Quando ho voluto piantare un albero di fronte alla facciata di casa, che crescendo mi avrebbe protetta da tutto, ho scelto una Parrotia Persica. Da tempo ammiravo questa creatura presente in alcuni giardini e di cui raccoglievo le foglie mettendole a seccare tra le pagine dei libri. E’ originaria dei monti Elburz, tra l’Iran settentrionale e l’Azerbaigian, e si tinge di rosso corallo proprio in questa stagione. Così, l’abbiamo messa a dimora lo scorso inverno mentre dormiva. Ha continuato a riposare fino a che ho cominciato a vederle spuntare le promettenti gemme che in poco tempo hanno generato una chioma verdissima e imponente. Non passa giorno in cui non la guardi con un senso di magnificenza, di eternità, di gratitudine; è lei che volevo, e a lei consegno le chiavi di casa affinché si stagli davanti al portone e nessuno lo varchi. Giunto il mio adorato Autunno, questa magnifica Parrotia mi ha regalato i suoi colori partendo dall’alto. E’ come se stesse sorridendo al sole di questa stagione, e stesse salutando per poi rifugiarsi nel suo meritato riposo. Mi lascia le sue foglie che continuo a raccogliere con devozione. E di anno in anno, accompagnerà le mie giornate divenendo sempre più forte e grande.
Anche l’albero del caco è bellissimo, in questa stagione. Ho raccolto molte foglie rosse e ho arricchito di ghirlande la casa.
… e comunque sono invasa da gnomi. Sono dispettosissimi, ma si fanno amare.
Passeggiando nel bosco, prima che le nuove foglie spuntino sugli alberi, si percepisce un certo senso di attesa. L’inverno sta ultimando il proprio ciclo, piano piano, e le nuove vite sono pronte anche quest’anno. Ma, ecco, vi sono già le prime esplosioni di colori. Timidi, sommersi dalle foglie secche, questi fiori cercano di farsi notare con i loro gialli, i viola, unendosi a gruppi per attirare i nostri sguardi, esplodendo nel giro di poche ore. Che altro aggiungere….. la natura è di una tale bellezza, di una tale onestà, da offrirsi gratuitamente per te che hai piacere di incantarti.
Una nota di ringraziamento, loro lo sanno, va ai miei amici cinghiali, che grufolando e girando il terreno, lo fanno respirare e svolgono un’azione importante nella diffusione delle semenze. Non ho mai visto così tante primule, come quest’anno, nei luoghi del loro passaggio, dove ho lasciato loro molta frutta per aiutarli durante l’inverno. E miele. E’ stato il loro modo per salutarmi.
E’ il tempo degli gnomi, che i boschi spogli non riescono più a nascondere tra le fronde.
Se si entra nel loro territorio, si avrà la sensazione di sentirsi osservati. Allora, girandoci di scatto, vedremo che spesso gli gnomi non sono riusciti a nascondersi in tempo (eh si, sono dispettosi…) e cercheranno di assumere la forma di un tronco.
… o di una vecchia grondaia
Quando poi, dopo una prima avanscoperta, penseranno di non essere più in pericolo, inviteranno anche le gnomesse ad accompagnarli. In genere raccolgono castagne rinsecchite, funghi congelati, foglie con cui confezionano giacigli nei tronchi, e molte altre cose. Tutto può essere trasportato coi grandi grembiuliche indossano.
Se poi capiscono che non hanno nulla da temere, si rassicurano e chiamano parenti e amici. Allora, sarà facile sentirli giocare e danzare, perché sono molti, soprattutto di notte. Li troverai ovunque, e non riuscirai mai a capire dove si nascondessero prima.
Mai lasciare in giro una pala da neve, un piccone o un qualunque attrezzo, perché non esiteranno a prenderlo in prestito per l’intera stagione (poi, un giorno, ricomparirà come per magia). Nemmeno i cesti di vimini, o le tovaglie scozzesi. Adorano questi oggetti come amano il Natale, le lucine, la neve. Li ho sentiti addirittura cantare!
Ormai siamo amici, e siccome i loro veri nomi sono impronunciabili e lunghissimi, mi inventerò un modo facile per chiamarli spesso.
