Planet Pride

Ho sempre considerato l’omosessualità una non-questione, poiché sarebbe per me come dover parlare dell’eterosessualità in quanto tale. Cosa ci sarebbe da dire? Ho già scritto un post sulla tolleranza illustrando come, tutto ciò che esiste in natura, è implicitamente accettato dalla natura stessa e non sta a nessun altro accettare o tollerare, vocaboli che creano un rapporto di forza dell’uno verso l’altro. Dunque, qui potrei ritenere chiuso il discorso.

In realtà, la questione è molto più sottile, in quanto non ha a che vedere con la natura di una creatura ma col forte condizionamento sociale e culturale prodotto all’interno della famiglia e della società. Stabilito che l’omosessualità è qualcosa di anormale, ecco che il gregge vi si muove collettivamente contro.

Qualche settimana fa, un amico mi ha donato il dvd ‘2 Volte Genitori’, dell’Associazione Agedo. L’ho visto per 4 volte ininterrottamente rimanendo affascinata dalla narrazione. Vi sono alcuni genitori che raccontano la propria storia a partire dalla scoperta di avere un figlio o una figlia omosessuale; poi, l’elaborazione del dramma personale e familiare fino al raggiungimento di una maggiore conoscenza e consapevolezza. Una sorta di morte e rinascita. Ora, credo che i genitori si dividano in tre categorie, riguardo alla questione: quelli che cadono nel dramma toccando il fondo e rialzandosi, come nel caso dei genitori del dvd; quelli che non accetterebbero mai e, dunque, fanno ammalare i propri figli col proprio rancore e quelli (qui mi ci metto io) che non si pongono il problema. Un figlio sia ciò che deve essere e, soprattutto, non sia considerato qualcosa di nostro perché non è affatto così. Un figlio, come un parente, come un conoscente o uno sconosciuto è altro rispetto a noi. Non mi sembra difficile da capire.

Mentre guardavo e riguardavo il filmato, alcuni passaggi mi hanno colpita particolarmente. Ad un certo punto della vicenda di questi genitori avveniva sempre un momento di sconcerto quando si chiedevano cosa gli altri avrebbero detto di loro e del loro figlio (i parenti, i vicini di casa, gli amici, i colleghi). Il loro terrore era nel non sapere come porsi, come spiegare e come apparire nei confronti degli altri, di essere additati. Ecco la gabbia: gli altri. Gli stramaledetti altri. Ne erano terrorizzati. Col tempo, ciò che è accaduto è stato un miracolo: in questi genitori iniziava a scomparire il timore del giudizio altrui. Ed ecco che quella che inizialmente sembrava una disgrazia, era in realtà una grande opportunità di liberazione, di affrancamento, di evoluzione personale. Io ho grande fiducia nell’uomo, inteso come creazione. Ho fiducia nel singolo uomo che, se preso ed estirpato dal branco, è sempre in grado di comprendere un ragionamento ben argomentato qualunque esso sia, basandosi sulla propria sensibilità e intuizione. Non ho, invece, alcuna fiducia nella massa ed è lì che si colloca la matrice delle intolleranze. Questo perché il pensiero collettivo, da cui sono sempre fuggita a gambe levate, per mantenersi collettivo ha bisogno di livellarsi sul grado dei più bassi. E’ una legge dimostrata.

Così, tramite il proprio percorso elaborativo, questi genitori attraversavano una frattura con se stessi e il proprio modo di pensare, che altro non era se non esattamente quello dei loro genitori. Attraverso questa esperienza, essi interrompono la trasmissione automatica del pensiero verso la generazione successiva, creando una svolta. C’è una funzionalità in tutto questo. Trovano una forza che non pensavano di avere, il coraggio di pensare diversamente. Una rinascita molto potente. Diventano una specie di cellule madri che si innestano nella società e svolgono un nuovo ruolo.

La cosa che trovo più interessante è, come sempre, il percorso. Credo molto nei percorsi salvifici, che ci trasformano e ci portano ad un altro stadio di evoluzione. Quindi, gli aspetti legati ai diritti gay e alle diverse battaglie sono da un certo punto di vista secondo me marginali. Ciò che conta veramente è la trasformazione del pensiero, il salto in avanti, la liberazione interiore. D’altra parte, qualunque forma di intolleranza verso la categorizzazione del prossimo ha un’unica matrice. Quindi, proporrei di superare l’epoca dei Gay Pride e di partire con gli Human Pride. Essere orgogliosi di ciò che si è. Un Pride in cui tutti sfilino senza etichette, classificazioni, in cui semplicemente essere ciò che si è o si sente di essere. E poi un Planet Pride. Penso sia arrivato il momento e, anzi, penso che lo proporrò.

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