Caro Inverno

INVERNO 1

La danza della neve

Sui campi e sulle strade
silenziosa e lieve
volteggiando, la neve
cade.

Danza la falda bianca
nell’ampio ciel scherzosa,
Poi sul terren si posa
stanca.

In mille immote forme
sui tetti e sui camini,
sui cippi e sui giardini
dorme.

Tutto d’intorno è pace;
chiuso in oblio profondo,
indifferente il mondo
tace.

                           Ada Negri

INVERNO 4

Neve

Neve che turbini in alto e avvolgi
le cose di un tacito manto.
Neve che cadi dall’alto e noi copri
coprici ancora, all’infinito: imbianca
la città con le case, con le chiese,
il porto con le navi,
le distese dei prati…

                                      Umberto Saba

Snowman

Il pupazzo di neve

Nella notte dell’inverno,
galoppa un grande uomo bianco.
E’ un pupazzo di neve
con un pipa di legno
un grande pupazzo di neve
perseguitato dal freddo.
In una piccola casa
entra senza bussare
e per riscaldarsi
si siede sulla stufa rovente
e sparisce d’un tratto
lasciando solo lo sua pipa
in mezzo ad una pozza d’acqua
ed il suo vecchio cappello.

                                      Jaques Prevert

albero-inverno

L’albero nudo

Un albero nudo
fuori della mia finestra
solitario
leva nel cielo freddo
i suoi rami bruni.
Il vento sabbioso la neve il gelo
non possono ferirlo.
Ogni giorno quell’albero
mi dà pensieri di gioia:
da quei rami nudi
indovino il verde che verrà.

                               Wang Ya-Pung

 

 

Nutrire

UCCELLINI INVERNALI

Si chiama empatia e ci sarebbe da parlarne per ore, anche per tutte quelle volte in cui non è ben riposta negli altri. Quando, però, gli altri sono creature innocenti, allora è sempre ben indirizzata, perché genera gioia e felicità. La facoltà di accorgersi, di mettersi nei panni di ogni singola creatura di questo Pianeta, di immaginare i suoi bisogni e le sue difficoltà, è una dotazione che non tutti hanno mentre andrebbe sviluppata sin da bambini.

Durante i periodi freddi, gli uccellini selvatici hanno bisogno di una mano da parte nostra, di quell’uomo che ne riconosce l’utilità per mangiarseli o per chiuderli in gabbia. Ma cosa c’è di più bello nel preparare per loro delle palline da appendere agli alberi, anche in città, o ad un terrazzo, e di appostarsi per osservarli mentre vi si avvicinano poco alla volta, chiamandosi tra loro, mentre assaggiano timidi i primi semi? Un gesto del genere apre il cuore, ti fa sentire in alto, in quella dimensione in cui i soliti discorsi sui cenoni non vengono trattati, o le compere, o le vacanze ad ogni costo. Tutto questo non serve a nulla, non sposta nulla, nemmeno una virgola di felicità in più arriverà a te attraverso un acquisto o una festività qualunque. Nemmeno una vacanzina ai Caraibi (uno dei tanti cliché), perché sei sempre tu e non sono mai un luogo o una cosa a poterti rendere felice. Nutrire quegli esseri, ed osservarli mentre cinguettano salutandoti, invece si. Ti colma di gioia, senti di essere in loro, di volare con loro, di averli aiutati a superare quel freddo e di immaginare che potranno costruire i loro nidi e deporre le loro uova ancora una volta, senti di aver fatto davvero parte di un grande disegno in cui non ci sei solo tu.

Ho impiegato un’oretta circa ad appendere le palline su svariati rami di peri e di meli, mischiando le tipologie perché trovassero di tutto su ogni albero. Ho trascorso diverse ore mattutine ad osservarli, e la sensazione era sempre la stessa, di eternità, di trascendenza.

