Movida

MOVIDA

Sono drammaticamente attorniata da persone che non fanno altro che parlare di località in cui andranno, o da cui provengono nei week-end o da settimane di ferie. Mi nauseano. Sembra che, senza tutto questo, la loro vita non abbia un senso, senza il dover raccontare il lunedì del tal posto di grido (rigorosamente al mare, neanche a dirlo!), in cui hanno preso il sole, si sono piazzati in mezzo alla ressa per l’aperitivo, hanno frequentato il tale ristorante. Tutte località banali, i soliti nomi dove vanno tutti. Mai nessuno che riesca ad attirare la mia attenzione con un luogo diverso, una scelta diversa, basata sulla scoperta di qualcosa. Nessuno che mi racconti di un paesaggio diverso, di frequentazioni diverse, di luoghi più intimi e raccolti, senza le quinte della solita messa in scena. Nemmeno uno che mi descriva un’opera d’arte, un piccolo museo sconosciuto in cui ha voluto recarsi a tutti i costi per scoprirne i tesori. E neanche un semplice week-end di chiacchiere vere e sincere, con un normalissimo caffè a casa propria, oppure a leggere un libro per poi raccontarlo.

Io odio tutto questo con l’intera me stessa, e purtroppo ci faccio i conti tutti gli anni. Una serie di éscamotage li avrei anche ideati: non li ascolto. Oppure, se mi raccontano che sono andati a mangiare una fiorentina nel locale di grido, rispondo che sono vegetariana/vegana/fruttariana (secondo la stagione). Detesto gli aperitivi, sono l’emblema della stupidità. A parer mio, tutta la movida del Pianeta Terra andrebbe cancellata per sempre, l’umanità ne avrebbe solo da guadagnare e le persone comincerebbero forse a riflettere sulla propria esistenza.

L’idea di vacanza, intesa come: cerco una località che mi aggradi (al mare, ovvio), prenoto di tutto e di più mesi e mesi prima, faccio la valigia, mi metto in coda da qualunque parte, arrivo e mi piazzo al sole fino all’ultimo minuto dell’ultimo giorno, e poi la sabbia, il caldo, la ressa ovunque, lo struscio serale, l’agghindarsi ad ogni costo, ebbene tutto questo mi stressa enormemente e ho smesso di praticarlo all’età di 19 anni.

C’è poi il viaggio, ed è tutt’altra cosa: a partire dai miei 20, ho inteso vedere il mondo con lo zaino in spalla, senza alcuna prenotazione, alla scoperta del fascino dei luoghi e delle persone. Il viaggio è un enorme arricchimento, purché si entri nelle case delle persone, si mangi e si chiacchieri con loro. Non solo nelle belle residenze in cui si viene ospitati per mestiere, ma soprattutto nei tuguri, tra la gente più umile che ha bisogno di prestare la propria camera per tirare a campare. Ne ho frequentate ovunque, di queste persone, che ti offrono il cuore, che ti donano il loro tempo senza limiti, e sono stati i più bei ricordi. Ti mostrano i luoghi veri, la loro cultura, ti parlano la loro lingua. Li guardi negli occhi e comprendi che l’umanità è una.

Oggi, però, benché ci sarebbero ancora dei luoghi che vedrei volentieri, mi trovo in una fase di viaggio interiore. Non sento la necessità di andare praticamente da nessuna parte, ma non è chiusura come qualcuna ha provato a dirmi, piuttosto un desiderio di fare un check-point preciso, prima di avventurarmi altrove. Sto scoprendo infinite cose di me, e ho quindi bisogno di fermarmi, leggermi, ascoltarmi. Ho bisogno del silenzio, della pace, del solo contatto con la natura e con poche selezionatissime persone che capiscano tutto questo. E’ una terza fase in cui mi sono avventurata da qualche anno. 

Un detto giapponese dice: ‘Il giorno in cui smetterai di viaggiare, sarai arrivato’.

Ecco, forse sono qui.

