Emerson 2

SOCIETA’ E SOLITUDINE

SOCIETA’ E SOLITUDINE

Un boscaiolo che era stato mandato all’Università, mi raccontò che quando alla facoltà di legge ascoltava i ragazzi della buona società parlare fra di loro si sentiva una specie di selvaggio; ma quando si imbatteva in uno di loro separatamente, e poteva parlargli da solo, allora sembravano loro i selvaggi, e lui il migliore.

Vivere socialmente significa accomodarsi in una delle tue sedie? Non posso andare in casa dei miei parenti più stretti solo perché non voglio restare solo. La socialità esiste per affinità chimica e non altrimenti. Mettete insieme un qualsiasi gruppo di persone lasciandole libere di conversare, ed esse si distribuiranno da sole e rapidamente in gruppetti e coppie. I migliori saranno accusati di essere esclusivi. Sarebbe più esatto dire che si separano come l’olio dall’acqua, come i bambini dai vecchi, senza che il fatto comporti alcun odio o amore, dato che ognuno ricerca il proprio simile ed ogni interferenza con il libero gioco delle affinità comporterebbe imbarazzo e soffocamento.

AMICIZIA

Vi è in noi molta più gentilezza di quanto si sia mai detto. Nonostante tutto l’egoismo che raggela il mondo come i venti dell’est, l’intera famiglia umana è intinta di un elemento amoroso, come di un fine etere. Fra le persone che incontriamo nelle case, quante sono quelle cui quasi non parliamo, eppure le onoriamo ed esse ci rendono onore! Fra quelle che vediamo per strada, o con cui sediamo in chiesa, quante sono quelle la cui presenza, seppur silenziosa, ci dà una calorosa gioia. Leggete il linguaggio di questi vaghi sguardi. Il cuore lo riconosce.

Lo studioso siede allo scrittoio, e anni e anni di meditazione non gli offrono un solo buon pensiero o una sola espressione felice; ma poi sopravviene la necessità di scrivere una lettera a un amico e, all’istante, folle di pensieri gentili da ogni lato si vestono di parole azzeccate. Guardate, in ogni casa dove abitino virtù e rispetto di sé, le palpitazioni che causa l’avvicinarsi d’un estraneo. Un estraneo raccomandato è annunciato e atteso, e un’inquietudine di piacere misto a pena pervade ogni cuore della famiglia. Il suo arrivo porta quasi paura nei buoni cuori che vogliono dargli il benvenuto. La casa è spolverata, ogni cosa vola al proprio posto, la vecchia giacca è cambiata con una nuova, ed essi, se possono, devono preparare una cena. Di un estraneo raccomandato, gli altri han riferito solo cose buone, di lui abbiamo sentito dire soltanto il buono e il nuovo. Per noi egli rappresenta l’umanità. E’ ciò che desideriamo. Avendo lavorato d’immaginazione su di lui e avendogli dato l’investitura, ci chiediamo come dovremo comportarsi e parlare con un uomo siffatto, e siamo a disagio, timorosi. Questa stessa idea esalta la conversazione con lui. Parliamo meglio del solito. Abbiamo la più agile fantasia, una memoria più ricca, e il nostro diavolo muto ci lascia in pace per un po’. Per lunghe ore possiamo continuare una serie di comunicazioni sincere, graziose e ricche, tratte dalle nostre esperienze più vecchie, più segrete.

Assicurate all’anima che da qualche parte nell’universo si ricongiungerà all’anima amica, ed essa sarà contenta e lieta in solitudine per mille anni.

Disdegno la società, abbraccio la solitudine, eppure non sono così ingrato da non vedere il sapiente, il bello, la mente elevata, quando di tanto in tanto varcano il mio cancello. Chi mi ascolta, chi m’intende, diviene mio, un possesso per tutti il tempo. E certo la natura non è così povera da non offrirmi più volte queste gioie, e così intessiamo fili sociali tutti nostri, una nuova rete di relazioni.

Non voglio trattare le amicizie con cerimoniosa accuratezza, ma col più rude coraggio. Quando sono reali non sono filamenti di cristallo e ricami di brina, ma sono la cosa più solida a noi nota.

