Samhain

CIMITERO

Si pensa che Halloween abbia soppiantato le nostre celebrazioni cristiane, ma sappiamo che non è così; piuttosto, le festività cristiane sono in gran parte un riposizionamento dei culti di antiche civiltà. Se una colpa i festeggiamenti di Halloween ce l’hanno, però, è che – come ormai per tutto – hanno reso un momento, estremamente importante da sempre per l’uomo, come la solita occasione per dimostrarci consumatori. Qualunque civiltà sia esistita, in qualunque epoca, ha celebrato i defunti con svariate liturgie, mostrando un estremo rispetto in quell’aldilà temuto e desiderato. La nostra Italia, terra in cui i Celti si erano fortemente insediati, festeggiava Hallow’en prima dell’avvento della cristianità. Quei festeggiamenti avvenivano nei due giorni 31 ottobre – 1 novembre, e veniva mimato il ritorno dei morti nelle case delle persone. Si recavano nelle zone di sepoltura e, con canti e libagioni, attendevano che i morti, tornati sulla terra, entrassero in contatto con loro. Il mondo dei morti, delle anime che si sono disincarnate dal corpo che noi conoscevamo, e il mondo dei vivi, non è affatto lontano ed è in stretto e costante contatto. Basta stare in ascolto, basta porsi con umiltà nei confronti della loro trascendenza. Se manca questo, non ti accorgi di nulla, tantomeno dei loro messaggi, dei loro avvertimenti, dei loro salvataggi, che pure ci sono. Qualcuno un giorno mi ha chiesto come faccia io a credere in tutto questo, dato che non ho prove tangibili. Gli ho risposto che credo in tutto ciò che non è percepibile dai 5 sensi dell’uomo, in quanto il piano materiale rappresenta la punta dell’iceberg di ciò che esiste, ma a me interessa tutto il resto, che è esageratamente più vasto. Forse non gli ho realmente risposto, ma la risposta che si aspettava poteva essere formulata solo su un piano logico e razionale, restando – appunto – in quella punta dell’iceberg.

Il giorno dopo i festeggiamenti, era dunque Samhain, il nuovo anno. Le ragioni erano, ovviamente, legate al ciclo della vita: finiva una stagione agraria e ne cominciava un’altra; quelle cadenze, quell’assoggettamento umile ai tempi della terra, ai cicli stagionali, erano fonte di saggezza e di profonda conoscenza, e sono rimaste a lungo anche nel nostro territorio, laddove la civiltà contadina ha imperato. Se ne vedono tracce nelle tradizioni regionali, dato che in molti paesi si celebrano tutt’oggi sia l’arrivo dei defunti, da accogliere con cibo e vino novello perché si rigenerino, sia il nuovo anno agrario, che inizia col riposo della terra e la semina del grano, e che darà la vita nei mesi a venire.

L’andare al Cimitero a trovare i nostri cari, dunque, è una liturgia di profondo significato, che ci lega all’aldilà e ci lega – al tempo stesso – alle civiltà del passato. Se non abbiamo alcuno da andare a trovare, è un bene recarsi comunque in un Cimitero a rendere omaggio alle altre anime. In casa, mi piace raccogliere le foto dei miei cari defunti in un angolo, e nella notte del 1^ novembre tengo acceso un lumino e dono loro, in due piccoli piattini, del cibo (vanno bene le castagne) e della semplice acqua. E’ un modo per dialogare con loro e augurarmi che stiano bene e stiano trovando la felicità suprema.

Passaggio generazionale

PADRE E FIGLIO

Dovremmo insorgere tutti, uniti, per riprenderci la proprietà delle parole; che sono di tutti, che hanno significato per chiunque, che qualcuno ci ha rubato.

Il ‘passaggio generazionale’, oggi, definisce il trasferimento di patrimoni e possedimenti da padre a figlio. Giunti ad una certa età, gli anziani padri si pongono la questione e si preoccupano di lasciare alla stirpe ciò che loro possiedono e hanno accumulato: soldi, immobili, aziende. Viene interpretato come momento cruciale, imprescindibile, perché gli averi non si disperdano e restino in famiglia e al riparo dal prossimo. In quella stessa famiglia che, magari, avrebbe desiderato altro. Ai quei figli, forse, di cui non si è seguita la crescita per perseguire false esigenze, false urgenze. Bisognava fare carriera, avere di più, accumulare per sembrare, per apparire agli occhi degli altri, ai nostri stessi occhi. Bisognava fregare il prossimo e aggregarsi in cordate, arricchendosi, si, ma depauperando. Bisognava nascondere i propri averi da occhi indiscreti, essere ingenerosi per non perdere nulla. E contare, sempre, per tutta la vita, per sapere a quanto si stava arrivando. Bisognava lavorare duro anche quando sarebbe stato meglio rientrare a casa ed occuparsi di piccole gioie casalinghe che non si ripresenteranno più. Si è preferito combattere, sfidando i propri limiti per accrescere il cumulo e mostrarlo per bene. E’ questo, il testimone. Lo monetizzo e lo passo a te, che nemmeno sai com’è stata la mia vita. Lo passo a te sperando che tu non veda l’ora che io trapassi per sperperare tutto e litigare con chiunque. Lo passo a chi non conosco, perché ho perso un’occasione che non andava perduta.