Un’opera d’arte

Quel Museo era grandioso, pieno di opere preziose e di incredibili bellezze. La gente vi andava a fiumi per ammirare ogni singolo oggetto, ogni singola creazione. L’edificio stesso era un’opera d’arte, con preziosi marmi, statue e decori che lo impreziosivano totalmente.

Al centro del Museo, nella sala principale, era posizionata una statua di rara bellezza, che tutti osservavano con stupore per la sua indicibile perfezione. In milioni, arrivavano da tutte le parti del paese per poter restare anche solo pochi minuti in ammirazione di questa statua.

Una notte, una mattonella di marmo si rivolse alla statua dicendole:

‘ Cara statua, sia io che te arriviamo dalla stessa cava, abbiamo fatto lo stesso percorso per giungere sin qui, siamo passati tra le mani dello stesso scultore. Eppure, io vengo calpestata mentre tu sei adorata. Perché? E’ ingiusto! ‘

La statua rispose:

‘Ricordi che, quando siamo arrivati dallo stesso scultore, il pezzo di marmo che lui scelse per farne una statua eri tu? Cominciò a scalpellarti, ma tu urlavi! ‘

‘Certo che lo ricordo, mi faceva molto male, non sopportavo quei colpi e volevo che smettesse! ‘

‘Esatto. – continuò la statua – Ti sgretolavi tutta; allora lui è passato ad un altro pezzo di marmo, e quel pezzo ero io. E sentivo quei colpi, sentivo quel dolore, mi faceva molto male. Ma sapevo che quello che avrebbe fatto di me era un’opera d’arte. Così ho sopportato il dolore. ‘

Se non vogliamo essere calpestati, ma desideriamo altro, abbiamo bisogno di reggere dei colpi. Quando arrivano quei momenti dolorosi che ci scalpellano, veniamo scolpiti. Dovremo sopportarli per ciò che saremo dopo: un’opera d’arte.

Incontro karmico

 

INCONTRI KARMICI

Quando si incontra e si frequenta qualcuno e, senza una ragione particolare, si percepisce una forte attrazione e legame naturale, oppure una forte avversione, si tratta di un legame karmico. Si incontra, cioè, un’anima con cui riscontriamo di aver già avuto un collegamento precedente, basato su una delle due forze di Amore o Odio. Questi due forti sentimenti, infatti, generano un legame aperto che dovrà essere chiuso e risolto, cioè superato, in una o in diverse vite. La lezione di cui necessitiamo, in questi casi, è di risoluzione dell’odio e della rabbia, o di superamento dell’attaccamento; se non ci si riesce, quel legame proseguirà nella vita o nelle vite successive, per chi crede nella reincarnazione, riproponendo l’incontro con la stessa anima per riportare l’attenzione su questa necessità.

Nel caso dell’Amore, ciò che contraddistingue l’incontro karmico è la natura stessa dell’attrazione, che è istintiva, non ragionata, non basata su alcun fatto né apparente motivazione, tantomeno estetica o emotiva. Può presentarsi infatti verso una persona che non risponda ai nostri storici gusti, che non rientri nella nostra ideale classificazione. E’ il caso di dire, piuttosto, che tale anima ci attrae ad essa con una forza prorompente. Non è attrazione sessuale ma è molto di più, è un legame inspiegabile.

Gli incontri karmici, funzionali quindi alla risoluzione di questioni antiche, non determinano un vero e proprio rapporto, che non si crea, non decolla, ma lascia un segno. Tutto appare irto di difficoltà, molte sono le resistenze, i conflitti; inspiegabilmente, a dispetto dell’attrazione, risulta impossibile determinare qualcosa, far confluire l’incontro in una storia che abbia un inizio, uno svolgimento e una fine. Accadrà di tutto per far saltare ogni più rosea aspettativa. Eppure, quella è una vera storia d’amore, la più bella, la più vera, l’unica degna di questo nome. Quella anima fa parte della tua vita, l’hai percepito subito e non la scorderai più. Non è apparsa così, di punto in bianco, tu sapevi che l’avresti incontrata perché è nella tua memoria, non sapevi quando ma sapevi che sarebbe accaduto. E quando accade, quel preciso evento interrompe la tua esistenza svolta fino a quel punto perché questo è uno degli avvenimenti più importanti che stavi attendendo. E’ un’unione che c’è già stata, un’anima che hai già amato in un lontano passato. L’hai riconosciuta all’istante come la riconoscerai ancora in qualunque altra veste. Non bastano le ragioni che si cerca di trovare, sono tutte insufficienti, prese una ad una o tutte insieme non spiegano nulla.