Vi sono due elementi che concorrono alla composizione dell’amicizia, ciascuno così sovrano che non posso ritenerlo superiore all’altro, né ho motivo di nominarne uno per primo. Uno è la Verità. Un amico è una persona con cui posso essere sincero. Davanti a lui posso pensare ad alta voce. Sono arrivato alla fine in presenza di un uomo così reale e così eguale che posso persino abbandonare gli ultimi orpelli della dissimulazione, della cortesia e dei secondi pensieri, che gli uomini non abbandonano mai, e posso affrontarlo con la semplicità e l’integrità con cui un atomo ne incontra un altro. La sincerità è il lusso concesso, come i diademi e l’autorità, solo al rango più elevato, quello a cui è permesso di dire la verità, non avendo nessuno sopra di sé da corteggiare o a cui conformarsi. Ogni uomo, da solo, è sincero. Come entra una seconda persona inizia l’ipocrisia. Sfuggiamo e schiviamo l’avvicinarsi del nostro compagno tramite complimenti, chiacchiere, svaghi e affari. Sottraiamo a lui il nostro pensiero celandolo sotto mille pieghe.

Quasi ogni uomo che incontriamo richiede qualche deferenza, richiede di essere compiaciuto; gode di qualche fama, talento, ha in testa qualche grillo religioso o filantropico da non mettere in dubbio, e che vizia qualunque conversazione con lui. Ma un amico è un uomo sano che fa appello a me, non al mio ingenuo candore. M’intrattiene senza ch’io debba venire a qualche patto.

L’altro elemento dell’amicizia è la tenerezza. Siamo legati da ogni sorta di vincolo, da sangue, orgoglio, da paura, speranza, lucro, lussuria, odio, ammirazione, da ogni circostanza, distintivo e inezia, ma ci è difficile credere che in un altro possa esserci tanto carattere da trascinarci attraverso l’amore.

Quando un uomo mi diventa caro, ho toccato il traguardo della fortuna.

Odio la prostituzione del nome ‘amicizia’ per indicare alleanze altisonanti e mondane. Preferisco di gran lunga la compagnia dei giovani aratori o degli stagnini ambulanti, rispetto alle seriche e profumate ‘amicizie’ che celebrano i giorni d’incontro con frivole ostentazioni, fra viaggi in carrozza e banchetti nei migliori locali. Scopo dell’amicizia è la più familiare e stringente relazione che possa esserci; più stringente di qualunque cosa di cui abbiamo fatto esperienza. Essa è fatta per aiuto e conforto in ogni relazione e stadio della vita e della morte.

Alcuni fra gli esperti in questa calda dottrina del cuore dicono che non può sussistere nella sua perfezione fra più di due persone.

Potrete discorrere utilmente e lietamente varie volte con vai uomini, ma se solo vi riunite in tre, non avrete più nessuna parola nuova che venga dal cuore. Due potranno parlare e uno ascoltare, ma tre persone non possono prender parte a una conversazione del tipo più sincero e profondo. Quand’anche ci trovassimo in una bella compagnia d’amici, non ci sarebbe mai quel discorso fra due, che si sviluppa al tavolo appena lasciate sole due persone.

La condizione essenziale di un’amicizia elevata è la capacità di farne a meno. Per adempiere a questo alto ufficio bisogna essere grandi e sublimi.

Perché profanare anime nobili e belli intrufolandoci in loro? Perché insistere su precipitose relazioni personali col vostro amico? Perché andare a casa sua, o conoscere sua madre e suo fratello e le sue sorelle? Perché essere visitati da lui a casa tua? Sono forse cose importanti ai fini della nostra alleanza? Lasciate perdere questi toccamenti e queste grinfie rapaci. Lasciate che egli sia per me uno spirito Un messaggio, un pensiero, un atto di sincerità, un’occhiata da lui, ecco cosa voglio, non notizie e neanche zuppe. La politica, le chiacchiere e i discorsi dei vicini di casa, posso trovarle da compagni molto meno validi. La società che si crea in compagnia del mio amico non dovrebbe forse essere per me poetica, pura, universale e grande come la natura stessa?

Al mio amico scrivo una lettera, e da lui ne ricevo una. Questo a voi pare poco. A me invece basta. È un dono spirituale che è degno di lui offrire, di me ricevere.

La nostra impazienza ci tradisce con alleanze precipitose e stupide alle quali nessun Dio presenzia. Insistendo sul vostro sentiero, pur perdendo il piccolo, guadagnerete il grande. Date prova di voi stessi così da porvi al di fuori della portata delle relazioni false, e attirerete a voi gli eletti del mondo, quei rari pellegrini di cui solo uno o due vagano in natura nello stesso tempo, e davanti a cui i volgari grandi paiono meri spettri e ombre.

