Visioni

Nei vari incontri col vecchio proprietario della casa, nei quali intendeva illustrarmi il giardino con le sue piante, la casa stessa e le sue fasi di costruzione, nonché tutte le particolarità del vivere, ci ha tenuto a raccomandarmi ossessivamente di proseguire in una serie di sue consuetudini. Tutte le sere, nella vallata davanti casa, arrivano infatti molti animali dal bosco per nutrirsi, ed io avrei dovuto inserire una recinzione elettrica per scoraggiarli. Benché si sia immersi nella natura, infatti, la natura per molte persone – ed è un pensiero assai diffuso – non deve entrare in contrasto con il loro banale vivere. Ci ha tenuto a dirmi che sugli alberi da frutta vanno appese delle trappole per catturare e uccidere i calabroni che di quella frutta si nutrono, che sull’intera superficie del cortile d’entrata occorre dare più volte all’anno del diserbante, altrimenti tra la ghiaia nascerebbe l’erba. Lo stesso diserbante andrà dato anche di qua e di là alla base degli alberi (così muoiono anche uccelli e insetti), mentre contro le talpe ci sono metodi per la loro uccisione per salvaguardare l’orto. Mi ha chiesto se avevo un gatto, e alla mia risposta positiva si è sentito soddisfatto perché così avrebbe cacciato gli scoiattoli che a settembre vanno sugli alberi di nocciole e di noci, come se io avessi preso una gatta perché mi fornisse un’utilità. E’ andato avanti così per parecchie volte, ma gli ho spiegato che non avverrà nulla di ciò che mi ha suggerito di fare. Anzi, avverrà l’esatto opposto e che se ne facesse una ragione. Non sia mai, vero, che io debba raccogliere una prugna in meno delle 30 casse che le piante offrono. O un kiwi in meno, o una mela, una pera, una nocciola, una noce, una castagna. Non sia mai che dall’orto qualcuno si prenda un cetriolo, considerando che ho avuto la benedizione di mangiare cibi dell’orto in continuazione. No, l’uomo vuole tutto per sé, ritenendo che il principio di proprietà privata sia da applicare anche contro le mosche. Un animale è come un vicino di casa che sconfina e, come tale, va ricacciato nella selva. E’ un problema culturale molto serio che fa più danni di quanto si pensi; in una parola: Egoismo.

Non solo non ci sarà alcuna recinzione, ma per molte sere mi sono recata ad osservare quei magnifici animali, vedendo branchi di cinghiali, famiglie intere di caprioli, cervi dai palchi imponenti, tassi, volpi. E’ magnifico vederli avvicinare agli alberi carichi di frutta dai quali si sono già abbondantemente serviti uccellini e insettini vari. Loro raccolgono ciò che è caduto, ma io raccolgo direttamente dai rami e lancio sui prati apposta per loro. Quegli alberi hanno dato così tanta frutta estiva da essercene per tutte le creature, ed anzi io vengo dopo di loro. Le talpe vivranno facendo ciò per cui sono nate, i calabroni anche. Nessuna creatura verrà toccata ma verrà accolta e nutrita. Nessun filo d’erba dovrà più temere una sola goccia di diserbante. L’erba tagliata verrà raccolta e fatta asciugare in un fienile per nutrire gli animali in inverno, quando il bosco offrirà poco, e costruiremo un’area in cui depositarlo per loro insieme a frutta e semi. Passerò ore a guardarli e farò in modo che mi riconoscano. Li fotograferò. Li disegnerò. Li amerò.

Luna Piena

Dalla parte opposta al Sole, con un’età di 14,7 giorni, appare magnificamente illuminata e nel massimo del suo splendore. Guardandola ci si innamora di lei all’istante, per il fascino e il potere che esercita su di noi, su animali e piante, sull’intero Pianeta. E’ meravigliosa e altera, imponente, perfetta. Si trova a metà del suo ciclo ed offre il volto pienamente, senza titubanze, senza paure, guardandoci dall’alto e benedicendoci, osservandoci dritti negli occhi senza riserve. Questa fase è la più potente di tutte, portatrice del compimento di progetti, ricongiungimento tra anime che si cercano, realizzazione di idee e creazioni. Le facoltà psichiche sono al massimo. Nella serata di Luna Piena, le si può chiedere di allontanare da noi, portando con sé nella fase calante dei giorni a venire, ciò che non fa più per noi: persone, ricordi, situazioni, paure, abitudini. E’ il rituale di allontanamento e di guarigione della psiche che può essere svolto semplicemente lasciandosi inondare dai suoi potenti raggi o facendo un bagno in mare ed esponendoci al suo sguardo.

Ogni lunazione mensile ha inoltre un significato preciso.

Quella di Agosto è la Luna del Grano: si raccolgono i frutti della terra e si prepara il terreno al prossimo inverno, così come il nostro organismo si prepara alla stagione fredda.

Settembre, Luna del Raccolto: si allontanano le ombre della notte e si fa incetta di luce interiore.