Fino a che il vincolo karmico non è sciolto, lo stesso incontro avverrà di nuovo, e non si scioglie con l’unione delle persone ma col superamento dell’attaccamento a questo amore. L’incontro karmico, infatti, non è l’incontro con la persona giusta e l’anima sbagliata, ma con la persona sbagliata e l’anima giusta. Non è il rapporto di coppia perfetto, ma esattamente il contrario, dato che le esigenze dell’anima sono altre rispetto ad un tranquillo matrimonio.

Ecco perché certi rapporti d’amore conflittuali, ma che agiscono ad un livello più profondo, lasciano un che di irrisolto, un desiderio di incontrare di nuovo quell’anima per capire meglio, per chiudere gli aspetti lasciati aperti, per liberarci da un vincolo da noi stessi creato ma da cui non abbiamo tratto insegnamento. Si è persa un’occasione e si dovrà attendere di nuovo, si è cercato altro e non ciò che andava cercato. Ecco perché quell’anima la incontreremo ancora e l’aspetteremo sempre. 

Amore per la Vita

BOSCO

Il contatto con la natura, imprescindibile per il genere umano, prende il nome di biofilia, dal greco ‘amore per la vita’ o ‘ amore per il mondo vivente’. Poiché ci siamo evoluti nella natura, sentiamo l’esigenza di dover mantenere un legame con essa. Anche se molti ne hanno perso consapevolezza, tutti noi ci sentiamo a casa negli ambienti incontaminati, perché è lì che abbiamo trascorso la maggior parte della nostra esistenza. Non crediamo, dunque, a chi vorrebbe renderci dei bipedi che si facciano bastare l’artificiosità dei paesaggi, l’eccessiva antropizzazione. Siamo, invece, strutturati geneticamente per amare la natura perché sappiamo che la nostra stessa esistenza e sopravvivenza dipende da essa.

Basta poco per ritrovarla e ritrovarsi. Passeggiare in un bosco, anche cittadino, ci riconnette alla nostra natura più vera e più antica. Lasciamo a casa il telefonino e ogni altra distrazione, rallentiamo i ritmi e immergiamoci nel presente, osserviamo, ascoltiamo, percepiamo. Ne otterremo grandi benefici per la nostra salute e la nostra mente. Le immersioni in un bosco rafforzano le difese immunitarie, aumentano l’energia, alleviano l’ansia, la depressione, la rabbia. Riducono lo stress, aumentano la chiarezza di pensiero, la creatività. Ci giungono quelle soluzioni che non potevano farsi strada in altre circostanze, capiamo il senso delle cose.

Il colore verde, ritenuto rilassante, è proprio quel colore che ci ricorda da dove arriviamo, quando dal verde eravamo circondati. E’ un istinto primordiale: dove c’è verde c’è acqua, dove c’è acqua c’è cibo.

Meravigliamoci di fronte alla natura, pensiamo oltre noi stessi. Comunichiamo con gli alberi come abbiamo sempre fatto, anche se è un singolo albero su un marciapiede. Ringraziamolo e rispettiamolo. Ogni anno, in tutto il mondo, vanno perduti più di 13 milioni di ettari boschivi: un’area paragonabile alle dimensioni dell’Inghilterra. La loro perdita è la perdita della biodiversità, l’aumento degli inquinanti, la cancellazione delle culture dei popoli delle foreste. E’ la perdita di noi stessi, soprattutto quando pensiamo che ciò che accade molto lontano da noi non comporti per noi alcun danno. Amiamo dunque, di più, la nostra casa.