C’è chi ha la smania di possesso e crede di ottenerne una qualche felicità in cambio, cosa del tutto impossibile. C’è chi, avendo accumulato, teme di perderlo. Diventa diffidente, fa di tutto per proteggere ciò che ha e che non potrà portare con sé. Perché, di fatto, egli non possiede nulla. E’ dunque questo tutto ciò che ha senso lasciare?

Vi sono famiglie non ricche, che non hanno possedimenti, non hanno nulla, o poco, da contare. Hanno anch’essi il diritto di parlare di ‘passaggio generazionale’? Me lo sono chiesta. Il passaggio generazionale non è il trasferimento di denaro, ma è un solco che hanno tracciato per i loro figli e per le altre persone. Sono le loro azioni, i loro pensieri, il loro cuore. Sono gli insegnamenti, gli sguardi, i valori. Se hanno insegnato ad un figlio come sviluppare le virtù, questo è il loro passaggio generazionale. Se hanno saputo insegnare la legge del karma, i loro figli saranno anime felici e contribuiranno alla felicità degli altri, a cambiare il mondo. Se hanno saputo far capire quale sia il fine della loro esistenza, allora quei genitori posso andare. I loro figli sapranno cosa cercare di importante e lo troveranno. Ecco, cos’è  il passaggio generazionale, che non richiede conteggi nè favori.

Scala Emotiva

Gli studi del Professor David Hawkins sono davvero molto interessanti; riguardano la misurazione della frequenza vibrazionale personale determinata da ciascuna nostra esperienza, ovvero l’impatto che questa ha sulla nostra anima. Ne è scaturita la cosiddetta ‘Scala emotiva vibrazionale’, secondo la quale le esperienze più elevate generano frequenze più alte e viceversa. Oltre agli stati d’animo (cioè dell’anima, non certo del corpo fisico) elencati, ciascuna con una propria frequenza, ve ne sono molte altre; queste, però, fungono da scala di misurazione.

 

Scala di Hawkins - Livelli- Coscienza 2

Si può notare come, al gradino più basso, con valore 20, si trovi la vergogna. Provare vergogna di sé, soprattutto in forma durevole, fa precipitare l’anima verso il basso perché determina indegnità. L’anima si sente indegna di essere, vorrebbe non esistere, vorrebbe scomparire non potendolo fare. E’ un sentire tremendo, perché l’indegnità – per l’anima – è l’esatto opposto del principio di eternità e del diritto/dovere di evolvere se stessa.

A salire, troviamo la colpevolezza, che non è l’essere colpevoli di qualcosa, ma il sentirsi colpevoli, cioè provare senso di colpa. Più a lungo si provano queste sensazioni, più l’anima si danneggia. L’anima non è mai colpevole, nemmeno quando lo si possa credere se abbinata ad un vivente che abbia commesso qualcosa. Per l’anima può essere utilizzato più propriamente il termine ‘sofferenza’, mentre ‘colpevolezza’ non le appartiene.

E poi, ancora, apatia, lutto, paura, desiderio (questo è interessante ma merita un approfondimento a parte), rabbia, orgoglio. Perché l’orgoglio non si colloca ad un livello energetico più elevato, se sembrerebbe essere un buon modo per percepire se stessi? Perché è uno strumento dell’ego, dato che l’anima non ne ha alcun bisogno.

Proseguendo, incontriamo un innalzamento delle frequenze con: coraggio, neutralità, volontà, accettazione, realizzazione, e – alle posizioni più elevate – amore, gioia, pace e, per finire, illuminazione.

Ancor più interessante è l’illustrazione delle emozioni e la conseguente visione della vita corrispondente ad ogni frequenza. Ai piani bassi, l’anima soffre notevolmente e si percepisce come non necessaria, non voluta e in conflitto con le altre, mentre a salire si innesta un’armonia sempre maggiore e un valore di sé.

Scala di Hawkins - Livelli- Coscienza

Ognuno di noi può rifletterci sopra a lungo e collocarsi da qualche parte secondo il punto in cui pensa di trovarsi attualmente. Io, che qualche anno fa mi sarei collocata verso la metà della scala, penso di trovarmi, in questo periodo della mia vita, ad una frequenza piuttosto alta. La propria vibrazione può essere percepita e sentita sia da noi stessi che dagli altri, e se vibriamo ad un’alta frequenza innalziamo il livello di chi ci ruota attorno. Non solo, ma ecco che nella nostra vita si affacciano persone con la stessa frequenza, con la stessa storia o la stessa ricerca in corso, mentre coloro che si trovano ad un livello notevolmente diverso se ne vanno, si distaccano. E’ come se si fosse impossibilitati a proseguire in una comunicazione, a percepire le stesse cose. Le anime prive di forza hanno bisogno delle frequenze altrui ma non è così che vanno nutrite.

Più si sale, dunque, più avviene un rinnovamento totale delle persone attorno a noi e senza alcuna mossa da parte nostra. Interessante.