Ottobre, Luna Rossa: i rami di foglie assumono tale colore, la linfa rallenta e si va incontro al sonno invernale. L’organismo deve essere predisposto per l’inverno assumendo sali minerali e sostanze energetiche.

Novembre, Luna della Neve: i lavori si svolgono al chiuso e nel silenzio. La campagna si ferma nel proprio letargo.

Dicembre, Luna Fredda: simboleggia l’arrivo del nuovo anno attraverso il simbolo della quercia che ha profonde radici nell’oscurità dell’anno trascorso e una chioma che si eleva nel cielo nuovo.

Gennaio, Luna del Lupo: purifica e rinnova, spazza via il passato e prepara al risveglio. Si attende il Sole per ricominciare.

Febbraio, Luna di Ghiaccio: l’inverno è quasi alle spalle e si ha fame di nuovi raccolti. E’ il passaggio dal sonno al completo risveglio primaverile, chiude e riapre un ciclo.

Marzo, Luna della Tempesta: la vita si rinnova, la luce riappare, la linfa torna a fluire nella vegetazione. Molti alberi cominciano a fiorire.

Aprile, Luna dei Nuovi Inizi: tutto si rinnova e così anche l’organismo umano che si ricarica energeticamente.

Maggio, Luna della Lepre: nascono creature domestiche e selvatiche. E’ la Luna dell’abbondanza, della fecondità e del latte materno, dei profumi, dei fiori. Tutto viene seminato e l’organismo umano si libera dagli stati depressivi.

Giugno, Luna dell’Idromele: la natura rigogliosa è al culmine del suo splendore. E’ tempo di sacralità.

Luglio, Luna del Fieno: si raccoglie e si conserva per i tempi a venire. Si fanno essiccare le erbe officinali.

Domani, giorno di Luna Piena, è dunque possibile esporre i nostri oggetti più cari ai suoi raggi e allunare l’acqua da bere. Tutto andrà esattamente per il verso che abbiamo desiderato.

Fairies House

“Ebbs and Flows” Kevin MacLeod (incompetech.com)
Licensed under Creative Commons: By Attribution 4.0 License
http://creativecommons.org/licenses/by/4.0/

E’ uno spettacolo. L’ho scelta al primo sguardo e lei ha scelto me. Benché io abbia voluto visitare anche altre case, tutte altrettanto belle e ricche di dettagli affascinanti, sapevo dal primo istante che sarebbe stata lei. La mia mente tornava lì, il mio cuore percepiva le energie provenienti da quel magnifico giardino e dal bosco. Doveva essere lei e, nonostante gli ostacoli che mi si sono presentati davanti, e i lunghi tempi, non ho mai nemmeno pensato di dovervi rinunciare. Sapevo che mi stava aspettando, che entrambe ci cercavamo da tempo. Così è stato. Quel giardino, su cui passeggiare a piedi scalzi raccogliendo i pensieri e volgendo lo sguardo ora a un fiore, ora alla vallata che si estende nel retro casa, fino a raggiungere il bosco da cui provengono suoni di ogni tipo, quel giardino mi ha incantata. Avrò alberi in abbondanza da abbracciare e a cui fare i miei discorsi. Alberi da amare. Si chiamerà Fairies House perché qui, le fate, ci sono. Fate che mi accompagneranno in una nuova era ricca di stimoli e di creatività. Sarà un’oasi di pace e di meditazione; sarà un santuario per gli animali che mi verranno a trovare. Sarà un luogo sacro come sacra è la terra su cui sorge. A pochi metri, infatti, una chiesa con un bellissimo campanile romanico ricorda lo scorrere del tempo con le sue possenti campane, e ricongiunge alle vite dei molti che per secoli hanno pregato su questa terra. C’è qualcosa, in quella casa, queste sue vibrazioni, che cattura chi sa percepire. Un dono che spero di meritare. Riprenderò dunque a scrivere di molte cose ed anche di lei, la casa delle Fate.