Infedeltà

PIUMASosteneva Kant che per stabilire cosa possa essere considerato morale, è sufficiente immaginare che tutti attuino lo stesso comportamento. Se ci sta bene, il comportamento è morale, altrimenti no. E’ il caso dell’infedeltà di coppia, che va per la maggiore; essere infedeli, essere sleali, significa innanzitutto voler cercare al di fuori di sé delle emozioni momentanee, una sorta di potere che ci allontana da noi stessi. Esiste un’essenza di noi che non varia nel tempo, ed è quella parte che ci fa essere consapevoli di chi siamo. In realtà, l’infedele lo è anche verso la parola data, verso alcuni principi, verso le persone in genere, perché vive di sotterfugi sentendosi furbo. Ottiene invece di allontanarsi da sé, andando incontro ad una solitudine, in quanto questo allontanamento lo fa perdere, gli fa ritenere di dover cercare qualcosa oltre se stesso. La fedeltà è quindi un fatto etico, un allineamento ai principi interiori universali che appartengono indistintamente a tutti; l’anima ricerca il bene e avverte immediatamente quando non se ne nutre. Occorre inoltre distinguere: se l’infedeltà è l’inizio di una nuova vita, di una nuova evoluzione di noi stessi, se in pratica è amore e un vero incontro, allora ha un valore perché determina una svolta. Se, al contrario, è la ricerca di un beneficio personale, essa è un atto totalmente egoistico anche se attuato da entrambe le parti. E’ un soddisfacimento di basso livello che porta ad offendere la persona che subisce l’infedeltà e ad offendere la persona con cui si attua l’infedeltà, perché, offrendole poco, donandole nulla, essa è del tutto svalutata, come svalutato è il valore della sua vita. E svalutando l’altra persona, l’infedele svaluta se stesso, ponendosi ad un piano basso e considerandosi poco, allontanandosi dalla parte più pura che gli appartiene e ottenendo di depauperarsene. L’infedeltà è menzogna, è doppio egoismo e, chi ha questo come orizzonte, è un’anima perduta. Non ci sono esigenze il cui facile soddisfacimento possa veramente appagarci; l’anima richiede invece di restare ad un livello alto, di avere cura delle nostre intenzioni ma anche della qualità dei nostri pensieri. E’ così che ci innalziamo, è così che possiamo proseguire.

21 giugno

YULIN - CANI

Si stima che, solo nelle case degli italiani, vi siano almeno 6 milioni di cani regolarmente tatuati o dotati di microchip, in Europa 66 milioni. Se tutti i detentori di un cane tatuato, che si presume lo abbia a cuore avendolo anagrafato, firmassero contro l’orrore del Festival della carne di cane di Yulin che avrà inizio il 21 giugno in Cina come tutti gli anni, l’effetto sarebbe importante.

Credo invece che a firmare siano sempre gli stessi, anche molti che un cane nemmeno ce l’hanno. In effetti, non è fondamentale averlo per comprendere che quello schifo vada fermato, ma è d’obbligo che tutti i possessori di un cane, che sostengano di amarlo, lo facciano. Altrimenti non lo amano. Così come non possiamo sostenere di amare i bambini se ipernutriamo il nostro e siamo insensibili contro le altrui creature, allo stesso tempo non possiamo guardare negli occhi il nostro, di cane, senza vergognarci per non aver fatto nulla per quelli come lui che, semplicemente, sono nati da un’altra parte.

E’ vero, ci sono quelli che comprano un cane (non lo adottano) per farne un’estensione estetica di sé, per mostrarlo in giro, per sentirsi più temibili, per agghindarli. Malati di mente da cui non c’è nulla di buono da aspettarsi. Ciò che non mi sarei aspettata, invece, è che sui siti dei principali operatori cinofili non compaia una parola – dico una – su questa tragedia, come se l’occuparsi dell’educazione cinofila fosse solo una professione e che, per questo, sia avulsa dall’affrontare temi che riguardano le specie con cui si intrattiene. Come possono pensare di saper comprendere i cani se poi non utilizzano questo loro sapere per cambiare il mondo? Potrebbero, come operatori, organizzare cortei presso l’Ambasciata Cinese, alimentare raccolte di firme. Potrebbero fare cultura sul rispetto, sulla non violenza.  Potrebbero diffondere la conoscenza di quel Festival ai molti che purtroppo ancora non lo conoscono. Potrebbero.