(…)

SILENZIO

E’ nel quotidiano vivere, che il silenzio viene impedito: rumori, voci, suoni, squilli. Ti si chiede di essere attento e di ascoltare i parlatori di turno; di rispondere mentre, col pensiero, navigavi altrove. Risulta inconcepibile che tu, in compagnia di altri, te ne stia zitta.  Il silenzio viene letto come qualcosa che non va, forse non stai bene, hai la febbre. O forse ce l’hai con me, dato che non parli. Si aspettano dei riscontri alle loro domande, dei commenti alle loro critiche, delle opinioni sulle loro faccende; devi dare loro ragione, supportarli nelle loro continue lamentele su tutto e su tutti. Ti chiedono dove tu stia, perché non rispondi e perché hai lo sguardo altrove.

Sono nel silenzio. Mi ci tuffo sempre più spesso, in quello spazio interiore in cui tutto è calma e l’abbraccio è più vero, in cui salgono ai ricordi vissuti lontanissimi, in cui l’assoluto è il vero suono.

Il silenzio è il ponte di una sacra comunicazione. Mi dà energia e vitalità, mi toglie la negatività assorbita, schiarisce la mente, aumenta la percezione della realtà.

E’ l’anima, a necessitare del silenzio, anche se oggi tutto lo rende impossibile; ti fanno credere che il silenzio sia un danno, sia un fastidio e sia intollerabile, che non abbia valore in sé. E’ una punizione sin da piccoli: se non ti comporti bene ti metto in un angolo mentre gli altri chiacchierano in classe, non ti faccio accendere la televisione e resti in un angolo. Ma i pieni nulla sarebbero senza i vuoti, le note in assenza di pause, la materia e le stelle senza l’infinito. Ed è lì che dobbiamo immergerci ogni giorno, nel silenzio, nel vuoto che ci ricongiunge con noi stessi, con ciò che siamo di più prezioso. Si acquisisce molta forza e distacco e, quando si ritorna nel piano materiale, tutto è diverso. Osservi gli altri dannarsi per questioni che tu reputi insignificanti, risulta difficile comprenderli. Parlano, e parlano, e parlano, e commentano su tutto, su tutti, e si indignano, e criticano, e i loro discorsi, le loro parole, volano basso. Così i rumori, il vociare, il chiacchiericcio, i frastuoni. Non mi resta che ritornare – ormai con automatismo – in quel luogo profondo e lontano, dove non c’è macchia e non c’è giudizio. Dove mi ristrutturo in un processo di rinnovamento, dove chiare sono le mie qualità, la ragione per cui sono. Non cerco nulla, solo mi metto in ascolto e qualcosa arriva sempre. Intuizioni, messaggi, pace. Perché, per essere lucidi e ricettivi, il silenzio è fondamentale. Rinforza la percezione di sé, armonizza tutto, permette di comprendere l’illusorietà della vita, il teatro di marionette. Ed è un ritorno alle radici. Non sei più un figlio di qualcuno o un genitore di qualcuno, non lavori da nessuna parte né hai gli occhi azzurri (blu, nel mio caso). Il silenzio ci spoglia di ciò che è altro da noi, che ci distrae dalla vera identificazione con ciò che siamo sin dall’origine e che può andare perduto con le recite quotidiane.

Perché non rispondevo, quindi? Semplicemente non potevo, mi trovavo nel mio spazio interiore, in silenzio, dove l’amore per me è quello vero.

Piccolo angelo

CANE - SGUARDO

Un amico per la vita, un protettore fedele. Ci osserva, il nostro cane, ci fiuta, percepisce quando qualcosa non va. E’ un terapeuta emozionale e un dispensatore energetico. Come tutti gli animali che entrano nelle nostre case, svolge una missione spirituale ed è qui per assorbire le nostre energie negative e donarci le sue in cambio. Tutti i giorni, con costanza, con lealtà, non chiedendo nulla per sé. E’ lui a sceglierci, non noi. Ci ha scelto al primo sguardo e ci ha chiesto di entrare nella nostra vita, desiderando giocare ed essere accarezzato da noi e da nessun altro; sa dove stiamo andando e conosce l’intero percorso. Per noi ha un riguardo speciale, si sente un nostro compagno per l’intera vita. La sua fedeltà è sconosciuta all’uomo, che fa solo per avere qualcosa in cambio. E’ l’uomo, che seduce per ottenere vantaggi, il cane no. Conosce la virtù e ce la mostra tutti i giorni; sta a noi di voler essere come lui. Il suo è un amore nobile e puro, gli bastano cinque minuti del nostro tempo, uno sguardo, una parola, e si scioglie di benevolenza nei nostri confronti. Non sente il bisogno di possederci, ci lascia liberi aspettando sempre. Ci guarda, mentre facciamo altro, e attende, in qualunque situazione; il suo è un amore incondizionato, non dipende da qualcosa, non dipende da qualcuno, non dipende da nulla. Per lui, possiamo essere belli o brutti, giovani o vecchi, intelligenti o no, vestiti all’ultima moda o sembrare degli straccioni. Non è ciò che guarda, non è ciò che pretende. Ci legge l’anima, oltre gli abiti, oltre il pensiero, oltre il carattere. Se lo sgridiamo, ci ama allo stesso modo. Anzi, di più, perché comprende ciò che siamo, conosce la nostra storia anche se è appena arrivato. Morirà prima di noi, forse, ma si reincarnerà in un nuovo corpo di cane e aspetterà di incrociare di nuovo il nostro sguardo. Ci aspettava, come noi aspettavamo lui, un altro cane ma la stessa anima. Cercherà sempre di starci vicini, di fornirci un mezzo per stare bene mettendoci alla prova tutti i giorni. E’ qua per noi e per aiutare il nostro cammino. Piccolo angelo…

