Progresso

Allora: c’è questo tizio che va in giro per tutt’Italia a parlare di progresso. Ha un sito, ovviamente, dove lui appare in posa, abbronzatino, pettinatino, come un bravo scolaretto coach.

Inutile dire che per progresso lui intenda esclusivamente il progresso dell’uomo, neanche da chiedercelo; la sua idea sta tutta nell’intelligenza artificiale che, dal suo punto di vista, dovrebbe impiantare la nostra. Peccato che sia pensata da noi, ovvero dall’uomo che non è l’essere più intelligente del Pianeta e neanche il più bravo nel processo evolutivo, anzi su questo è l’ultimo in ordine. Questo tizio abbronzatino forse non lo sa, e purtroppo non lo sanno nemmeno tutti quelli che vanno ad ascoltarlo, altrimenti lo seppellirebbero di pomodori. Parla poi di tecnologia. Noi pensiamo sempre che la tecnologia risolverà dei problemi; in realtà, noi creiamo i problemi e poi inventiamo una tecnologia che risolva i problemi da noi stessi creati. Questa è stupidità, non intelligenza, e di certo non è progresso. Ci sono molti studi che attestano come l’intelligenza dell’uomo stia progressivamente diminuendo, ne hanno parlato anche in una recente puntata di Presa Diretta. L’abbronzatino non lo sa perché non ha come scopo quello di effettuare un reale approfondimento, ma piuttosto quello di mettere in mostra il suo ego (abbronzato).

Parla ovviamente di telefonia, inneggiando a tutte le nuove aggiunte dell’ultimo modello, annunciandole come lo scoop del secolo: doppia camera, riconoscimento del volto, display olografici, ecc. Si esalta, il tizio, perchè anche solo parlandone ha delle esperienze extracorporee in uno stato di trance.

L’abbronzatino in posa conosce l’intelligenza delle piante? Conosce i cicli evolutivi del pianeta e quali misteri vi sono ancora celati? E’ in grado di dirci dove sta andando non la telefonia (che dal mio punto di vista dovrebbe scomparire dalla faccia della terra insieme a tutti gli abbronzatini) ma l’Umanità intera? Che domande è abituato a farsi? E che domande si fanno quelli che vanno pure ad ascoltarlo?

L’ho sentito una volta al telefono, questo tizio. Può darsi che ci incontreremo e, se sarà così, intendo scardinargli completamente l’intero suo pensiero. Queste persone diffondono stupidità.

Planet Pride

Ho sempre considerato l’omosessualità una non-questione, poiché sarebbe per me come dover parlare dell’eterosessualità in quanto tale. Cosa ci sarebbe da dire? Ho già scritto un post sulla tolleranza illustrando come, tutto ciò che esiste in natura, è implicitamente accettato dalla natura stessa e non sta a nessun altro accettare o tollerare, vocaboli che creano un rapporto di forza dell’uno verso l’altro. Dunque, qui potrei ritenere chiuso il discorso.

In realtà, la questione è molto più sottile, in quanto non ha a che vedere con la natura di una creatura ma col forte condizionamento sociale e culturale prodotto all’interno della famiglia e della società. Stabilito che l’omosessualità è qualcosa di anormale, ecco che il gregge vi si muove collettivamente contro.

Qualche settimana fa, un amico mi ha donato il dvd ‘2 Volte Genitori’, dell’Associazione Agedo. L’ho visto per 4 volte ininterrottamente rimanendo affascinata dalla narrazione. Vi sono alcuni genitori che raccontano la propria storia a partire dalla scoperta di avere un figlio o una figlia omosessuale; poi, l’elaborazione del dramma personale e familiare fino al raggiungimento di una maggiore conoscenza e consapevolezza. Una sorta di morte e rinascita. Ora, credo che i genitori si dividano in tre categorie, riguardo alla questione: quelli che cadono nel dramma toccando il fondo e rialzandosi, come nel caso dei genitori del dvd; quelli che non accetterebbero mai e, dunque, fanno ammalare i propri figli col proprio rancore e quelli (qui mi ci metto io) che non si pongono il problema. Un figlio sia ciò che deve essere e, soprattutto, non sia considerato qualcosa di nostro perché non è affatto così. Un figlio, come un parente, come un conoscente o uno sconosciuto è altro rispetto a noi. Non mi sembra difficile da capire.