Ecco una ricetta facile per palline casalinghe:

  • Margarina

  • Biscotti secchi

  • Arachidi sgusciate (non salate)

  • Semi di girasole

  • Uvetta

Occorre dapprima sciogliere la margarina, sbriciolare i biscotti secchi e spezzettare un po’ le arachidi. Unire il tutto aggiungendovi semi e uvetta e versare in un barattolino di vetro. Non appena il composto si sarà solidificato, potrà essere levato dal vasetto e inserito in una reticella che potrà essere appesa.

Per gli uccelli granivori (passeri, fringuelli, cardellini), meglio una miscela di semi, come miglio, avena, canapa, frumento).

E’ poco, per stare bene? E’ molto. Si prova cosa significhi il termine ‘connessione’.

Nutrirsi

MENU' DI CARNE

Lo scopo non è quello di smettere di uccidere completamente, perché questo sarebbe impossibile, bensì ridurre al minimo le sofferenze inflitte ad altre creature mentre pensiamo a noi stessi e al nostro nutrimento. Vi sono moltissime ragioni per scegliere un’alimentazione vegetariana, e queste ragioni possono essere organizzate in un ordine gerarchico. Le illustro a partire da quella a mio avviso meno importante a quella, sempre a mio avviso, più importante.

3) SALUTE

E’ ormai arcinoto come, un’alimentazione vegetariana, possa ricondurre il nostro organismo al suo miglior funzionamento. Le proteine vegetali mantengono basso il livello di colesterolo e non intossicano quanto le proteine animali. La nostra conformazione dice che, a tutti gli effetti, i nostri apparati sono quelli tipici degli esseri che si nutrano di vegetali e frutta. Il fatto, poi, che si sia divenuti onnivori non è da interpretarsi con l’obbligo di mangiare carne, tantomeno per ragioni di nutrienti, ma alla possibilità di nutrirsi di carne all’occorrenza, quando impossibilitati a nutrirsi diversamente.

2) ECONOMIA

Carne e pesce nutrono pochi a spese di molti, e anche su questo ci sono moltissimi studi. Per allevare gli animali da macello, vengono utilizzate enormi quantità di foraggio e di acqua in un rapporto di 1:16: ci vogliono 16 chili di cereali per ottenere 1 chilo di carne. E’ possibile immaginare di essere attorno ad una tavola con 50 persone; nel piatto di una sola di loro troneggia una bistecca da 250 grammi, mentre tutti gli altri piatti sono vuoti. Ciò che le nazioni ricche fanno ai paesi poveri, per ottenere le enormi quantità di carne di cui si nutre, è di depauperare il loro territorio e saccheggiarlo per le grandi coltivazioni, restituendo in cambio l’immissione di pesticidi e la contaminazione delle acque. La scelta vegetariana appartiene quindi ai paesi del benessere, non è tutto il mondo a doversene preoccupare, ma noi si.

1) ETICA

Si macellano miliardi di animali all’anno, e le modalità sono agghiaccianti, anche quelle garantite dalla legislatura sotto la definizione di ‘benessere animale’. Basta entrare in rete e si può ormai visionare di tutto, la scusa del non sapere non può reggere. Bisogna a quel punto stabilire da che parte si voglia stare, se quella violenza faccia parte di noi, del nostro modo di concepire l’esistenza nostra e degli altri. Si tratta di decidere se vedere l’anima degli altri esseri oppure negarne l’esistenza. Se il loro dolore, le loro urla, siano il giusto prezzo per una cena, o un cenone, dato che siamo in zona festività, a base di carne o pesce.

L’ordine che ho scelto di dare alle tre ragioni più note, parte dal presupposto che la salute di ciascuno di noi sia anche una scelta personale. La ragione economica, invece, parte dal presupposto che un cittadino benestante, per il solo principio di volersi nutrire di carne o pesce, decida di mandare in rovina altre popolazioni, quindi un danno agli altri è da considerarsi più grave che un danno a noi stessi presi singolarmente. La ragione etica si discosta dalle due principali, e dunque si pone al vertice: a prescindere da quale sia la mia volontà, infliggere sofferenza e morte non è diritto di nessuno. La vita di chiunque è sacra.

