Immobile creatura. Un mio breve racconto

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La sua vita era stata discreta; quel susseguirsi di stagioni per anni e anni, e ancora anni, era il cadenzare della sua esistenza. Immobile, con radici ben piantate per terra, ben allungate nel terreno circostante, fino a raggiungere le altre specie, fino a parlare con loro con dolci schiocchi. E il suo corpo, denso e massiccio, imponente come di chi sa il fatto suo, fermo in quel luogo desolato, ricco di suoni e di silenzi. E la chioma, folta e spettinata, accarezzata dal vento e smossa di tanto in tanto da creature che vi si depositavano laboriose. Si sforzava, di anno in anno, di produrre dei fiori un po’ insignificanti, omaggiandone i dintorni. I frutti, però, erano ben riusciti e parlavano di lui, della sua generosità, del suo talento. Amava le stagioni e le piogge, amava ascoltare e addormentarsi pigramente, ritto in quel luogo eterno, dove era stato depositato un tempo. Quella era la sua casa.

La vide in una sera pigra e dolce, da lontano, e provò a chiamarla con un rapido svolazzare di foglie, ma non ottenne alcuna risposta. Che creatura strana, pensò, capace di spostarsi in quel modo. Raggruppò molta energia su di sé, facendola risalire dalle radici profonde, e gliela inviò con dei segnali di gratitudine e di bontà. Fu a quel punto che lei si accorse di lui e si avvicinò curiosa. Lui arrossì improvvisamente, e il suo fogliame divenne bruno più di quanto fosse opportuno in quel preciso momento, più di quanto il bosco vicino avrebbe tollerato dalla sua specie. Avrebbe dovuto renderne conto ma non se ne curò. Quando gli fu vicina, lei allungò timidamente una mano e lo toccò. Lui prese a vibrare, sentendo quell’interesse verso la sua immobilità. Lo abbracciò, infine e finalmente, e per lunghi attimi fu possibile appartenersi totalmente. Un equilibrio mai visto, mai provato, intenso e improvviso. Lei lo guardò in tutta la sua maestosità, dal basso all’alto, e lo chiamò Faggio. Gli disse: ‘Grazie di esistere, Faggio’. Seppe come si chiamava solo in quel momento. Seppe di esistere anche per altri e si inorgoglì. Le fu grata toccandola appena con un ramo. Non poteva di più. Poi, tornò in quel silenzio eterno cullandone il ricordo.

Cartoline

CARTOLINE

Nei prossimi giorni, alcuni amici riceveranno una mia cartolina. Mi piacerebbe tornare a questa pratica, tutt’altro che semplice, che era diffusa un tempo e che, onestamente, non mi vedeva molto costante. Acquistavo le cartoline scegliendole con molta cura, in genere, ma non mi decidevo mai a scriverle; quando l’avevo fatto, non mi decidevo a comprare i francobolli; quando vi ero riuscita, non mi ricordavo di spedirle. Insomma, era la forzatura a doverlo fare, che un po’ remava contro. Ma oggi, è tutto diverso, perché vorrei di tanto in tanto tornare ad inviare una cartolina a degli amici senza motivazione alcuna. Non è necessario essere chissà dove o chissà in quale occasione, perché non è il dover mostrare dove si è, ad aver valore, ma è la testimonianza dell’aver pensato a quella persona in quel momento. Così, basterà scegliere una cartolina della nostra città e inviare un saluto scritto che rimarrà come ricordo. Nulla a che vedere con un sms e nemmeno con una mail. Nulla a che vedere con i saluti a chiunque su Facebook. C’è tutta la fatica, dietro questo gesto, di comprare/scrivere/bollare/spedire la cartolina. Ma quando la invii, invii te stessa a quella persona, le invii la tua compagnia, un tuo ricordo, la tua calligrafia, una data che rimarrà. E quando la ricevi, in mezzo a bollette e corrispondenza insignificante, beh… ti si apre il cuore e ti viene da sorridere.