Sorriso

POMODORO

Faccio sempre dei complimenti alle mie piante, perché – dopo i mesi invernali in cui comunque mi sono presa cura del loro torpore, questo è il periodo in cui ognuna di loro si dà parecchio da fare. Non mi limito a bagnarle, ma dico una parola specifica e personalizzata ad ognuna di loro tutti i giorni. Ed è un peccato che non possa essere in montagna, là si che avrei trascorso l’intera giornata tra fiori, alberi, uccellini e farfalle. Così, ogni mattina, mi piace avvicinarmi ad una pianta alla volta, bagnarla e osservare quali novità mi stia offrendo. Per una c’è un fiore che sta per sbocciare, per un’altra delle foglioline nuove, per un’altra ancora una gemma o un nuovo alberello. Le dico, allora, che è stata brava e che sono lieta di qualsiasi cosa ritenga di volermi donare. Accarezzo sempre le mie piante, sulla testolina e sulle foglie; il mio rapporto con loro è visivo e tattile, ma anche empatico e telepatico. Dico loro di presentarmi i loro piccoli e, anche quando sono bruttarelli come in alcune piante grasse, a loro dico che sono meravigliosi e che sono il risultato del loro sforzo e del loro amore. Ogni figlio, infatti, è degno di essere. C’è una grande energia in tutto questo, la mia e la loro all’unisono. Ci parliamo, presento una nuova piantina alla mia gatta e la gatta alla nuova piantina. Quest’anno, per la prima volta, ho sperimentato la semina di pomodori sul balcone, anche se faccio parte di coloro che farebbero fatica a cibarsi di ciò che persino coltivano, lo riterrei un tradimento. Ho dato per scontato che nulla sarebbe cresciuto, non so perché. E invece, mentre una mattina facevo il giro delle piante per dir loro la parolina del giorno, erano sbucate le prime due foglioline di un solo semino, tra tanti che avevo seminato (forse troppi). Mi sono emozionata, perché anche se fossero state due foglioline di sola erba, l’avrei ritenuto un miracolo a cui avevo partecipato personalmente. Così, su quelle minuscole foglioline, ho rivolto le mie attenzioni come si farebbe nei confronti di un esserino indifeso qualunque. Mi sono avvicinata ed ho inviato loro un sorriso.  Poi, scavando leggermente altrove, ho visto che moltissimi altri semi avevano già iniziato a germogliare ed erano pronti a sbucare dalla terra. Ho rivolto un discorso a tutti in generale, chiedendo loro perché, in una semina, un germoglio risulti più veloce di altri, cosa lo determini. E dato che non mi hanno risposto, e che il dubbio di queste misteriose forze della natura mi rimangono nella mente, ho deciso di aiutare tutti in uno sforzo collettivo. Così, mentre nel pomeriggio prendevo una mezz’oretta di sole, e non di più perché non lo sopporto, ho messo Mozart e l’ho fatta ascoltare ai germoglietti. Il giorno dopo, di pianticelle ce n’erano decine, e anche se non dessero alcun frutto sono ormai parte della famiglia e verranno nutriti nel corpo e nello spirito dalla mia acqua e dalle mie parole. Oggi, quelle piantine sono alte e le ho già accarezzate più volte, schiacciandole un po’ per eccesso di amore e poi aggiustandole con ulteriore eccesso di amore. Ed anche loro mi hanno sorriso.

Un mondo sbagliato

UN MONDO SBAGLIATO

Questo bellissimo saggio risponde ad una domanda che personalmente mi sono fatta molte volte: ‘Come ha fatto l’uomo a ridurre così il proprio Pianeta e con esso se stesso, e perché ha voluto dominare su ogni essere vivente provando un tale disprezzo per tutto ciò che è ‘altro’ da sé? E’ un libro che consiglio di leggere a chi voglia capire se, in qualche modo, siamo stati condannati a diventare quel che siamo e se la nostra sete di dominio sia insita nel nostro codice genetico.

Tale transizione ha richiesto migliaia di anni e occorre fare molti passi indietro per ricostruirne le tappe.

Innanzitutto, occorre ricordare che il pensiero moderno, che relega la natura e gli animali a qualcosa da sfruttare e dominare, anche se parte da molto più lontano, è stato fortemente inculcato da alcuni testi principali e da alcune figure che si sono avvicendate nella cultura occidentale: La Bibbia, ad esempio, che sostiene che la terra è destinata a servire esclusivamente i fini dell’uomo. La Genesi, però, scritta da uomini del Medio Oriente, è la scrittura di miti e modus tramandati oralmente per secoli in quelle terre. Vi è poi l’antica Grecia, col pensiero Aristotelico entrato direttamente nel nostro attuale dna. Per Aristotele, il dominio sulla natura è sancito dalle leggi naturali. Questo pensiero verrà poi riproposto da altri filosofi quali San Tommaso d’Aquino, Bacone, Cartesio. Il contributo di quest’ultimo è stato quello di recidere ogni legame tra uomo e natura, elevando l’uomo a dominante e distinguendolo dalla natura. Per Cartesio, gli animali non sperimentano piacere né dolore e sono paragonati a macchine. E’ facile oggi dire che Cartesio non sapeva quel che diceva, perché in realtà il suo pensiero era frutto di un pensiero ereditato e che si perde in tempi antichissimi, e a sua volta ha influenzato il pensiero moderno, altrimenti non saremmo a questo punto.

E dunque, dove si colloca l’origine del dominio? Perché l’uomo si sente legittimato a dominare su tutto e su tutti? Perché, non dimentichiamolo, il dominio si manifesta con altre mille modalità: la schiavitù del nero da parte del bianco, la misoginia dell’uomo verso la donna, la società patriarcale nei confronti della donna e dei figli, il colonialismo, per fare solo alcuni esempi.

Molti studiosi oggi concordano sul fatto che l’origine dell’alienazione dell’umanità dal resto della natura sia riconducibile alla transizione dall’economia di raccolta a quella agricola. Prima dell’agricoltura, avvenuta solo 10mila anni fa, l’Homo sapiens sapiens è stato un raccoglitore. E’ interessante sapere questo: se il momento distintivo tra noi e le altre grandi scimmie (volendo avere una visione scientifica) è avvenuta 10 milioni di anni fa, e questi 10 milioni di anni venissero compressi in un solo anno solare, siamo stati raccoglitori fino alle ultime 8 ore e 45 minuti, dopodiché siamo divenuti agricoltori in una transizione di 4mila anni.