C’è poi una quarta ragione che necessita di essere trattata a parte, ed è il karma e quale sia il rapporto tra cibo e spiritualità. Questa si pone all’origine di tutte, trascende anche la ragione etica pur facendola sua, ma necessita di un minimo di approfondimento e, soprattutto, nonostante sia la più importante, è piuttosto sconosciuta e non la si sente mai citare nei dibattiti. Invece, spiegata questa, tutti resterebbero zitti.

Buone Feste, pranzi e cene.

S. Natale

NATALE

Forse dovrei scrivere del Natale, ma ne scrivo alla mia maniera. Ho addobbato riccamente la casa, come sempre – a questo tengo molto – con palline/lucine/carillon/angioletti dappertutto, candele, ghirlande, essenze, e quant’altro; ho ascoltato una Messa tenuta in azienda dal Vescovo, rimanendo rapita dalla sua omelia, una delle più belle che io abbia mai sentito; così ho chiesto di poter riceverne il testo che magari pubblicherò. Ho acquistato solo libri. Ho prodotto dei doni completamente ideati e confezionati da me, avendo iniziato ad ottobre, e sono quelli che più mi hanno dato soddisfazione e che regalo a persone speciali. Non speciali per me, innanzitutto speciali in sé. In giro per negozi? Zero. Mercatini e bancarelle? Nemmeno uno. Giretti a zonzo? No, non ho tempo e se me ne avanza faccio altro. La cena di Natale aziendale? Assolutamente no, troppa gente, troppo caos, troppo tutto. Alcuni mi dicono che bisogna esserci, si deve fare, ma varrà per loro. Insomma, ho sgombrato ormai dalla mia vita, anno dopo anno, dopo anno, tutto il superfluo, il consumismo, la patina di effimero. Cosa rimane, dunque? Ciò che è vero. Gli auguri sinceri con quelle persone che non escono dalla mia vita perché da me non vogliono nulla; i doni prodotti per loro – non oggetti qualunque ma qualcosa che sia di aiuto e di sostegno per le loro esistenze – un pranzo vegetariano (su questo scriverò a parte), preghiere, riflessioni, sguardi all’infinito. E’ tantissimo, anzi è tutto.

Poetica

PRATO

C’è una poetica del mattino. Recandomi a piedi alla stazione, lungo un percorso di un chilometro e mezzo, attraverso viali alberati e costeggio vasti prati. E incrocio persone osservandole con interesse. Alcune di loro, di buon’ora, escono per portare fuori il proprio cane. Vedo allora quell’uomo dall’aspetto un po’ burbero che attende amorevolmente che il suo piccolo cagnolino lo raggiunga, girandosi di tanto in tanto. C’è la donna anoressica con un minutissimo cane, anch’esso un po’ tale. Un’altra ha uno yorkshire tripode, che saltella con un’energia e un sorriso da cane stampato sul musetto. Mi fermo, con quella signora, e mi racconta che quel cane era destinato alla soppressione ma lei lo ha impedito e, dal profondo sud dove si trovava in vacanza, lo ha portato a vivere qui. All’andata, lui saltella da solo; al ritorno, lei lo porta in braccio per non farlo stancare troppo. Talvolta, queste persone con i cani si fermano e chiacchierano in gruppo; poche parole in attesa che i loro cani le raggiungano e si fiutino un po’. C’è una poetica in quei grandi prati, talvolta di erba alta, talvolta appena rasati, così come c’è una poetica nei lombrichi che escono sull’asfalto nelle giornate di pioggia; li scanso uno ad uno, e a volte mi fermo ad osservarne il movimento, o li salvo da morte certa raccogliendoli con un legnetto e posandoli sull’erba. C’è una poetica nei maestosi alberi che incrocio, fissi nel loro posto perenne; un giorno sono fioriti, un altro giorno sono verdissimi, e poi rosso fuoco, e ancora coi soli rami colmi di gelo. Li guardo sempre, saluto anche loro e mi accorgo di quanto tutto questo accompagni le mie giornate, le mie settimane, i mesi, gli anni. C’è una poetica nel giungere in stazione e guardarsi negli occhi. Non ci si conosce personalmente, ma ci si vede quasi sempre e, talvolta, ci si saluta con un cenno d’intesa. Sul treno, poi, c’è una poetica nell’alzare lo sguardo dal libro e guardare a volo d’uccello sulle teste di tutti: anime con la propria storia, ognuna impegnata nel cercare la stessa risposta. Invio i miei auguri di benevolenza a tutte loro, anche se urlano in treno, anche se spintonano o non ti lasciano sedere o leggere. Sono anime incerte, mi dico, e mi rimetto sul libro. C’è una poetica quando, giunta al lavoro dopo altri due mezzi, vedo volti noti da anni e scambio, non sempre, qualche parola. Si inseriscono anch’essi in un disegno generale, mi dico, e ci si continua ad incontrare giorno dopo giorno, ognuno parte della vita degli altri. 

