Donare un libro

LIBRO

Non ho ancora iniziato a parlare di libri e di letture, argomento che per me rasenta la sacralità. Regalare un libro è certamente uno dei più bei doni che possa essere fatto ad una persona cara. Cioè, non ad una persona qualunque, ma proprio ad una persona cara. Ecco la ricetta.

INGREDIENTI:

Per colui che dona:

  • Una dose appropriata di tempo per la scelta del libro, o per pensarvi su;
  • Una dose di conoscenza della persona cara non indifferente (d’altra parte, se è cara, sarà pur emerso da una conoscenza ..);
  • Una seconda dose di tempo per scrivervi una dedica sulla prima pagina bianca.

 

Per colui che riceve:

  • Uno smodato interesse verso la lettura;
  • Alcuni generi o temi, o scrittori prediletti;
  • L’interesse a leggere generi, temi o scrittori che non si conoscono;
  • Una notevole dose di affetto per la persona da cui riceverà il dono;
  • Una dose di emozione, anche a distanza di molto tempo, nel rileggere la dedica su quel libro.

PREPARAZIONE:

Si può regalare un libro seguendo tre modalità, tutte meravigliose.

  1. Ti dono un libro che so che amerai perché ti conosco, ti ho studiato, abbiamo parlato di libri/generi/autori/svolgimenti per un tempo infinito e so che quel dato libro è ciò che vorresti leggere ma che non hai ancora acquistato o che è introvabile.

Qui, la meraviglia sta nel grado di conoscenza e nella ricerca fatta proprio per te. Consiste nel voler appoggiare le tue letture, nel volerti felice mentre leggerai quel libro del tuo autore preferito.

  1. Ti dono un classico, sia che tu l’abbia letto ma non lo abbia in casa, sia che non lo abbia letto e non lo abbia nemmeno in casa.

La scelta sta nel valore stesso del libro che trasferisco in te donandolo. Alcune opere, di autori immensi, ti elevano, e io intendo elevare te e nutrire la tua anima con questo dono.

  1. Ti regalo un libro che non conosci e non è magari tra i libri che avresti scelto. Ma è il mio preferito, quello che – se arrivasse un terremoto e mi chiedessero di salvare poche cose – porterei con me.

Donare questo preciso libro significa che voglio donare me stesso a te, desidero che tu mi conosca, entri nel mio mondo e ne faccia parte. Vuol dire permettere e desiderare che l’altro comprenda chi siamo, e non lo facciamo con tutti.

Buon dono!

I PURI DI CUORE

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Una qualità che cerco spesso nelle persone è definibile come ‘Integrità’. Mi piace questo termine, e mi piace riconoscere che esista un’integrità in alcune persone. In qualche modo, queste possono anche essere definite come ‘puri di cuore’. Sono quelle persone che agiscono sempre in maniera retta, che prendono l’esistenza – propria e degli altri – seriamente, che non si approfittano mai delle situazioni né sfruttano il prossimo per il proprio tornaconto. Esse rispettano gli altri come rispettano se stessi, riescono a non inquinarsi, a restare in uno stato di innocenza e di purezza pur attraversando le varie vicissitudini della vita e avendo a che fare con tutte le specie di umani. Sono le persone rette, degne di assoluta fiducia, a cui basta ancora una stretta di mano e la cui parola ha un valore certo. Le persone con un «cuore puro» non sono doppie, non sono ipocrite. Ciò che dicono corrisponde a quello che pensano e a ciò che fanno. Il loro agire è animato da una retta intenzione: senza secondi fini, senza pensieri nascosti. Non essendo persone corrotte, sono persone felici. 

Conoscere un puro di cuore è disporre di un tesoro inestimabile.

Immobile creatura. Un mio breve racconto

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La sua vita era stata discreta; quel susseguirsi di stagioni per anni e anni, e ancora anni, era il cadenzare della sua esistenza. Immobile, con radici ben piantate per terra, ben allungate nel terreno circostante, fino a raggiungere le altre specie, fino a parlare con loro con dolci schiocchi. E il suo corpo, denso e massiccio, imponente come di chi sa il fatto suo, fermo in quel luogo desolato, ricco di suoni e di silenzi. E la chioma, folta e spettinata, accarezzata dal vento e smossa di tanto in tanto da creature che vi si depositavano laboriose. Si sforzava, di anno in anno, di produrre dei fiori un po’ insignificanti, omaggiandone i dintorni. I frutti, però, erano ben riusciti e parlavano di lui, della sua generosità, del suo talento. Amava le stagioni e le piogge, amava ascoltare e addormentarsi pigramente, ritto in quel luogo eterno, dove era stato depositato un tempo. Quella era la sua casa.