Con i miei amici faccio come con i miei libri. Mi piace averli dove posso trovarli, ma me ne servo raramente. Dobbiamo avere una società fondata su condizioni dettate da noi, e ammetterla o escluderla al minimo motivo. Non posso permettermi di parlare molto con il mio amico. Se egli è grande, mi rende così grande che non posso abbassarmi a conversare. Lascia che la tua grandezza educhi il rozzo e freddo compagno. Se non è all’altezza, se ne andrà via presto, ma tu sei ampliato dal tuo stesso splendore, e, non più compagno di rane e vermi, ti alzi in volo e ardi con gli dèi dell’empireo. Si pensa sia una disgrazia l’amore non corrisposto. Ma i grandi vedranno che il vero amore non piò non essere corrisposto. Il vero amore trascende l’oggetto indegno, e abita e cova sull’eterno, e quando si rompe la povera maschera interposta, non è triste, ma si sente liberato da tanta terra e sente la propria indipendenza ancor più sicura. Eppure è difficile dire queste cose senza una sorta di tradimento verso la relazione. L’essenza dell’amicizia è l’integrità, una magnanimità e una fiducia totali. Non deve nutrire maliziosi sospetti o premunirsi contro le magagne dell’altro.

Leggere: Emerson

Finissimo osservatore della natura umana, profondo pensatore e conferenziere di successo, Ralph Waldo Emerson ci ha lasciato numerose opere di grande levatura morale che scavano nell’animo umano. La sua poetica trascendentalista, infatti, esalta l’uomo ed esalta il Dio che in lui vede, riconoscendone una derivazione altissima. Di Emerson ho letto le due raccolte di Saggi (Saggi I e Saggi II), Condotta di Vita, Natura, Società e solitudine, Teologia e natura. Come sempre, le mie letture sono accompagnate da una matita che sottolinea i passaggi a cui dò particolare rilievo. Poi, minuziosamente, li trascrivo per ricavarne un concentrato di elevazione che qui vorrei offrire per l’opera di Emerson. E’ un’attività meditativa, un dono che faccio a me stessa e agli altri. Questo post e i successivi, pertanto, riguarderanno questo filosofo sperando che qualcuno possa trarne motivi di riflessione e di benessere.

TEOLOGIA E NATURA

NATURA

Per stare in solitudine l’uomo ha bisogno di ritirarsi tanto dalla sua camera quanto dalla società. Non vivo in solitudine finché leggo o scrivo, anche se nessuno è con me. Ma se un uomo vuole essere solo, che guardi alle stelle. I raggi che vengono da quei mondi celesti introdurranno una barriera tra lui e le cose volgari. Si potrebbe pensare che l’atmosfera sia stata creata trasparente allo scopo di mettere l’uomo, nei corpi, celesti, alla perpetua presenza del sublime.

In verità, pochi adulti possono vedere la natura. La maggior parte delle persone non vede il sole. Oppure ne ha una visione molto superficiale. Il sole illumina solamente l’occhio dell’uomo, ma risplende dentro l’occhio e nel cuore del bambino. L’amante della natura è colui i cui sensi interni ed esterni sono ancora in pieno accordo tra di loro; chi ha saputo conservare lo spirito dell’infanzia perfino nell’età adulta. Il suo rapporto con il cielo e con la terra diventa parte del suo cibo quotidiano. In presenza della natura una fiera beatitudine penetra nell’uomo, nonostante i dolori reali.

Non il sole o l’estate come tali, ma ogni ora e stagione rendono il loro omaggio di beatitudine; poiché ogni ora e ogni cambiamento corrispondono a un diverso stato di mente e lo autorizzano, dal mezzogiorno irrespirabile alla mezzanotte più cupa.

Nei boschi è la perpetua giovinezza. In queste piantagioni di Dio regnano un decoro e una santità, una perenne festa viene allestita, e l’ospite non vede come potrebbe stancarsene in mille anni. Nei boschi ritorniamo alla ragione e alla fede. Lì sento che niente mi può capitare nella vita, nessuna disgrazia, nessuna calamità, che la natura non possa riparare.

La più grande beatitudine offerta dai campi e dai boschi è la suggestione di un’occulta relazione tra l’uomo e la vegetazione. Non sono solo e sconosciuto. Essi mi mandano segnali e altrettanto faccio io. L’ondeggiare dei rami nella tempesta è nuovo e al tempo stesso antico per me. Mi sorprende, e pure non è sconosciuto. L’effetto che produce è quello di un più nobile pensiero o di una più elevata emozione che mi raggiunse nel momento in cui ero convinto di pensare esattamente o di operare rettamente.