Aspettare

CONTADINO CINESE

Dice un detto: ‘A volte, il treno sbagliato porta alla stazione giusta’. Talvolta, infatti, se pensiamo che determinate vicende non stiano andando per come vorremmo, vi ci accaniamo sopra pensando che esse ci stiano portando ad un motivo di dispiacere. Avviene questo quando pensiamo di essere i soli padroni di noi stessi, quando riteniamo di avere, nelle nostre sole mani, la totalità della nostra esistenza. Di volerla guidare come si guiderebbe un’auto. Qualcosa, certo si può e si deve fare, e passa attraverso le nostre scelte e il nostro intelletto (non dico le emozioni, poiché quelle, al contrario, non permettono all’intelletto di funzionare al suo massimo).

Ma ciò a cui mi riferisco sta da un’altra parte, ed è quella possibilità che ciò che ci accade faccia da ponte verso altro, un disegno molto più grande. E’ come se ci trovassimo a camminare su una strada, e mentre camminiamo seguissimo le strisce bianche pensando che esse ci diano l’unica direzione sensata. Ma se alziamo lo sguardo, potremmo allora vedere che quella piccola strada altro non è che il profilo di una figura disegnata con un preciso significato, che è per noi. Allora, se potessimo vedere subito quella figura, comprenderemmo come le strisce bianche non rappresentino nulla di definitivo ma solo un mezzo per farci procedere. E non è affatto necessario vedere l’intera figura sin da principio, basta sapere che c’è e che si manifesterà a tempo debito. E’ sufficiente proseguire, andare avanti accettando gli ostacoli come funzionali al nostro cammino, perché qualcosa di grande sta per accadere. Bisogna, questo si, essere pronti. Un disegno c’è sempre, e talvolta è proprio per aver preso quel treno sbagliato che siamo giunti lì, dove eravamo attesi da tempo. Quel treno, che pensavamo fosse una vera tragedia, era la mano che ci stava cercando.

Chiudo con un bel racconto.

C’era una volta un contadino cinese, era molto povero e per vivere lavorava duramente la terra con l’aiuto di suo figlio, ma possedeva il grande dono della saggezza.

Un giorno il figlio gli disse:

– Padre che disgrazia, il nostro cavallo è scappato dalla stalla!

– Perché la chiami disgrazia? – rispose il padre – Aspettiamo e vediamo cosa succederà nel tempo!

Qualche giorno dopo, il cavallo ritornò portando con sé una mandria di cavalli selvatici.

– Padre che fortuna! – esclamò questa volta il ragazzo – Il nostro cavallo ci ha portato una mandria di cavalli selvatici.

Perché la chiami fortuna! – rispose il padre – Aspettiamo e vediamo cosa succederà nel tempo.

