

Categoria: LIBRI
Ridere

Non più tardi di ieri avevo un pessimo stato d’animo, un malessere all’ennesima potenza. Avviene, forse per tutti, quando la concentrazione di meschinità attorno a noi va oltre una certa soglia e, poiché purtroppo sono un’empatica, cedo il mio spirito e ne ottengo questa in cambio. La mia anima comincia a soffrire, giorno dopo giorno, fino a raggiungere una vera e propria sconnessione. Sulla sconnessione dell’anima varrà la pena scriverci qualcosa, perché è una questione estremamente seria e pericolosa. Credo di aver raggiunto una delle mie peggiori giornate proprio ieri. Non ero in me stessa, non sapevo chi fossi, avrei potuto fare qualunque azione. Per meschinità non intendo mai le piccole cose, i piccoli gesti, le azioni semplici, i lavori elementari, ma solo il livello dei pensieri, dei ragionamenti, i disvalori delle persone con cui mi rapporto. Quando questa si accumula e raggiunge quel certo livello di saturazione, esplodo come un vulcano che si stia preparando da tempo. C’è di buono che poi rinsavisco e sprizzo energia da tutti i pori. Non svelo cosa ho fatto, ma questa mattina ero tutt’altra persona; ho riflettuto che, tra le cose che forse un po’ mi sono fatta mancare ultimamente, si collocano le risate a crepapelle. Quando mi mancano, vado indietro nel tempo a pescare tra i ricordi. E le trovo eccome! Ho riso a crepapelle per interi anni di liceo, in classe come fuori; ho riso a crepapelle con una cugina con cui ho trascorso vacanze on the road meravigliose (con lei sono stata male dal ridere). Ho riso a crepapelle nei primi anni di lavoro, con le colleghe. L’ho fatto fino ad alcuni anni fa con altri colleghi, inviandoci delle mail e poi chiamandoci e attaccando a ridere per ciò che avevamo scritto. Ancora oggi, quando mi incontro anche solo furtivamente con le persone con cui ho riso tanto, il sorriso che ci scambiamo non è quello che ci scambieremmo con altri. E’ d’intesa e lo sappiamo solo noi, che abbiamo condiviso un meraviglioso divertimento che non è appartenuto ad altri. Ecco, forse, qualcosa che unisce le persone. Se con uno ridi parecchio, il legame che si crea rimane.
Ed ecco un fotogramma dal film ‘Ragione e Sentimento’ di Ang Lee; L’ho appeso in casa mia da anni, perché è proprio quel tipo di leggerezza di cui ho bisogno ogni tanto, anche perché conosco bene la scena stessa del film. Quando lo guardo, qualunque stato d’animo io abbia, rido.
Leggere Thoreau
Avevo già letto Walden. Vita nel bosco, in cui Thoreau racconta, giorno per giorno, i due anni trascorsi in solitudine nel bosco, attraverso l’osservazione della natura, degli alberi, dei fenomeni atmosferici. Una bibbia ecologista. Mi era piaciuto già molto, perché vi avevo trovato quello spirito di riconnessione alla natura a me tanto caro, ad un vivere ancestrale. Anche lui, compreso più tardi ma non del tutto alla sua epoca, era scappato dalla civiltà che temeva, per ritrovare se stesso.
Ho poi letto altre sue opere e le pagine del suo diario, e subito ho sentito, in quelle parole, in quel preciso modo di cogliere le cose, di accorgersi del mistero della natura, di rapportarlo all’uomo, delle forti vibrazioni. Ho sentito che i suoi scritti erano per me, per quelli come me, che hanno un certo tipo di sensibilità romantica, che piangono per un albero abbattuto come per un animale ucciso, che parlano ad essi, li accarezzano, li ringraziano. Ho sentito che quel tipo di sensibilità è di pochi ma non di nessuno, e quei pochi vengono uniti da un legame indissolubile a dispetto delle epoche e delle reciproche esistenze. Non cerco, in una persona, un dato mestiere o una certa provenienza, non mi importa che macchina abbia o che abiti porti, mentre cerco questo tipo di sensibilità. Se la percepisco, quella persona entra nella mia vita e vi rimane. Un giorno scriverò sul sistema scuola, dal mio punto di vista da radere totalmente al suolo e da rifondare su altri presupposti, e Thoreau è uno di quegli autori che vi inserirei.