Affetti Primari e Secondari

BARUCH SPINOZA

Facciamo sul serio e parliamo di Spinoza e della sua teoria degli Affetti Primari e Secondari. Quelle che noi definiremmo genericamente ‘emozioni’ o ‘passioni’, Spinoza le definisce affetti. Egli distingue tre affetti principali:

La Cupidità, cioè il Desiderio;

La Letizia, cioè l’affetto generato da una perfezione minore ad una maggiore;

La Tristezza, cioè l’affetto generato da una perfezione maggiore ad una minore.

 

Da questi tre Affetti Primari, egli ricava quelli che per lui sono definibili come Affetti Secondari, che dai primi dipendono (Libro III dell’Etica).

Eccone le definizioni che ci offre:

L’Amore è una Letizia accompagnata dall’idea di una causa esterna.

L’Odio è una Tristezza accompagnata dall’idea di una causa esterna.

La Propensione è Letizia accompagnata dall’idea di una cosa che è per accidente causa di Letizia.

L’Avversione è Tristezza accompagnata dall’idea di una cosa che è per accidente causa di Tristezza.

La Devozione è Amore verso colui che ammiriamo.

L’Irrisione è Letizia che nasce dall’immaginare che qualche cosa che disprezziamo si trova in una cosa che odiamo.

La Speranza è una Letizia  incostante, nata dall’idea di una cosa futura o passata, del cui esito dubitiamo in qualche misura.

La Paura è una Tristezza incostante, nata dall’idea di una cosa futura o passata, del cui esito dubitiamo in qualche misura.

La Sicurezza è Letizia nata dall’idea di una cosa futura o passata, riguardo alla quale è stata tolta ogni causa di dubbio.

La Disperazione è Tristezza nata dall’idea di una cosa futura o passata, riguardo alla quale è stata tolta ogni causa di dubbio.

Il Gaudio è Letizia accompagnata dall’idea di una cosa passata, accaduta insperatamente.

Il Rimorso è Tristezza accompagnata dall’idea di una cosa passata, accaduta contro la nostra Speranza.

La Commiserazione è Tristezza accompagnata dall’idea di un male, accaduto ad un altro che immaginiamo simile a noi.

L’Invidia è Odio in quanto s’impadronisce talmente dell’uomo che questi si rattrista della felicità altrui, e, al contrario, gode del male altrui.

La Misericordia è Amore in quanto s’impadronisce talmente dell’uomo che questi gode del bene altrui, e, al contrario, si rattrista del male altrui.

La Soddisfazione di noi stessi è Letizia nata dal fatto che l’uomo considera se stesso e la sua potenza d’agire.

L’Umiltà è Tristezza nata dal fatto che l’uomo considera la sua impotenza o la sua debolezza.

Il Pentimento è Tristezza accompagnata dall’idea di un fatto che crediamo di aver compiuto per libero decreto della Mente.

La Superbia consiste nel sentire di sé, per Amore di se stesso, più del giusto.

La Riconoscenza o Gratitudine è Cupidità o sollecitudine d’Amore, mediante la quale ci sforziamo di far del bene a chi ci ha arrecato un beneficio per un uguale affetto di Amore.

La Benevolenza è Cupidità di far del bene a colui del quale abbiamo commiserazione.

L’Ira è Cupidità dalla quale siamo incitati per Odio a far male a colui che odiamo.

La Vendetta è Cupidità dalla quale siamo incitati per Odio reciproco a far male a colui che per un uguale affetto di Odio ci ha arrecato danno.

La Crudeltà o la Sevizia è Cupidità dalla quale uno è incitato a far male a colui che amiamo, o di cui abbiamo commiserazione.

Il loro canto

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Balenieri islandesi uccidono una balena incinta in via d’estinzione e cercano di farne sparire rapidamente il feto per non farsi scoprire, ma vengono sorpresi e immortalati dagli attivisti che ne stavano monitorando il lavoro. Protagonisti di questo ennesimo, orrendo crimine contro la biodiversità, i balenieri della Hvalur hf, la compagnia islandese del magnate Kristján Loftsson che dall’inizio della stagione di caccia, avviata a giugno, hanno già ucciso oltre cento balenottere comuni (Balaenoptera physalus), una specie minacciata di estinzione e classificata con codice EN (endangered, in pericolo) nella Lista Rossa dell’Unione Internazionale per la Conservazione della Natura.