La vide in una sera pigra e dolce, da lontano, e provò a chiamarla con un rapido svolazzare di foglie, ma non ottenne alcuna risposta. Che creatura strana, pensò, capace di spostarsi in quel modo. Raggruppò molta energia su di sé, facendola risalire dalle radici profonde, e gliela inviò con dei segnali di gratitudine e di bontà. Fu a quel punto che lei si accorse di lui e si avvicinò curiosa. Lui arrossì improvvisamente, e il suo fogliame divenne bruno più di quanto fosse opportuno in quel preciso momento, più di quanto il bosco vicino avrebbe tollerato dalla sua specie. Avrebbe dovuto renderne conto ma non se ne curò. Quando gli fu vicina, lei allungò timidamente una mano e lo toccò. Lui prese a vibrare, sentendo quell’interesse verso la sua immobilità. Lo abbracciò, infine e finalmente, e per lunghi attimi fu possibile appartenersi totalmente. Un equilibrio mai visto, mai provato, intenso e improvviso. Lei lo guardò in tutta la sua maestosità, dal basso all’alto, e lo chiamò Faggio. Gli disse: ‘Grazie di esistere, Faggio’. Seppe come si chiamava solo in quel momento. Seppe di esistere anche per altri e si inorgoglì. Le fu grata toccandola appena con un ramo. Non poteva di più. Poi, tornò in quel silenzio eterno cullandone il ricordo.

Cartoline

CARTOLINE

Nei prossimi giorni, alcuni amici riceveranno una mia cartolina. Mi piacerebbe tornare a questa pratica, tutt’altro che semplice, che era diffusa un tempo e che, onestamente, non mi vedeva molto costante. Acquistavo le cartoline scegliendole con molta cura, in genere, ma non mi decidevo mai a scriverle; quando l’avevo fatto, non mi decidevo a comprare i francobolli; quando vi ero riuscita, non mi ricordavo di spedirle. Insomma, era la forzatura a doverlo fare, che un po’ remava contro. Ma oggi, è tutto diverso, perché vorrei di tanto in tanto tornare ad inviare una cartolina a degli amici senza motivazione alcuna. Non è necessario essere chissà dove o chissà in quale occasione, perché non è il dover mostrare dove si è, ad aver valore, ma è la testimonianza dell’aver pensato a quella persona in quel momento. Così, basterà scegliere una cartolina della nostra città e inviare un saluto scritto che rimarrà come ricordo. Nulla a che vedere con un sms e nemmeno con una mail. Nulla a che vedere con i saluti a chiunque su Facebook. C’è tutta la fatica, dietro questo gesto, di comprare/scrivere/bollare/spedire la cartolina. Ma quando la invii, invii te stessa a quella persona, le invii la tua compagnia, un tuo ricordo, la tua calligrafia, una data che rimarrà. E quando la ricevi, in mezzo a bollette e corrispondenza insignificante, beh… ti si apre il cuore e ti viene da sorridere.

Anime gemelle

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L’incontro con un’anima gemella non è mai casuale anche se può avvenire in una circostanza qualunque; avviene tramite un susseguirsi di sequenze che ci portano diritti a lei. Quello che è certo, è che – a partire da quel preciso incontro – noi non saremo più la stessa persona. E’ proprio questo che distingue l’incontro con un’anima gemella da qualunque altro, cioè la sua missione. Quando due anime gemelle entrano in rapporto, qualcosa di insolito viene percepito all’istante, come se un essere superiore ci avesse premuto un tasto e ci chiedesse di ascoltare con attenzione, perché un messaggio importante starà per esserci donato.

Il messaggio che quest’anima ci porta, non ha nulla a che vedere con alcuna esigenza terrena, anche se queste possono sussistere perché fungono da veicolo necessario, ma con una missione di elaborazione e guarigione della nostra parte più profonda, dei nostri dolori, dei nostri demoni, e lei inconsapevolmente genera tale processo di guarigione attraverso le proprie azioni. Nulla è dovuto al caso.

Le anime gemelle non sono, come spesso si sente dire, coloro che si incontrano per unirsi ad esempio in matrimonio o in una lunga amicizia, in quanto non si muovono su rapporti d’amore né d’amicizia, né di odio o di stima; nulla di tutto ciò. Stiamo parlando di rapporti tra anime, che si attraggono in una dimensione non percepibile razionalmente, in funzione del grado di evoluzione che ognuna ha raggiunto e del percorso che dovrà ancora compiere. Questo tipo di aggancio è inspiegabile a livello conscio, ma ciò che, invece, è più facile da comprendere sin da subito, da percepire, è che quell’incontro ci lascia sin da subito sgomenti, in quanto abbiamo la sensazione che quell’anima ci appartenga, sia noi stessi, ci conosca nel più profondo e ci obblighi ad una profonda ristrutturazione di noi. A partire da quel momento, infatti, l’evolversi dei fatti ci indurrà a cambiare il nostro comportamento e modo di essere come non saremmo stati in grado di fare da soli; ci porterà a mettere in discussione ciò che eravamo fino a un attimo prima e per sempre.