Tutto, prima, era motivo di stupore e di venerazione, poiché l’uomo non viveva nella natura ma era della natura e considerava ogni altra manifestazione naturale come qualcosa degno di sacralità. Ciò che accomuna le principali religioni del mondo antico, infatti, è la credenza che in natura oggetti e luoghi siano dotati di ‘spirito’. La religione giudaico cristiana sostiene, invece, che lo spirito è separato dalla natura e l’uomo deve governarla in quanto unico essere dotato di spirito. Le religioni di un tempo, quindi, erano animiste, e conferivano a laghi, fiumi, e foreste ma soprattutto animali – un’anima individuale. E’ la mia stessa credenza e non è affatto difficile da credere, basta porsi in modalità percettiva.

I popoli primevi vivevano nella natura come parte integrante, conoscevano bene cosa fosse commestibile e avevano una dieta composta, fino all’80%, da vegetali raccolti soprattutto dalle donne e dai bambini. Erano le donne ad essere le principali procacciatrici di cibo, e da esse dipendeva la sopravvivenza dei gruppi. E’ solo molto più tardi nel corso dell’evoluzione che farà la sua comparsa la vera e propria caccia pianificata, molto più tardi della comparsa di Homo sapiens sapiens, ma l’uomo continuò a cibarsi di vegetali anche allora, ad eccezione delle sole regioni dell’estremo nord. Peraltro, la teoria che ci vorrebbe carnivori da sempre, e che questa pratica avrebbe determinato il nostro sviluppo, è oggi ritenuta del tutto superata. In gran parte, essa è stata introdotta dal grande e fuorviante apporto di antropologi maschi che hanno attribuito ogni ritrovamento di armi all’ancestrale necessità di cacciare dell’uomo; solo la nuova antropologia ha rimesso a posto le cose, sostenendo che molte lance ritrovate erano utensili delle donne raccoglitrici. Le donne, pertanto, erano venerate in quanto procreatrici, raccoglitrici e preparatrici di cibo, guaritrici perché conoscevano la materia prima; il loro potere ispirava l’arte originaria, e molte sono le statuette femminili della tarda età della pietra, note anche come ‘Veneri’. In questa fase, l’uomo non era ancora a conoscenza dei principi della propria fertilità e ruolo nella procreazione. Tale conoscenza, avvenne proprio quando gli umani cominciarono ad addomesticare gli animali e a vivere in continuità con gli stessi per lungo tempo.

Ciò che è fondamentale comprendere, è che gli umani primevi consideravano gli animali predati come degli uguali, come dei fratelli. Riconoscevano l’anima di ogni animale e desideravano che questa non si vendicasse per aver ucciso il corpo che la ospitava.

I rituali di caccia erano il sintomo di un senso di colpa, e vennero pertanto inseriti per credere di essere stati autorizzati da entità superiori a commettere qualcosa che l’uomo non avrebbe dovuto commettere. Spiritualmente, infatti, uccidere è il peggiore danno che possa essere fatto alla propria e stessa anima innanzitutto. Attraverso la caccia, gli uomini compensavano uno squilibrio all’interno del gruppo, derivante dal potere delle donne. La caccia, quindi non era tanto la conquista di cibo quanto la conquista di potere, il potere dell’animale ucciso.

Poi, siamo divenuti agricoltori. Per quasi 10 mila anni i popoli dell’Occidente hanno svolto attività agricole, manipolando così la natura a loro vantaggio. Noi, in quanto occidentali, siamo imbevuti di cultura agricola anche se non abbiamo mai preso una zappa in mano, dato che la cultura ancestrale è ciò che determina il nostro modo di leggere il mondo ancora oggi. E non a caso, l’uomo occidentale ha inventato la schiavitù, l’espropriazione delle terre, l’illegalità, la distruzione delle culture locali e lo sterminio completo degli animali selvatici e dei popoli conquistati.

I primi cacciatori-pastori vennero a conoscenza del risultato finale dell’accoppiamento e del ruolo del maschio e della femmina rispetto ai cicli della vita. Appresero le tecniche utili per ingrandire la propria mandria, agevolando la nascita di femmine e castrando i maschi. Per quanto ne sappiamo, le pecore furono i primi animali a essere stati addomesticati, circa 11mila anni fa nel nordest dell’Iraq. Poco tempo dopo toccò alle capre e, dopo ancora, ai maiali e ai bovini. Agricoltura e pastorizia cambiarono definitivamente il paesaggio e il rapporto tra natura e uomo. I coltivatori si assicurarono il surplus produttivo disboscando, espandendo i campi coltivabili e deviando corsi d’acqua per l’irrigazione. I pastori si assicurarono lo stesso espandendo i pascoli e aumentando la dimensione delle mandrie. Questo comportò una popolazione in crescita nell’antico Medio Oriente e necessità maggiori di scorte; fu questo a far nascere le classi subalterne governate da élite ricche e potenti, da una parte, ed espansionismo e militarismo dall’altra, che a loro volta portarono alla schiavitù.