Mentre guardavo e riguardavo il filmato, alcuni passaggi mi hanno colpita particolarmente. Ad un certo punto della vicenda di questi genitori avveniva sempre un momento di sconcerto quando si chiedevano cosa gli altri avrebbero detto di loro e del loro figlio (i parenti, i vicini di casa, gli amici, i colleghi). Il loro terrore era nel non sapere come porsi, come spiegare e come apparire nei confronti degli altri, di essere additati. Ecco la gabbia: gli altri. Gli stramaledetti altri. Ne erano terrorizzati. Col tempo, ciò che è accaduto è stato un miracolo: in questi genitori iniziava a scomparire il timore del giudizio altrui. Ed ecco che quella che inizialmente sembrava una disgrazia, era in realtà una grande opportunità di liberazione, di affrancamento, di evoluzione personale. Io ho grande fiducia nell’uomo, inteso come creazione. Ho fiducia nel singolo uomo che, se preso ed estirpato dal branco, è sempre in grado di comprendere un ragionamento ben argomentato qualunque esso sia, basandosi sulla propria sensibilità e intuizione. Non ho, invece, alcuna fiducia nella massa ed è lì che si colloca la matrice delle intolleranze. Questo perché il pensiero collettivo, da cui sono sempre fuggita a gambe levate, per mantenersi collettivo ha bisogno di livellarsi sul grado dei più bassi. E’ una legge dimostrata.

Così, tramite il proprio percorso elaborativo, questi genitori attraversavano una frattura con se stessi e il proprio modo di pensare, che altro non era se non esattamente quello dei loro genitori. Attraverso questa esperienza, essi interrompono la trasmissione automatica del pensiero verso la generazione successiva, creando una svolta. C’è una funzionalità in tutto questo. Trovano una forza che non pensavano di avere, il coraggio di pensare diversamente. Una rinascita molto potente. Diventano una specie di cellule madri che si innestano nella società e svolgono un nuovo ruolo.

La cosa che trovo più interessante è, come sempre, il percorso. Credo molto nei percorsi salvifici, che ci trasformano e ci portano ad un altro stadio di evoluzione. Quindi, gli aspetti legati ai diritti gay e alle diverse battaglie sono da un certo punto di vista secondo me marginali. Ciò che conta veramente è la trasformazione del pensiero, il salto in avanti, la liberazione interiore. D’altra parte, qualunque forma di intolleranza verso la categorizzazione del prossimo ha un’unica matrice. Quindi, proporrei di superare l’epoca dei Gay Pride e di partire con gli Human Pride. Essere orgogliosi di ciò che si è. Un Pride in cui tutti sfilino senza etichette, classificazioni, in cui semplicemente essere ciò che si è o si sente di essere. E poi un Planet Pride. Penso sia arrivato il momento e, anzi, penso che lo proporrò.

Samurai

SAMURAI 1

Mi piace vedere e rivedere alcuni film per me meravigliosi, che parlano di valori quali lealtà, amicizia, onore, rispetto. Soprattutto quando, di percepire questi valori, ne ho bisogno. Mi piace quando in mostra ci sono grandi anime, la grandezza di alcuni che si distinguono per i propri principi, la propria passione, il proprio codice. Insomma: ho un debole per questo genere: storie epiche, grandiose, in cui ritrovo i valori che stento a trovare nella realtà. In questi film mi rifugio, lotto con i protagonisti (qui un superbo Tom Cruise e un Samurai di una rettitudine, di una possenza e di una sensualità da urlo). Piango per loro, applaudo all’Imperatore del Giappone per la sua grande consapevolezza di ciò che conta. Scarico la colonna sonora, anch’essa un capolavoro, e me l’ascolto andando al lavoro. Un film da guardare e riguardare mille volte.

