Calma

BOSCO 2

Il fruscio delle foglie accarezzate dalla brezza, il rumore della pioggia, dei tuoni in lontananza. Il verso di un rapace notturno o il primo canto degli uccelli all’alba. Il moto delle onde o il gorgoglio di un ruscello. Tutto questo è sacro. Lascio che la natura mi mostri i suoi tempi e i suoi modi. Di giorno, osservo una colonia di formiche trasportatrici e sbarro loro la strada con un ramoscello per vedere che fanno. Noto lo sbocciare dei fiori e il crescere delle foglie; raccolgo le more e ciò che la natura ha da offrirmi. Scruto l’acqua e ciò che vi appare più sotto, in trasparenza; affondo una mano nella sabbia e ne faccio cadere un rivolo sottile, come da una clessidra. Accosto conchiglie raccolte qua e là dando loro una forma nuova, una nuova armonia; salvo piccoli granchietti dalla morte per schiacciamento. Di notte, ascolto i versi e i fruscii di fantastiche creature dei boschi, che mi stavano osservando a loro volta; seguo il cammino di un ghiro lungo i fili della corrente e il moto circolare di un falco sopra di lui. Guardo in profondità e in lontananza. Abbasso lo sguardo per cogliere le micro creature, infinitamente piccole e perfette: ogni forma si inserisce in una sezione aurea. Tutte loro sono dannatamente prese da mille faccende e mi chiedono di non essere disturbate. Hanno i loro tempi per fare tutto, vogliono concludere in tempo. Poi alzo lo sguardo e strizzo gli occhi per attraversare la galassia e vedere il più possibile. Forme giganti, questa volta, ma la loro armonia non è da meno. Miro anche all’orizzonte affidandogli i miei pensieri. Là, dove tutto si unisce e si perde allo sguardo dell’uomo. Lascio fuori i rumori mentali, mi inebrio di pace e di calma. La natura mi mostra tutto ciò che è per come deve essere. Questa è la mia movida, un brulichio di esseri che sanno bene chi sono. E io mi lascio accompagnare da questi festeggiamenti e danzo con loro.

Creme solari

Il primo giorno in cui è apparsa qualche nuvola, e finalmente ha piovuto un po’, ho sentito dire da alcune persone che il tempo era brutto. Brutto? Dopo due mesi di calore infernale, sofferto soprattutto nelle roventi città asfaltate e incementate, le terre aride, i fiumi asciutti, gli animali impossibilitati a bere, gli alberi sofferenti e i rischi d’incendio, le molte persone costrette a non muoversi, a non recarsi altrove, gli anziani, gli indigenti che non possono permettersi nemmeno un ventilatore in casa, gli ammalati allettati ricoperti di piaghe, cos’altro dovrebbe convincervi a considerare la pioggia una benedizione e a danzare e gioire perché possa dissetare tutti e lenire le loro sofferenze?

La paura, forse, che sulla vostra spiaggetta non possiate raggiungere il giusto tono di abbronzatura da esibire nei selfie? Il timore, forse, che gli amici di Facebook non possano mettere un like alla vostra faccia, che è sempre la stessa, con dietro il panorama fatto di mare e cielo, che è sempre lo stesso e col quale li ammorbate tutti gli anni come se foste nell’unico Paradiso Terrestre in cui l’uomo meriterebbe di essere e, se non c’è, poverino lui? Il terrore, forse, che in una giornata di pioggia non sappiate più cosa fare di voi stessi/e e dei vostri pochi pensieri? Che improvvisamente, avendo voi incentrato la vostra vita sull’abbronzatura e nient’altro, emergano strane ombre dal vostro interno? Coraggio, quelle ombre siete voi. Fatevene una ragione e l’anno prossimo cambiate tema, per la felicità degli amici di Facebook (e Instagram, naturalmente), che di notte sognano di poter spegnere definitivamente i vostri sorrisi stampati ma non osano sennò usciranno dal branco … Però, se proprio l’abbronzatura è il vostro massimo obiettivo, che almeno sia protetta e magari con prodotti cruelty-free.

CREME SOLARI

TEST: Sulla pelle sana e rasata del soggetto, si applica la crema e la si lascia sotto i raggi UV per molte ore, fino a calcolare la DEM: Dose Eritematica Minimale, vale a dire il grado di scottatura.

Ecco, in un giorno di pioggia, pensate a questo e fate una scelta diversa e per sempre. Idioti!

