
Categoria: PERSONE
Desiderare

Dopo aver scritto una letterina a Gesù Bambino o a Babbo Natale , un bambino aspetta fiducioso; sa che, se si comporta bene, il suo desiderio verrà esaudito. I suoi desideri, anche se sono giocattoli, sono ricchi di slancio e fremito verso ciò che avverrà, perché, nell’attesa di quella notte, egli immagina e spera guardando fuori da una finestra. Dunque, attende con emozione, in quanto sa che in parte può dipendere da lui, dal suo comportamento, ma in parte no perché tutto è magia e mistero. Questo mistero, questo desiderio di guardare all’infinito e di desiderare che qualcosa arrivi per noi, è fondamentale per il fanciullo come per chiunque.
Desiderare significa avvertire la mancanza di qualcosa o di qualcuno e tendere a ottenerlo. Significa aspirare e bramare. Non è recarsi in un negozio a fare compere, ma piuttosto – nell’antico significato greco derivante da de-sideribus – stare sotto le stelle osservandole. Significa sentirsi un puntino di fronte a quell’immensità ed esprimere qualcosa che ci sta molto a cuore. Significa comunicare con loro e lasciare che siano loro a decidere per noi. Perché, se ci comportiamo bene, cioè se siamo puri nei sentimenti e nelle intenzioni, il desiderio potrà avvenire; e se siamo puri e non avviene, probabilmente è ciò che deve avvenire. Ma è nel desiderio l’emozione più grande, è nell’affidare alle stelle la volontà che le cose per noi e per altri vadano meglio, che un sogno si avveri, che una persona ritorni. E’ nell’attesa il dono più grande, perché il cuore si stringe e sappiamo di essere amati a prescindere con tutto ciò che la vita ci sta dando o togliendo, perché è questa la nostra vita, ricca di desideri ed assenze, di opere riuscite e di grandi errori. E’ ciò che non ci viene dato, però, il più grande dono. Auguri a tutti.
S. Natale 2
Il Natale è anche calore, e sogno, e fanciullezza. E’ la nostra infanzia. Se chiudiamo gli occhi, e sgombriamo la mente dal superfluo e dall’inutile frenesia, esso riappare nitido. Così, ritroviamo quei giorni lontani in cui venivamo accuditi, in cui eravamo amati. Amati sul serio, intendo, incondizionatamente. Circondati di poco eppure di tanto, di volti a noi realmente cari, quando ancora la nostra ingenuità ci proteggeva da tutto, dai dispiaceri e dalle nevrosi. Nulla era ancora avvenuto, allora, e noi pensavamo che così saremmo stati per sempre, in un eterno nido. Un piccolo gioco e un’immensa felicità, mentre la casa si riempiva di risate e divertimento, di luci e carillon. Eravamo al sicuro sul serio, protetti e illusi.
Se ritorniamo ad allora, ne viviamo ancora le sensazioni, persino i rumori e gli odori della nostra casa; è a quello che dobbiamo tornare, alla nostra infanzia incantata. Ad ogni adulto che leggerà questo post, io dico: ‘gioca’! Con cosa giocavi da piccolo? Ebbene, riprendi quei giochi, se li hai conservati, oppure ricomprali e gioca. Regalati un gioco della tua infanzia per Natale e non te ne vergognare. Ti sentirai felice, sentirai che quel bambino, quella bambina che giocava spensierata, sei ancora tu. Io ho delle bambole e le vesto, e presto mi comprerò una casa delle bambole. Mi farà sognare, mi farà essere ciò che sono, una fanciulla sognatrice che la vita ha cercato di piegare. La fanciulla resiste e gioca, e continuerà a giocare con le sue bambole, i suoi piccoli oggetti, lavorando d’immaginazione e sentendosi una principessa. Giocherò con lo stesso fervore e nessuno potrà impedirmelo. A chi mi chiederà cosa desideri per Natale, quindi, risponderò: una bambola. E nel pomeriggio del giorno di Natale ci giocherò, e giocherò con mio fratello a indiani e cow-boy, come facevamo allora.