Spegnendo il lettore dvd con le lacrime agli occhi, poi, sono passata automaticamente alla tv e al solito talk show con le solite facce e i soliti concetti ad un livello rasoterra. Mi è venuto il vomito, il passaggio è stato troppo brusco per la mia sensibilità e non ho potuto sopportarlo. Ho spento in 5 secondi netti. Volevo continuare a sognare perché, lo so, sono un’idealista e voglio sognare, voglio trovarmi tra quella gente del film, sono un’idealista convinta, voglio esserlo e me ne vanto. Nessun talk shaw, nessun stupido programma mi farà scendere dalle mie alte vette. Sarò anch’io un ultimo Samurai.

SAMURAI 2

Arretratezza

LUPO

Se il grado di civiltà di un popolo si misura dal rispetto che dimostra verso tutte le creature e le biodiversità, allora il popolo della Regione Veneto non è molto civile, in quanto consente a quattro ottusi di proporre una legge per l’abbattimento dei lupi. Sarei felice di essere smentita, naturalmente. Ci avevano provato più volte e il loro Governatore si era inizialmente messo di traverso, con ammirazione da parte mia. In realtà, non ho ben chiaro come possa essere anche solo proposta una Legge Regionale che sia contraria ad una Legge Europea recepita dall’Italia (il lupo è un animale protetto), ma il senso del federalismo è anche questo, per chi è arretrato: questa è casa mia e ci faccio ciò che voglio (la proposta è anche di poter abbattere gli orsi). A confermare la finezza di pensiero, un’altra proposta di Legge permetterebbe ai cacciatori di poter accedere con mezzi motorizzati ai sentieri e mulattiere di montagna, per poter recuperare animali anche solo ipoteticamente feriti (da loro).

Bellissimo!

Perché accontentarsi di questo e non stabilire invece per Legge di poter abbattere qualunque animale, qualunque cosa cammini, si muova, respiri? Ma si, dai, facciamola questa Legge una volta per tutte, concepiamola così in modo da non doverci più tornare su. Dai, permettiamo a ‘sti deficienti di dare sfogo alle loro pulsioni fuori casa, dato che dentro casa sono certamente dei castrati. Anzi, spariamoci tutti a vicenda, non sarebbe bello?

I LUPI E GLI ORSI N O N  S I  T O C C A N O!!!

CHIARO???

AFFINITA’ E DISARMONIE

Vedevo spesso due tizi frequentarsi, una specie di colleghi di lavoro. Uno, perlomeno, mentre l’altro era uno di quelli che esistono nel palazzo ma non hai ancora capito cosa facciano, in ogni caso nulla a che vedere con me. Quest’ultimo aveva la fama di donnaiolo del più basso profilo, di quelli che in ascensore allungano bellamente le mani senza ritegno. Un morto di fame, insomma. Il primo, invece, era una persona da me stimata e considerata e mi domandavo spesso cosa i due avessero in comune, dato che una legge sostiene proprio che chi si frequenta ha qualcosa in comune. In genere non è il tempo libero, ma proprio il modo di concepire l’esistenza. Se uno è cretino, siate certi che lo è l’altro, altrimenti i due non potrebbero frequentarsi. C’è voluto solo del tempo per capire che anche il tizio che mi pareva di stimare altro non era che un secondo morto di fame, di quelli – peggiori degli altri – che ritengono che le donne esistano per fornire loro certezze sulla loro potenza sessuale. Scarsa, evidentemente. Ecco, cos’avevano in comune i due: due bavosi a caccia, con la lancia spuntata.

Il mio amato Schopenhauer scriveva questo, in proposito:

‘E’ stupefacente constatare con quale facilità e rapidità, nella conversazione, si rivelino l’omogeneità o l’eterogeneità dell’intelligenza e del carattere: ciò si avverte in ogni minima cosa. Gli individui con caratteri omogenei sentono subito e in tutto una certa sintonia che, che nel caso di una grande omogeneità, ben presto confluisce in una perfetta armonia, arrivando addirittura all’unisono. Con ciò si spiega, in primo luogo, perché la gente del tutto ordinaria sia tanto socievole e trovi dovunque così facilmente un’ottima compagnia. Con le persone fuori dell’ordinario accade l’inverso, e tanto più chiaramente quanto più si distinguono per qualche virtù; sicché nel loro isolamento a volte esse possono davvero essere contente di scoprire in un altro una fibra omogenea all’altro, per quanto piccola sia! Ognuno infatti può stare all’altro quanto l’altro sta a lui. Ormai dovrebbe risultare chiaro che gli uomini spiritualmente affini si trovano tra loro così rapidamente come se fossero attratti da un magnete: le anime simili si riconoscono da lontano. Certo si avrà occasione di osservare questo fenomeno assai più spesso tra gente meschina e scarsamente dotata; ma solo perché persone simili sono legioni, mentre le nature superiori, eccellenti, sono per definizione persone rare. Quindi, se in una grande associazione costituita per fini pratici, due furfanti matricolati si incontrano, essi si riconosceranno così prontamente come se inalberassero un’insegna e presto faranno lega per progettare frodi e tradimenti. Analogamente, se immaginiamo per assurdo una grande comunità di persone tutte molto sagge e intelligenti, con l’eccezione di due imbecilli presenti nel gruppo, questi si sentiranno attratti l’un l’altro dalla simpatia e ben presto ciascuno dei due si rallegrerà dentro di sé di aver incontrato almeno una persona ragionevole. E’ davvero sorprendente constatare come due individui, specialmente quando si tratta di persone moralmente e intellettualmente arretrate, si riconoscano a prima vista, cerchino in ogni modo di fare conoscenza e tutti giulivi si salutino amichevolmente come fossero vecchi conoscenti; tutto questo è così stupefacente che si è tentati di credere, secondo la dottrina buddhista della metempsicosi, che quei due siano stati amici in una vita precedente’.

(Si, è proprio il caso di quei due).

Campo lunghissimo

CAMPO LUNGHISSIMO

Mi capita, non poche volte, di sentirmi dentro un film; in fondo un film altro non è che un brano di vita di qualcuno o di qualcosa. Ci sono diverse affinità tra il modo di vedere ciò che ci accade e il linguaggio filmico dei campi e dei piani (un campo descrive un ambiente, più o meno vasto e generale, ma non si focalizza sul soggetto, mentre un piano descrive principalmente il soggetto). Anche le stesse tecniche di ripresa altro non sono che il nostro modo di muoverci nelle scene della nostra vita.

Ognuno di noi è un unicum e vede e interpreta la realtà secondo il proprio sguardo, il proprio cuore, i propri condizionamenti, il proprio vissuto. In sostanza, guarda alla realtà in soggettiva. Nel linguaggio cinematografico, la soggettiva si ottiene ipotizzando che quanto accade sia visto e interpretato dall’attore soggetto. Se noi, però, siamo consapevoli di questo anche nella vita e, per esempio, quando parliamo con un tizio immaginiamo di essere dotati di telecamera e di riprenderlo, riusciamo a percepire tutta la finzione dell’inquadratura stessa, ovvero il fatto che ciò che stiamo vedendo è unicamente ciò che pensiamo di vedere, dato che non si tratta della realtà in senso assoluto ma, appunto, di una soggettiva. Questa tecnica permette di distaccarsi molto da ciò che avviene e assumere un punto di vista diverso a seconda dei casi, cambiando semplicemente la tecnica. Ad esempio, possiamo immaginare di fare del tizio un primo piano o un piano americano, di inquadrare un dettaglio, un particolare, di ritornare sulla figura intera e così via, ma ciò che vedremo è velato dal nostro sguardo. Si sviluppa la capacità di osservazione e la consapevolezza di non vedere nulla di ciò che è davanti ai nostri occhi, se non una proiezione di noi. La tecnica della soggettiva è interessante quando ci si trova in un piano sequenza, ovvero, mentre una serie di soggetti si muovono in micro scene che avvengono simultaneamente (questo è il piano sequenza), noi vi siamo al centro e osserviamo coi nostri occhi partecipando attivamente. Se, però, ciò che accade e ciò che percepiamo ci tocca troppo emotivamente, allora passiamo ad un campo lungo, ovvero inquadriamo una grande area all’interno della quale le scene che vi si stavano svolgendo prima diventano impercettibili, poi ad un campo lunghissimo, nel quale nessun soggetto è riconoscibile ma la natura e il paesaggio la fanno da padroni. Usiamo lo zoom come meglio crediamo, saliamo su un drone e inquadriamo la catena delle Ande, poi l’intero globo terrestre, poi l’Universo, poi ridiscendiamo a capofitto nel piano sequenza iniziale e facciamoci una risata. Bello, no? Non sempre mi viene, questo esercizio, ma quando mi riesce non è male.