Da ‘I boschi del Maine’
‘Strano che così poche persone vengano nei boschi a vedere come il pino vive e cresce sempre più in alto, sollevando le sue braccia sempreverdi alla luce – a vedere la sua perfetta riuscita; i più invece si accontentano di guardarlo sotto forma delle tante ampie tavole portate al mercato, e considerano quello il suo vero destino. Ma il pino non è legname più di quanto lo sia l’uomo, ed essere trasformato in assi e case non è il suo impiego autentico e più elevato, non più di quanto lo sia per l’uomo essere abbattuto e trasformato in letame. C’è una legge più alta che riguarda il nostro rapporto con i pini quanto quello con gli uomini. Un pino abbattuto, un pino morto, non è un pino più di quanto le spoglie di un defunto siano un uomo. Si può dire che colui che ha scoperto solo alcuni dei pregi dell’osso di balena e dell’olio di balena abbia scoperto il vero scopo della balena? O che colui che abbatte l’elefante per l’avorio abbia “visto l’elefante”? Questi sono utilizzi meschini e accidentali, proprio come se una razza più forte ci uccidesse allo scopo di fare bottoni e pifferi con le nostre ossa; perché ogni cosa può servire uno scopo più vile oltre che uno più elevato. Ogni creatura è migliore da viva che da morta, uomini e alci e alberi di pino, e colui che lo comprende appieno preferirà conservarne la vita che distruggerla.
E’ il boscaiolo, allora, a essere amico e amante del pino, a stargli più vicino di chiunque e a comprendere meglio la sua natura? E’ il conciatore che gli ha tolto la corteccia, o chi ne ha ricavato la trementina, a entrare nelle fiabe dei posteri come colui che alla fine venne tramutato in un pino? No! No! E’ il poeta; è colui che fa del pino l’uso più sincero, che non lo accarezza con un’ascia né lo solletica con una sega, che sa se il suo cuore è falso senza inciderlo, che non ha comprato la licenza di abbattimento dall’amministrazione cittadina. Tutti i pini rabbrividiscono ed emettono un sospiro quando quell’uomo mette piede nella foresta. No, è il poeta, che li ama come la propria ombra nell’aria e li lascia in piedi. Sono stato in segheria, e in falegnameria, e in conceria, e alla fabbrica di nerofumo e alla raccolta della trementina; ma quando da lontano ho visto le cime dei pini ondeggiare e riflettere la luce al di sopra del resto della foresta, mi sono reso conto che non è quello citato l’uso più elevato del pino. Non sono i suoi ossi o la sua pelle o il suo grasso che amo di più. E’ lo spirito vivente dell’albero, non lo spirito della trementina, con cui sono solidale e che guarisce i miei tagli. E’ immortale quanto lo sono io, e forse andrà altrettanto in alto in paradiso, dove ancora svetterà sopra di me’.
Diario, 24 gennaio 1856
‘Trovo che nella mia idea di villaggio l’olmo si è fatto più strada dell’essere umano. Hanno lo stesso valore di molte circoscrizioni elettorali. Costituiscono essi stessi una circoscrizione. Il povero rappresentante umano del suo partito, mandato fuori dalla loro ombra, non comunicherà la decima parte della dignità, dell’autentica nobiltà e ampiezza di vedute, della solidità e indipendenza e della serena benevolenza che essi comunicano. Guardano da una municipalità all’altra. Un frammento della loro corteccia vale la schiena di tutti i politici dell’Unione. In un loro ampio senso, sono antischiavisti. Mandano le loro radici a nord e a sud, a est e a ovest nel Kansas e nella Carolina in barba ai conservatori, che non sospettano tali ferrovie sotterranee; migliorano il sottosuolo che essi non hanno mai smosso, e per una distanza di molto superiore alla loro altezza, se sostenere i loro principi lo richiede. Combattono con le tempeste di un secolo. Guarda quante cicatrici portano, quanti arti hanno perduto prima che noi nascessimo! Eppure non si ritirano mai; votano con costanza per i loro principi, e mandano le loro radici sempre più lontano dal medesimo centro. Muoiono al posto loro assegnato, lasciando un fusto durissimo per chi lo taglierà, e un ceppo che funge da monumento. Non partecipano a nessun congresso, non scendono a compromessi, non hanno bisogno di una linea politica. L’unico principio che hanno è la crescita (…) Non si trasformano da radicali in conservatori, come gli uomini (…)
Il libro tibetano dei morti
Qualcuno, incuriosito e volendo sapere cosa stessi leggendo, si è messo a ridere. Ha iniziato con gli scongiuri e le solite battute cretine. Si sa, da noi di tutto si può parlare fuorché della morte. E invece, ho appena finito questo libro ed è proprio nel mese delle festività che ritengo di volerne parlare, perché festeggiamenti e morte vanno a braccetto, più di quanto non ci si renda conto.