YULIN- CANI 2

Io non ho un cane, ma continuerò a firmare, per diversi giorni e su svariate piattaforme. Scriverò mail e continuerò a farlo anno dopo anno, fino a sperare che quella sagra dell’orrore finisca per sempre e smettere di pensarci. Mi vergogno di queste manifestazioni dell’uomo, chiedo a quei cani di perdonarci, di comprendere la nostra sete di violenza, loro che ci guardano negli occhi fidandosi di noi. Nel frattempo, poiché non guardo quasi mai la televisione, non so se i telegiornali ne parlino. Immagino siano molto occupati nei soliti salamelecchi nei confronti dei potenti di turno. Poveri cani, ma anche poveri noi.

Legàmi

LEGAMI

Ciò che ci viene insegnato sin dalla nascita, è di essere etero-diretti, ossia esercitare la nostra esistenza badando agli altri, alle loro istanze, ai loro desideri, alle loro aspettative. Viviamo così per anni, e non tutti se ne rendono conto. Nella migliore delle ipotesi, ciò che avviene in questi anni è di perdere di vista noi stessi e di trasformarci in un prodotto  altrui per la sua soddisfazione. Nella peggiore delle ipotesi, invece, cioè quando ne siamo consapevoli perché abituati ad ascoltarci, può avvenire uno scollamento dell’anima, se non interveniamo per  riprenderci ciò che ci è stato rubato. Ci vuole coraggio. Tutto avviene lentamente, giorno dopo giorno, con piccoli compromessi, piccoli ricatti, lievi sorrisi di circostanza, lievi adattamenti. Anche, anzi soprattutto, all’interno della propria famiglia. C’è una tipologia di persone che ho osservato negli anni: sono coloro che parlano spesso dei propri familiari come fossero divinità. Io, istintivamente, diffido di quelle persone perché le ritengo false. Nessun coniuge, nessun genitore, nessun figlio è una divinità; piuttosto, vi è l’interesse a voler mostrare una certa immagine di sé come di persone la cui vita sia perfettamente risolta anche negli affetti. Mai un conflitto, mai un vaffanculo, mai un’incomprensione o un rancore, così perlomeno mostrano di se stesse. Le persone vere, invece, possono voler bene come, al tempo stesso, desiderare di scappare su un’isola deserta per liberarsi delle pesanti dinamiche familiari, ed entrambi i sentimenti non sono affatto in conflitto. Sono sentimenti veri, che non necessitano di essere mostrati a nessuno, tantomeno sui social, di cui in genere quel tipo di persone fa grande uso.

Arriva un momento, dunque, in cui abbiamo bisogno di zittire il rumore attorno a noi, di gettare ogni maschera e stabilire di voler essere chi siamo abbandonando ogni schema. Ciò che più desideriamo è di ascoltare noi stessi e la nostra personale storia, che nulla ha a che vedere col marito o con i figli. Nessuno di noi è nato per sposarsi, né per avere figli. Entrambe le esperienze possono avvenire, naturalmente, ma non devono farci perdere di vista la nostra missione. E spesso, per riprenderla in mano, è necessario spostarsi da un tragitto collettivo per intraprenderne uno personale. Così è accaduto a me; sentivo che il concetto di famiglia mi andava stretto, in quanto mi impediva l’ascolto di me stessa. E anche se la società, se per esempio ti separi, ti fa le condoglianze, ho strizzato l’occhio a me stessa. Ho anch’io un concetto di famiglia, ed è basato sulla totale noncuranza delle regole sociali, ma si avvale di una forte connessione spirituale, ed è tutto ciò che mi importa. La mia famiglia si è così allargata moltissimo, e ora vi fanno parte molte più persone.