Il tanto utilizzato Whalegrenade-99, creato e realizzato in Norvegia dal 1999, è un arpione che viene sparato grazie a 30 gr di esplosivo, il tetranitrato di pentaeritrite (chiamato anche pentrite), uno degli esplosivi più potenti al mondo. L’arpione penetra a una profondità di un metro e mezzo all’interno del corpo della balena e dovrebbe ucciderlo prima ancora che gli artigli caricati a molla si liberino e avvolgano il suo corpo. 

Il signor Loftsson, 75 anni, è l’ultimo cacciatore commerciale di balene fin al mondo. È stato denunciato da gruppi ambientalisti e le sue imbarcazioni sono state affondate da attivisti radicali, ma qui la sua attività è legale perché l’Islanda non riconosce la moratoria internazionale sulla caccia commerciale.

Oggi, Islanda e Norvegia sono gli unici paesi che consentono la caccia commerciale alle balene. I cacciatori giapponesi operano con un permesso di ricerca rilasciato dal proprio governo e la caccia aborigena alla sussistenza si svolge in una manciata di paesi che comprende Stati Uniti, Canada, Russia e Groenlandia.

A livello globale, le balene di aletta sono elencate come minacciate dall’Unione internazionale per la conservazione della natura e la caccia commerciale della specie è stata fermata in Islanda per 20 anni, sebbene alcune balene siano state prese sotto permessi scientifici.

Il paese è costantemente sotto pressione internazionale per porre fine alla caccia alle balene. Nel 2013, il presidente Barack Obama ha chiesto la fine della caccia. L’anno seguente, l’Unione Europea ha guidato una protesta internazionale contro la caccia alle balene in Islanda. Quest’estate, il Ministero della pesca islandese ha concesso alla compagnia del signor Loftsson il permesso di cacciare 238 balenottere.

Povere creature, evolutissime, meravigliose, che emettono un canto per comunicare tra loro e con noi, che provano sentimenti quali amore e tristezza. Che sentono. Poveri noi, che non riconosciamo in loro null’altro che del cibo e non abbiamo pietà per le loro maternità, per i loro feti, per loro stesse. Poveri noi, che consideriamo il prossimo per la sua carne e infliggiamo qualunque supplizio credendo di averne diritto. Abbiano compassione, queste balene, di ciò che noi siamo. Loro, che secondo le filosofie orientali sono, su un piano evolutivo, appena prima dell’uomo.

DOMINION

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Il nuovo documentario Dominion, della durata di due ore, racconta in modo estremamente toccante gli orrori dello sfruttamento animale in ogni settore, ma soprattutto in quello degli allevamenti per l’alimentazione umana. Si tratta di un film che mostra immagini di enorme impatto emotivo. La versione italiana sarà disponibile a partire dalla metà di ottobre, con una “prima” al Cinema Classico di Torino  (Piazza Vittorio Veneto, 5) il 14 ottobre alle ore 17.30.

Attraverso le immagini catturate dalle telecamere nascoste all’interno di allevamenti e macelli, il film riesce a far davvero percepire la sofferenza estrema degli animali, la loro disperazione, il loro grido di aiuto. Mostra cosa accade realmente agli animali e come sono trattati dai lavoratori quando “nessuno vede”. Si tratta di allevamenti standard, non peggiori né migliori di altri, sono gli stabilimenti che esistono in tutto il mondo, perché le tecniche di allevamento e di macellazione sono le stesse dappertutto, così com’è lo stesso il disinteresse per la vita e la sofferenza degli animali, considerati come merce.