Amore per la Vita

BOSCO

Il contatto con la natura, imprescindibile per il genere umano, prende il nome di biofilia, dal greco ‘amore per la vita’ o ‘ amore per il mondo vivente’. Poiché ci siamo evoluti nella natura, sentiamo l’esigenza di dover mantenere un legame con essa. Anche se molti ne hanno perso consapevolezza, tutti noi ci sentiamo a casa negli ambienti incontaminati, perché è lì che abbiamo trascorso la maggior parte della nostra esistenza. Non crediamo, dunque, a chi vorrebbe renderci dei bipedi che si facciano bastare l’artificiosità dei paesaggi, l’eccessiva antropizzazione. Siamo, invece, strutturati geneticamente per amare la natura perché sappiamo che la nostra stessa esistenza e sopravvivenza dipende da essa.

Basta poco per ritrovarla e ritrovarsi. Passeggiare in un bosco, anche cittadino, ci riconnette alla nostra natura più vera e più antica. Lasciamo a casa il telefonino e ogni altra distrazione, rallentiamo i ritmi e immergiamoci nel presente, osserviamo, ascoltiamo, percepiamo. Ne otterremo grandi benefici per la nostra salute e la nostra mente. Le immersioni in un bosco rafforzano le difese immunitarie, aumentano l’energia, alleviano l’ansia, la depressione, la rabbia. Riducono lo stress, aumentano la chiarezza di pensiero, la creatività. Ci giungono quelle soluzioni che non potevano farsi strada in altre circostanze, capiamo il senso delle cose.

Il colore verde, ritenuto rilassante, è proprio quel colore che ci ricorda da dove arriviamo, quando dal verde eravamo circondati. E’ un istinto primordiale: dove c’è verde c’è acqua, dove c’è acqua c’è cibo.

Meravigliamoci di fronte alla natura, pensiamo oltre noi stessi. Comunichiamo con gli alberi come abbiamo sempre fatto, anche se è un singolo albero su un marciapiede. Ringraziamolo e rispettiamolo. Ogni anno, in tutto il mondo, vanno perduti più di 13 milioni di ettari boschivi: un’area paragonabile alle dimensioni dell’Inghilterra. La loro perdita è la perdita della biodiversità, l’aumento degli inquinanti, la cancellazione delle culture dei popoli delle foreste. E’ la perdita di noi stessi, soprattutto quando pensiamo che ciò che accade molto lontano da noi non comporti per noi alcun danno. Amiamo dunque, di più, la nostra casa.

Capire

ANIMA

Quando si compie un percorso spirituale, quando le domande che ci si pone da sempre sono sulla nostra vera natura, sul perché ci accadano determinate cose, su quale sia la nostra missione, quella vera, è l’inizio della felicità. La nostra anima ha un sapere antico, frutto delle esperienze già acquisite e di quelle che ha bisogno di fare di reincarnazione in reincarnazione. La nostra anima ha bisogno del corpo per acquisire queste esperienze, per evolversi possibilmente in una spirale ascendente, per produrre buon karma. Quando si comprende questo, si comprende sostanzialmente tutto: il senso delle esperienze e degli incontri, il senso del dolore, il senso dei nostri errori verso noi stessi e verso gli altri. Si comprende chiaramente come sia fondamentale la qualità del nostro agire, dei nostri pensieri, di ciò verso cui poniamo attenzione. Ciò che si arriverà soprattutto a comprendere è la necessità di far evolvere la nostra anima lungo l’interezza del suo percorso, di cui questa nostra vita rappresenta solo un breve tratto. L’insegnamento più prezioso è di considerare la natura vera dell’anima, che è sempre di felicità, e di vedere il mondo materiale e le cose che ci accadono solo per quello che sono: una rappresentazione teatrale a cui partecipano una serie di personaggi che, come in una pièce, entrano ed escono dalle quinte, recitano una parte maggiore o minore, a volte una sola battuta, ma il tutto è funzionale ad un’esigenza estremamente più alta, ossia quella di pagare i debiti karmici e di       produrne di buono per la vita successiva. Tutto ciò che ci accade, ha un tempo limitato, anche se dovesse durare per questa intera esistenza. I tempi dell’anima, infatti, sono assai più ampi; ciò che per noi quaggiù rappresenta una tragedia, per l’anima può rappresentare la lezione che aspettava, per ottenere la quale si è di nuovo reincarnata. E’ il patto che ha stretto all’inizio, verso il quale non può e non deve mancare. Così nelle prossime esperienze, fino a raggiungere livelli più elevati. Occorre avere una vista spirituale, usare cioè un senso che capta oltre i corpi, oltre il tempo, oltre lo scorrere dei drammi.