Ancora qualche giorno dopo, il giovane, nel tentativo di addomesticare uno dei cavalli, venne disarcionato e cadde al suolo fratturandosi una gamba.

– Padre che disgrazia, mi sono fratturato una gamba!

Ma anche questa volta il saggio padre sentenziò:

– Perché la chiami disgrazia? Aspettiamo e vediamo cosa succede nel tempo.

Ma il ragazzo, per nulla convinto delle sagge parole del padre, continuava a lamentarsi nel suo letto.

Qualche tempo dopo, passarono per il villaggio gli inviati del re con il compito di reclutare i giovani da inviare in guerra.

Anche la casa del vecchio contadino venne visitata dai soldati reali, ma quando trovarono il giovane a letto, con la gamba immobilizzata, lo lasciarono stare per proseguire il loro cammino.

Qualche tempo dopo scoppiò la guerra e molti giovani morirono sul campo di battaglia; il giovane si salvò a causa della sua gamba fratturata.

Strage

CUCCIOLO DI CANGURO

Il più grande massacro di animali selvatici del pianeta è rappresentato dalla caccia commerciale dei canguri. Nessuno ne parla e, dunque, io ne parlo. Forse non ci è arrivata come invece ci arrivano altre notizie, quelle notizie su cui tutti scattano ad indignarsi sulla paginetta di Facebook, condividendo frasette di circostanza per poi dimenticarsene un nanosecondo dopo e continuare la propria vita in attesa di un’altra notizia, come l’acqua alta a Venezia che ha messo a dura prova quella città e quelle opere che, in ogni caso, se sparissero non comporterebbe alcun danno ai molti del mohito, non siamo ipocriti. Verrebbe raso al suolo tutto per concepire un’enorme piscina, già me la vedo.

La caccia ai canguri, dicevo, è finalizzata in piccola parte ad ottenere la loro carne, poco utilizzata in occidente, e in enorme parte per le loro pelli. Il canguro, peraltro, ha iniziato ad essere considerato un antagonista delle greggi di pecore australiane, con le quali condivide gli stessi pascoli, sin dal 1800. Fu allora che le pecore furono portate in Australia, mentre i canguri vi vivevano da milioni di anni. Eccolo, l’uomo che non si smentisce mai: colonizza come vuole e stermina chi era già lì. L’importante è commerciare una qualsiasi cosa, l’importante è il denaro a qualunque costo.

Si stima che ogni anno muoiano circa 200.000 cuccioli deambulanti e 500.000 cuccioli ancora nel marsupio. La morte avviene tramite colpi di bastoni alla testa o per fame, dopo che le loro madri sono state esse stesse uccise. E’ quindi una modalità che ricorda la cruenta caccia alle foche canadese, nei confronti della quale però il mondo si era fatto un po’ sentire. Qua nulla.

Le specie cacciabili sono: Macropus rufus (Canguro Rosso), Macropus Giganteus (Canguro Grigio Orientale), Macropus fuliginosus (Canguro Grigio Occidentale) e Macropus robustus (Wallaroo Comune o Euro).

Proviamo ora a indovinare qual è il principale paese europeo importatore di pelli di canguro. Esatto: l’Italia.

Attraverso la sua ‘eccellenza’, perché evidentemente l’eccellenza se ne infischia delle stragi, importa pelli di canguro da utilizzarsi soprattutto in ambito sportivo o nell’abbigliamento di fascia medio-alta. Abbiamo così una strage di animali selvatici per contribuire ad ampliare il prodotto in ambito calcistico (scarpe) e motociclistico (tute) che, onestamente parlando, rendono le persone dei perfetti idioti. Non c’è nemmeno, quindi, un equilibrio tra il sacrificio richiesto e ciò che vi si ottiene. Neanche a dirlo, tutte le aziende contattate per far sapere cosa ci sia dietro a questo commercio, non erano assolutamente a conoscenza della violenza perpetrata. Forse, quei geni che noi consideriamo tali perché tengono in piedi delle aziende che ci danno la grande opportunità di vivere di immagine, e per questo non finiremo mai per ringraziarli, sono convinti che i canguri desiderino cedere spontaneamente la propria pelle, o che questa sia coltivata in un campo.

