Campo lunghissimo

CAMPO LUNGHISSIMO

Mi capita, non poche volte, di sentirmi dentro un film; in fondo un film altro non è che un brano di vita di qualcuno o di qualcosa. Ci sono diverse affinità tra il modo di vedere ciò che ci accade e il linguaggio filmico dei campi e dei piani (un campo descrive un ambiente, più o meno vasto e generale, ma non si focalizza sul soggetto, mentre un piano descrive principalmente il soggetto). Anche le stesse tecniche di ripresa altro non sono che il nostro modo di muoverci nelle scene della nostra vita.

Ognuno di noi è un unicum e vede e interpreta la realtà secondo il proprio sguardo, il proprio cuore, i propri condizionamenti, il proprio vissuto. In sostanza, guarda alla realtà in soggettiva. Nel linguaggio cinematografico, la soggettiva si ottiene ipotizzando che quanto accade sia visto e interpretato dall’attore soggetto. Se noi, però, siamo consapevoli di questo anche nella vita e, per esempio, quando parliamo con un tizio immaginiamo di essere dotati di telecamera e di riprenderlo, riusciamo a percepire tutta la finzione dell’inquadratura stessa, ovvero il fatto che ciò che stiamo vedendo è unicamente ciò che pensiamo di vedere, dato che non si tratta della realtà in senso assoluto ma, appunto, di una soggettiva. Questa tecnica permette di distaccarsi molto da ciò che avviene e assumere un punto di vista diverso a seconda dei casi, cambiando semplicemente la tecnica. Ad esempio, possiamo immaginare di fare del tizio un primo piano o un piano americano, di inquadrare un dettaglio, un particolare, di ritornare sulla figura intera e così via, ma ciò che vedremo è velato dal nostro sguardo. Si sviluppa la capacità di osservazione e la consapevolezza di non vedere nulla di ciò che è davanti ai nostri occhi, se non una proiezione di noi. La tecnica della soggettiva è interessante quando ci si trova in un piano sequenza, ovvero, mentre una serie di soggetti si muovono in micro scene che avvengono simultaneamente (questo è il piano sequenza), noi vi siamo al centro e osserviamo coi nostri occhi partecipando attivamente. Se, però, ciò che accade e ciò che percepiamo ci tocca troppo emotivamente, allora passiamo ad un campo lungo, ovvero inquadriamo una grande area all’interno della quale le scene che vi si stavano svolgendo prima diventano impercettibili, poi ad un campo lunghissimo, nel quale nessun soggetto è riconoscibile ma la natura e il paesaggio la fanno da padroni. Usiamo lo zoom come meglio crediamo, saliamo su un drone e inquadriamo la catena delle Ande, poi l’intero globo terrestre, poi l’Universo, poi ridiscendiamo a capofitto nel piano sequenza iniziale e facciamoci una risata. Bello, no? Non sempre mi viene, questo esercizio, ma quando mi riesce non è male.

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