BELLEZZA

Gli antichi greci chiamavano il mondo Kòsmos, bellezza. Tale è la costituzione delle cose, o tale è il potere plastico dell’occhio umano, che le forme primarie, come il cielo, le montagne, gli alberi, gli animali ci danno un piacere in sé e per sé; un piacere che sorge spontaneo dalla forma, dal colore, dal movimento, e dall’insieme. Innanzitutto, la semplice percezione delle forme naturali è fonte di gioia. L’artigiano, l’avvocato escono dalla confusione dell’ambiente di lavoro e delle strade, vedono il cielo e i boschi, e in questo modo tornano a essere uomini. Nella loro eterna calma, l’uomo trova sé stesso. La salute dell’occhio sembra richiedere un orizzonte. Non siamo mai stanchi, fino a quando possiamo vedere abbastanza lontano.

Gli abitanti delle città pensano che il paesaggio della campagna sia piacevole solo per metà dell’anno. Io trovo la mia beatitudine nelle bellezze del paesaggio d’inverno, e credo che noi ne siamo toccati come dalle geniali influenze dell’estate. Per l’occhio attento ogni momento dell’anno ha la sua particolare bellezza e, nello stesso tempo, contempla in ogni momento un quadro che non era mai stato visto prima, e che non sarà visto mai più.

Il mondo perciò esiste per l’anima, per soddisfarne il desiderio di bellezza. Questo elemento, portato all’estremo, lo chiamo un fine ultimo. Nessuna spiegazione può essere richiesta o fornita sui motivi per cui l’anima ricerca la bellezza. La bellezza, nel suo più ampio e profondo significato, è un’espressione dell’universo. Dio è integrale bellezza-giustizia. Verità e bontà, e bellezza, non sono che diversi aspetti dello stesso Tutto.

LINGUAGGIO

Se si traccia la genealogia di ogni parola che viene usata per esprimere un fatto morale o intellettuale si scoprirà che deriva da qualche fenomeno materiale, si scoprirà che deriva da qualche fenomeno materiale. Giusto significa diritto; sbagliato significa contorto. Spirito significa in primo luogo vento; trasgressione l’attraversare di una linea; accigliato, l’alzarsi delle sopracciglia. Indichiamo il cuore per esprimere un’emozione, la testa per indicare il pensiero; e pensiero ed emozione sono a loro volta parole prese in prestito dalle cose sensibili, e applicate alla natura spirituale.

Non sono solo le parole a essere emblematiche; sono le cose stesse a essere tali. Ogni fatto naturale è simbolo di qualche fatto spirituale. Ogni aspetto della natura corrisponde a qualche stato mentale, e quello stato mentale può solo essere descritto presentando quella sembianza naturale come la sua immagine. Un uomo infuriato è un leone, un uomo astuto è una volpe, un uomo sicuro è una roccia, un uomo colto è una fiaccola. Un agnello è innocenza; un serpente è sottile malizia; i fiori esprimono per noi i teneri affetti. Luce e oscurità sono le nostre espressioni familiari per conoscenza e ignoranza.

Chi può guardare un fiume in un momento di meditazione senza richiamare alla mente il flusso di tutte le cose? Getta un sasso in un ruscello, e i cerchi che si propagano sono il meraviglioso modello di ogni forma di influsso. Gli uomini sono consapevoli, all’interno o al di qua della loro vita individuale, di un’anima universale dove, come in un firmamento, le nature della Giustizia, della Verità, dell’Amore, della Libertà, sorgono e risplendono. Essi chiamano Ragione questa anima universale: non è mia, o tua, o sua, ma noi siamo suoi, siamo sua proprietà, suoi uomini.

Gli istinti di una formica sono di assai poca importanza considerati di per sé; ma nel momento in cui un raggio di relazione si estende da essa all’uomo e quel piccolo animaletto da fatica è visto come qualcuno che ammonisce, un piccolo corpo con un cuore possente, allora tutte le sue abitudini, anche quella che è stata recentemente osservata, che essa non dorme mai, diventano sublimi.

La corruzione dell’uomo è seguita dalla corruzione del linguaggio. Quando sulla semplicità del carattere e sulla sovranità delle idee prevalgono dei desideri secondari, il desiderio di ricchezze, di piacere, di potere, e di lodi, e la doppiezza e la falsità prendono il posto della semplicità e della verità, il potere sulla natura come interprete della volontà viene in un certo grado perduto.