Doppiamente idioti, quindi, sia perché la loro ignoranza è un problema serio per l’umanità intera, sia perché dalle loro menti non potranno che restituire un prodotto di utilità pari a zero. Queste aziende si limitano a constatare, sempre che lo facciano, che quanto importato sia a norma di legge. Non hanno quindi una coscienza e vogliono che nemmeno il consumatore ce l’abbia.

Quali sono queste aziende illuminate?

Settore sportivo:

Calcio: Diadora, Lotto, Pantofola D’oro, Danese

Motociclismo: Dainese, Ducati, Gimoto, Alpinestars, Vircos

Settore abbigliamento:

Versace, Ferragamo, Prada (questa non manca mai)

Settore calzaturiero:

Moreschi, Moma, Fabi

Che dire, quindi? E’ questo che vogliamo essere, dei meri consumatori ingozzati di merce che pagano il prodotto tre volte, per l’oggetto in sé, per la strage compiuta al creato, per la presa in giro che ci rifilano?

Ognuno tragga le proprie conclusioni.

Little House on the Prairie

LA CASA NELLA PRATERIA

Alcuni anni fa avevo acquistato l’intera serie de ‘La casa nella Prateria’ nonché letto i bellissimi libri della vera Laura Ingalls Wilder. Non ho mai smesso di adorare questa serie che tutt’ora viene trasmessa e seguita da molti devoti; così, in questi giorni ne ho fatto una full immersion e ho ricompreso, come tutte le volte, il perché io la ami così tanto e perché apra così il cuore. In quel piccolo villaggio della prateria, accade tutto ciò che vediamo accadere attorno a noi, giorno dopo giorno. Ma è la risposta, ad essere un’altra. Sarà forse perché, sempre meno, riscontro i valori presenti in quei telefilm, i valori dei nostri genitori. Si era tra la metà e la fine degli anni ’70, e nelle nostre famiglie quel codice era ancora molto presente. E con questi episodi, si intendeva contribuire a moralizzare il popolo che chiedeva conferma di come dovesse comportarsi, e di cosa fosse importante. Molte delle tematiche affrontate sono incredibilmente attuali: nei casi di accanimento verso un debole, un uomo di colore, un ragazzo sordo, una donna grassa, i protagonisti ne prendono le difese e danno lezioni al paese. Non c’è spazio per tradimento e slealtà, neppure a scuola; non c’è spazio per superficialità e pressapochismo. La vita è una cosa seria, gli altri sono una cosa seria, il lavoro anche, la famiglia pure come gli amici. Gli approfittatori ricevono una dura lezione, come gli egocentrici; coloro che non hanno a cuore il bene della comunità anche. In quel piccolo villaggio, tutti si ammazzano di fatica dalla mattina alla sera ma trovano sempre il modo e il tempo di lavorare anche per chi non riesca. Il denaro occorre solo per il necessario, ma non compra i sentimenti. Gli uomini non scrivono atti giuridici ma si danno la parola e la manterranno costi quel che costi. In quel piccolo villaggio, la codardia non è ammessa e ognuno è chiamato a prendersi la responsabilità delle proprie azioni. I meno benestanti non provano invidia (mentre i più benestanti si), il rispetto è la prima cosa. A nessuno verrebbe in mente di fregare il prossimo per trarne beneficio personale; se lo fa, lo svolgimento della storia lo vedrà pagare un prezzo più alto, redimersi e tornare ad essere una buona persona. Il perdono è comunque concesso a tutti, come le spiegazioni sincere e la comprensione. Accadono molte disgrazie, in quelle famiglie, ma si va avanti sapendo che si è nelle mani di un Dio benevolente. Quel Dio che tutti pregano prima di ogni pasto, per rendere grazie di ciò che hanno sulla tavola. E se una grandinata rovina il raccolto e spinge le famiglie in una ancor più dura realtà, esse sanno che un solo raccolto, nella loro vita, è poca cosa. Ce ne saranno altri.  