Due mesi fa, avevo interrato dei semi di avocado per vedere come si sarebbero comportati. Li controllavo di tanto in tanto, li bagnavo, dicevo loro di darsi da fare, ma niente. Poi, la scorsa settimana, quando in sostanza pensavo che non intendessero più farlo, ecco che sono improvvisamente germogliati ed ora sono delle belle piantine. Ho capito, poi, cos’era successo: aspettavano semplicemente la temperatura giusta. Quei semi attendevano il loro momento, le condizioni giuste per superare i loro stessi ostacoli. Quando, infine, arriva il momento di realizzare la nostra propria natura, di sconfiggere le nostre ombre, il processo si avvia inesorabilmente e non chiede di essere gradito a nessuno. Non avremo più bisogno di colmare alcunché, perché nulla sarà più da colmare. Potremo girare davvero pagina e avere noi stessi come perno della nostra esistenza.

LIMAV


MACACHI

Esiste anche la LIMAV, organizzazione internazionale di medici che ha, come finalità, l’abolizione della sperimentazione animale e una visione della medicina non antropocentrica. Bravi! Penso di volerli sostenere come socia. Il fatto è che, nonostante si pensi il contrario, un numero sempre maggiore di persone e di professionisti sta innalzando la propria coscienza al disopra delle brutture alle quali altri vorrebbero che ci abituassimo. Invece, qualcuno comincia a mettere le cose in discussione e ne parla ad altri, poi si condivide un modo diverso di concepire la vita nostra e altrui e a pretendere il rispetto per tutti, e il processo parte. Nascono organismi, associazioni, movimenti, e questi generano un effetto che cresce vertiginosamente. Oltre all’inefficacia ormai comprovata della sperimentazione animale, c’è innanzitutto il fatto che non abbiamo il diritto di considerare alcuna creatura come un oggetto di cui disporre a nostro piacimento inducendogli dolore e privandolo della sua vita. Questo è un gravissimo peccato, sia verso gli animali che verso noi stessi, che non siamo stati creati per questo.

‘4 macachi, forse 6. Nati per essere cavie, verranno immobilizzati, resi ciechi tramite un intervento chirurgico, sottoposti a test ed esperimenti per cinque anni e poi, quando non serviranno più, “eutanasizzati”, ovvero uccisi. La ricerca ha avuto il via dall’Università di Torino, dipartimento di Psicologia, in collaborazione con l’ateneo di Parma (dove si trovano fisicamente gli stabulari dei macachi) ed è stata finanziata con 2 milioni di euro.’
“Il cervello non ha recettori del dolore” si giustificano i ricercatori, ma al tempo stesso si cautelano “siccome il progetto prevede una lesione unilaterale della corteccia visiva primaria, si ritiene cautelativamente opportuno stimare il livello di sofferenza atteso come grave”.

Certo, c’è il solito ritornello per cui tutti vorrebbero curarsi qualche malanno, ma occorre considerare che la maggior parte delle malattie sono indotte dallo stile di vita perlopiù indotto da un sistema marcio, che ci vorrebbe tutti ammalati per considerarci un business. E quanti animali vorremmo sacrificare con la nostra bramosia? E senza compassione, come potremmo definire noi stessi?

