma è stato copiato dalla natura, sia come idea che per la sua fabbricazione chimica. Ci sono i colori, dunque, e ci sono gli odori. Passeggiando in un bosco, percepiamo il rilascio degli aromi delle cortecce e degli oli essenziali rilasciati degli aghi. L’acqua ci restituisce, oltre ai suoi bisbiglii, l’odore dei microrganismi che vi lavorano incessantemente. E’ fondamentale accorgersene, dato che la meraviglia altro non è che tutto ciò che è esattamente oggi sotto i nostri occhi, ed anche una piccola violetta che sbuca dall’asfalto rappresenta un vero miracolo, una vittoria del bene sul male, l’unica bandiera da sventolare e da proteggere sotto la quale l’intera umanità dovrebbe riunirsi. Quel fiore, quel filo d’erba, quel piccolo insetto che vi corre sopra, sono inni alla vita più di qualsiasi altra demagogia. Basta sedersi e guardarli per vedere come, la loro perfezione, sia un dono immenso per tutti noi.

C’è l’ascolto delle onde, dei fruscii, dei battiti d’ali, dello scricchiolio di foglie secche. Non c’è creatura che non ci parli e che non desideri comunicare con noi se gliene diamo la possibilità. Basta essere umili: fermarsi, ascoltare, ricevere, ringraziare. C’è anche il tatto: camminare a piedi nudi su una spiaggia socchiudendo gli occhi per percepirne gli effetti, sentire i raggi del sole o quelli della luna (questi ultimi a me più congeniali). Camminare sull’erba, immergere le mani nella terra, abbracciare un albero, toccare i ciottoli immersi in un ruscello, permettere ad una coccinella di camminarci lungo il braccio e lasciarla fare per quanto ne ha voglia.

E c’è la voce. Anche noi possiamo parlare ad ogni creatura, un albero, un prato, un fiore, una piccola lepre. Possiamo salutarli, entrare in connessione e riconoscere la loro anima. Possiamo chiedere loro, ad esempio, di aiutarci a comprenderli e di darci un’altra possibilità.