Il libro tibetano dei morti
Qualcuno, incuriosito e volendo sapere cosa stessi leggendo, si è messo a ridere. Ha iniziato con gli scongiuri e le solite battute cretine. Si sa, da noi di tutto si può parlare fuorché della morte. E invece, ho appena finito questo libro ed è proprio nel mese delle festività che ritengo di volerne parlare, perché festeggiamenti e morte vanno a braccetto, più di quanto non ci si renda conto.
Questo libro parla della profonda conoscenza che la civiltà tibetana ha del processo della morte e di tutti i suoi stadi intermedi, dai momenti appena precedenti ad essa fino al momento della completa liberazione e alla successiva reincarnazione. Insegna a prepararsi alla morte durante il corso di tutta la propria vita per arrivare pronti, per sapere di che si tratta, per non esserne spaventati, per avere idea di cosa succederà dopo. Vi si trovano tutte le preghiere che vanno recitate sia personalmente che da parte dei conoscenti o parenti che, attraverso di esse, accompagneranno la persona cara durante l’intero processo. Vi sono spiegati i preparativi di tipo etico, che implicano il controllo mirato delle proprie abitudini di vita come se la morte fosse imminente. Esse sono: sviluppare la generosità, la sensibilità verso il prossimo e la tolleranza. Un’altra indicazione è quella di donare cose che ci appartengono: non solo quelle che non ci interessano, bensì proprio quelle che ci piacciono. Questo perché ciò che conta non è la grandezza del dono, bensì l’attaccamento che noi abbiamo sviluppato verso di esso. Praticandolo, e osservando i processi mentali che accompagnano l’atto di abbandonare ciò a cui si è attaccati, trascendiamo il nostro ego e giungiamo a fine vita con maggiore umiltà e privati di attaccamenti che ci farebbero odiare la morte. Bisogna anche osservare i nostri sentimenti e le nostre relazioni pensando che potremmo non esserci più e, dunque, ciò che più dovremmo avere a cuore è la felicità delle persone che amiamo. Occorre concentrarsi sulle azioni che rendono i nostri amici e i nostri cari non divertiti in maniera superficiale, ma realmente felici. E’ bene pensare agli altri prima che a noi stessi. Comprendere che ogni legame è temporaneo.
Devo lavorarci molto, sono così imperfetta….
S. Natale

A voler essere coerenti, tutti i non credenti in un Dio cristiano, nonché tutti gli atei, dovrebbero scendere in piazza per chiedere di non essere obbligati a festeggiare il S. Natale. Quindi, ad esempio, dovrebbero chiedere che siano abolite le chiusure per festività nei propri luoghi di lavoro e, anzi, che possano tenerli aperti loro stessi svolgendo il lavoro anche per gli altri (per il principio di libertà di culto). Dovrebbero chiedere che le scuole e gli asili rimangano aperti per i propri figli non credenti, dato che, così come i figli di credenti sono in qualche modo condizionati dal credo dei genitori, anch’essi lo sono dal non-credere degli stessi. Dovrebbero ritenere quel giorno, e i giorni attigui, come normali giorni di lavoro e di ordinaria attività.
Perché, piaccia o no, vi si creda o no, il Natale è una festività religiosa, ovvero la ricorrenza della nascita di Gesù. Direi che poco importa sapere che nel mese di dicembre si effettuavano i festeggiamenti dei Saturnali dei tempi antichi, in quanto duemila anni di cristianesimo hanno modificato totalmente il significato delle cose e delle tradizioni antiche. Personalmente, avrei voluto che anche le pratiche antiche permanessero, avrei voluto che nessuna festività andasse ad innestarsi su quelle già preesistenti, poiché ho grande ammirazione per tutte le antiche civiltà e per la loro saggezza profonda. Ma dato che oggi il S. Natale è strettamente connesso alla nascita di Gesù, suggerirei a chi non vi crede di esercitare i propri festeggiamenti in altro periodo dell’anno, proprio per prendere le distanze da esso, venendo però in quei giorni regolarmente a lavorare e pretendendo che nulla si fermi.