Questo libro parla della profonda conoscenza che la civiltà tibetana ha del processo della morte e di tutti i suoi stadi intermedi, dai momenti appena precedenti ad essa fino al momento della completa liberazione e alla successiva reincarnazione. Insegna a prepararsi alla morte durante il corso di tutta la propria vita per arrivare pronti, per sapere di che si tratta, per non esserne spaventati, per avere idea di cosa succederà dopo. Vi si trovano tutte le preghiere che vanno recitate sia personalmente che da parte dei conoscenti o parenti che, attraverso di esse, accompagneranno la persona cara durante l’intero processo. Vi sono spiegati i preparativi di tipo etico, che implicano il controllo mirato delle proprie abitudini di vita come se la morte fosse imminente. Esse sono: sviluppare la generosità, la sensibilità verso il prossimo e la tolleranza. Un’altra indicazione è quella di donare cose che ci appartengono: non solo quelle che non ci interessano, bensì proprio quelle che ci piacciono. Questo perché ciò che conta non è la grandezza del dono, bensì l’attaccamento che noi abbiamo sviluppato verso di esso. Praticandolo, e osservando i processi mentali che accompagnano l’atto di abbandonare ciò a cui si è attaccati, trascendiamo il nostro ego e giungiamo a fine vita con maggiore umiltà e privati di attaccamenti che ci farebbero odiare la morte. Bisogna anche osservare i nostri sentimenti e le nostre relazioni pensando che potremmo non esserci più e, dunque, ciò che più dovremmo avere a cuore è la felicità delle persone che amiamo. Occorre concentrarsi sulle azioni che rendono i nostri amici e i nostri cari non divertiti in maniera superficiale, ma realmente felici. E’ bene pensare agli altri prima che a noi stessi. Comprendere che ogni legame è temporaneo.
Devo lavorarci molto, sono così imperfetta….
Ragione e Sentimento

Dopo aver rivisto per l’ennesima volta il pregevole adattamento di Ang Lee, il migliore dal mio punto di vista (magistrali le interpretazioni), devo assolutamente scriverne. E’ uno dei miei film preferiti, come la stessa Jane Austen è una delle mie autrici preferite. Nei suoi romanzi, riesce a descrivere con maestria l’intero panorama dei tipi umani, mettendo in luce le virtù di alcuni – come il senso della lealtà e del rispetto, e le miserie di altri – come l’ipocrisia e l’opportunismo.
Marian concepisce la vita con passione e ama mostrare i propri sentimenti. Elinor applica la ragione e pesa i fatti. Marian vibra ad ogni percezione. Elinor, quando soffre, lo fa in silenzio e senza illusioni.
Marian dovrà ridimensionare la propria concezione di vita, dovrà implodere su se stessa. Elinor vedrà coronare il proprio sogno senza averlo mostrato al di fuori di sé.
Cos’è dunque l’amore? E’ passione e fremito o è ragione e misura?
Probabilmente è tutto e altro. Ma la lezione di Jane Austen è la seguente: occorre essere attenti a chi si incontra, occorre non entusiasmarsi per il primo che passa, in quanto potrebbe rivelarsi un approfittatore, un bugiardo mestierante. Chi, invece, è più discreto e più lontano da noi, chi ci osserva da lontano ed è realmente pronto a venirci in soccorso, lui è il vero amore. Jane Austen, però, rende felice quest’ultimo ed infelice l’approfittatore, in quanto – ed è una legge – chi fa del male dovrà soffrire.
Donare un libro

Non ho ancora iniziato a parlare di libri e di letture, argomento che per me rasenta la sacralità. Regalare un libro è certamente uno dei più bei doni che possa essere fatto ad una persona cara. Cioè, non ad una persona qualunque, ma proprio ad una persona cara. Ecco la ricetta.
INGREDIENTI:
Per colui che dona:
- Una dose appropriata di tempo per la scelta del libro, o per pensarvi su;
- Una dose di conoscenza della persona cara non indifferente (d’altra parte, se è cara, sarà pur emerso da una conoscenza ..);
- Una seconda dose di tempo per scrivervi una dedica sulla prima pagina bianca.
Per colui che riceve:
- Uno smodato interesse verso la lettura;
- Alcuni generi o temi, o scrittori prediletti;
- L’interesse a leggere generi, temi o scrittori che non si conoscono;
- Una notevole dose di affetto per la persona da cui riceverà il dono;
- Una dose di emozione, anche a distanza di molto tempo, nel rileggere la dedica su quel libro.
PREPARAZIONE:
Si può regalare un libro seguendo tre modalità, tutte meravigliose.
- Ti dono un libro che so che amerai perché ti conosco, ti ho studiato, abbiamo parlato di libri/generi/autori/svolgimenti per un tempo infinito e so che quel dato libro è ciò che vorresti leggere ma che non hai ancora acquistato o che è introvabile.
Qui, la meraviglia sta nel grado di conoscenza e nella ricerca fatta proprio per te. Consiste nel voler appoggiare le tue letture, nel volerti felice mentre leggerai quel libro del tuo autore preferito.
- Ti dono un classico, sia che tu l’abbia letto ma non lo abbia in casa, sia che non lo abbia letto e non lo abbia nemmeno in casa.
La scelta sta nel valore stesso del libro che trasferisco in te donandolo. Alcune opere, di autori immensi, ti elevano, e io intendo elevare te e nutrire la tua anima con questo dono.
- Ti regalo un libro che non conosci e non è magari tra i libri che avresti scelto. Ma è il mio preferito, quello che – se arrivasse un terremoto e mi chiedessero di salvare poche cose – porterei con me.
Donare questo preciso libro significa che voglio donare me stesso a te, desidero che tu mi conosca, entri nel mio mondo e ne faccia parte. Vuol dire permettere e desiderare che l’altro comprenda chi siamo, e non lo facciamo con tutti.
Buon dono!