L’incontro tra anime gemelle è, per questo, spesso tormentato e conflittuale, in quanto non ha avuto luogo per stabilire quell’armonia possibile da ottenere in un incontro tra persone affini, ma proprio per metterci in discussione, per cercare delle risposte e intervenire con un profondo cambiamento. La rinascita sarà potentissima.

Ciò che davamo per scontato non lo è più, ciò a cui non pensavamo affatto è ora possibile.

Un’altra caratteristica degli incontri animici di questo tipo è la loro durata. Essi non sono necessariamente frequentazioni lunghe, in quanto durano il tempo che necessita lo scardinamento dei falsi valori o dei disvalori a cui eravamo attaccati. Pur allontanandosi con vari pretesti e per cause diverse, due anime gemelle si apparterranno per sempre, così come si sono appartenute in precedenti vite e in altre forme. Esse si sono infatti cercate e ritrovate, riconosciute all’istante. Hanno interagito innestando nell’altra quel seme che germoglierà, riportando le cose in un equilibrio che l’altra stava perdendo. In qualche modo, incontriamo un’anima gemella proprio quando ne abbiamo bisogno, quando avevamo necessità che qualcuno ci aiutasse a liberarci da alcune gabbie entro cui vivevamo, e non saremmo riusciti a farlo da soli, o senza una forte motivazione. Esse sono state chiamate ad intervenire per noi, e questo è l’amore più sublime.

Vanno ringraziate, anche se il rapporto terreno si è frantumato; va riconosciuto che, semplicemente, avevano concluso la loro missione come noi avevamo concluso la nostra con loro. Noi non saremo più gli stessi, e loro neanche. Un seme germoglierà nell’altro, un seme giusto. Ora starà a noi proseguire senza più la loro mano, ma sapremo di ritrovarle di nuovo quando avremo ancora bisogno di loro, e loro di noi.

MANCARSI

Succede che conosci delle persone, e con queste persone inizi ad avere un rapporto stretto, confidenziale. Trascorri lunghe ore a parlare, a rivelarti, a conoscerle nei piccoli e grandi aspetti della loro esistenza. Senti che hanno una sensibilità, una continuità con te, le chiami e ti chiamano a loro volta, le pensi e subito ti arriva una mail, o un messaggio, o accade qualcosa in stretta connessione con loro. Per te sono sempre disponibili, ci sono sempre, ti difendono, ti considerano. Sono persone che non ti tradiscono, come tu non tradiresti loro, che pregano per te, che ti stimano. Succede che le ritrovi dopo mesi e vi frequentate nelle cose quotidiane. Poi le lasci e ti senti dire o scrivere che manchi loro. Anche loro mancano a me.

Cosa significa mancarsi? Credo significhi che siamo riusciti a trasmettere in qualcuno le nostre migliori qualità, come loro l’hanno fatto con noi. Significa averle negli occhi, sentire mentalmente la loro voce, ricordare le discussioni fatte, desiderare di passare ancora del tempo con loro. Significa stare bene in quella dimensione, e non avviene affatto con tutti. Significa essersi scelti o essersi ritrovati. Quando una persona ci manca, ci manca la sua essenza superiore, ci manca il suo viso, la sua cocciutaggine, la sua risata. Ci sembra di non aver fatto o detto abbastanza, di non essere sempre stati appropriati nei suoi confronti, che potevamo accoglierla di più. Però, quando riusciamo a dire a quella persona che ci manca, penso che ce l’abbiamo fatta. Ci siamo riusciti a farle capire che è entrata a tutti gli effetti nella nostra vita e non la lasceremo sfuggire. Che ci ha arricchiti, che ci fa stare bene. La persona che ci manca è la stessa che ci fa dimenticare i nostri crucci. Significa che un filo ci lega, ed è quel filo che ci porta a dire proprio: ‘mi manchi’, che ci salva da tutto. Ecco, vorrei che alle persone che mi mancano non accadesse mai nulla di male, nulla di spiacevole. Forse a qualcuna mi è capitato di non riuscire a dirlo in tempo, e mi manca ancor di più. Chissà se i miei pensieri la raggiungono ugualmente…

Mancarsi vuol dire appartenersi. E quando una persona ci manca va cercata e va trattenuta, perché un giorno potrebbe mancarci molto ma molto di più.