E’ singolare constatare come molti non credenti (nulla contro di loro, sia chiaro) comincino ad addobbare casa molto prima dell’8 dicembre, anticipando le pratiche natalizie fino a farle coincidere con i tempi dei negozi, che ormai offrono le mercanzie da ottobre. Forse non credono in Dio ma credono nel consumismo e, dunque, sono più innamorati loro del Natale di tutti gli altri. Si dirà che quel giorno è anche altro, ossia un recupero di vicinanza con il prossimo e di calore familiare, ma sono questi degli aspetti che andrebbero mantenuti sempre, prescindendo da ogni festività. Si dirà che serve per lo scambio di un dono. Può darsi, ma per chi è nato in Italia il Cristianesimo rappresenta le sue radici, e quando si pensa di volerne prendere le distanze, si prendono le distanze dal nostro stesso passato lontanissimo e dalla nostra cultura, e si prendono le distanze da tutto ciò che in duemila anni è accaduto attorno a quelle vicende, ossia una storia lunghissima, moltissimi popoli, grandi letterati e filosofi, artisti immensi e tutto ciò che è stato scritto e discusso, ciò che ci è stato lasciato e costruito, compreso ciò che è stato o è andato distrutto. Si pensa forse di prendere le distanze da ciò che meno ci è piaciuto di esso, o di ritenere che tutto sia inventato, ma si ottiene di dimenticare anche il resto e di divenire dei soli acquirenti di oggetti, abbracciando di fatto la più grande e potente religione esistente.
Ragione e Sentimento

Dopo aver rivisto per l’ennesima volta il pregevole adattamento di Ang Lee, il migliore dal mio punto di vista (magistrali le interpretazioni), devo assolutamente scriverne. E’ uno dei miei film preferiti, come la stessa Jane Austen è una delle mie autrici preferite. Nei suoi romanzi, riesce a descrivere con maestria l’intero panorama dei tipi umani, mettendo in luce le virtù di alcuni – come il senso della lealtà e del rispetto, e le miserie di altri – come l’ipocrisia e l’opportunismo.
Marian concepisce la vita con passione e ama mostrare i propri sentimenti. Elinor applica la ragione e pesa i fatti. Marian vibra ad ogni percezione. Elinor, quando soffre, lo fa in silenzio e senza illusioni.
Marian dovrà ridimensionare la propria concezione di vita, dovrà implodere su se stessa. Elinor vedrà coronare il proprio sogno senza averlo mostrato al di fuori di sé.
Cos’è dunque l’amore? E’ passione e fremito o è ragione e misura?
Probabilmente è tutto e altro. Ma la lezione di Jane Austen è la seguente: occorre essere attenti a chi si incontra, occorre non entusiasmarsi per il primo che passa, in quanto potrebbe rivelarsi un approfittatore, un bugiardo mestierante. Chi, invece, è più discreto e più lontano da noi, chi ci osserva da lontano ed è realmente pronto a venirci in soccorso, lui è il vero amore. Jane Austen, però, rende felice quest’ultimo ed infelice l’approfittatore, in quanto – ed è una legge – chi fa del male dovrà soffrire.