Si guarda agli altri non come a delle persone fisiche che si muovono nella scena del momento, ma bensì alle loro anime, portatrici di antiche memorie, antichi dolori, pronte anch’esse a rinnovare l’esperienza quando sarà il momento. Guardi nei loro occhi e ne vedi l’anima. Guardi negli occhi di un animale e ne vedi l’anima. Guardi una pianta e ne vedi l’anima. Senza ciò che ci anima, infatti, tutti noi saremmo solo dei cadaveri, dei tronchi morti, portatori di nulla.

Ma l’anima, ci conduce altrove secondo la nostra personale missione. Capiamo il disegno più grande e comprendiamo il viaggio che stiamo svolgendo, e a che punto siamo.

Le emozioni delle piante

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Sto cercando di aiutare alcuni colleghi a comprendere le piante che abbiamo in ufficio. A considerarle non come mere macchie di colore, né come status dirigenziale, ma come esseri viventi.  

Chi ha qualche anno sulle spalle ricorderà lo sceneggiato RAI dal titolo ‘Gamma’, che a me aveva colpito moltissimo. Ero bambina, ma ho subito provato interesse per ciò che veniva raccontato. La storia ruotava attorno agli esperimenti condotti anni prima dal maggior esperto del funzionamento della macchina della verità. In un momento di noia, egli provò ad applicare gli elettrodi della macchina sulle foglie della pianta del suo ufficio e, con suo stupore, registrò un’attività emotiva. Da lì, continuò la sua sperimentazione; ad esempio, bruciò dapprima una foglia della pianta e, successivamente, si riavvicinò alla pianta stessa con una fiamma: alla sola vista di questa, il grafico registrò un’impennata emotiva della pianta.

Sei persone furono introdotte in una stanza di fronte a due piante della stessa specie. Estratta a sorte una di loro, le fu ordinato di infierire brutalmente su una delle due piante fino a ucciderla, lasciando che la seconda pianta ne fosse testimone. Ognuna delle sei persone, furono poi reintrodotte nella stanza una alla volta, posizionandosi di fronte alla pianta testimone che era stata collegata alla macchina della verità. Per cinque di loro, la pianta testimone rimase totalmente indifferente, ma quando entrò il sesto, artefice del brutale gesto, il tracciato della pianta testimone impazzì.

Le piante, infatti, avvertono i pericoli e si avvisano reciprocamente tra soggetti della stessa specie. Quando, ad esempio, una pianta viene attaccata da un erbivoro, come un insetto, rilascia delle sostanze che vengono riconosciute dai predatori che si nutrono dello stesso insetto. E’ quindi una richiesta di aiuto indiretto: la pianta chiama in aiuto il nemico del proprio nemico (che è quindi un amico).

Le piante, inoltre, ci guardano, vedono il nostro comportamento. Ci captano, ci percepiscono, sentono le energie che emaniamo, le frequenze. Noi possiamo interagire con una pianta in maniera anche molto sottile, lei percepirà la nostra intenzione, il nostro cuore; se starà avvizzendo, quello è un avvertimento del nostro stesso avvizzimento. Se, viceversa, sarà rigogliosa, rispecchierà la nostra bellissima anima.

Animal Politics EU

ELEZIONI EUROPEE

Quando qualcuno, in passato, si scandalizzava del fatto che avessi a cuore la protezione degli animali e mi chiedeva se non fosse meglio che mi occupassi della specie umana, io rispondevo: ‘E’ esattamente ciò che sto facendo’. Oggi, devo dire, quasi più nessuno muove le stesse obiezioni, forse cominciano a connettere il fatto che la questione animalista è strettamente legata al benessere dell’intero pianeta e delle sue creature, si batte contro le grandi multinazionali del farmaco e dell’alimentazione, lotta per la riduzione delle emissioni inquinanti: in pratica, si occupa dell’uomo.

Nel favorire la lotta per i diritti e la tutela di ogni essere senziente, non solo l’uomo ne trarrà moltissimi benefici per se stesso, sul piano della salute, della qualità di vita, di una possibile riduzione della povertà, ma li otterrà soprattutto sul piano etico, verso il quale ho un debole. L’uomo, rinunciando alla violenza verso esseri più deboli, smetterebbe di essere un vigliacco e un violento e la sua anima potrà solo ringraziarlo.

Per la prima volta nella Storia, 11 Partiti Animalisti di undici Nazioni diverse si presentano alle Elezioni Europee del 2019.

Il 4 Aprile 2019 al Parlamento Europeo di Bruxelles, questi movimenti hanno presentato il proprio Manifesto Europeo per le Politiche Animaliste e, successivamente, hanno dato vita al gruppo europeo “Animal Politics EU”.