Esperienza

Ho trasformato la mia casa in una sorta di templio, poco alla volta, di giorno in giorno, di mese in mese. Ha sempre meno le sembianze di una normale abitazione e sempre più quelle di un luogo di raccoglimento e di ascolto. C’è sempre un incenso che brucia. Il tavolo della cucina è ricolmo di oggetti, idee da sviluppare, libri da leggere, libri letti e da illustrare, il portatile con cui scrivere, le mie rune, i tarocchi, documentari, penne e matite, colori per dipingere, tessuti da cucire. Non c’è spazio per altro, tantomeno per mangiare. C’è sempre una candela bianca accesa, soprattutto in questo periodo, che irradia la sua luce pura mentre leggo o scrivo, per ricordarmi degli altri. Questo periodo è per me fonte di enorme creatività e mi è congeniale. Dovrei forse dire che lo è malattia a parte, ma invece lo è in gran parte grazie a ciò che sta accadendo. C’è una stretta connessione tra gli accadimenti che riguardano l’Umanità in questo momento e la congenialità del periodo, perché è proprio quando una minaccia costringe a fermarsi che ci permette il raccoglimento e l’introspezione, e ci ricorda la precarietà del mondo fisico. Pratico meditazione in diversi momenti della giornata, e in questi giorni ho voluto immergermi molto di più nell’esperienza aumentando i tempi. Questa sera, ad esempio, ho utilizzato i suoni binaurali, onde delta, decidendo di non darmi alcun limite di tempo. All’inizio, dopo aver regolarizzato il respiro e averlo adattato ai battiti del cuore, ci metto sempre un po’ a calmare la mente, anche se ho imparato a prendere i pensieri aggrovigliati, incanalarli in un unico flusso e chiedere loro, gentilmente, di farsi da parte per un po’. Ora mi ascoltano e, chi pratica, sa cosa intendo. Ma poi, tutto si è trasformato improvvisamente e sono stata catapultata in una realtà a me nuova, nella quale tutto era buio ma vedevo un punto di luce in lontananza. Ho cercato di afferrarlo con lo sguardo e dopo poco è sparito, quindi andrò a cercarlo le prossime volte. Ho deciso di voler meditare dandomi un tema da svolgere, una sorta di missione, e questa volta ho proprio voluto concentrarmi sui malati ricoverati nelle terapie intensive. Una volta trovata la quiete, aleggiavo senza corpo e mi dirigevo di casa in casa, di ospedale in ospedale. Vedevo file di letti e mi avvicinavo a ciascuno di essi, sempre dall’alto, per confortare quelle anime. Identificavo le anime con una piccolissima luce ancora nei corpi o sopra ad essi, ed entravo in una sorta di connessione con ciascuna; la connessione era priva di giudizio ed, anzi, era di amore. Semplicemente, io, un’anima, e l’altro, un’altra anima, sapevamo dove lei stava andando e si era sereni. Più che altro un momento di condivisione e di saluto. Non c’era alcuna gravità, alcun dramma, nessuna tragedia. C’erano un benessere e una pace costante e profonda. Sono passata anche da alcune case. Poi, improvvisamente, la scena è cambiata ed io mi sono trovata seduta in un esterno, su un prato, a meditare, mentre una tigre mi si avvicinava. Percependo la sua presenza, mi rivolgevo a lei da anima e le ho parlato. Non so perché quest’ultima scena sia apparsa, dato che non c’entrava nulla col tema precedente, ma questo è esattamente ciò che è accaduto. La cosa straordinaria, però, è stata proprio la pace, la quiete, lo stato di felicità che percepivo, uno stato che ci appartiene ed è la nostra vera natura. Ho spento la musica accorgendomi di averla ascoltata per due ore ininterrotte anche se le scene vissute potevano aver richiesto dieci minuti in tutto, ed eccomi a scrivere su questa esperienza. Il mio intento, nei prossimi giorni, è di arrivare a questo stato di espansione della coscienza per molte ore, vorrei lavorare su questo. Si avverte subito la mancanza di quei luoghi, di quelle sensazioni, di quella purezza; si vorrebbe, subito, ritornarvi per starci sempre di più. Si annulla ogni percezione del tempo, dello spazio, del corpo fisico. Meditando con costanza, scompare la fame, la sete, non si andrebbe mai a dormire, dato che la stanchezza deriva quasi esclusivamente dal lavorio mentale. Non si è più consapevoli di avere delle mani o delle gambe, del nostro nome o dell’ambiente in cui ci troviamo. Si desidera quella sensazione di amore puro, di quel raggio di luce. E’ un’esperienza straordinaria.