A Gerico, nei pressi del fiume Giordano, le prime mura furono erette nel 7200 a.C. ed erano un segno di difesa dallo stato di guerra legato all’ordine agrario. Per controllare i conflitti sociali legati alla spartizione dell’acqua, delle terre coltivabili e degli animali ancora allo stato brado, furono necessarie nuove forme di controllo. Ben presto, i grandi uomini divennero re, le élite più forti soggiogarono altre regioni, se le annessero e fondarono gli stati-nazione. Per riuscire a mantenere il controllo sociale, i sovrani si servirono di eserciti e di schiavi, mentre alcuni individui cercavano con la forza di raggiungere la cima della scala sociale. Erano i maschi esperti di guerra, gli uomini che possedevano le armi e l’antichissima cultura dei cacciatori-guerrieri. La continuità culturale tra cacciatori, guerrieri e governanti è evidente nell’arte dell’Antico Egitto e della Mesopotamia, nelle cui scene di caccia al leone e al toro viene rappresentato il modo abituale in cui venivano raffigurati l’eroismo e i poteri personali dei re arcaici. Anche la pratica della schiavitù ne è strettamente connessa. La stessa pratica del sacrificio umano trova origine nei rituali di guerra che sono, a loro volta, derivati da antichi rituali di guerra. L’assassinio rituale serviva ai guerrieri per dotarsi di quella durezza virile necessaria per infliggere una morte violenta e affrontarne le conseguenze emotive. Il sacrificio umano è pertanto uno dei tanti rituali usati dalle culture guerriere per ottundere i sentimenti e incoraggiare le azioni aggressive, come combattere, prendere scalpi, fare incursioni, uccidere, cacciare, competere con altri uomini in attività agonistiche violente. Col tempo, tali pratiche divennero regolari consuetudini di guerra e furono canonizzate in racconti, miti, cerimonie e rituali.

L’espansionismo, poi, è una specialità occidentale. Ecco perché in tutte le civiltà agricole emergenti vediamo comparire gli stessi sovrani assoluti, la stessa casta sacerdotale, le stesse élite dominanti e le stesse dispotiche città-stato. Secoli dopo, gli eredi culturali del Medio Oriente, cioè noi occidentali (europei e americani), abbiamo esplorato, conquistato e colonizzato tutti i continenti.

Quindi, tirando le somme, la caccia prima, la pastorizia poi e infine la riduzione in schiavitù di animali grandi e potenti, soprattutto bovini e cavalli, hanno diffuso nella cultura occidentale un delirio di onnipotenza misto a valori di predominio tipici dei popoli pastorali. E il passaggio cruciale è avvenuto quando questi valori sono stati integrati nella religione e nelle istituzioni militari e di governo.

Nel soggiogarli fisicamente, gli uomini ridimensionarono gli animali anche dal punto di vista mentale e culturale. Castrati, aggiogati, imbrigliati, impastoiati, rinchiusi e incatenati, gli animali domestici furono completamente sottomessi e, per la prima volta, gli umani si considerarono come esseri separati dal resto della natura. I sacrifici rituali, comuni in tutto il mondo, assunsero dimensioni gigantesche: alla consacrazione del tempio di Salomone a Gerusalemme, gli Ebrei macellarono 22mila buoi e 120mila pecore. Nella Grecia classica, i sacrifici animali erano così frequenti che si diceva che il Partenone puzzasse come un mattatoio.

Avevamo un legame fortissimo con la natura e gli animali, ma abbiamo scelto la supremazia ponendoci sul primo gradino della scala e ricevendo in cambio una profonda frattura tra noi e il resto del mondo vivente.

Temo, senza ritorno.

Occasione perduta

EPIDEMIE

Prima o poi – speriamo – questa pandemia regredirà lasciandoci in pace, almeno fino a che, un’altra calamità, non farà capolino come nuova minaccia. Questa avrebbe dovuto essere un’occasione per riflettere sulle connessioni tra l’emergere di pandemie e la distruzione della natura e degli ecosistemi. Non mi pare che se ne sia parlato, non mi pare che si siano voluti introdurre nuovi criteri e nuove abitudini, non mi pare che gli scienziati siano scesi in campo né che i Governi si siano detti d’accordo nel prendere in mano la situazione. Nemmeno mi pare che, il mondo intero, abbia detto alla Cina che quello schifo dei mercati di animali selvatici vivi, macellati al momento, deve chiudere. Che queste pratiche immonde non devono più essere praticate e non certo, in primis, per l’eventuale minaccia all’uomo. Siamo così concentrati su noi stessi, la specie eletta a cui nulla deve capitare, da non essere capaci di comprendere come noi siamo la causa dei nostri stessi mali. Se perdiamo anche questa preziosissima occasione, di situazioni di questo tipo, che vanno ad aggiungersi a tutto ciò che già ci fa ammalare ma che pare sia del tutto normale, ne vedremo ancora. Continuiamo pure, imperterriti, a distruggere e a praticare abitudini in contrasto con l’equilibrio del sistema.