Il Giorno della Memoria

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Legge 20 luglio 2000, n. 211

“Istituzione del “Giorno della Memoria” in ricordo dello sterminio e delle persecuzioni del popolo ebraico e dei deportati militari e politici italiani nei campi nazisti”

pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 177 del 31 luglio 2000

Art. 1.

  1. La Repubblica italiana riconosce il giorno 27 gennaio, data dell’abbattimento dei cancelli di Auschwitz, “Giorno della Memoria”, al fine di ricordare la Shoah (sterminio del popolo ebraico), le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subìto la deportazione, la prigionia, la morte, nonchè coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, ed a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati.

Art. 2.

  1. In occasione del “Giorno della Memoria” di cui all’articolo 1, sono organizzati cerimonie, iniziative, incontri e momenti comuni di narrazione dei fatti e di riflessione, in modo particolare nelle scuole di ogni ordine e grado, su quanto è accaduto al popolo ebraico e ai deportati militari e politici italiani nei campi nazisti in modo da conservare nel futuro dell’Italia la memoria di un tragico ed oscuro periodo della storia nel nostro Paese e in Europa, e affinchè simili eventi non possano mai più accadere.

Ecco, vorrei elencare una serie di altri genocidi, in realtà solo una parte, programmati a tavolino e diretti da personalità folli. Oppure, semplicemente, figli di una cultura dell’epoca che considerava, quasi come oggi, alcuni come inferiori di altri. La matrice è una sola: il senso del dominio, la necessità di sottomettere l’altro per sentirsi dei grandi, di sfruttare le loro risorse non considerandole loro, di interpretare la cultura altrui come non degna al confronto. Una legge italiana dovrebbe istituire una giornata in cui si ricordino le vittime di qualsiasi genocidio; l’Italia, come l’Europa e il Mondo intero, dovrebbero mobilitarsi per far ricordare a cosa possa arrivare la sete di potere e di espansione. Ma credo non esista nulla di tutto ciò. Spiace dirlo, ma alcuni genocidi sono, nell’immaginario, meno importanti di altri.

Cito da Web:

  1. Aborigeni australiani: effettuato contro persone inermi e pacifiche; i pochi superstiti aborigeni rimasti hanno del tutto dimenticato la propria lingua e le proprie tradizioni.

  2. Indiani del Nord e Sud America: milioni di morti in pochi secoli; la cultura indiana è stata praticamente dimenticata da tutti e, anzi, questo genocidio è divenuto, per decenni, motivo di esaltazione della cultura western.

  3. Il genocidio dei Catari: da parte della Chiesa cattolica; gli ultimi catari donne e bambini furono massacrati per ordine del vicario Vaticano che ordinò ai soldati: “Uccideteli tutti, poi, quando saranno morti, sarà Dio a giudicare se sono eretici o no”.

  4. Il genocidio del Ruanda: avvenuto solo pochi anni fa; milioni di morti a colpi di machete e solo per una differenza etnica.

  5. Genocidio ucraino: perpetrato da Stalin; milioni di ucraini furono lasciati a morire di fame, in quanto il cibo fu requisito per altre destinazioni.

  6. Genocidio armeno: da parte dei turchi che consideravano gli armeni ‘nemici della patria’.

  7. Genocidio greco: da parte dei turchi a danno dei greci che abitavano in Turchia.

  8. Olocausto Nero: è così che molti neri chiamano la deportazione di 10 milioni di schiavi neri, strappati alla loro terra per andare a lavorare nei campi in America del Nord e del Sud.

  9. Pol Pot in Cambogia: 3 milioni di morti, in un paese che ne conteneva 20 milioni, all’inizio per ragioni politiche e poi per la follia di un capo comunista.