Famiglia

FAMIGLIA

Potresti averla incontrata anche solo per pochi minuti, in un breve o intenso dialogo, o per pochi giorni, in una frequentazione forse un po’ strana; da quel momento, però, ti è impossibile restare ciò che eri. Ti sei allora imbattuto in una persona della tua stessa famiglia animica. Talvolta, queste frequentazioni possono durare anche molto, ma fondamentale è il processo di crescita, che in altri casi può anche non accadere se non sei pronto ad accogliere le lezioni che ti vengono offerte, e ciò dipende dalla tua capacità di cambiare e dal tuo desiderio di crescere. Siamo suddivisi in classi di anime, ognuna delle quali si trova ad un dato livello di consapevolezza ed evoluzione spirituale. Ogni membro della stessa famiglia, tenderà a cercare gli altri della stessa famiglia, in quanto è solo con loro che potrà avvenire un dialogo ad una data profondità e livello vibrazionale. Ogni membro più elevato, è quindi funzionale ad altri, ma sempre all’interno della stessa classe. Se sei in quinta elementare non puoi trattare gli argomenti scolastici con chi è al Liceo, perché i temi stessi, la conoscenza di fondo, lo sviluppo del pensiero, non potranno consentirti di comprendere. Devi fare il tuo percorso, dunque, classe per classe, con pazienza e determinazione, un giorno alla volta, fino ad accedere al gradino superiore. E come in una scuola, le lezioni da imparare sono stabilite prima e concordate. Sapevamo che certe prove sarebbero state per noi e le abbiamo scelte. Superandole, e trasformandoci, le abbiamo apprese e siamo pronti per quelle successive. E’ un apprendimento continuo, che si attua talvolta cambiando piccoli o grandi comportamenti, talvolta attraverso fugaci o profonde riflessioni, talvolta ancora guardando indietro e non ritrovandoci più in ciò che eravamo. La crescita è funzionale all’intera famiglia. Ecco perché, di trasformazione in trasformazione, alcune persone da noi si allontanano ed altre entrano nella nostra vita. Le prime, non hanno più nulla da darci, le seconde ci portano qualcosa. Un dono. Non è la condivisione del tempo libero o di opinioni, questo è superficiale e appaga l’ego, non l’anima. L’anima cerca un magnetismo spirituale, qualcosa che la mente spesso non giustifica. E’ un incontro sottile che avviene in un dato momento. C’è qualcosa di familiare, in quello sguardo, qualcosa che rievoca tempi antichi, che dà una sensazione che non sai classificare. Conosci già quella persona e parli lo stesso linguaggio. Incredibilmente, ti capisce. Comprende perfettamente ciò che dici e che senti. In genere, sono persone interessate ad una vita spirituale in tutte le sue manifestazioni. Ti piace parlare con questa persona e il tempo non ha un valore. Riflette le tue qualità e tu le sue, ti senti nutrito dalla sua presenza ma ti nutri anche della sua assenza, in quanto non è mai realmente assente. Essa permane nell’aria anche quando non c’è, la percepisci ad un livello sottile e ti connetti a lei con il solo pensiero. Sei te stesso sempre, con lei, non c’è finzione né strategia alcuna. Puoi fidarti ciecamente perché non accoglie il te esteriore ma il te più profondo, senza che tu nemmeno debba parlare. Non ti chiede ciò che è contro la tua natura perché questa natura è anche la sua e ne condivide i valori. E’ un’esperienza straordinaria di cui fare tesoro.

Human Beings

Il tipo di essere umano che sei, diventa importante in questo momento. Sappiamo di essere in pericolo ma dobbiamo sapere, innanzitutto, di essere un veicolo per gli altri, quelli più fragili. E’ il momento di stare fermi: una società che non ama l’inerzia generale, la tranquillità, il silenzio nelle strade, deve ricredersi e constatare che l’isolamento di ciascuno di noi, così spesso demonizzato, è ora fortemente necessario. Guardo il bollettino mondiale, più che quello italiano, e vedo che, Paese dopo Paese, popolo dopo popolo, siamo tutti sotto la stessa minaccia. Il virus non conosce barriere né confini nazionali o transnazionali; se ne frega dell’Europa e degli Stati Federali d’America, salta i muri eretti e i divieti dell’uomo. Il virus ci vuole vivi per vivere lui stesso, non morti. E sfrutta, intelligentemente, le nostre relazioni, i nostri contatti,  i nostri spostamenti. Ma qui non c’è una guerra tra due nazioni che imbracciano le armi per interessi personali, per dominarsi reciprocamente mentre altre fanno la bella vita. Qui c’è la constatazione che l’umanità è una e le vittime non hanno nazionalità o religione, sesso o esperienze personali. Qui non c’è il ricco e il povero, l’uomo sapiente e lo sruta; non c’è da ritenersi migliori o peggiori, colonizzatori o colonizzati. E’ la livella di Totò, che equipara chiunque in un tragico destino. Il momento è eccezionale ed è anche ciò che ci occorreva per fermarci a riflettere su molto. Chi supererà la crisi avrà la responsabilità di ricordarla e di essere una persona nuova. Avrà la certezza che per lui c’era un altro disegno e dovrà riconoscere l’umanità intera, rispettare il Pianeta e le sue creature. Io non credo che torneremo ad essere come prima, anche se l’economia vorrà un giorno riprendere il proprio ritmo. Penso invece che rimarrà una forte esperienza collettiva che segnerà e al tempo stesso trasformerà le persone riportandole alla loro natura più pura, quella di Esseri Umani; tutte, in una propria misura, avranno imparato a stare ferme e ad ascoltarsi, ad inviare bisbigli e saluti da lontano come un dono prezioso, a chiamare chi non chiamavano e a pensare a ciò a cui non pensavano. E’ la morte dell’ego personale e sociale. E’ una grande, enorme opportunità per essere grati della nostra esistenza, grati a tutti coloro che ci vengono in aiuto e grati di poter aiutare chi non ci aiuta. E’ il momento di sospendere ogni giudizio, di guardarsi negli occhi e chiedersi che persona, ognuna di noi, intenda essere ora e dopo. Chi si lamenta, nell’ipotesi di non poter fare le vacanze al mare questa estate, sta buttando via la propria occasione, forse l’unica.