SPIRITO

Appena degeneriamo, il contrasto tra noi e la nostra dimora diviene più evidente. Diventiamo tanto estranei alla natura, quanto siamo alieni da Dio. Non comprendiamo il canto degli uccelli. La volpe e il cervo fuggono da noi; l’orso e la tigre ci sbranano. Non conosciamo che l’utilità di poche piante, come il frumento, il melo, le patate e la vite.

PROSPETTIVE

I fondamenti dell’uomo non sono nella materia, ma nello spirito. L’elemento dello spirito è l’eternità. Per lui, dunque, la serie più lunga degli eventi, e le più antiche cronologie sono giovani e recenti. Nel ciclo dell’uomo universale, da cui procedono gli individui conosciuti, i secoli sono puti, e tutta la storia non è che l’epoca di una degradazione.

Il problema di restaurare l’originaria ed eterna bellezza del mondo è risolto attraverso la redenzione dell’anima. La rovina o il vuoto che vediamo quando guardiamo alla natura, sono nel nostro occhio. L’asse della visione non coincide con l’asse delle cose, e così esse non appaiono trasparenti, ma opache. La ragione per cui il mondo manca di unità, e giace a pezzi e a mucchi, è che l’uomo manca di unità con se stesso. Egli non può essere un naturalista fino a che non soddisfa tutte le domande dello spirito.

DISCORSO ALLA FACOLTA’ DI TEOLOGIA

Una più segreta, dolce e irresistibile bellezza appare all’uomo quando il suo cuore e la mente si aprono al sentimento della virtù. Allora subito viene messo a conoscenza di ciò che sta sopra di lui. Impara che il suo essere è senza limiti; impara di essere nato per il bene e per la perfezione, pur giacendo ora in basso bel male e nella debolezza.

L’intuizione del sentimento morale è la percezione delle leggi dell’anima. Queste leggi si applicano da sole. Esse sono fuori dal tempo, fuori dallo spazio, e non sono soggette alle circostanze. Perciò nell’anima dell’uomo c’è una giustizia le cui retribuzioni sono immediate e complete. Colui che compie una buona azione viene immediatamente nobilitato. Chi invece compie un’azione meschina viene sminuito dall’azione stessa. Chi elimina impurità, proprio per questo si riveste di purezza. Se un uomo è giusto nel cuore, allora, nella misura in cui lo è, è Dio; la salvezza divina, l’immortalità di Dio, la maestà di Dio entrano in quell’uomo con la giustizia. Se un uomo dissimula, inganna, egli inganna sé stesso essere.

La più piccola presenza di una bugia, per esempio, la traccia della vanità, il tentativo di fare una buona impressione, di apparire favorevolmente, guasteranno di colpo l’effetto. Ma dì la verità e tutta la natura e tutti gli spiriti ti aiuteranno con un inaspettato appoggio. Dì la verità, e tutte le cose animate o inanimate ti saranno garanti, e le stesse radici dell’erba sotto la terra sembreranno agitarsi e muoversi per testimoniare a tuo vantaggio.

Mente l’uomo persegue buoni fini, egli è forte dell’intera forza della natura. Non appena divaga da questi fini, egli priva sé stesso del potere, o di tutto ciò che può essergli di sostegno; la sua circolazione periferica si riduce, egli rimpicciolisce sempre più, fino a diventare un granello di polvere, un punto, fino a che l’assoluta malvagità non diventa morte assoluta.

Quale calamità più grande può cadere su una nazione della perdita della religione? Se questo avviene tutto decade. Il genio abbandona il tempio per frequentare il senato o il mercato. La letteratura diventa frivola. La scienza è fredda. L’occhio della giovinezza non è illuminato dalla speranza di altri mondi, e l’età è priva di onore. La società vive per sprecare tempo in frivolezze, e quando gli uomini muoiono non ne parliamo.

L’imitazione non può superare il modello. L’imitatore si condanna a una mediocrità senza speranza. L’inventore ha creato il modello perché questo era naturale per lui, in lui esso è affascinante. Nell’imitatore è naturale qualcos’altro, ed egli si priva della sua stessa bellezza, inseguendo un altro, irraggiungibile.