All’interno di queste storiche elezioni, c’è stata una novità assoluta nella politica italiana. E cioè per la prima volta nella Storia del nostro Paese, un Partito Animalista si presenta e concorre in una Elezione Nazionale in tutto il Territorio. Difatti il Partito Animalista, con propri candidati, sarà presente in tutta Italia, finalmente portando sulla scheda elettorale il simbolo della Difesa dei Diritti degli Animali e dell’Ecosistema nonché, di riflesso, di Tutti Noi Esseri Umani.

Questi i punti del programma:

  • Innalzare lo stato morale e legale degli animali

  • Migliorare il benessere degli animali negli allevamenti ed assicurare un vero rafforzamento della legislazione sul benessere animale tramite tutti gli Stati Membri dell’Unione Europea

  • Porre fine al crudele trasporto a lunga distanza di animali vivi, dentro e fuori l’Unione Europea

  • Fermare la pesca intensiva, dentro e fuori le acque Europee

  • Porre fine alla sperimentazione animale con obiettivi immediati di riduzione e sostituzione, combinati con incentivi ai metodi sostitutivi di sperimentazione

  • Interrompere le deroghe di legge ed i sussidi per le cosìddette tradizioni culturali e religiose che comportano crudeltà sugli animali, come la corrida ed i combattimenti con i tori, la macellazione senza stordimento e vietare la produzione di foie gras

  • Combattere il commercio illegale di animali domestici nella Unione Europea e fermare il trattamento barbaro di cani e gatti randagi in Europa

  • Vietare la caccia e proibire l’importazione di trofei di animali selvatici

  • Chiudere tutti gli allevamenti di animali da pelliccia in Europa e vietare l’importazione di pellicce da Stati terzi

  • Mettere fuori mercato i pesticidi pericolosi e sostanze chimiche dannose

  • Contrastare il cambiamento climatico supportando il passaggio verso uno stile di vita basato sui vegetali, migliorando il tasso di CO2 per le industrie e aumentare gli sforzi per realizzare il completo passaggio alle energie rinnovabili

  • Realizzare un efficiente, affidabile ed accessibile trasporto pubblico, come alternativa ai viaggi aerei.

Il Piccolo Popolo – seconda parte

FATE

Per i metafisici medievali, tutti gli esseri invisibili venivano suddivisi in quattro classi: in cima gli Angeli, subito sotto i Diavoli o Demoni, che corrispondono agli angeli caduti del Cristianesimo; poi gli Elementali, Spiriti di Natura subumani ritenuti in genere di statura ridottissima; infine le Anime dei Morti e le ombre o fantasmi dei defunti. Con riferimento alla terza classe, i loro membri sono a loro volta suddivisi in quattro categorie, a seconda dell’elemento naturale in cui dimorano.

Gnomi: abitano nella terra, hanno una statura pigmea, sono amichevoli con gli uomini e nelle leggende corrispondono di solito alle fate o goblin che infestano le miniere, ai pixies, ai corrigan, ai leprecauni e a quegli elfi che vivono nelle rocce, nelle caverne o nel sottosuolo.

Silfi: vivono nell’aria e sono descritti come spiritelli dalle sembianze simili a quelle dei pigmei, corrispondono alle fate non appartenenti alla gentry e hanno un aspetto piacevole ed aggraziato.

Ondine: vivono nell’acqua e corrispondono esattamente alle fate che dimorano nelle sorgenti, nei laghi o nei fiumi sacri.

Salamandre: vivono nel fuoco e compaiono di rado nelle leggende celtiche. All’interno delle gerarchie elementali occupano la posizione più elevata.

Tutti questi Elementali, che procreano secondo l’uso umano, possiederebbe un corpo fatto di una sostanza elastica semi-materiale, non percepibile dalla vista e comparabile allo stato gassoso della materia. Benché siano impercettibili per I sensi umani, possano crearsi delle condizioni in cui il ‘piano astrale’ degli Elementali e quella parte del ‘piano fisico’ che qualche essere umano si ritrova a occupare, stabiliscono una sorta di relazione.

Di seguito, le principali creature del Piccolo Popolo:

Gentry:  è la tribù più nobile, molto superiori a noi. E’ una classe militare-aristocratica, sono alti e d’aspetto distinto, intermedi tra noi e gli spiriti. Le loro capacità sono strabilianti, potrebbero spazzare via metà della razza umana, ma non lo fanno perché siamo in attesa della salvezza. Restano sempre giovani. Se ti prendono e assaggi il loro cibo non puoi più fare ritorno. Diventi uno di loro e vivi nel loro mondo per sempre.