Tauromachia

Era stato anche pubblicato un libretto, in Spagna, sulle ’50 ragioni per difendere la corrida’ (Francis Wolff). Di seguito, alcuni passaggi che ho tradotto dall’edizione francese.

Sulla Tortura
La corrida non ha, come obiettivo, di uccidere il toro.
La corrida ha, come fondamento, il combattimento del toro, senza di esso la corrida perderebbe di senso. Il secondo fondamento è l’impegno del torero, che deve affrontare il toro mettendosi lui stesso in pericolo di morte. Il toro combatte ripetendo i suoi attacchi: il combattimento è il contrario della tortura. Parlare di tortura, a proposito della corrida, è un insulto nei confronti di tutti i supplizi presenti nel mondo.
Sulla Sofferenza
Secondo gli studi sperimentali del Professor Illera del Portal, il toro soffre sia per il suo ingresso che per la sua uscita dall’arena (stress). Produce beta-endorfine e neurormoni che anestetizzano il dolore e provocano un’aggressiva eccitazione. Di conseguenza, il toro non reagisce alle ferite per la perdita di sangue ma per l’attacco. Se il toro combatte è dunque perché agisce conformemente alla sua natura. La corrida è un combattimento ineguale (il toro deve morire, è la rappresentazione della superiorità dell’intelligenza umana sulla forza bruta dell’animale), ma è necessario che tale combattimento sia leale (il toro deve avere delle armi: la sua possenza, le sue corna, che gli permettono di uccidere l’uomo).
Sulla Morte del toro
Rispetto alla morte disonorevole degli animali nei macelli industriali, la morte del toro nell’arena ha luogo durante un rito rispettoso. Il toro è ucciso per ragioni simboliche (l’animale vinto dall’uomo deve morire), etiche (la messa a morte è l’atto più rischioso per l’uomo), estetiche (una stoccata riuscita conclude l’opera del matador). Durante la corrida, il toro è combattuto con rispetto e non abbattuto come una bestia nociva o frettolosamente come una semplice macchina da carne. L’etica della corrida richiede che l’uomo non si consideri in diritto di uccidere il toro se non per pericolo della sua propria vita Il toro da corrida è considerato come un individuo singolare dotato di nome proprio e lignaggio, di lui si ammirano la sua bellezza e la sua combattività. Ciò che è conforme alla natura selvaggia e ribelle del toro è una vita libera e una morte nel combattimento. E’ una sorte molto più invidiabile che non quella di un manzo da macelleria.

TORO

Ci sono fortissime pressioni, in Europa, per far chiudere la pratica della corrida, finanziata dalla Comunità Europea. Gli spagnoli sono particolarmente esperti in pratiche culturali che hanno per oggetto il martirio di animali, ma la corrida è diffusa anche nel Sud della Francia, in Portogallo, in America Latina. Scandaloso che vi partecipi il Ministro francese per l’Agricoltura con incarico al benessere animale (terzo della fila). Scandaloso che, nonostante quasi il 90% dei francesi si dichiari contrario alla corrida, questo Ministro scelga, come figura pubblica, di assistervi sbattendosene del sentimento della sua nazione. E con lui Vip e Cardinali.

MINISTRO

Il 6 di ottobre p.v., si terrà un’importante manifestazione anti corrida a Parigi e mi piacerebbe molto andarci, perché questo è un tema su cui non intendo risparmiarmi. In Francia, la mobilitazione riguarda anche la richiesta di vietare per legge l’accesso alla corrida da parte di minori e l’abolizione delle scuole di tauromachia, nelle quali vi partecipano bambini a partire dai 7 anni, prossimi psicopatici in libera circolazione. Se non si comprende che la mancanza di empatia verso qualunque altra creatura, e il desiderio di spargere il sangue di un innocente, non può essere considerato normale in un bambino, come in un adulto, ed è questo anche un rischio per l’umanità stessa e per la collettiva soglia di sopportazione della violenza, cosa ne sarà di noi?

SCUOLA CORRIDA 3

SCUOLA CORRIDA 4

SCUOLA CORRIDA 2SCUOLA CORRIDA

Se si guarda negli occhi questi giovani tori, si può non provare nulla?