Di ballate dei mesi ne sono state scritte molte: alcune più colte, altre in forma di filastrocca per bambini, ed altre ancora di sapore contadino come questa. Benché io sia lontana dall’idea di uccidere un povero maiale, e nemmeno mi interessi di vino, di una società di questo tipo, ormai quasi scomparsa, ho molto rispetto. Ogni mese, infatti, veniva accolto per ciò che poteva offrire principalmente per la propria sussistenza. Ma sui mesi, e sul loro puntuale e prezioso trascorrere, ognuno di noi potrebbe scrivere la propria personale ballata facendone un esercizio di gratitudine. Ed eccoci giunti, quindi, all’ultimo di questo anno. Per quanto mi riguarda, continuerò a guardare ed amare ciò che mi viene donato.
Dixe Zenaro: io me stago aprexo del fuogho,
Manzo e beuo quel che me fa luogo,
Volgo lo spedo e same bel zuogo
E stago adaxio a mo' de Signore.
Dixe Febraro: io non arò ma' bene,
L'aqua e la neue adosso me uene,
Rompo la ghiaza cun gran pene,
Di tutti li mixi io som lo pezore.
Dixe Marzo: io son sagurado,Punto de charne ch'io non ho manzado,
Tuto lo mio tempo ch'i ò denzunado,
de tuti li mixi io som lo migliore.
Dixe Aurile: ch'io ue so bene dire,Tute le albere ch'io fazo fiurire,
Cantare gli oxeli dal dolce dormire,
A zuuini e a vechi ch'io aliegro lo chore.
Dixe Mazo: io son lo più bello,
Roxe e fiuri ch'io fazo fioriri de nouelo,
Cantare gli oxelini d'uno trapelo,
De tutti li mixi io son lo più belo.
Dixe Zugno: io seggo lo grano,
De le cerexe e' me impo la mano,
Sego lo feno de suxo lo piano
E coglio l'agresto per fare sauore.
Dixe Luglio: io fazo i meluni,
Bato lo formento cum grosi bastoni,
Fazomùe chuozere de buoni chaponi,
Spogliomi in chamiza per grande sudore.
Dixe Agosto: io cunzo la botte,
Vado cerchando quale eno più rotte,
Metole fuori di dì e di notte,
Perché el ne escha lo male sauore.Dixe Septembre: io coglio de li fighi
E l'uva vendemo, strego le opte
e manzo di boni chaponi,
E beuo del mosto.
Dixe Octoure: è spino lo vino,
Vago cercando quale è 'l più fino,
Vendo quelo ch'a rio sauore,
E per mi beuo lo migliore.
Dixe Novembre: io no me so lodare,
Coglio le ghiande (e le castagne) per i porci ingrassare
E manzo de bone charne
E beuo de uin dolce perché non fa male.
Dixe Dezembre: sono lo tale,
Fazo ghiazare omne canale,
Ucido i porci e metogli in sale,
Fazo sosicie d'one raxone.
Dice Gennaio: me ne sto vicino al fuoco, mangio e bevo quel che mi pare
Girar lo spiedo mi pare un bel gioco e me ne sto sdraiato come un signore.
Dice Febbraio: io non avrò mai fortuna, l'acqua e la neve mi cadono affosso
Rompo il ghiaccio con grande fatica, di tutti i mesi sono il peggiore.
Dice Marzo: io sono sfortunato, non ho mangiato nemmeno un briciolo di carne,
ho digiunato tutto il tempo, di tutti i mesi sono il migliore.
Dice Aprile: chi sono so ben dire, tutti gli alberi faccio fiorire,
cantare gli uccelli che invitano dolcemente a dormire, A giovani e vecchi rallegro il cuore.
Dice Maggio: io sono il più bello, faccio rifiorire rose e fiori,
cantare gli uccellini in gabbia. Di tutti i mesi sono il più bello.
Dice Giugno: io mieto il grano, di ciliegie mi riempio la mano,
falcio il fieno dal monte al piano e colgo l'agresto per farne savore.
Dice Luglio: io faccio i meloni, batto il frumento con grossi bastoni,
mi faccio cuocere buoni capponi, mi spoglio restando in camicia per il troppo sudare.
Dice Agosto: io preparo la botte, metto i cerchi a quelle più rotte,
le metto fuori giorno e notte, perché ne esca il cattivo sapore-
Dice Settembre: io colgo i fichi, vendemmio l'uva sgrano le pannocchie
e mangio buoni capponi, e bevo del mosto.
Dice Ottobre: spillo il vino, vado cercando qual + il più fino,
vendo quello che ha peggior sapore, e mi bevo il migliore.