Che ci si trovi in Italia, in Australia, negli USA, in Germania, nel Regno Unito o in qualsiasi altra nazione del mondo, le scene sono sempre le stesse e lo vediamo dalle investigazioni fatte in tutti i paesi. Le voci narranti spiegano tutto questo e non lasciano dubbi sulla necessità di porre fine a questo massacro, una vergogna per l’umanità intera.

Ecco le parole del regista Chris Delforce, tratte dalla sua intervista sul sito del film.

“Le industrie che traggono i loro profitti dallo sfruttamento e maltrattamento degli animali si nascondono dietro un muro di segretezza – sanno che se i consumatori vedessero coi loro occhi ciò che succede veramente nella produzione di carne, latticini, uova, pelle, ecc., moltissimi smetterebbero di consumare questi prodotti e queste industrie cesserebbero di esistere. Nei miei 7 anni di attivismo per gli animali ho lavorato per demolire questo muro, per forzare la trasparenza su questi luoghi veramente orribili.”

“La cosa più importante che voglio comunicare agli spettatori è che gli animali sono individui, esseri senzienti – pensano, provano emozioni, sentono dolore, soffrono. I maiali che trovano una morte orrenda nelle camere a gas non sono diversi dai cani e gatti che fanno parte della nostra famiglia e che amiamo. Non vogliono morire e ogni spettatore ha il potere di fermare tutto questo… al contrario di quanto avviene su altri temi di ingiustizia sociale, non dobbiamo convincere un governo a fare la cosa giusta, ma sta solo a noi come consumatori. E’ nelle nostre mani ed è una nostra responsabilità.”

“Nella maggior parte dei casi sappiamo abbastanza bene cosa ci aspetta, quando filmiamo con le telecamere nascoste, ma non sempre questo è sufficiente per essere preparati a quello che poi si vede. Filmare il massacro di migliaia e migliaia di pulcini maschi gettati in un frullatore di dimensioni industriali, perché l’industria delle uova li considera inutili, o vedere i vitelli maschi dell’industria del latte portati via dalle madri, che rincorrono disperatamente i camion, di nuovo perché i vitelli sono visti come ‘scarti di lavorazione’… questi sono fatti che abbiamo sempre saputo, ma vederli davvero è tutta un’altra cosa.”

 

MANCARSI

Succede che conosci delle persone, e con queste persone inizi ad avere un rapporto stretto, confidenziale. Trascorri lunghe ore a parlare, a rivelarti, a conoscerle nei piccoli e grandi aspetti della loro esistenza. Senti che hanno una sensibilità, una continuità con te, le chiami e ti chiamano a loro volta, le pensi e subito ti arriva una mail, o un messaggio, o accade qualcosa in stretta connessione con loro. Per te sono sempre disponibili, ci sono sempre, ti difendono, ti considerano. Sono persone che non ti tradiscono, come tu non tradiresti loro, che pregano per te, che ti stimano. Succede che le ritrovi dopo mesi e vi frequentate nelle cose quotidiane. Poi le lasci e ti senti dire o scrivere che manchi loro. Anche loro mancano a me.

Cosa significa mancarsi? Credo significhi che siamo riusciti a trasmettere in qualcuno le nostre migliori qualità, come loro l’hanno fatto con noi. Significa averle negli occhi, sentire mentalmente la loro voce, ricordare le discussioni fatte, desiderare di passare ancora del tempo con loro. Significa stare bene in quella dimensione, e non avviene affatto con tutti. Significa essersi scelti o essersi ritrovati. Quando una persona ci manca, ci manca la sua essenza superiore, ci manca il suo viso, la sua cocciutaggine, la sua risata. Ci sembra di non aver fatto o detto abbastanza, di non essere sempre stati appropriati nei suoi confronti, che potevamo accoglierla di più. Però, quando riusciamo a dire a quella persona che ci manca, penso che ce l’abbiamo fatta. Ci siamo riusciti a farle capire che è entrata a tutti gli effetti nella nostra vita e non la lasceremo sfuggire. Che ci ha arricchiti, che ci fa stare bene. La persona che ci manca è la stessa che ci fa dimenticare i nostri crucci. Significa che un filo ci lega, ed è quel filo che ci porta a dire proprio: ‘mi manchi’, che ci salva da tutto. Ecco, vorrei che alle persone che mi mancano non accadesse mai nulla di male, nulla di spiacevole. Forse a qualcuna mi è capitato di non riuscire a dirlo in tempo, e mi manca ancor di più. Chissà se i miei pensieri la raggiungono ugualmente…