Non essere troppo ansioso di visitare periodicamente ogni singola famiglia della tua comunità parrocchiale: quando incontri uno di questi uomini o donne, cerca di essere con loro un uomo divino, cerca di essere esempio di pensiero e virtù per loro; fà in modo che le loro timide aspirazioni trovino un amico in te; che i loro impulsi conculcati siano genialmente sollecitati dall’atmosfera che saprai creare; che i loro dubbi sappiano che tu hai dubitato, e che il loro sentimento di meraviglia riconosca che anche tu hai provato meraviglia. Confidando nella tua anima, guadagnerai maggiore fiducia negli altri uomini.

Imprimiamo con un segno luminoso nella nostra memoria i pochi colloqui che abbiamo avuto, nei cupi anni della routine e del peccato, con anime che hanno reso più sagge le nostre, che hanno espresso quello che noi pensavamo, che ci hanno detto quello che noi sapevamo, che ci hanno permesso di essere quello che eravamo dentro.

All’Autunno

Tempo di nebbie e d’ubertà matura,
Dell’almo sole amico prediletto;
Tu che, seco, la vite ti dai cura
Di far felice d’uve, intorno al tetto,
E di pomi i muscosi alberi adorni,
Gonfi la zucca, e alle nocciuòle un sapido
Gheriglio infondi, e i frutti empi di nettare,
E ancor fai gemme, ultimi fior per l’api,
Ond’esse credon che coi caldi giorni
Sopra la terra Estate ognor soggiorni,
Per cui trabocca ogni umida celletta:

Chi non ti ha visto tra le tue ricchezze?
Talor chi cerca scopre te: sei colco
Su un’aia, pigro, ventilanti brezze
Fra i tuoi crini asolando; o presso un solco
Mezzo-mietuto, mentre il tuo falcetto
Lascia di tagliar l’erba e i fiori attorti,
T’infondono i papaveri il sopore;
O, attraversando un rivo, il capo eretto,
Come spigolatrice, a volte porti;
O, ad un torchio di sidro, gli occhi assorti
Tu fissi al gemitio per ore ed ore.

Dove son, dove i cantici di Maggio?
Non pensarvi, hai tu pur tua melodia:
Quando, affocando il dì che muor, d’un raggio
Roseo le stoppie opaca nube stria,
Un coro di zanzare si querela
Tra i salci fluviali, in basso o in suso
Spinte, secondo il vento cada o aneli,
E dai borri gli agnelli adulti belano,
Cantano i grilli, ed un gorgheggio effuso
Fa il pettirosso da un giardino chiuso,
Rondini a stormi stridono pei cieli.

(Traduzione di Mario Praz)

Con questo bellissimo componimento, il grande poeta romantico inglese John Keats (1795 – 1821) descrive piccole oggettività autunnali. Questa ciclicità stagionale, che chiude con i mesi freddi, è la ruota della vita stessa; della sua vita, dato che il poeta è gravemente ammalato e consapevole di trovarsi nell’autunno della propria esistenza ancora giovanissimo. Accettata pienamente la sorte, egli non vi si ribella ma si culla nella mera descrizione di ciò che la vita offre, ove l’esistenza di ciascuno ha un profondo significato per sé e per gli altri in un universo pullulante di senso. Ogni autunno, la natura è generosa di eventi gravi e lievi, taluni impercettibili eppure importanti; talvolta, essi sembrano non lasciare traccia alcuna se non accorgendoci noi stessi della loro profondità e del loro senso. La memoria di ciò che è già accaduto ci accompagna nell’osservare ciò che accade, in una ripetizione costante ed infinita. Così, ognuno è al proprio posto nel gioco della vita, come Keats lo è in quel momento. Questo flusso continuo si smorza col calare della luce, con l’avvento del freddo, con la morte stessa. Eppure il ritorno è certo: il chiarore e il tepore accompagneranno la nostra ricomparsa che si manifesterà con certezza e come sempre accaduto, come rondini a Primavera in un ciclo infinito.

Disobbedire

“(…) Il migliore dei governi è quello che non governa affatto, e quando gli uomini saranno pronti, sarà questo il tipo di governo che avranno. Il governo è, nella migliore delle ipotesi, solo un espediente, ma per la maggior parte i governi sono di solito espedienti inutili, e tutti i governi si dimostrano tali in determinate circostanze.