Fortunatamente, in alcuni uomini avviene un cambio di coscienza, come all’ex torero D. Alvaro Mùnera. Ecco una sua intervista:

Il torero animalista

gabrielecruciata / 25/03/2015

Alvaro Mùnera era un astro nascente della corrida colombiana. Quando aveva diciassette anni fu portato in Spagna da Tomás Redondo, manager del celebre José Cubero “El Yiyo”. E qui vi rimase fino al 22 settembre del 1984. Quel giorno Alvaro aveva appena diciotto anni, ma lo ricorda molto bene: «Un toro afferrò la mia gamba sinistra e mi gettò in aria». A seguito della caduta il torero riportò una lesione del midollo spinale che non gli ha mai più consentito di camminare. Ma quel 22 settembre fu solo l’inizio del cambiamento per Alvaro.

Il torero andò a curarsi negli Stati Uniti, dove si trovò per la prima volta faccia a faccia con una cultura intollerante nei confronti della tauromachia. «Ciò che mi ha reso contro la corrida e mi ha portato a difendere gli animali non fu l’incornata in sé. Forse se avessi proseguito in Spagna avrei continuato ad essere in favore delle corride», spiega Alvaro, «Piuttosto fu l’aver vissuto il mio periodo di riabilitazione in un Paese che non concepisce che la gente si diverta torturando gli animali, che ci vede come un popolo arretrato, a farmi rendere realmente conto che quello che avevo fatto era stata una barbarie assoluta».

Ciò che mi ha reso contro la corrida e mi ha portato a difendere gli animali non fu l’incornata in sé. Forse se avessi proseguito in Spagna avrei continuato ad essere in favore delle corride. L’esperienza statunitense ha cambiato radicalmente l’animo dell’ex torero, ormai obbligato su di una sedia a rotelle. Alvaro Mùnera oggi è un convinto detrattore della corrida e un agguerrito sostenitore dei diritti degli animali. «E’ stato Dio a indicarmi la giusta via» – racconta Alvaro – «Quando avevo 14 anni uccisi una giovenca in stato di gravidanza. Vidi come le estraevano il feto dal grembo, e vomitai fino all’esaurimento. Ma il mio agente mi diede una pacca sulla spalla e mi disse: “Tranquillo, diventerai una figura di prim’ordine delle corride, questi inconvenienti sono parte del lavoro”. Poco prima di partire per la Spagna uccisi un toro che in punto di morte sembrava chiedermi pietà, con tutti i suoi organi interni che fuoriuscivano dalle ferite che io stesso gli avevo inferto. Ma neanche lì mi fermai. Poi vi fu l’incidente, e finalmente capii».

L’obiettivo che Alvaro si è posto è quello di far capire alla gente quanto la corrida sia degradante e motivo di sofferenza per i tori. Secondo la World Society for the Protection of Animals ogni anno 250mila tori perdono la vita nelle corride di tutto il mondo. Gli interessi economici che muovono questo tipo di spettacolo sono enormi: latifondisti, allevatori ed agenzie turistiche premono affinché la corrida continui ad essere al centro della tradizione spagnola.

Nel 2010 alcuni esponenti del Partito Popolare hanno proposto di elevarla a “bene di interesse culturale” della Spagna. I partiti che tradizionalmente oppongono maggiore resistenza alla corrida sono quelli legati alla sinistra. Cinque anni fa il celebre fisico  Jorge Wagensberg ha partecipato ad un dibattito contro la tauromachia tenutosi all’interno del parlamento catalano di Barcellona. «Il toro» – ha spiegato il fisico – «muore affogato nel proprio sangue. La punta della spada cerca il cuore, attraversando i polmoni». Wagensberg ha poi concluso sostenendo che «Non è ammissibile uno spettacolo che si basa o richiede la sofferenza di un essere vivente». Per la prima volta nella storia della Spagna il massacro dei tori è stato messo in discussione a livello istituzionale. La Catalogna ha bandito la corrida a partire dal 1 gennaio 2012, ma un anno più tardi Madrid l’ha elevata a “Patrimonio Culturale Spagnolo”.

La corrida si tiene anche nel sud della Francia e in quei Paesi dell’America Latina in cui l’impronta spagnola è stata più forte. Le proteste degli animalisti e della società civile sono arrivate anche lì. Nel 2012 le autorità dell’Ecuador hanno dovuto annullare la corrida nella capitale Quito a seguito di forti polemiche bipartisan, e nello stesso anno a Lima si è tenuto un flashmob di animalisti peruviani che si opponevano alla violenza sui tori.

Nell’agosto del 2013 Cristophe Leprêtre, presidente dell’associazione Animavie, ha organizzato un digiuno di tre settimane per protestare contro la corrida di Minimizan, nel sud della Francia. A suo dire «Il 99% dei francesi è contrario a questo spettacolo arcaico e desueto». In Europa – oltre a Spagna e Francia – anche il Portogallo consente lo svolgimento di corride, nelle quali tuttavia il toro non viene ucciso, ma domato. Lo spettacolo è simile ai rodei statunitensi.