Capire

ANIMA

Quando si compie un percorso spirituale, quando le domande che ci si pone da sempre sono sulla nostra vera natura, sul perché ci accadano determinate cose, su quale sia la nostra missione, quella vera, è l’inizio della felicità. La nostra anima ha un sapere antico, frutto delle esperienze già acquisite e di quelle che ha bisogno di fare di reincarnazione in reincarnazione. La nostra anima ha bisogno del corpo per acquisire queste esperienze, per evolversi possibilmente in una spirale ascendente, per produrre buon karma. Quando si comprende questo, si comprende sostanzialmente tutto: il senso delle esperienze e degli incontri, il senso del dolore, il senso dei nostri errori verso noi stessi e verso gli altri. Si comprende chiaramente come sia fondamentale la qualità del nostro agire, dei nostri pensieri, di ciò verso cui poniamo attenzione. Ciò che si arriverà soprattutto a comprendere è la necessità di far evolvere la nostra anima lungo l’interezza del suo percorso, di cui questa nostra vita rappresenta solo un breve tratto. L’insegnamento più prezioso è di considerare la natura vera dell’anima, che è sempre di felicità, e di vedere il mondo materiale e le cose che ci accadono solo per quello che sono: una rappresentazione teatrale a cui partecipano una serie di personaggi che, come in una pièce, entrano ed escono dalle quinte, recitano una parte maggiore o minore, a volte una sola battuta, ma il tutto è funzionale ad un’esigenza estremamente più alta, ossia quella di pagare i debiti karmici e di       produrne di buono per la vita successiva. Tutto ciò che ci accade, ha un tempo limitato, anche se dovesse durare per questa intera esistenza. I tempi dell’anima, infatti, sono assai più ampi; ciò che per noi quaggiù rappresenta una tragedia, per l’anima può rappresentare la lezione che aspettava, per ottenere la quale si è di nuovo reincarnata. E’ il patto che ha stretto all’inizio, verso il quale non può e non deve mancare. Così nelle prossime esperienze, fino a raggiungere livelli più elevati. Occorre avere una vista spirituale, usare cioè un senso che capta oltre i corpi, oltre il tempo, oltre lo scorrere dei drammi.

Si guarda agli altri non come a delle persone fisiche che si muovono nella scena del momento, ma bensì alle loro anime, portatrici di antiche memorie, antichi dolori, pronte anch’esse a rinnovare l’esperienza quando sarà il momento. Guardi nei loro occhi e ne vedi l’anima. Guardi negli occhi di un animale e ne vedi l’anima. Guardi una pianta e ne vedi l’anima. Senza ciò che ci anima, infatti, tutti noi saremmo solo dei cadaveri, dei tronchi morti, portatori di nulla.

Ma l’anima, ci conduce altrove secondo la nostra personale missione. Capiamo il disegno più grande e comprendiamo il viaggio che stiamo svolgendo, e a che punto siamo.

Virtus

Mentre ascoltavo un’interessante lezione, venivano citate delle virtù. Così, ho voluto ripassarle un po’ e vedere a che punto mi sembra di essere rispetto a ciascuna di esse (per alcune sono ancora lontana..). In ogni caso, è un bellissimo esercizio già leggerle.

Per San Tommaso d’Aquino, che ne descrive ben 54,

‘Le virtù umane sono attitudini ferme, disposizioni stabili, perfezioni abituali dell’intelligenza e della volontà che regolano i nostri atti, ordinano le nostre passioni e guidano la nostra condotta secondo la ragione e la fede. Esse procurano facilità, padronanza di sé e gioia per condurre una vita moralmente buona. L’uomo virtuoso è colui che liberamente pratica il bene’.

Esse sono:

  1. Prudenza, da cui derivano:

memoria del passato, conoscenza del presente, previsione del futuro, docilità, solerzia, riflessione, circospezione, cautela o precauzione, prudenza del singolo, prudenza familiare, prudenza politica (che relaziona il singolo con la comunità), prudenza governativa, propria di chi governa, buon consiglio, buon senso e discrezione.

  1. Giustizia, da cui derivano:

fare il bene ed evitare il male, giustizia generale o del bene comune, giustizia distributiva, giustizia comparativa, giustizia sociale, religione, pietas, osservanza, riverenza, obbedienza, veracità, affabilità, liberalità, epicheia.

  1. Fortezza, da cui derivano:

magnanimità, magnificenza, pazienza, longanimità, perseveranza, costanza.

  1. Temperanza, da cui derivano:

pudore, honestas (bellezza spirituale o morale), astinenza, sobrietà, castità, pudicizia,  continenza, mansuetudine, clemenza, umiltà, studiosità, modestia corporale, eutrapelia,  modestia nell’ornamento.