Solitudine
Ci sono delle condizioni nelle quali, più che in altre, ci sentiamo davvero noi stessi; nel mio caso è la solitudine. La solitudine non ha nulla a che vedere con l’essere o il sentirsi soli ma col voler essere con se stessi ed è, in genere, una condizione ricercata da chi, interiormente, ha una fucina di emozioni, sentimenti, passioni, idee, riflessioni, da avere necessariamente bisogno di isolarsi da rumori e presenze esterne per un ascolto di qualità. E’ questa una condizione che ricercavo sin da bambina, quando – pur giocando qua e là con altri e partecipando a svariati momenti ricreativi piuttosto che di vicinato, parentado, ecc., necessitavo di isolarmi da tutto e da tutti sempre più spesso e per ore ed ore, facendo perdere le mie tracce. Da bambina, di fatto, meditavo in continuazione e il mio desiderio era di diventare una suora di clausura. Questa necessità è rimasta intatta negli anni al punto che, se partecipo alla pur minima occasione (anche da me selezionata), devo riequilibrare immediatamente dopo il mio bisogno di pace interiore. Inutile dire che sono stata definita da sempre una strana persona anche per questo. E’ un bisogno pressante di riordino del proprio ascolto che non può essere spiegato a chi non senta la stessa necessità. Ora, se c’è un personaggio che avrei voluto conoscere e che, lui si, avrei voluto a casa mia per parlare a lungo della vita, questi è Arthur Schopenhauer. Egli, per nulla mondano e assolutamente schivo nei confronti della società, aveva le idee ben chiare e, a proposito di solitudine, scriveva:
‘Ogni vita di società richiede necessariamente un reciproco adattamento e un’attenuazione delle proprie esigenze: perciò, quanto più ci si adatta, tanto più sarà insulsa. Si può essere interamente se stessi soltanto finché si è soli: chi non ama la solitudine non ama neppure la libertà, perché si è liberi unicamente quando si è soli. La costrizione è l’inseparabile compagna di ogni vita mondana, e ogni vita mondana richiede sacrifici che riescono tanto più gravosi quanto più è spiccata la propria personalità; perciò ognuno fuggirà la solitudine, la sopporterà e l’amerà in proporzione esatta al valore del proprio io. Nella solitudine infatti il miserabile avvertirà tutta la propria miseria, il grande spirito tutta la propria grandezza, insomma ognuno quello che è. Inoltre, quanto più uno è in alto nella gerarchia della natura, tanto più è inevitabilmente solo. Ed è un bene per lui che alla solitudine spirituale corrisponda quella fisica; in caso contrario, la moltitudine di esseri eterogenei che lo assedia ha su di lui un effetto perturbatore, addirittura ostile, in quanto gli sottrae il proprio io e non ha niente da offrirgli come surrogato’.
Ecco perché adoro Schopenhauer, perché non sente il bisogno di girare intorno alle cose, ma sferra i suoi caustici attacchi senza mezzi termini. Ma, se io e Schopenhauer ci trovassimo insieme sul divano di casa mia, oggi gli direi che, più che un isolamento totale (che comunque io spesso ancora oggi desidero), forse andrebbe solo sviluppata la capacità di liberarsi dei molti che ci vorrebbero in tutte quelle situazioni da cui io e quelli come me, con impeto, fuggiamo incompresi.
Gente dei blog
Vorrei spendere due parole su molti blogger che sto scoprendo in questi tempi, che mi leggono e mi apprezzano. Non so bene come abbiano fatto a trovarmi in rete, addirittura da molti paesi all’estero, dato che non mi pubblicizzo per nulla. Non so nemmeno per quale motivo molti di essi siano magnifici poeti. Forse, anche nei miei scritti, benché non in versi, essi vi trovano qualche malinconica melodia, ma poco importa. E’ importante, invece, constatare quanti eccezionali talenti vi siano, persone interiormente ricchissime e non prive di dolore, che io avverto nei loro scritti. C’è spesso un filo conduttore, ed è la perdita di ciò che fu, molto cara anche a Shakespeare.
Desidero dire loro di perseverare nella cura della loro anima attraverso i loro stupendi versi, alcuni dei quali mi hanno davvero colpita. Desidero ringraziarli per ciò che mi donano. Non è importante quanto siano noti, ciò che sentono può cambiare il mondo. Un augurio a tutti.