Indizi

ANIME

Notoriamente, all’atto di ogni rinascita in un nuovo corpo, nel processo di reincarnazione, si perde cognizione delle vite precedenti, a meno di non essere una delle molte persone che possono testimoniare il contrario e sulle quali esiste diversa letteratura. In realtà, ciascuno di noi reca con sé alcuni indizi che possono essere letti per suggerirci qualcosa. Quando ho scoperto questo, ho cominciato ad osservare con maggiore curiosità le persone e a cercare anche per loro degli indizi; la cosa che lascia sbalorditi è che, in effetti, ce ne siano sempre e a volte spieghino ciò che non avremmo saputo spiegarci diversamente.

Le indicazioni che possono comunicarci chi siamo stati precedentemente, possono essere le seguenti:

  • Alcune Menomazioni, Cicatrici, Segni del corpo che ricalcano le ferite subite nelle vite precedenti e che – rimanendo impresse nell’anima – hanno influenzato il nuovo corpo. Conosco una persona che è nata con tutte le dita deformate e prive di alcune falangi; il mio pensiero è andato subito a lui e, avendolo incontrato di recente, non riuscivo a smettere di pensare a cosa gli fosse successo in una delle sue vite passate.

  • I Giochi che svolgevamo da piccoli. Qui un caso emblematico è mio fratello che, ancora non lo sa, ma diventerà un fratello da laboratorio nei prossimi mesi, in quanto ho intenzione di studiarlo da vicino. E’ davvero incredibile come, per ogni indizio, io vi abbia subito associato almeno una persona istintivamente. Mio fratello, all’età di pochissimi anni ha iniziato a disegnare perfettamente di punto in bianco, senza esser passato da fasi intermedie di pasticci vari; ciò che disegnava (tutto conservato) erano enormi campi di battaglia delle Guerre Mondiali, con tutti i soldatini perfettamente identificati con le loro divise e i loro attributi. Questo fenomeno è parso in effetti strano a tutta la famiglia, ma è stata ritenuta più una passione che altro (comunque inspiegabile). In realtà, mio fratello ha proseguito per il resto della sua vita a trattare la materia, divenendo un grande collezionista a livello nazionale di divise belliche di quelle epoche, con una conoscenza profondissima del periodo e dei suoi accadimenti. Si può dire che guardi solo film ambientati in quell’epoca e si trovi a suo agio con le foto dei morti nelle due guerre.

  • I Ricordi personali e i Deja vu apparentemente inspiegabili.

  • Le Fobie verso qualcosa, nate praticamente con noi stessi e non dettate da circostanze precise. Qui cito me stessa: una mia fobia (anzi, direi l’unica), è quella verso i palloncini e le esplosioni in genere. Se incontro un bambino con un palloncino in mano, io cambio marciapiede, se è in metro scendo. Quando qualcuno apre una bottiglia di spumante, io cambio stanza. Se intravedo una bombola del gas, sto male. Poiché non ho mai subìto episodi di esplosioni o altro di simile, né alcuno della mia famiglia, sono certa a questo punto di esservi incappata in una delle mie vite precedenti.

  • Le Filie, ovvero gli amori inspiegabili verso qualcosa: un ambiente, un odore, un paesaggio, un luogo. Io, ad esempio, amo così tanto la pioggia da desiderare che piova 365 giorni all’anno. Amo i paesaggi piovosi e col cielo cupo. Se in un film ordinario, vi è una scena in cui piove, io improvvisamente mi risveglio. Per la pioggia e tutti i suoi corollari io nutro un amore folle. Quando piove, io accendo i cinque sensi a mille da quando sono praticamente nata.

  • L’Attrazione o la Repulsione improvvisa e, anche in questo caso, non surrogata da particolari motivazioni, verso una persona. Questo è il riconoscimento di un’anima che abbiamo già incontrato precedentemente e con cui avevamo un legame forte.

Ci sarebbe molto altro da scrivere, sulla reincarnazione, e lo farò un po’ alla volta. Una cosa è certa: più ci si avvicina alla conoscenza di questa teoria, più ciò che essa rivela risponde a cose altrimenti inspiegabili.

Dedicato a Melissa

MELISSA

La mia prima gatta si chiamava Melissa ed era siamese. Era stato un amico di famiglia a proporci di prendere una cucciola e mia mamma aveva acconsentito. Pochi mesi dopo, un vicino di casa che lavorava alla Zambeletti, venuto a casa nostra per non so quale ragione, ci aveva proposto di poterla avere pagandocela 250.000 lire, che a quei tempi era una sommetta, per poterla utilizzare per la sperimentazione animale. Mia mamma lo cacciò di casa con le peggiori parole, aggiungendo che, se proprio desiderava vivisezionare qualcuno, poteva farlo coi suoi figli. Questa era mia madre. Grande!

Da quel momento, l’ho tenuto d’occhio, quel vicino, e so per certo che si è dilettato ad avvelenare parecchi gatti di strada.

Nel 1883 Victor Hugo esclamò: ‘La vivisezione è un crimine’!

E’ il crimine più orribile, quello di più lunga durata, il più numericamente imponente. E’ la maggiore sorgente di denaro, il segreto meglio custodito, e forse il più noto crimine legalizzato benedetto da tutti.