(…) Deve forse il cittadino – anche se per un momento, o in minima parte – affidare sempre la propria coscienza al legislatore? E allora, perché ogni uomo è dotato di una coscienza? A mio avviso, dovremmo essere prima di tutto uomini, e poi cittadini. Non è auspicabile che l’uomo coltivi il rispetto della legge nella stessa misura di quello per ciò che è giusto. Il solo obbligo che ho il diritto di arrogarmi è quello di fare sempre e comunque ciò che ritengo giusto.

(…) La legge non ha mai reso gli uomini più giusti, neppure per poco; anzi, a causa del rispetto della legge, perfino le persone oneste sono quotidianamente trasformate in agenti dell’ingiustizia.

(…) Quando un sesto della popolazione di una nazione, che si è impegnata ad essere il rifugio della libertà, è formato da schiavi (…), ritengo che gli uomini onesti debbano senza indugio ribellarsi e fare la rivoluzione.

(…) Qual è il prezzo corrente di un uomo onesto, di un patriota, oggi? Esitano, si rammaricano, e talvolta fanno petizioni; ma non fanno niente con serietà, e in modo efficace. Aspetteranno, ben disposti, che altri pongano rimedio al male, in modo da non doversene più rammaricare. Al massimo, si limitano a dare un voto che poco gli costa, un debole incoraggiamento e un augurio al giusto, quando passa loro vicino. Per ogni uomo retto, ci sono novecentonovantanove patroni della rettitudine.

(…) Quando il cittadino si rifiuta di obbedire, e l’ufficiale dà le dimissioni dal suo incarico, allora la rivoluzione è compiuta. Ma supponiamo pure che debba scorrere il sangue. Non c’è una sorta di sangue versato, quando viene ferita la coscienza? Attraverso questa ferita scorrono via la vera umanità e l’immortalità di un uomo, ed egli sanguina fino a una morte eterna.

(…) Lo Stato non si confronta mai di proposito con il sentimento, intellettuale o morale, di un uomo, ma solo con il suo corpo, con i suoi sensi. Esso non è dotato di intelligenza o di onestà superiori, ma di superiore forza fisica, Non sono nato per essere costretto. Voglio respirare liberamente. Vediamo chi è il più forte. Che forza ha una moltitudine? Soltanto coloro che obbediscono a una legge più alta della mia possono costringermi.

(…) Non è forse possibile che un individuo sia nel giusto e che un governo abbia torto? Devono essere osservate le leggi semplicemente perché sono state promulgate? O devono essere dichiarate giuste da un qualsivoglia numero di uomini, anche se giuste non sono? E’ necessario che un uomo consenta a farsi strumento per compiere un’azione che la sua migliore natura disapprova?

(…) Siete in grado voi di decidere, o di giungere a una risoluzione qualsiasi, senza accettare le convinzioni che vi vengono imposte, e che superano la vostra capacità di comprensione?”

Henry David Thoreau, Disobbedienza Civile

O.W.

Forse non tutti avranno la pazienza di leggerla per intero, ma è un’opera che stringe lo stomaco, che smuove la coscienza. Bisogna saper guardare negli occhi dell’altro e provare vergogna. Avendo lui stesso varcato le porte del carcere, Oscar Wilde ha saputo dipingere la crudele infamia del carcere e della pena di morte. E’ un capolavoro, ed è comunque vero: ogni uomo uccide ciò che ama, ma il destino non è lo stesso per tutti.

 

LA BALLATA DEL CARCERE DI READING

Egli non porta il suo abito rosso
perché rossi sono il sangue e il vino:
e il sangue e il vino erano sparsi
sulle sue mani, quando lo trovarono
accanto al letto ove giaceva morta
la donna amata ch’egli aveva uccisa.
Camminava tra gli Uomini Colpevoli
con indosso un logoro abito grigio
e un berretto sghembo sulla testa.
Il suo passo sembrava lieve e allegro.
Ma io non ho mai visto sguardo d’uomo
volgersi cosi ansioso verso il giorno.
Non ho veduto mai l’occhio di un uomo
volgersi con lo sguardo cosi ansioso
verso il lembo minuscolo d’azzurro
che nel carcere è il cielo e verso l’alta
nuvola trascinata alla deriva
come sospinta da vele d’argento.
Mi trovavo con altri condannati
in un raggio diverso e mi chiedevo
quale fosse la colpa di quell’uomo:
grande o piccola. Ad un tratto una voce
s’avvicinò e mi disse in un sussurro:
“Quel tipo sta per essere impiccato”.
Cristo santo!. Le mura di quel carcere
parvero vacillare all’improvviso
e la volta del cielo sul mio capo
sembrò un casco d’acciaio incandescente.
Anche su me pesava una condanna,
ma in quel momento non aveva senso.
E mi chiedevo quale suo pensiero
inseguendo, egli il passo ora affrettava
e perché verso il giorno così splendido
lo sguardo addolorato era rivolto.
Aveva ucciso la cosa che amava
e doveva pagare con la morte.