MISERIA NERA 2

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Ecco la seconda delle due lettere della scatola di metallo arrugginita. Il testo originario questa volta non è totalmente comprensibile, pertanto lo trascrivo in italiano, aggiungendo un po’ di senso in più, e aggiustando leggermente la punteggiatura:

Vergnasco, 15.10.1940

Caro figlio, ti scrivo questa lettera per darti mie notizie; noi siamo in perfetta salute e così spero di te. Ti dico che ho comprato il fieno; qui alla cascinetta riguardo il fieno non va male, adesso ho ancora erba per tre o quattro giorni, ma il fieno quest’anno è caro, pazienza. (…)

Non so cos’abbia preso alle vacche, darò loro il toro o la centella. Dimmi, caro figlio: guardo sempre se ti vedo arrivare ma è vano il mio aspettare; dicono che il 15 verrai a casa, (…) o per la fine del mese, fai sapere qualcosa. Dunque, caro figlio, qua con le vacche siamo io e il Franco, e le altre sono a casa che lavorano da matti; ieri la vacca ha partorito prima del tempo, ma il vitello è morto. (…)

Altro non mi resta che salutarti. Tuo padre Giovanni Coda.

Saluti da tuo fratello Franco.’

Parlavano di fieno e di vacche, nelle loro lettere: la loro sopravvivenza, la loro ricchezza. Parlavano di lavoro, di fatica, di attesa.

In tutti quei ‘Caro figlio’, però, quanto affetto!

MISERIA NERA

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Alcuni anni fa, mentre praticavo una delle mie passioni, ossia frequentare robivecchi, mercatini, persone che sgombrano vecchie case, ecc. ecc., e magari spiegherò cosa ci trovo in questa mia passione in un altro post, mi ero imbattuta in una scatola di metallo arrugginita, contenente un pacco di scritti vari. L’ho acquistata senza nemmeno leggerne uno. A casa, ho trascorso l’intero pomeriggio a passare tutta quella corrispondenza e quegli atti. Vi erano testamenti e cessioni di proprietà ottocenteschi, cartoline fasciste, lettere dal fronte, ricevute e vari altri generi.

Due lettere mi hanno colpita, e comincio col riportarne una:

Sulla busta vi è scritto: ‘Ultime volontà di mio padre’:

‘Trovandomi con la mia salute vacillante e non avendo nulla da lasciare ai miei cari figli e moglie, non voglio nemmeno portarne via perciò desidero che i miei funerali siano fatti senza fiori e senza accompagnamenti, di nessuna specie, nessuna messe né per i funerali e né poi solamente ricordarmi nelle vostre preghiere, desidero essere portato via col carro dei più poveri, e se possibile di notte che nessuno veda, al cimitero desidero una piccola croce di ferro, con placca di zinco con solo questa iscrizione:

Qui riposa chi nacque, visse e morì povero

Data di nascita e di morte

Se volete venire qualche volta al cimitero, non portate mai fiori, mai col tempo cattivo, mai d’inverno. Faccio formale raccomandazione importante: non vestire al lutto.

Queste raccomandazioni desidero siano eseguite. Raccomando caldamente la mia povera figlia, e sopportarla nei limiti possibili.

Vi lascio la mia benedizione’.

                                                                                    Torino, 22-4-39

                                                                                   Baldassarri Ignazio

 

Non serve commentare, ma forse ricordare cosa sia la povertà, quella vera, che è appartenuta anche agli italiani e che a molti appartiene ancora. Conservo questo scritto come fosse di un mio caro, eppure è di un emerito sconosciuto, e le sue ultime volontà sono state sgombrate da una casa come un qualunque oggetto.

La Cura

Ieri sera, annoiata sul divano, stavo valutando se andare a letto. Era mezzanotte ma ne avrei fatto a meno ed ero, invece, tentata di cominciare un nuovo libro. Poi, ho girato un paio di canali senza grandi speranze, e su Rai Tre stava iniziando proprio in quel momento una puntata de ‘I dieci comandamenti’, di Domenico Iannacone, che avevo già seguito nelle precedenti stagioni.

L’ho guardata d’un fiato, non riuscivo a staccarmi da quel racconto. Una storia così toccante, quella di Pierpaolo, così delicata e immensa, da avermi commossa profondamente. Un amore, quello narrato, perfetto e puro, di una tale bellezza da avermi riportato a pensare che nel mondo, in effetti, di bellezza ce n’è ancora tanta, ed è la più nascosta.

Oggi, sono andata a rivedermela, quella storia di cui non racconto nulla; mi sono detta che da sola vale – per quanto mi riguarda – l’intero canone annuo RAI. Ti prende l’anima, ecco quello che fa.

E’ disponibile su Raireplay, puntata del 03/12/2017 – Titolo: La Cura, oppure nel sito stesso della trasmissione. Nella seconda parte vi è poi una seconda storia, anch’essa bellissima.