Nel frattempo, mentre si stava in casa, la natura si è espansa. In molte località urbane e semi-urbane, tornate libere da auto, smog, rumori, persone e schiamazzi, molti animali selvatici hanno ricominciato a girovagare riprendendosi quella libertà che avrebbero avuto il diritto di mantenere ma che noi – sempre la specie eletta a cui nulla mai deve accadere – abbiamo tolto loro da tempo. Noi decidiamo su tutto e tutti, ignari che esista anche un karma collettivo, non solo personale. Intanto, però, l’aria ha potuto in parte ripulirsi, le acque, senza gran parte degli sversamenti inquinanti, anche.

Cosa succederà quindi, dopo? Penso che non succederà nulla. La gente, privata delle solite abitudini per un mesetto, non vedrà l’ora di volare riappropriandosi del cielo. Non vedrà l’ora di prendere la macchina e di andare in giro a casaccio pur di affermare il proprio dominio. Avrà anche tollerato un mese a casa ma che non si parli di dover rinunciare alla vacanza al mare. Riprenderanno le partite di calcio senza le quali l’uomo medio sembra non essere  in grado di esistere, riprenderanno gli happy hour e le mode per stordirsi i cervelli, riprenderà il gratta e vinci. L’importante sarà condurre la vita di sempre, con tutti i propri condizionamenti, pensando di averla scampata.

Peccato, avrebbe dovuto essere un’occasione ma verrà perduta.

Biofilia

VIOLETTA NELL'ASFALTO

E’ l’amore per la vita, per il mondo vivente e, poiché ci siamo evoluti nella natura, la natura è la nostra casa, il nostro DNA. Siamo strutturati geneticamente per considerare la natura come il nostro habitat, ossia quell’ambiente da cui la nostra stessa sopravvivenza dipende. Anche chi non se ne renda conto, ha desiderio della natura su un piano spirituale, ne avverte il richiamo che magari lascia inascoltato. Ecco perché nelle città antropizzate e urbanizzate ci si ammala. Nevrosi e depressioni possono essere intese come malattie spirituali, e – non trattate in tal senso dalla medicina convenzionale occidentale – sono assai temibili. La disconnessione col mondo naturale equivale ad uno strappo profondo, all’essere stati rapiti dal luogo in cui la nostra storia terrena ha da sempre avuto corso. I boschi e le foreste, come le montagne, i fiumi e i laghi, sono luoghi magici di sapienza nei quali risiedono gli spiriti della natura; passeggiando in un luogo naturale, selvaggio, ci calmiamo. E restando in silenzio, col solo ascolto dei suoni naturali, ci giungono profonde intuizioni e messaggi importanti per la nostra evoluzione. La mente si schiarisce, il corpo si rigenera. Gli alberi, coi loro fruscii, ci parlano; l’acqua, col suo movimento, ci offre i suoi saggi consigli; lo scorrere di un fiume ci riporta al fluire della vita, il movimento delle onde alla ciclicità del tempo.

I nostri occhi non sono fatti per guardare un paesaggio urbano, perché non vi ritrovano i verdi e gli azzurri di antica memoria, oggi infatti considerati i colori più riposanti; se ce ne priviamo, qualcosa comincia a disconnettersi gradualmente in noi. Nessun colore è mai stato creato dall’uomo, ma è stato copiato dalla natura, sia come idea che per la sua fabbricazione chimica. Ci sono i colori, dunque, e ci sono gli odori. Passeggiando in un bosco, percepiamo il rilascio degli aromi delle cortecce e degli oli essenziali rilasciati degli aghi. L’acqua ci restituisce, oltre ai suoi bisbiglii, l’odore dei microrganismi che vi lavorano incessantemente. E’ fondamentale accorgersene, dato che la meraviglia altro non è che tutto ciò che è esattamente oggi sotto i nostri occhi, ed anche una piccola violetta che sbuca dall’asfalto rappresenta un vero miracolo, una vittoria del bene sul male, l’unica bandiera da sventolare e da proteggere sotto la quale l’intera umanità dovrebbe riunirsi. Quel fiore, quel filo d’erba, quel piccolo insetto che vi corre sopra, sono inni alla vita più di qualsiasi altra demagogia. Basta sedersi e guardarli per vedere come, la loro perfezione, sia un dono immenso per tutti noi.

C’è l’ascolto delle onde, dei fruscii, dei battiti d’ali, dello scricchiolio di foglie secche. Non c’è creatura che non ci parli e che non desideri comunicare con noi se gliene diamo la possibilità. Basta essere umili: fermarsi, ascoltare, ricevere, ringraziare. C’è anche il tatto: camminare a piedi nudi su una spiaggia socchiudendo gli occhi per percepirne gli effetti, sentire i raggi del sole o quelli della luna (questi ultimi a me più congeniali). Camminare sull’erba, immergere le mani nella terra, abbracciare un albero, toccare i ciottoli immersi in un ruscello, permettere ad una coccinella di camminarci lungo il braccio e lasciarla fare per quanto ne ha voglia.