Leprecauno: porta un cappello rosso e si aggira intorno alle sorgenti d’acqua pura; di solito fabbrica le scarpe per tutte le altre tribù di fate.

Lunantishee: tribù che sta a guardia delle piante di prugnolo selvatico, impedendo a chiunque di tagliarne i rami l’undicesimo giorno di novembre o di maggio. Chi taglia un ramoscello di prugnolo in uno di questi due giorni sarà colpito dalla sfortuna.

Pooka: sono di pelle scura e montano bei cavalli, sono mercanti di cavalli. Fanno visita agli ippodromi ma di solito sono invisibili.

Daoine Maithe: vivevano vicino al Cielo prima della Caduta, ma non caddero, e adesso attendono la salvezza.

Esseri di Legno: sono di colore argento brillante con una sfumatura blu o viola pallido e hanno capelli di colore porpora scuro.

Tylwyth Teg:  spiriti dei Druidi morti prima dell’avvento di Cristo e che, essendo troppo buoni per essere mandati all’inferno, erano stati lasciati liberi di vagare per la terra a loro piacimento.

Lutins: spiritelli dispettosi, creature affascinanti e maliziose che abbondano in Bretagna. In passato ogni casa aveva il suo, era simile agli antichi numi tutelari della casa adorati dai Romani. Il lutin soprintendeva tutti gli eventi della vita domestica. Ricadevano nella sua sfera la manutenzione delle stalle e delle scuderie.

Bugul-Noz: il misterioso Pastore della Notte, alta e inquietante figura che i contadini bretoni credono di scorgere alla luce del crepuscolo quando rincasano tardi dal lavoro dei campi. Non è però uno spirito dannoso, svolgerebbe anzi un compito benefico, avvertendo gli esseri umani, col suo arrivo, che la notte non è fatta per attardarsi nei campi o in strada, ma per ripararsi e dormire

Yann-An-Od (Giovanni delle Dune): a volte è un gigante, a volte un nano. A volte indossa un cappello da marinaio di tela cerata, a volte un ampio cappello di feltro nero. A volte appare reclinato su un remo. Si tratta di un eroe marino, il cui compito consiste nel percorrere la costa lanciando di tanto in tanto lunghe grida penetranti allo scopo di spaventare i pescatori e farli allontanare prima che vengano sorpresi dalle tenebre.

Féès: fate bretoni.

Grac’hed Coz: nel folklore bretone le féès, o fate, appaiono quasi sempre come piccole donne anziane o, come dicono i cantastorie locali, Grac’hed coz.

Morgana: la sua dimora è nel mare, dove di giorno sonnecchia e guai a chi disturba il suo riposo. Il marinaio che la ode ne viene attratto, incapace di spezzare l’incantesimo che lo trascina verso la sua rovina: il vascello s’infrange sugli scogli, l’uomo finisce in acqua e la Morgana lancia un grido di gioia. Le braccia della fata, tuttavia, stringeranno soltanto un cadavere: al suo tocco, infatti, gli uomini muoiono, ed è questo a causare la disperazione della fata. Chi ha la sventura di incorrere nel suo abbraccio è condannato a vagare in eterno negli abissi marini, con gli occhi spalancati e il segno del battesimo cancellato dalla fronte. Egli non avrà mai una tomba ove i suoi parenti possano recarsi per pregare e per piangerlo.

Corrigan: includono anche i lutins o follets. Si crede che tutte le tribù fatate tornino in tutti i secoli composti da cifre dispari, mentre nei secoli pari si facciano invisibili oppure scompaiano. I Lutins possono assumere le sembianze di qualsiasi animale. Hanno tutti una natura maliziosa. 

Nains: sono esseri mostruosi, con corpi scuri o addirittura neri e ricoperti di peli, una voce come di vecchi e dei piccoli occhi neri luminosi. Si divertono a fare scherzi ai mortali a amano ballare in cerchio intonando la canzone sui giorni della settimana.

Lavandaie fantasma: venivano temute molto più dei corrigans. Le si udiva di solito verso la mezzanotte, mentre battevano i loro panni presso vari lavatoi, sempre a una certa distanza dai villaggi. Gli anziani sostengono che quando le lavandaie fantasma chiedevano a un passante di aiutarle a strizzare i panni, egli non  potesse rifiutarsi, altrimenti lo avrebbero bloccato e sarebbe stato strizzato lui stesso come un lenzuolo. E chi accettava di aiutarle doveva fare attenzione a torcere i panni nello stesso senso delle lavandaie; se per disgrazie li torceva al contrario, infatti, le sue braccia venivano strizzate all’istante. Si crede che queste lavandaie fantasma siano donne condannate a lavare i propri sudari funebri per secoli, ma che possono liberarsi se trovano un mortale che torca i panni in senso contrario.