Dice Novembre: io non mi so lodare, colgo le ghiande e le castagne per ingrassare i maiali
e mangio buona carne e bevo vin dolce perché non fa male.
Dice Dicembre: sono quello che fa ghiacciare ogni canale, ammazzo i maiali e li metto sotto sale,
faccio salsicce di ogni tipo.
Faccio sempre dei complimenti alle mie piante, perché – dopo i mesi invernali in cui comunque mi sono presa cura del loro torpore, questo è il periodo in cui ognuna di loro si dà parecchio da fare. Non mi limito a bagnarle, ma dico una parola specifica e personalizzata ad ognuna di loro tutti i giorni. Ed è un peccato che non possa essere in montagna, là si che avrei trascorso l’intera giornata tra fiori, alberi, uccellini e farfalle. Così, ogni mattina, mi piace avvicinarmi ad una pianta alla volta, bagnarla e osservare quali novità mi stia offrendo. Per una c’è un fiore che sta per sbocciare, per un’altra delle foglioline nuove, per un’altra ancora una gemma o un nuovo alberello. Le dico, allora, che è stata brava e che sono lieta di qualsiasi cosa ritenga di volermi donare. Accarezzo sempre le mie piante, sulla testolina e sulle foglie; il mio rapporto con loro è visivo e tattile, ma anche empatico e telepatico. Dico loro di presentarmi i loro piccoli e, anche quando sono bruttarelli come in alcune piante grasse, a loro dico che sono meravigliosi e che sono il risultato del loro sforzo e del loro amore. Ogni figlio, infatti, è degno di essere. C’è una grande energia in tutto questo, la mia e la loro all’unisono. Ci parliamo, presento una nuova piantina alla mia gatta e la gatta alla nuova piantina. Quest’anno, per la prima volta, ho sperimentato la semina di pomodori sul balcone, anche se faccio parte di coloro che farebbero fatica a cibarsi di ciò che persino coltivano, lo riterrei un tradimento. Ho dato per scontato che nulla sarebbe cresciuto, non so perché. E invece, mentre una mattina facevo il giro delle piante per dir loro la parolina del giorno, erano sbucate le prime due foglioline di un solo semino, tra tanti che avevo seminato (forse troppi). Mi sono emozionata, perché anche se fossero state due foglioline di sola erba, l’avrei ritenuto un miracolo a cui avevo partecipato personalmente. Così, su quelle minuscole foglioline, ho rivolto le mie attenzioni come si farebbe nei confronti di un esserino indifeso qualunque. Mi sono avvicinata ed ho inviato loro un sorriso. Poi, scavando leggermente altrove, ho visto che moltissimi altri semi avevano già iniziato a germogliare ed erano pronti a sbucare dalla terra. Ho rivolto un discorso a tutti in generale, chiedendo loro perché, in una semina, un germoglio risulti più veloce di altri, cosa lo determini. E dato che non mi hanno risposto, e che il dubbio di queste misteriose forze della natura mi rimangono nella mente, ho deciso di aiutare tutti in uno sforzo collettivo. Così, mentre nel pomeriggio prendevo una mezz’oretta di sole, e non di più perché non lo sopporto, ho messo Mozart e l’ho fatta ascoltare ai germoglietti. Il giorno dopo, di pianticelle ce n’erano decine, e anche se non dessero alcun frutto sono ormai parte della famiglia e verranno nutriti nel corpo e nello spirito dalla mia acqua e dalle mie parole. Oggi, quelle piantine sono alte e le ho già accarezzate più volte, schiacciandole un po’ per eccesso di amore e poi aggiustandole con ulteriore eccesso di amore. Ed anche loro mi hanno sorriso.
E’ l’amore per la vita, per il mondo vivente e, poiché ci siamo evoluti nella natura, la natura è la nostra casa, il nostro DNA. Siamo strutturati geneticamente per considerare la natura come il nostro habitat, ossia quell’ambiente da cui la nostra stessa sopravvivenza dipende. Anche chi non se ne renda conto, ha desiderio della natura su un piano spirituale, ne avverte il richiamo che magari lascia inascoltato. Ecco perché nelle città antropizzate e urbanizzate ci si ammala. Nevrosi e depressioni possono essere intese come malattie spirituali, e – non trattate in tal senso dalla medicina convenzionale occidentale – sono assai temibili. La disconnessione col mondo naturale equivale ad uno strappo profondo, all’essere stati rapiti dal luogo in cui la nostra storia terrena ha da sempre avuto corso. I boschi e le foreste, come le montagne, i fiumi e i laghi, sono luoghi magici di sapienza nei quali risiedono gli spiriti della natura; passeggiando in un luogo naturale, selvaggio, ci calmiamo. E restando in silenzio, col solo ascolto dei suoni naturali, ci giungono profonde intuizioni e messaggi importanti per la nostra evoluzione. La mente si schiarisce, il corpo si rigenera. Gli alberi, coi loro fruscii, ci parlano; l’acqua, col suo movimento, ci offre i suoi saggi consigli; lo scorrere di un fiume ci riporta al fluire della vita, il movimento delle onde alla ciclicità del tempo.