E c’è la voce. Anche noi possiamo parlare ad ogni creatura, un albero, un prato, un fiore, una piccola lepre. Possiamo salutarli, entrare in connessione e riconoscere la loro anima. Possiamo chiedere loro, ad esempio, di aiutarci a comprenderli e di darci un’altra possibilità.

20 marzo

GIORNATA FELICITA'

Ieri, 20 marzo, era la Giornata Internazionale della Felicità, istituita dall’ONU nel 2012 e nota a pochi. Premesso che non ho una grande simpatia per le ‘giornate’, che lasciano il tempo che trovano e riducono un tema al suo titolo per sole 24 ore, è anche vero che il tema della felicità viene vissuto, dalle nostre parti, come un fatto intimo. Cioè: i problemi, i drammi, le distruzioni e tutto ciò che ci porta angoscia e orrore, sono collettivi e vengono annunciati e trattati dai media costantemente, vomitandoci addosso di tutto. Dobbiamo accoglierli e assorbirli il più possibile, farli nostri e trasformare i sorrisi in disprezzo per il prossimo; dobbiamo ricordarci che l’uomo non è meritevole.

Ciò che di bello esiste, invece, ciò che potrebbe nutrirci l’anima e permetterci di fluire serenamente nella nostra vita raggiungendo felicità e consapevolezza, non trova spazio perché è un fatto privato. La ricerca della felicità è solo tua, non riguarda nessun altro (e potrei essere d’accordo), ma allora anche l’idea che dovrei avere di infelicità pretendo sia solo mia e di nessun altro.

Si verifica il livello di felicità di una nazione guardando al tasso di criminalità, al suo reddito pro-capite, misurando l’aspettativa di vita, il tasso d’occupazione e il livello d’istruzione.

Eppure, moltissime persone ben istruite e di buon reddito fanno uso di psicofarmaci prescritti legalmente, di droghe, di alcool. Personalmente, misurerei il tasso di felicità andando anche a verificare l’audience dei programmi tv spazzatura. Se ti nutri di Barbara d’Urso e di Grandi Fratelli, come puoi pensare di essere felice? E se non leggi un libro, e se non sai stare nel silenzio con te stesso, dove pensi di trovarla e di trovarti? E vogliamo parlare del narcisismo dilagante sui Social? Si misura il tasso di criminalità, ma la violenza silenziosa che avviene all’interno delle nostre case, in relazioni basate su falsità ed egoismo? E la considerazione che, tutt’ora, l’uomo ha della donna, o di un animale, o dell’altro in genere? Come misuriamo i pregiudizi, le false credenze, le distorsioni mentali? E lo scempio dell’ambiente? Chi sradica alberi senza che la coscienza gli parli, è felice? Tutti gli aspetti che potrebbero dare una misurazione della felicità, sono di fatto non misurabili. Ciò che possiamo misurare, invece, e basta farci caso, sono i fenomeni che generano infelicità. Più i consumi aumentano, più essi rappresentano il nutrimento materiale di un vuoto. E’ misurabile solo ciò che la felicità ce la toglie.

E’ l’anima, a dover essere nutrita, o nient’altro sarà mai sufficiente. E la felicità è ciò che facciamo oggi nelle nostre case: la qualità delle nostre azioni, dei nostri pensieri, del nostro sonno, della nostra creatività, delle nostre relazioni, della nostra accettazione.

Esenin

Non sento parlare di poesia; non sento mai che essa sia trattata nei circoli, nei bar, tra la gente comune come un tempo avveniva. Non sento più che i versi siano letti e discussi nelle case, di sera, attorno a un fuoco, o sdraiati su un prato guardandosi negli occhi. Di fronte al mare d’inverno, o ad una luna piena, è ciò che più desidero sia letto e recitato a me da un amico caro, o da un amore sincero. 

Le poesie di Sergéj Aleksàndrovic Esenin, meravigliose, sono di una sensibilità elevatissima. Ne propongo cinque. Trovo che una raccolta di poesie di questo grande poeta russo sia, per me, il più bel regalo di San Valentino. Un regalo deve assomigliarci, deve partire da chi ci ha visto dentro, e in questi temi io mi ritrovo, cominciando dalla prima, che è famosissima e struggente, quanto le altre che ho scelto.

La ballata della cagna

Al mattino nel granaio
dove biondeggiano le stuoie in fila,
una cagna figliò sette,
sette cuccioli rossicci
Sino a sera li carezzava
pettinandoli con la lingua
e la neve disciolta colava
sotto il suo caldo ventre.
Ma a sera, quando le galline
si rannicchiano sul focolare,
venne il padrone accigliato,
tutti e sette li mise in un sacco.
Essa correva sui mucchi di neve,
durando fatica a seguirlo.
E così a lungo, a lungo tremolava
lo specchio dell’acqua non ghiacciata.
E quando tornò trascinandosi appena,
leccando il sudore dai fianchi,
la luna sulla capanna le parve
uno dei suoi cuccioli.
Guardava l’azzurro del cielo
con striduli guaiti,
ma la luna sottile scivolava
e si celò nei campi dietro il colle.
E sordamente, come quando in dono
le si butta una pietra per giuoco,
la cagna rotolò i suoi occhi
come stelle d’oro nella neve.