Ho appena ultimato la lettura del libro ‘I Gatti di Hill Grove’, ovvero la storia della campagna contro l’allevamento Hill Grove Farm. La storia ha inizio a metà degli anni Settanta in Inghilterra, dove un certo Brown e Signora cominciano ad allevare gatti da vendere all’industria farmaceutica. Le fattrici erano tenute in gabbie insieme ai migliori riproduttori e venivano fatte partorire solo con taglio cesareo per garantire la sterilità. Ovviamente venivano subito allontanate dai cuccioli che erano venduti poche settimane dopo la nascita. Ogni gatta trascorreva così 10 anni di vita, dopodiché veniva uccisa.

Fu Cynthia O’Neill, una signora cinquantaduenne, ad iniziare la campagna; anche a lei era scomparsa la propria gatta come ad altri vicini di casa. Così, cominciando a collegare che, oltre al crimine che veniva perpetuato in quello stabilimento, si aggiungeva anche il terrore che fosserro anche i propri animali a fare quella fine, cominciò a fare guerra su tutti i fronti. La cosa abominevole fu che gli organismi preposti alla tutela degli animali, come la RSPCA (Royal Society for the Prevention of Cruelty to Animals), la CPL (Cat Proteection League), la BUAV (British Union for the Abolition of Vivisection), si rifiutavano di intervenire adducendo mille scuse che, invece, nascondevano interessi ed equilibri da non minacciare. Cynthia fu un osso duro, si organizzò con altri attivisti e, attraverso la raccolta di fondi, organizzarono manifestazioni continue per mesi, per stagioni, per anni, venendo spesso arrestati, subendo qualunque tipo di pressione e persecuzione, ricevendo trattamenti ‘speciali’ dalla Polizia. Dopo diversi anni, in qui Cynthia e il resto del movimento non mollarono nonostante la fatica e il senso di continua disfatta, ottennero la testimonianza di una ragazza che aveva lavorato nello stabilimento, la quale raccontò che alla vista del proprietario, i gatti impazzivano e si arrampicavano sulle pareti delle gabbie. E questo solo per i metodi di allevamento, ancor prima quindi, che l’abominio della sperimentazione fosse ancora praticato.

A metà degli anni Novanta, furono rese di pubblico dominio le modalità di utilizzo dei gatti da parte di un Professore universitario, il quale utilizzava gatti dell’età variabile tra i 2 e i 143 giorni per esperimenti sul cervello. I gatti venivano accecati da un occhio, la loro testa bloccata in un apparecchio stereotassico, mentre nel loro cervello veniva iniettata una sostanza colorata. Dopodiché, gli animali venivano uccisi. I gatti, come del resto molti altri animali, subivano anche elettroshock, erano esposti a radiazioni, congelati e torturati a morte, mutilati e sezionati, affamati e paralizzati, bruciati.

Per contrastare la campagna contro Hill Grove Farm, furono impiegate task force di Polizia sempre più ingenti con un enorme esborso di denaro pubblico. Ad aiutare Cynthia fu un numero sempre maggiore di persone sensibili, che preferirono questa battaglia a qualunque altro inutile passatempo; anche il Reverendo James Thompson, unico della categoria, si impegnò in prima persona parlando ai fedeli e rilasciando interviste, sostenendo che è un dovere di tutti proteggere la vita. Nessun bene può nascere dal male; molte malattie sono causate da farmaci perfettamente testati su animali.

Cominciarono ad arrivare attivisti dall’intera Inghilterra e da altri Paesi esteri. Alcuni parlamentari non poterono più ignorare la portata delle manifestazioni e, venuti a conoscenza degli orrori perpetrati ai danni di innocenti, proposero una modifica della legge per vietare innanzitutto l’esportazione di animali vivi per la vivisezione. Il proprietario fu messo spalle al muro da questo e da immagini forti che circolavano nelle manifestazioni e sui media. Su un manifesto, un grande gatto rosso era rasato davanti, dietro e sui fianchi ed era steso su due fogli di plastica rigida, tenuto immobilizzato da cinghie di cuoio. Aveva della gommapiuma blu che gli usciva dalla testa e tanti tubi di plastica, alcuni pieni di sangue, da non riuscire a contarli.

Alla fine, il 12 agosto 1999, i Brown cedettero e chiusero lo stabilimento, e i gatti presenti in quel momento vennero liberati e adottati. Si dice che quel posto sia maledetto, e che di notte si possano ancora sentire le loro urla.

Eudemonia

ARISTOTELE

Secondo Aristotele e il suo sistema di etica della virtù, il segreto della felicità si trova nell’equilibrio che ci permette di raggiungere l’Eudemonia (dal greco eudaimonia, eu-buono e daimon, demone o spirito buono).

Nell’Etica Nicomachea, il suo libro più noto scritto nel IV secolo a.C., egli elenca le virtù:

Mitezza: è la capacità di controllare il nostro temperamento e le prime reazioni. La persona paziente non si arrabbia troppo, ma non evita neppure di arrabbiarsi quando ne ha le ragioni. 