20 marzo

GIORNATA FELICITA'

Ieri, 20 marzo, era la Giornata Internazionale della Felicità, istituita dall’ONU nel 2012 e nota a pochi. Premesso che non ho una grande simpatia per le ‘giornate’, che lasciano il tempo che trovano e riducono un tema al suo titolo per sole 24 ore, è anche vero che il tema della felicità viene vissuto, dalle nostre parti, come un fatto intimo. Cioè: i problemi, i drammi, le distruzioni e tutto ciò che ci porta angoscia e orrore, sono collettivi e vengono annunciati e trattati dai media costantemente, vomitandoci addosso di tutto. Dobbiamo accoglierli e assorbirli il più possibile, farli nostri e trasformare i sorrisi in disprezzo per il prossimo; dobbiamo ricordarci che l’uomo non è meritevole.

Ciò che di bello esiste, invece, ciò che potrebbe nutrirci l’anima e permetterci di fluire serenamente nella nostra vita raggiungendo felicità e consapevolezza, non trova spazio perché è un fatto privato. La ricerca della felicità è solo tua, non riguarda nessun altro (e potrei essere d’accordo), ma allora anche l’idea che dovrei avere di infelicità pretendo sia solo mia e di nessun altro.

Si verifica il livello di felicità di una nazione guardando al tasso di criminalità, al suo reddito pro-capite, misurando l’aspettativa di vita, il tasso d’occupazione e il livello d’istruzione.

Eppure, moltissime persone ben istruite e di buon reddito fanno uso di psicofarmaci prescritti legalmente, di droghe, di alcool. Personalmente, misurerei il tasso di felicità andando anche a verificare l’audience dei programmi tv spazzatura. Se ti nutri di Barbara d’Urso e di Grandi Fratelli, come puoi pensare di essere felice? E se non leggi un libro, e se non sai stare nel silenzio con te stesso, dove pensi di trovarla e di trovarti? E vogliamo parlare del narcisismo dilagante sui Social? Si misura il tasso di criminalità, ma la violenza silenziosa che avviene all’interno delle nostre case, in relazioni basate su falsità ed egoismo? E la considerazione che, tutt’ora, l’uomo ha della donna, o di un animale, o dell’altro in genere? Come misuriamo i pregiudizi, le false credenze, le distorsioni mentali? E lo scempio dell’ambiente? Chi sradica alberi senza che la coscienza gli parli, è felice? Tutti gli aspetti che potrebbero dare una misurazione della felicità, sono di fatto non misurabili. Ciò che possiamo misurare, invece, e basta farci caso, sono i fenomeni che generano infelicità. Più i consumi aumentano, più essi rappresentano il nutrimento materiale di un vuoto. E’ misurabile solo ciò che la felicità ce la toglie.

E’ l’anima, a dover essere nutrita, o nient’altro sarà mai sufficiente. E la felicità è ciò che facciamo oggi nelle nostre case: la qualità delle nostre azioni, dei nostri pensieri, del nostro sonno, della nostra creatività, delle nostre relazioni, della nostra accettazione.