Altri termini con cui sono definiti questi spiriti sono: Spriggans, Piskies, Buccas, Bockles o Knockers, Brownies.

Nella Fede nelle Fate, compaiono molte proibizioni o convinzioni; la principale proibizione impedisce di nominare le fate, il che porta a ricorrere ad eufemismi, come ‘il buon popolo’, ‘la gentry’ (aristocrazia), ‘il popolo della pace’. Il cibo che viene messo fuori per le fate, invece, non può essere mangiato né da uomini né da animali. Si dice che quel cibo non abbia più alcuna sostanza reale; l’idea sottostante sembra essere che le fate estraggano l’essenza spirituale del cibo offerto loro, lasciandone soltanto gli elementi più grossolani. Tutti questi esseri, trovano nelle danze circolari il loro maggiore diletto. Quando la luna è chiara e luminosa si radunano per fare baldoria presso menhir, dolmen e tumuli, ai crocevia o anche in aperta campagna, e non perdono mai l’occasione di tentare un mortale che passi di là ad unirsi a loro.

Infine, secondo una leggenda, è tabù per i corrigans nominare di seguito tutti i giorni della settimana. Durante e loro danze notturne cantano: ‘Lunedì, martedì, mercoledì, giovedì, venerdì’ ed è loro proibito completare l’enumerazione.

Fonte principale: Walter Y. Evans-Wentz

Il Piccolo Popolo – prima parte

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Noi utilizziamo il termine ‘mistico’, di solito, in antitesi al termine ‘scientifico’; in realtà, la scienza dovrebbe indagare tutto ciò che esiste e non solo ciò che è materiale e visibile. Anche il folklore è sempre stato considerato un argomento di second’ordine mentre, fortunatamente, oggi si ritiene che le credenze dei popoli, le loro leggende e i loro canti siano le fonte di quasi tutta la letteratura e che le loro istituzioni e costumi abbiano dato origine a quelli moderni. Ecco perché oggi lo studio scientifico del folklore ricorre all’archeologia, all’antropologia, alla mitologia e allo studio delle religioni comparate. E’ quindi proprio nel folklore che si può comprendere l’uomo.

E’ possibile constatare che quasi tutti i materialisti o gli scettici abitano o provengono dalla città, o ne sono influenzati in qualche maniera. Questo porta l’uomo a perdere il contatto con la natura e le sue manifestazioni, e questo a prescindere dal livello di istruzione. L’uomo di città, tende a considerarsi affrancato da quella che ama definire superstizione, ma in realtà quello che definisce affrancamento altro non è che perdita di contatto col proprio habitat, col suo ascolto, con le sensazioni, con un collegamento ancestrale. E ha poco da esserne lieto.

La teoria più valida, secondo gli studiosi, è che la fede nelle Fate sia una dottrina delle anime, cioè un luogo o una dimensione in cui si collocano le anime dei defunti, in compagnia di altri esseri invisibili come dèi, demoni e spiriti buoni e cattivi. Del resto, molti popoli e molte civiltà (in Europa come in America, in Australia come in Africa) credono o hanno creduto in esseri spirituali. Gli stessi Pellerossa nordamericani credono che esistano spiriti dei laghi, dei fiumi e delle cascate, delle rocce e degli alberi, della terra e dell’aria e che si debbano a questi esseri le tempeste, la siccità, i raccolti e le cacciate abbondanti, come le carestie, le malattie. Non si tratta necessariamente di poteri soprannaturali, come ritengono i superstiziosi. I nostri antenati avrebbero giudicato soprannaturali le nostre scoperte (il telefono, l’elettricità). E’ più che possibile che i nostri discendenti faranno scoperte altrettando sensazionali sia nell’ambito della mente che in quello della materia.

Una forte affinità esiste piuttosto tra le fate italiane e quelle celtiche, derivata dalle credenze dei popoli etrusco-romani. Si pensa anzi che le antiche Fatuae dell’Italia abbiano dato origine a tutta la famiglia delle fèes che si ritrova nei paesi latini, ma anche anche agli elfi della Germania e della Scandinavia o ai servants della Svizzera rurale.