Mancarsi vuol dire appartenersi. E quando una persona ci manca va cercata e va trattenuta, perché un giorno potrebbe mancarci molto ma molto di più.

September

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Agosto va verso la conclusione, e settembre è ormai alle porte. Un bellissimo mese da cui si riparte, si riprendono le attività interrotte e si formulano progetti e propositi. Nessuna vacanza, nessuna interruzione delle ordinarie attività, del proprio lavoro, della propria quotidianità, ha ragione di durare per sempre, in quanto cambierebbe la propria natura. Per me, una vacanza serve per fermarmi, riposarmi e ricaricare le pile, oppure per stancarmi in attività diverse da ciò che compio tutti i giorni. Serve, soprattutto, per fare ciò che desidero fare.

Durante la mia vacanza, io cerco la quadra di me stessa, per così dire. Mi occorre per riallinearmi, come un pianetino che, ruotando e ruotando in un sistema solare, si allontana di un centimetro al giorno dalla propria traiettoria, dalla propria natura. Ritrovata la centratura, posso riprendere da dove avevo lasciato, ma con uno sguardo diverso. Sono io a cambiare, tutte le volte, e non la realtà circostante. Siamo noi.

A settembre alzo sempre la posta. Elenco una serie di progetti e propositi che, proprio la pausa, mi ha permesso di elaborare. C’è spazio per:

  • Nuove attività a cui mi dedicherò;

  • Vecchie abitudini o attività che intenderò dismettere;

  • Progetti da avviare;

  • Rami verdi da coltivare, di cui avere cura, cioè persone nelle quali si vede del buono, qualcosa da amare in loro e di loro;

  • Rami secchi da sfrondare, ovvero persone in cui si pensava di aver visto qualcosa, ma questo qualcosa non c’era affatto. Persone che non ci hanno rispettate, non ci hanno cercate, non ci hanno capite. Persone con cui non ci sentivamo noi stesse.

La mia lista è sempre molto ricca, e per questo settembre è già pronta. Il filo conduttore, che accomunerà il tutto, sarà:

‘ESSERE CIO’ CHE VOGLIO ESSERE,

FARE CIO’ CHE MI PIACE, CON CHI MI PIACE’

Non darò spazio a ciò che sarà contrario alla mia natura né a coloro che non desidererò più nella mia vita. Sarò consapevole della mia potenza, non delegherò a nessuno la percezione di me stessa e della mia felicità.

Ecco cosa farò.

MISERIA NERA 2

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Ecco la seconda delle due lettere della scatola di metallo arrugginita. Il testo originario questa volta non è totalmente comprensibile, pertanto lo trascrivo in italiano, aggiungendo un po’ di senso in più, e aggiustando leggermente la punteggiatura:

Vergnasco, 15.10.1940

Caro figlio, ti scrivo questa lettera per darti mie notizie; noi siamo in perfetta salute e così spero di te. Ti dico che ho comprato il fieno; qui alla cascinetta riguardo il fieno non va male, adesso ho ancora erba per tre o quattro giorni, ma il fieno quest’anno è caro, pazienza. (…)

Non so cos’abbia preso alle vacche, darò loro il toro o la centella. Dimmi, caro figlio: guardo sempre se ti vedo arrivare ma è vano il mio aspettare; dicono che il 15 verrai a casa, (…) o per la fine del mese, fai sapere qualcosa. Dunque, caro figlio, qua con le vacche siamo io e il Franco, e le altre sono a casa che lavorano da matti; ieri la vacca ha partorito prima del tempo, ma il vitello è morto. (…)

Altro non mi resta che salutarti. Tuo padre Giovanni Coda.