Da vedere e da leggere.

LAURA INGALLS

Novembre

Alcune magnifiche poesie autunnali e del mese di novembre, forse il mio mese preferito (forse).

San Martino, di G. Carducci

La nebbia a gl’irti colli
piovigginando sale,
e sotto il maestrale 
urla e biancheggia il mar;

ma per le vie del borgo
dal ribollir de’ tini 
va l’aspro odor dei vini
l’anime a rallegrar.

Gira su’ ceppi accesi
lo spiedo scoppiettando:
sta il cacciator fischiando
su l’uscio a rimirar

tra le rossastre nubi 
stormi d’uccelli neri,
com’esuli pensieri,
nel vespero migrar.

Autunno, di C. E. Gadda

Tàcite imagini della tristezza
Dal plàtano al prato!
Quando la bruma si dissolve nel monte
E un pensiero carezza
E poi lascia desolato – la marmorea fronte;
Quando la torre, e il rattoppato maniero,
Non chiede, al vecchio architetto, più nulla:
Allora il feudo intero – fruttifica una susina
Bisestile, alla collina
Dolce e brulla.
Tace, dal canto, il prato.
Il pianoforte della marchesina
Al tocco magico delle sue dita
S’è addormentato:
E dopo sua dipartita – l’autunno
S’è scelto un nuovo alunno:
Il passero!, lingua di portinaia
Dal gelso all’aia:
E il cancello e lo stemma sormonta
La nenia del campanile – e racconta
I ritorni, all’aurata foresta:
Garibaldeggia per festa
Sopra il travaglio gentile
Perché alla bella il ragazzo piaccia,
Quello che lassù canta, quello che lassù pesta.
Il vecchio marchese ha inscenato una caccia
Con quindici veltri, e galoppa,
Diplomatico sconsolato
Sul suo nove anni reumatizzato.
Della volpe nessuna notizia, nessuna traccia!
Il cavallo ha un nome inglese: e il corno sfiatato
Assorda nella tana il ghiro
Che una nocciòla impingua!
Al docicesimo giro
La muta s’è messa un palmo di lingua
E, mòbile macchia, cicloneggia bianca
Nella deserta brughiera
Là, verso il passaggio a livello,
Dove arriva stanca,
Salendo, la vaporiera.
Passa il merci e il frenatore – più bello,
Lungo fragore! – vana bandiera!
Ha incantato la cantoniera.
Ecco il diretto galoppa – verso città lontane
E il cavallo inglese intoppa
Negli sterpi dannati e calpesta
I formicai vuoti e le tane.
Ma dal campanile canta l’ora di festa – canta
Tristezze vane!

Autunno, di G. Apollinaire

Passano nella nebbia un contadino storto
e il suo bue,
lentamente, nella nebbia d’autunno
che nasconde i tuguri poveri e vergognosi.
E, mentre s’allontana, il contadino canta
una canzone triste dell’amore infedele,
che parla di un anello e d’un cuore spezzato.
Oh, l’autunno,
l’autunno ha sepolto l’estate!
Passano nella nebbia due figurine grigie.

Pensiero D’Autunno, di A. Negri

Fammi uguale, Signore, a quelle foglie
moribonde che vedo oggi nel sole
tremar dell’olmo sul più alto ramo.
Tremano sì, ma non di pena: è tanto
limpido il sole e dolce il distaccarsi
dal ramo, per congiungersi sulla terra.

S’accendono alla luce ultima, cuori
pronti all’offerta; e l’angoscia, per esse,
ha la clemenza d’una mite aurora.
Fa’ ch’io mi stacchi dal più alto ramo
di mia vita, così, senza lamento,
penetrata di Te come del sole.