La Fede celtica nella Fate, invece, ebbe origine presso una classe di Celti istruiti e non presso le genti di campagna. I Druidi d’Irlanda erano soprattutto maghi e profeti: predicono il futuro, interpretano il segreto volere delle fèes, lanciano sortilegi. Si avvicinavano al sacerdozio druidico in vent’anni di studio severo e di addestramento prima di essere giudicati idonei a quel ruolo: la prima cosa che si insegnava al neofita era l’autocontrollo, cioè la capacità di non poter essere dominato dalla volontà altrui. Per il mistico celta l’universo si divide in due parti o aspetti complementari: il visibile, in cui ci troviamo noi esseri umani, e l’invisibile, che corrisponde all’Altro mondo.

Non è più possibile oggi affermare di conoscere la realtà attraverso i cinque sensi, in quanto non c’è coincidenza tra ciò che si percepisce e ciò che è reale, nonostante quello che possano sostenere i materialisti. Le spiegazioni che siamo in grado di dare attraverso la scienza, partono da ciò che per l’uomo è comprensibile.

Negli ambienti scientifici, piuttosto, si sta rapidamente sviluppando una visione vitalistica dell’evoluzione, e  le prove accumulate inducono decisamente a considerare tutti i processi evolutivi, dagli organismi inferiori fino a quelli superiori, come effetto della graduale manifestazione nel mondo di un potere psichico preesistente attraverso una sempre crescente complessità di strutture specializzate. Vi è ormai la convinzione che sul nostro pianeta la generazione spontanea della vita sia impossibile: la vita doveva esistere prima che la sua manifestazione o la sua evoluzione fisica avesse inizio. Come una grande coscienza. 

Nella prossima parte elencherò gli esseri del Piccolo Popolo.

Leggere Thoreau

THOREAU

Avevo già letto Walden. Vita nel bosco, in cui Thoreau racconta, giorno per giorno, i due anni trascorsi in solitudine nel bosco, attraverso l’osservazione della natura, degli alberi, dei fenomeni atmosferici. Una bibbia ecologista. Mi era piaciuto già molto, perché vi avevo trovato quello spirito di riconnessione alla natura a me tanto caro, ad un vivere ancestrale. Anche lui, compreso più tardi ma non del tutto alla sua epoca, era scappato dalla civiltà che temeva, per ritrovare se stesso.

Ho poi letto altre sue opere e le pagine del suo diario, e subito ho sentito, in quelle parole, in quel preciso modo di cogliere le cose, di accorgersi del mistero della natura, di rapportarlo all’uomo, delle forti vibrazioni. Ho sentito che i suoi scritti erano per me, per quelli come me, che hanno un certo tipo di sensibilità romantica, che piangono per un albero abbattuto come per un animale ucciso, che parlano ad essi, li accarezzano, li ringraziano. Ho sentito che quel tipo di sensibilità è di pochi ma non di nessuno, e quei pochi vengono uniti da un legame indissolubile a dispetto delle epoche e delle reciproche esistenze. Non cerco, in una persona, un dato mestiere o una certa provenienza, non mi importa che macchina abbia o che abiti porti, mentre cerco questo tipo di sensibilità. Se la percepisco, quella persona entra nella mia vita e vi rimane. Un giorno scriverò sul sistema scuola, dal mio punto di vista da radere totalmente al suolo e da rifondare su altri presupposti, e Thoreau è uno di quegli autori che vi inserirei.

 

Da ‘I boschi del Maine

‘Strano che così poche persone vengano nei boschi a vedere come il pino vive e cresce sempre più in alto, sollevando le sue braccia sempreverdi alla luce – a vedere la sua perfetta riuscita; i più invece si accontentano di guardarlo sotto forma delle tante ampie tavole portate al mercato, e considerano quello il suo vero destino. Ma il pino non è legname più di quanto lo sia l’uomo, ed essere trasformato in assi e case non è il suo impiego autentico e più elevato, non più di quanto lo sia per l’uomo essere abbattuto e trasformato in letame. C’è una legge più alta che riguarda il nostro rapporto con i pini quanto quello con gli uomini. Un pino abbattuto, un pino morto, non è un pino più di quanto le spoglie di un defunto siano un uomo. Si può dire che colui che ha scoperto solo alcuni dei pregi dell’osso di balena e dell’olio di balena abbia scoperto il vero scopo della balena? O che colui che abbatte l’elefante per l’avorio abbia “visto l’elefante”? Questi sono utilizzi meschini e accidentali, proprio come se una razza più forte ci uccidesse allo scopo di fare bottoni e pifferi con le nostre ossa; perché ogni cosa può servire uno scopo più vile oltre che uno più elevato. Ogni creatura è migliore da viva che da morta, uomini e alci e alberi di pino, e colui che lo comprende appieno preferirà conservarne la vita che distruggerla.
E’ il boscaiolo, allora, a essere amico e amante del pino, a stargli più vicino di chiunque e a comprendere meglio la sua natura? E’ il conciatore che gli ha tolto la corteccia, o chi ne ha ricavato la trementina, a entrare nelle fiabe dei posteri come colui che alla fine venne tramutato in un pino? No! No! E’ il poeta; è colui che fa del pino l’uso più sincero, che non lo accarezza con un’ascia né lo solletica con una sega, che sa se il suo cuore è falso senza inciderlo, che non ha comprato la licenza di abbattimento dall’amministrazione cittadina. Tutti i pini rabbrividiscono ed emettono un sospiro quando quell’uomo mette piede nella foresta. No, è il poeta, che li ama come la propria ombra nell’aria e li lascia in piedi. Sono stato in segheria, e in falegnameria, e in conceria, e alla fabbrica di nerofumo e alla raccolta della trementina; ma quando da lontano ho visto le cime dei pini ondeggiare e riflettere la luce al di sopra del resto della foresta, mi sono reso conto che non è quello citato l’uso più elevato del pino. Non sono i suoi ossi o la sua pelle o il suo grasso che amo di più. E’ lo spirito vivente dell’albero, non lo spirito della trementina, con cui sono solidale e che guarisce i miei tagli. E’ immortale quanto lo sono io, e forse andrà altrettanto in alto in paradiso, dove ancora svetterà sopra di me’.