 

Io ricordo

Io ricordo, o amata, ricordo

Lo splendore dei tuoi capelli,

Senza gioia, con pena

Mi toccò abbandonarti.

Ricordo le notti autunnali,

Il fruscio dell’ombre di betulla.

Fossero stati più brevi i giorni allora

Più a lungo per noi avrebbe avuto splendore la luna.

Ricordo, tu mi dicevi:

‘E tu, o amato, con un’altra

Mi dimenticherai per sempre?’

Oggi il tiglio in fiore

Ha rinnovato i sentimenti,

M’ha ricordato come teneramente

Spargevo di fiore le ciocche ricciute.

E il cuore che mai

Non scema d’ardore

Tristemente amando un’altra,

Come tu fossi la novella preferita,

Con un’altra ti ricorda.

 

Noi adesso ce ne andiamo a poco a poco

Noi adesso ce ne andiamo a poco a poco
verso il paese dov’è gioia e quiete.
Forse, ben presto anch’io dovrò raccogliere
le mie spoglie mortali per il viaggio.

Care foreste di betulle!
Tu, terra! E voi, sabbie delle pianure!
Dinanzi a questa folla di partenti
non ho forza di nascondere la mia malinconia.

Ho amato troppo in questo mondo
tutto ciò che veste l’anima di carne.
Pace alle betulle che, allargando i rami,
si sono specchiate nell’acqua rosea.

Molti pensieri in silenzio ho meditato,
molte canzoni entro di me ho composto.
Felice io sono sulla cupa terra
di ciò che ho respirato e che ho vissuto.

Felice di aver baciato le donne,
pestato i fiori, ruzzolato nell’erba,
di non aver mai battuto sul capo
gli animali, nostri fratelli minori.

So che là non fioriscono boscaglie,
non stormisce la segala dal collo di cigno.
Perciò dinanzi a una folla di partenti
provo sempre un brivido.

So che in quel paese non saranno
queste campagne biondeggianti nella nebbia.
Anche perciò mi sono cari gli uomini
che vivono con me su questa terra.

 

Sono un pastore

Sono un pastore; le mie case sono

le sponde delle pianure ondeggianti,

I pendii per le verdi colline

Con le grida stridenti di beccacce.

Intessono un pizzo sopra il bosco

Di schiuma dorata le nubi,

Nel calmo dormiveglia sul tetto

Sento il fruscio leggero della pineta.

Alla sera splendono verdi

I pioppi umidi.

Sono pastore; le mie case si trovano

Nella verzura dolce delle pianure.

Parlan con me le mucche

Assentendo con la testa

Le foreste profumate

Coi rami chiamano il fiume.

Dimentico dell’umano dolore,

Dormo sulla ramaglia

Prego nei tramonti purpurei,

Mi comunico presso il ruscello.

 

Arrivederci, amico mio, arrivederci

Arrivederci, amico mio, arrivederci.
Tu sei nel mio cuore.
Una predestinata separazione
Un futuro incontro promette.

Arrivederci, amico mio,
senza strette di mano, senza parole,
Non rattristarti e niente
Malinconia sulle ciglia:
Morire in questa vita non è nuovo,
Ma più nuovo non è nemmeno vivere.

 

Caro Inverno

INVERNO 1

La danza della neve

Sui campi e sulle strade
silenziosa e lieve
volteggiando, la neve
cade.

Danza la falda bianca
nell’ampio ciel scherzosa,
Poi sul terren si posa
stanca.

In mille immote forme
sui tetti e sui camini,
sui cippi e sui giardini
dorme.

Tutto d’intorno è pace;
chiuso in oblio profondo,
indifferente il mondo
tace.

                           Ada Negri

INVERNO 4

Neve

Neve che turbini in alto e avvolgi
le cose di un tacito manto.
Neve che cadi dall’alto e noi copri
coprici ancora, all’infinito: imbianca
la città con le case, con le chiese,
il porto con le navi,
le distese dei prati…

                                      Umberto Saba

Snowman

Il pupazzo di neve

Nella notte dell’inverno,
galoppa un grande uomo bianco.
E’ un pupazzo di neve
con un pipa di legno
un grande pupazzo di neve
perseguitato dal freddo.
In una piccola casa
entra senza bussare
e per riscaldarsi
si siede sulla stufa rovente
e sparisce d’un tratto
lasciando solo lo sua pipa
in mezzo ad una pozza d’acqua
ed il suo vecchio cappello.

                                      Jaques Prevert

albero-inverno

L’albero nudo

Un albero nudo
fuori della mia finestra
solitario
leva nel cielo freddo
i suoi rami bruni.
Il vento sabbioso la neve il gelo
non possono ferirlo.
Ogni giorno quell’albero
mi dà pensieri di gioia:
da quei rami nudi
indovino il verde che verrà.

                               Wang Ya-Pung