  10. Genocidio in Congo: da parte del Re Leopoldo di Belgio che lì aveva enormi possedimenti di terra di sua proprietà. Migliaia di persone vennero torturate ed uccise per scopi di sfruttamento delle risorse.

  11. Guerre Herero: effettuate dai tedeschi in Africa nel 1904-1907 in Namibia (le colonie africane tedesche).

L’elenco potrebbe proseguire.

LA FAMA

fama

Alcuni comportamenti a cui assisto di frequente, sono i tentativi spasmodici di un certo numero di persone di volersi mettere in mostra. Essi, al lavoro come in altri ambiti della società, sgomitano come di fronte ad un fotografo per una foto di gruppo, quando alcuni caratterialmente cercano di defilarsi e nascondersi ed altri si mettono davanti all’obiettivo oscurando il prossimo e verificando, appena possibile, se i loro sforzi hanno reso perfettamente l’intenzione. Oppure, si fanno ritrarre mentre stringono la mano ad un personaggio qualunque, come se stringendo la mano a qualcuno automaticamente si ottenessero le sue qualità per un principio fisico. Il gusto, comunque, non consiste nell’aver incontrato il personaggio, ma nel poterne parlare vantandosi o nel tenere in bella mostra la foto dell’istante affinché gli altri possano innalzare la propria ammirazione (ma chi?). Al lavoro, questi comportamenti si palesano particolarmente, in quanto scatta nelle menti di questi soggetti, che sono la maggioranza e non più come un tempo la minoranza, una competizione alla visibilità, cioè a voler a tutti i costi farsi vedere, notare, poter avere la parola a tutti i costi, confrontarsi di continuo pretendendo di emergere sopra a tutto e sopra a tutti, spesso immeritatamente. Anzi, proprio perché assumono questi comportamenti, proprio perché hanno questa necessità impellente di dipendere dal giudizio degli altri, il loro comportamento mette in luce la loro assenza di qualità stabili.

Essi sanno di valere poco e ottengono di valere ancora meno.

Scriveva Schopenhauer: ‘La fama non è che un elemento secondario, un’eco, un riflesso, un’ombra, un sintomo dei meriti; ciò che dà veramente la felicità (io aggiungo anche la sicurezza di sé, ndr) non può essere riposto nella fama, ma appartiene ai mezzi con i quali essa viene raggiunta, vale a dire i meriti, o, più precisamente, all’animo della persona e alle facoltà che hanno dato luogo a quei meriti; che possono essere di natura morale o di natura intellettuale. Ciò che uno è di meglio deve, necessariamente, esserlo per se stesso; quanto se ne riflette nelle menti degli altri e quanto egli valga nella loro opinione è cosa secondaria. Anche se non raggiunge la fama, chi la merita possiede in ciò, nel meritarla, la cosa di gran lunga più importante; essa varrà a consolarlo di quella mancanza’.

Va detto che Schopenhauer parte dall’assunto che la persona meritevole abbia doti

Morali

Intellettuali

e dunque non riconosce altre tipologie di meriti. Se ne deduce che chi, con i propri comportamenti meschini, danneggia ad esempio il prossimo, o non ha alcuno spessore intellettuale, può sgomitare quanto vuole ma non otterrà mai una vera fama e non avrà mai delle vere doti. Otterrà, questo è certo, di rendersi ridicolo.