Forza: è il punto medio tra codardia e imprudenza. La persona forte è quella che affronta il pericolo, essendo consapevole dei rischi e prendendo le necessarie precauzioni. Si tratta di non assumere rischi inutili, ma neppure evitare i rischi necessari per crescere.

Tolleranza: è l’equilibrio tra l’eccessiva indulgenza e l’intransigenza. Aristotele pensava che fosse importante tollerare, ma senza cadere nell’estremo di tollerare tutto, lasciando che gli altri calpestino i nostri diritti o ci feriscano deliberatamente senza risponderne. E’ tanto negativo essere estremamente tollerante quanto estremamente intollerante.

Generosità: è il punto centrale tra meschinità e prodigalità; si tratta di aiutare gli altri ma non concedersi al punto che il nostro io ne risulti diluito.

Modestia: è la virtù intermedia tra non riconoscersi sufficiente credito per i risultati ottenuti a causa di una bassa autostima e l’ego eccessivo che ci fa pensare di essere il centro dell’universo. Si tratta di riconoscere i nostri errori e le nostre virtù, assumendo le responsabilità che ci corrispondono.

Veracità:  è la virtù dell’onestà, che Aristotele colloca a metà strada tra la menzogna abituale e la mancanza di tatto nel dire la verità. Si tratta di valutare lo scopo delle nostre parole e dire ciò che è necessario.

Grazia: è il punto intermedio tra l’essere un buffone ed essere antipatico e maleducato, ovvero essere in modo tale che gli altri possano godere della nostra compagnia.

Decenza:  è il punto intermedio tra l’essere troppo timido e l’essere spudorato.

Equità: è la virtù di trattare in modo equo gli altri, a metà strada tra l’altruismo e il totale disinteresse. Consiste nel saper prendere in considerazione sia i bisogni degli altri che i propri.

Beh, devo dire che negli ultimi anni il mio grado di mitezza è cresciuto a dismisura, sono però ancora molto brava a prendermi rischi inutili (e comunque temo molto più la codardia) e tollero ‘quasi’ tutto. In pratica non sono esattamente equilibrata rispetto a queste voci, ma forse verso nessuna. Sull’onestà, però, non si discute.

Sagre

Bella l’Estate, con tutte le sue sagre, no? Soprattutto quelle che ancora oggi hanno per ‘oggetto’ gli animali. Si conta che in Spagna si tengano più di 3.000 celebrazioni nelle quali la violenza su animali regna sovrana. Una delle feste più conosciute è la corsa dei tori a Pamplona, nel giorno di San Firmino. Animali stressati ed eccitati dalla folla sanguinaria vengono fatti correre imbizzarriti e terrorizzati lungo le vie ingombre di deficienti. Poi, ovviamente, verranno uccisi. Nei pressi di Valencia, invece, il toro è attirato verso il mare dagli spettatori. Tutti ridono vedendolo annaspare in acqua. Ho visto delle foto, non si possono dimenticare quegli occhi che chiedono pietà …

A Sagunt, durante la celebrazione del Toro di Fuoco, una vera barbarie, vengono unte le corna di pece e poi date alle fiamme. All’interno delle corna, ci sono moltissimi centri nervosi e il toro impazzisce dal dolore, mentre gli spettatori sghignazzano. Capita che il toro si butti da una rupe o si getti contro una parete per farla finita.

TORO DE FUEGO

Non sono solo i tori, ovviamente, ad essere oggetto di divertimento di persone di così basso livello spirituale ed etico da far vergognare l’intera Umanità. Oche appese a testa in giù per farsi decapitare da presunti cavalieri, per fare un altro esempio. Ovviamente, questo genere di sagre non è presente nella sola Spagna, anche se lì vi è questo record infame. In Perù, durante la Festa del Sangue, un condor è attaccato sul dorso di un toro in un sanguinario combattimento che si tiene nelle arene. Il toro, non solo subirà tutti i colpi del Matador, ma anche quelli del condor che, per liberarsi, affonda artigli e becco sul toro. E ancora tutte le corse di cavalli e di cani, i combattimenti, i palii (molti dei quali in Italia), i rodei con le marcature a vivo, e poi ancora l’uso di animali come premi, e decine e decine di altre prove di virilità dell’uomo, perché è sempre di questo che stiamo parlando, del sentirsi uomini senza esserlo.

Se c’è un ambito in cui vorrei avere pieni poteri è proprio questo: Ministro per il benessere e la tutela animale. Andrei giù molto ma molto pesante, mi farei molti nemici, ma avrei loro dalla mia parte: le creature con quello sguardo.

Personalmente, istituirei anche un colloquio sul posto di lavoro. Ti diverti con questo? Allora sei uno psicopatico, sei socialmente disturbato, sei un pericolo.

Farei anche un giretto dal Papa: la finiamo o no di travestire tutte quelle feste e festine da farsa religiosa, quando poi sono degli inni al massacro? La vogliamo finire o no di riproporre i rituali sacrificali di animali? La vogliamo finire col ricordare gli aspetti peggiori e anacronistici del Medioevo, e magari del Medioevo apprezzare di più l’architettura, la miniatura, i testi, il canto?

Non mi darebbero mai un incarico del genere…