I nostri occhi non sono fatti per guardare un paesaggio urbano, perché non vi ritrovano i verdi e gli azzurri di antica memoria, oggi infatti considerati i colori più riposanti; se ce ne priviamo, qualcosa comincia a disconnettersi gradualmente in noi. Nessun colore è mai stato creato dall’uomo, ma è stato copiato dalla natura, sia come idea che per la sua fabbricazione chimica. Ci sono i colori, dunque, e ci sono gli odori. Passeggiando in un bosco, percepiamo il rilascio degli aromi delle cortecce e degli oli essenziali rilasciati degli aghi. L’acqua ci restituisce, oltre ai suoi bisbiglii, l’odore dei microrganismi che vi lavorano incessantemente. E’ fondamentale accorgersene, dato che la meraviglia altro non è che tutto ciò che è esattamente oggi sotto i nostri occhi, ed anche una piccola violetta che sbuca dall’asfalto rappresenta un vero miracolo, una vittoria del bene sul male, l’unica bandiera da sventolare e da proteggere sotto la quale l’intera umanità dovrebbe riunirsi. Quel fiore, quel filo d’erba, quel piccolo insetto che vi corre sopra, sono inni alla vita più di qualsiasi altra demagogia. Basta sedersi e guardarli per vedere come, la loro perfezione, sia un dono immenso per tutti noi.
C’è l’ascolto delle onde, dei fruscii, dei battiti d’ali, dello scricchiolio di foglie secche. Non c’è creatura che non ci parli e che non desideri comunicare con noi se gliene diamo la possibilità. Basta essere umili: fermarsi, ascoltare, ricevere, ringraziare. C’è anche il tatto: camminare a piedi nudi su una spiaggia socchiudendo gli occhi per percepirne gli effetti, sentire i raggi del sole o quelli della luna (questi ultimi a me più congeniali). Camminare sull’erba, immergere le mani nella terra, abbracciare un albero, toccare i ciottoli immersi in un ruscello, permettere ad una coccinella di camminarci lungo il braccio e lasciarla fare per quanto ne ha voglia.
E c’è la voce. Anche noi possiamo parlare ad ogni creatura, un albero, un prato, un fiore, una piccola lepre. Possiamo salutarli, entrare in connessione e riconoscere la loro anima. Possiamo chiedere loro, ad esempio, di aiutarci a comprenderli e di darci un’altra possibilità.
Sui campi e sulle strade silenziosa e lieve volteggiando, la neve cade.
Danza la falda bianca nell’ampio ciel scherzosa, Poi sul terren si posa stanca.
In mille immote forme sui tetti e sui camini, sui cippi e sui giardini dorme.
Tutto d’intorno è pace; chiuso in oblio profondo, indifferente il mondo tace.
Ada Negri
Neve
Neve che turbini in alto e avvolgi le cose di un tacito manto. Neve che cadi dall’alto e noi copri coprici ancora, all’infinito: imbianca la città con le case, con le chiese, il porto con le navi, le distese dei prati…
Umberto Saba
Il pupazzo di neve
Nella notte dell’inverno, galoppa un grande uomo bianco. E’ un pupazzo di neve con un pipa di legno un grande pupazzo di neve perseguitato dal freddo. In una piccola casa entra senza bussare e per riscaldarsi si siede sulla stufa rovente e sparisce d’un tratto lasciando solo lo sua pipa in mezzo ad una pozza d’acqua ed il suo vecchio cappello.
Jaques Prevert
L’albero nudo
Un albero nudo fuori della mia finestra solitario leva nel cielo freddo i suoi rami bruni. Il vento sabbioso la neve il gelo non possono ferirlo. Ogni giorno quell’albero mi dà pensieri di gioia: da quei rami nudi indovino il verde che verrà.