Vecchi

Ritratto di Mina Moiseev di Kramskoj, 1883
A volte incrocio qualche volto di anziano e ne rimango colpita. Può capitare sul treno, in metropolitana, per strada. Lo guardo e scruto i segni del suo viso, immaginando soprattutto i dolori della sua esistenza. Mi domando cos’avrà visto, quali esperienze avrà fatto, ma soprattutto quali saranno state le sue delusioni, i suoi sogni infranti. E’ così, infatti, per tutti. Per un vecchio, il grande e il piccolo, il ricco e il povero, non fanno più differenza, in quanto ha raggiunto una calma che è un’attesa. E’ un distacco da ciò che avrebbe voluto accadesse e ciò che è accaduto, tra ciò che ricorda della sua vita e ciò che oggi è. Un vecchio, anche se non è solo, è sempre solo. E’ solo perché ha compreso tutto, l’illusione della vita, ciò che non è potuto avvenire e ciò che è avvenuto ma che non sarà comunque per sempre. Egli comprende, a quell’età, che aprendo una mano vi rimane ben poco e quel poco presto andrà via. A differenza di un giovane, che alle proprie spalle ha un breve passato e di fronte un lungo futuro, l’anziano ha alle spalle un lungo passato già noto e sempre deludente e davanti a sé un breve futuro. Si prepara, dunque. E’ disincantato, perché ha compreso l’inutilità delle cose vacue, del denaro, delle passioni, quando l’unica ricchezza che vorrebbe ricevere è il tempo della vita stessa. I vecchi, gli anziani, vengono derisi da chi non sa comprendere che la loro solitudine sarà un giorno di altri. Dedico questi pensieri a quei volti che non riusciamo mai ad amare come davvero dovremmo, che quando se ne vanno ci lasciano pieni di rimpianti e di ricordi. Di parole non dette. Li dedico ai miei genitori e ai genitori dei miei amici, delle mie amiche, dei miei ex amici.
Donare un libro

Non ho ancora iniziato a parlare di libri e di letture, argomento che per me rasenta la sacralità. Regalare un libro è certamente uno dei più bei doni che possa essere fatto ad una persona cara. Cioè, non ad una persona qualunque, ma proprio ad una persona cara. Ecco la ricetta.
INGREDIENTI:
Per colui che dona:
- Una dose appropriata di tempo per la scelta del libro, o per pensarvi su;
- Una dose di conoscenza della persona cara non indifferente (d’altra parte, se è cara, sarà pur emerso da una conoscenza ..);
- Una seconda dose di tempo per scrivervi una dedica sulla prima pagina bianca.
Per colui che riceve:
- Uno smodato interesse verso la lettura;
- Alcuni generi o temi, o scrittori prediletti;
- L’interesse a leggere generi, temi o scrittori che non si conoscono;
- Una notevole dose di affetto per la persona da cui riceverà il dono;
- Una dose di emozione, anche a distanza di molto tempo, nel rileggere la dedica su quel libro.
PREPARAZIONE:
Si può regalare un libro seguendo tre modalità, tutte meravigliose.
- Ti dono un libro che so che amerai perché ti conosco, ti ho studiato, abbiamo parlato di libri/generi/autori/svolgimenti per un tempo infinito e so che quel dato libro è ciò che vorresti leggere ma che non hai ancora acquistato o che è introvabile.
Qui, la meraviglia sta nel grado di conoscenza e nella ricerca fatta proprio per te. Consiste nel voler appoggiare le tue letture, nel volerti felice mentre leggerai quel libro del tuo autore preferito.
- Ti dono un classico, sia che tu l’abbia letto ma non lo abbia in casa, sia che non lo abbia letto e non lo abbia nemmeno in casa.
La scelta sta nel valore stesso del libro che trasferisco in te donandolo. Alcune opere, di autori immensi, ti elevano, e io intendo elevare te e nutrire la tua anima con questo dono.
- Ti regalo un libro che non conosci e non è magari tra i libri che avresti scelto. Ma è il mio preferito, quello che – se arrivasse un terremoto e mi chiedessero di salvare poche cose – porterei con me.
Donare questo preciso libro significa che voglio donare me stesso a te, desidero che tu mi conosca, entri nel mio mondo e ne faccia parte. Vuol dire permettere e desiderare che l’altro comprenda chi siamo, e non lo facciamo con tutti.
Buon dono!