A queste vanno sommate le 4 virtù teologali.

 

Ma sono diversi gli elenchi di virtù che sono stati concepiti. Ne cito un paio:

 

Le 12 virtù dell’anima:

  1. DEVOZIONE – È la consacrazione di se stessi ad un ideale o ad un impegno, come al servizio di Dio.

  2. SINCERITÀ – Esprime l’assenza dell’ipocrisia, dell’affettazione, della falsità o dell’inganno.

  3. TOLLERANZA – È la saggezza di non giudicare gli altri, in quanto non possiamo mai essere sicuri delle loro vere motivazioni, tribolazioni e motivi personali.

  4. GENTILEZZA – E’ il sincero desiderio di non recare mai del male ad un altro essere. È la considerazione degli altrui sentimenti, la sensibile benevolenza e la simpatia, che vengono espresse in parole ed azioni.

  5. PAZIENZA – E’ la disponibilità di aspettare i risultati dei processi naturali. La PAZIENZA dà  importanza alla calma, all’equilibrio durante la sofferenza o la provocazione e durante lo svolgimento di un lavoro impegnativo.

  6. PRECISIONE – E’ il prodotto dell’esattezza, dell’accuratezza, delle cose ben definite. Una persona PRECISA è puntuale e profonda, è una persona che pensa sempre in anticipo, sulla quale si può contare.

  7. EFFICIENZA – E’ l’abilità di trattare con il proprio ambiente con la minima spesa d’energia, di tempo e di materiale.

  8. INDULGENZA – E’ la capacità di trattenersi e di avere la serenità della mente nonostante la provocazione.

  9. DISCRIMINAZIONE – Implica il potere di discernimento delle motivazioni della gente e dei loro caratteri e l’abilità  di vedere la verità  al di là  della superficie apparente delle situazioni.

  10. CORAGGIO – Si deve distinguere dall’audacia, che di solito è una risposta istintiva ad una situazione pericolosa e che implica una mancanza di paura ed una buona dose di spericolatezza. Il CORAGGIO è il prodotto della ragione, sostenuto controllando il proprio potere di determinazione di fronte alle proprie paure. Esso è¨ la nobile qualità del carattere che permette di restare fermamente convinti delle proprie idee nonostante le altrui azioni persuasive.

  11. CARITÀ – Dà importanza all’Amore fraterno, alla clemenza, alla mitezza; è un interesse al benessere degli altri fino al punto di dare del proprio. E’ dedicarsi di cuore alla sofferenza che gli altri devono soffrire, finché non avvenga un avanzamento della coscienza. La CARITÀ’ preclude la critica degli altri.

  12. UMILTÀ – Significa la mancanza di arroganza, di un comportamento snob, dell’egoismo, dell’orgoglio, della superbia.

Ed ecco le virtù dianoetiche (cioè razionali) di Aristotele:

  • l’arte(techne) è la capacità, accompagnata da ragione, di produrre un qualche oggetto;

  • la saggezza(phrónesis) è la capacità congiunta a ragione di agire convenientemente nei confronti di ciò che è bene o è male per l’uomo;

  • l’intelligenzaè la capacità di cogliere i primi princìpi di tutte le scienze;

  • la scienzaè la capacità dimostrativa o apodittica;

  • la sapienza(sophía), per Aristotele la forma di conoscenza più alta, che consiste in quella forma di conoscenza che ha come scopo se stessa e non la produzione di oggetti né le azioni pratiche. Approda alla vita contemplativa o teoretica, una vita dedicata esclusivamente alla ricerca.

E le sue virtù etiche:

  • La giustizia, per Aristotele la virtù intera e perfetta.

  • Il coraggio, giusto mezzo tra viltà e temerarietà.

  • La temperanza, giusto mezzo tra l’intemperanza e l’insensibilità.

  • La liberalità, giusto mezzo tra l’avarizia e la prodigalità.

  • La magnanimità, giusto mezzo tra vanità e umiltà.

  • La mansuetudine, giusto mezzo tra irascibilità e indolenza.