Saluti da tuo fratello Franco.’

Parlavano di fieno e di vacche, nelle loro lettere: la loro sopravvivenza, la loro ricchezza. Parlavano di lavoro, di fatica, di attesa.

In tutti quei ‘Caro figlio’, però, quanto affetto!

MISERIA NERA

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Alcuni anni fa, mentre praticavo una delle mie passioni, ossia frequentare robivecchi, mercatini, persone che sgombrano vecchie case, ecc. ecc., e magari spiegherò cosa ci trovo in questa mia passione in un altro post, mi ero imbattuta in una scatola di metallo arrugginita, contenente un pacco di scritti vari. L’ho acquistata senza nemmeno leggerne uno. A casa, ho trascorso l’intero pomeriggio a passare tutta quella corrispondenza e quegli atti. Vi erano testamenti e cessioni di proprietà ottocenteschi, cartoline fasciste, lettere dal fronte, ricevute e vari altri generi.

Due lettere mi hanno colpita, e comincio col riportarne una:

Sulla busta vi è scritto: ‘Ultime volontà di mio padre’:

Trovandomi con la mia salute vacillante e non avendo nulla da lasciare ai miei cari figli e moglie, non voglio nemmeno portarne via perciò desidero che i miei funerali siano fatti senza fiori e senza accompagnamenti, di nessuna specie, nessuna messe né per i funerali e né poi solamente ricordarmi nelle vostre preghiere, desidero essere portato via col carro dei più poveri, e se possibile di notte che nessuno veda, al cimitero desidero una piccola croce di ferro, con placca di zinco con solo questa iscrizione:

Qui riposa chi nacque, visse e morì povero

Data di nascita e di morte

Se volete venire qualche volta al cimitero, non portate mai fiori, mai col tempo cattivo, mai d’inverno. Faccio formale raccomandazione importante: non vestire al lutto.

Queste raccomandazioni desidero siano eseguite. Raccomando caldamente la mia povera figlia, e sopportarla nei limiti possibili.

Vi lascio la mia benedizione’.

                                                                                    Torino, 22-4-39

                                                                                   Baldassarri Ignazio

 

Non serve commentare, ma forse ricordare cosa sia la povertà, quella vera, che è appartenuta anche agli italiani e che a molti appartiene ancora. Conservo questo scritto come fosse di un mio caro, eppure è di un emerito sconosciuto, e le sue ultime volontà sono state sgombrate da una casa come un qualunque oggetto.

Pitagora (580 a.C. – 495 a.C.)

PITAGORA

Così disse, e ci viene narrato da Ovidio, nelle Metamorfosi:

‘Astenetevi o mortali dal contaminarvi il corpo con pietanze empie! Ci sono i cereali, ci sono frutti che piegano con il loro peso i rami, grappoli turgidi d’uva sulle viti. Ci son verdure deliziose, ce n’è di quelle che si possono rendere più buone e più tenere con la cottura. E nessuno vi proibisce il latte, e il miele, che profuma di timo. La terra generosa vi fornisce ogni ben di dio e vi offre banchetti senza bisogno di uccisioni e sangue. Con la carne placano la fame le bestie, ma neppure tutte: il cavallo, le greggi e gli armenti vivono d’erba. Sono le bestie d’indole cattiva e selvatica, le tigri d’Armenia e i leoni iracondi e i lupi e gli orsi, a godere dei cibi sanguinolenti. Ah, che delitto enorme è cacciare visceri nei visceri, ingrassare il corpo ingordo stipandovi dentro un altro corpo, vivere della morte di un altro essere vivente! In mezzo a tutta l’abbondanza di prodotti della Terra, la migliore di tutte le madri, davvero non ti piace altro che masticare con dente crudele poveri carne piagate, facendo il verso col muso ai ciclopi? E solo distruggendo un altro potrai placare lo sfinimento di un ventre vorace e vizioso?’