Diario, 24 gennaio 1856

‘Trovo che nella mia idea di villaggio l’olmo si è fatto più strada dell’essere umano. Hanno lo stesso valore di molte circoscrizioni elettorali. Costituiscono essi stessi una circoscrizione. Il povero rappresentante umano del suo partito, mandato fuori dalla loro ombra, non comunicherà la decima parte della dignità, dell’autentica nobiltà e ampiezza di vedute, della solidità e indipendenza e della serena benevolenza che essi comunicano. Guardano da una municipalità all’altra. Un frammento della loro corteccia vale la schiena di tutti i politici dell’Unione. In un loro ampio senso, sono antischiavisti. Mandano le loro radici a nord e a sud, a est e a ovest nel Kansas e nella Carolina in barba ai conservatori, che non sospettano tali ferrovie sotterranee; migliorano il sottosuolo che essi non hanno mai smosso, e per una distanza di molto superiore alla loro altezza, se sostenere i loro principi lo richiede. Combattono con le tempeste di un secolo. Guarda quante cicatrici portano, quanti arti hanno perduto prima che noi nascessimo! Eppure non si ritirano mai; votano con costanza per i loro principi, e mandano le loro radici sempre più lontano dal medesimo centro. Muoiono al posto loro assegnato, lasciando un fusto durissimo per chi lo taglierà, e un ceppo che funge da monumento. Non partecipano a nessun congresso, non scendono a compromessi, non hanno bisogno di una linea politica. L’unico principio che hanno è la crescita (…) Non si trasformano da radicali in conservatori, come gli uomini (…)

Sguardo laterale

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Più volte, qualcuno mi ha fatto notare che quando parlo di animali io sorrido. E’ così. Sento di amarli e di volerli conoscere, sento di essere in profonda armonia con loro. Mentre sono spesso infastidita dalle persone, non lo sono degli animali, incorrotti e puri. Ciò che io cerco di raggiungere da anni, cioè quella felicità assoluta data dal non essere o dall’essere tutto in quanto se stessi, un animale l’ha trovata da sempre. Non è inconsapevolezza, questo è un concetto umano che vogliamo estendere ad altri per giustificare noi stessi. E’ piuttosto piena consapevolezza di ciò che uno è, quale sia la sua missione, e accettarla come fatto imprescindibile e imperscrutabile. Ciò che un animale è, come un fiore, un albero, è e basta. Non si fanno domande non perché non abbiano un pensiero come il nostro e non capiscano a cosa realmente pensare, ma perché la loro comprensione dell’esistenza è reale, assoluta, totale. C’erano prima di noi e ci sopravvivranno, continuando la loro vita di stagione in stagione, di generazione in generazione, sapendo perfettamente cosa fare e come. Tutto qui, il mistero della loro felicità. Esistere perché tutto funzioni, stando al proprio posto e non cercando altro. Osservo gli animali così tanto e da così tanti anni che posso dire di aver ricevuto molte lezioni da loro, mi hanno insegnato molte cose. A fluire nella vita, a sopportare per rimanere me stessa. Come farebbe un mulo, guardo avanti verso il mio personale orizzonte ma mantengo uno sguardo laterale, percependo tutto ma non lasciandomi cambiare da nulla e da nessuno. So chi sono, lo devo a loro.