Il Meteo

meteo

Persino le notizie Meteo sono diventate spazzatura, perlomeno quelle flash, fatte dai soliti slogan e dalle inutili parole. La gente andrebbe rieducata a saper leggere il cielo, le nuvole, i venti, e a stabilire da sé se pioverà, se nevicherà, qual è il vento che sta soffiando e cosa porta. Andrebbe rieducata a gioire se piove, o se nevica, o se gela, perché è acqua per la terra, per gli alberi, per gli animali. E’ acqua per i fiumi, i laghi, i mari. E’ gelo, per il ciclo della natura. Dovremmo danzare, ringraziare come le grandi civiltà hanno sempre fatto, dovremmo pregare perché l’acqua arrivi. Invece, poiché il nostro orizzonte sono i centri commerciali e l’asfalto, il tutto sotto una coltre di inquinamento, stiamo perdendo la nostra capacità di ascolto ed osservazione dei fenomeni naturali. O meglio: stiamo perdendo la fiducia nella nostra parte più selvatica: il fiuto, l’odorato, l’udito e soprattutto l’intuito. Siccome non dobbiamo stabilire da noi se pioverà o ci sarà il sole, ci viene in aiuto il Meteo con i suoi drammatici paroloni. A me viene il nervoso quando, in pieno gennaio, sento dire che domani sarà una bella giornata, con sole e temperature in aumento (15 gradi!). In questo, c’è tutta l’ignoranza di chi da una parte vuole che ci si identifichi solo con la giornata di sole, forse pensando che il popolino ebete cominci automaticamente a sorridere anche solo all’idea, dall’altra pensando di comunicarci che una tale temperatura sia corretta rispetto alla stagione e all’emisfero in cui ci troviamo. Quindi, mi piacerebbe che qualcuno realizzasse una trasmissione meteo educativa, che leghi i fenomeni naturali atmosferici con il funzionamento della natura, dei raccolti, dei cicli di vita, che svincoli le notizie meteo dalla banalità dell’abbronzatura, che piuttosto spieghi la connessione tra fenomeni atmosferici violenti, in estate come in inverno, e lo scempio che l’uomo fa al proprio pianeta. Chissà se qualcuno vorrà realizzarla.

FESTIVITA’

FESTIVITA'

Bene, una è andata ed ora ci tocca Capodanno. E’ andata la festa per eccellenza, ma con lei se ne va, menomale, anche quella patina di sorrisi a tutti i costi, finto buonismo, riavvicinamenti forzati e decorazioni varie che, dall’esatto giorno dopo, cominciano a mostrare il loro lato debole. Personalmente preferisco la normalità, fatta di giornate di lavoro ed interessi, di progetti e attività, di svago selezionato ed incontri scelti o casuali. Tutto ciò che, in genere, le festività non sono. Soprattutto, la casualità degli incontri e degli avvenimenti mi interessa molto, quindi è il concetto di festa comandata ad andarmi stretto, non tanto il significato reale del Natale in sé, o di altra festa, che invece rispetto molto.

A partire dal pomeriggio stesso del 25 sento già che quel po’ di tensione comincia a scemare, poi il 26 è tassativo barricarsi in casa a farmi gli affari miei per riequilibrare lo spirito. Nemmeno i 10,9,8,7,6,5,4,3,2,1 fanno esattamente per me, praticamente da sempre, come tutto ciò che appaia come un veglione o un serraglio di gente schiamazzante che non si faccia mancare il trenino e un po’ di musica orrenda. La realtà è che se trascorro l’ultimo dell’anno con amici o persone care, io riesco comunque a provare malinconia perché penso a quelle persone altrettanto care che non sono con me.

Insomma, direi che è una giornata normale che necessita almeno di un brindisi per augurarsi di stare tutti bene per un altro anno e ripartire con mille cose. Tutto qui ed è bello in questo modo. Il giorno dopo, poi, è quello che preferisco. Il primo giorno dell’anno si porta via ciò che è stato dell’anno prima, compreso quell’incasinato mese di dicembre con tutta la sua messinscena, e ci permette di entrare in punta di piedi in un nuovo mese, in un nuovo anno. La notte del 31 sappiamo già cosa accadrà e lo scopriremo il giorno dopo: qualche poveretto si sarà fatto saltare una mano per non aver avuto abbastanza memoria da ricordare quanto era accaduto l’anno prima ad altri; al TG ci verranno mostrati i veglioni e i banchetti luculliani con aragoste (mi raccomando: cotte da vive!) e abbuffate nauseanti. Ancora queste cose? Ancora le tavolate con i selfie? Direi anche no. Il primo giorno, invece, comincia lento come lento è l’intero mese di gennaio. Bello, però; ci permette di pensare a cosa fare, a come impostare la nostra vita per un altro anno, salute permettendo, a quali tra i nostri migliori talenti dedicarci nei prossimi mesi, quali persone desiderare di rivedere appena possibile. Ecco, preferisco la normalità fatta di queste cose. Però un augurio a me stessa, e a tutti, lo faccio di cuore.