Eppure ogni uomo uccide ciò che ama.
Io vorrei che ciascuno m’ascoltasse:
alcuni uccidono adulando, ad altri
basta solo uno sguardo d’amarezza.
Il vile uccide mentre porge un bacio
e l’uomo coraggioso con la strage!
Molti uccidono l’amore da giovani,
altri invece da vecchi. Chi lo strangola
con le avide mani del Peccato
e chi invece con le mani dell’Oro.
L’uomo gentile adopera il coltello
perché il freddo mortale sia più rapido.
Alcuni amano troppo brevemente
ed altri troppo a lungo. C’è chi vende
e chi compra; chi uccide il proprio amore
senza un singhiozzo e chi con molte lacrime.
Ma nessuno, tra quelli che hanno ucciso
ciò che amavano, paga con la morte.
Nessuno morirà con un’orrenda morte
morte in un giorno pieno di vergogna;
nessuno avrà una corda intorno al collo
né una benda coperta sulla faccia,
né coi suoi piedi annasperà nel vuoto
cercando invano un punto ove poggiarsi.
Nessuno siederà tra silenziosi
uomini che lo scrutano a ogni istante:
quando gli occhi si sforzano di piangere,
o quando il cuore tenta una preghiera,
o per timore che qualcuno rubi
dal carcere la preda designata.
Nessuno all’alba vedrà la sua stanza
popolarsi di orribili figure:
il Cappellano nella bianca tonaca,
il Prefetto severo e quasi triste,
il Direttore con I ‘abito nero.
Ogni Condanna ha il loro volto giallo.
Nessuno si vedrà porgere l’abito
da indossare per l’ultimo momento,
né un medico distratto annoterà
i suoi battiti mentre un orologio
scandisce il tempo e ogni suo tic-tac
è un orribile colpo di martello.

Nessuno sentirà la soffocante
sete che rende arida la gola
nell’istante che il boia, coi suoi guanti
da giardiniere, appare sulla porta
per stringere con tre giri di corda
quella gola che più non avrà sete.
Nessuno chinerà la testa a udire
la lettura dell’Ordine di Morte.
L’angoscia del suo cuore gli dirà
che non è ancora morto ma i suoi occhi
scorgeranno una bara: crederà
d’essere nella fiera degli orrori.
Nessuno fisserà l’aria attraverso
un minuscolo tetto di cristallo:
nessuno pregherà con le sue labbra
di creta che finisca l’agonia
né sentirà sulle sue guance il bacio
di Caifa posarsi come un brivido.

II
Egli per sei settimane passò
nel cortile col suo abito grigio
e il berretto sghembo sulla testa:
il suo passo sembrava lieve e allegro
ma io non ho mai visto sguardo d’uomo
volgersi così ansioso verso il giorno.
Non ho veduto mai l’occhio di un uomo
volgersi con lo sguardo così ansioso
verso il lembo minuscolo d’azzurro
che nel carcere è il cielo e verso l’alta
nuvola che trascina alla deriva
il suo vello di lana sfilacciato.
Egli non tormentava le sue mani
come capita agli uomini meschini
che coltivano un’assurda Speranza
dove c’è solo la Disperazione.
Solo guardava in alto verso il sole
e respirava l’aria del mattino.
Non torceva le mani, non cadeva
in lacrime e neppure sospirava
lamentandosi: ma beveva l’aria
come a trovarsi un ultimo sollievo
Noi vedevamo le sue labbra schiuse
assaporare il sole come il vino.
Io e gli altri compagni di sventura
chiusi in un raggio diverso, smettemmo
di chiederci se fosse grande o piccolo
il delitto che avevamo commesso
e guardavamo con occhi stupiti
l’uomo che doveva essere impiccato.
Era strano vederlo camminare
con un passo così leggero e allegro;
era strano vedere che i suoi occhi
si fissavano al giorno così ansiosi;
era strano pensare ch’egli avesse
un debito pauroso da pagare.

Gli olmi e le querce hanno le foglie adorne
di grazia: a primavera esse rifulgono.
L’albero della forca invece è torvo
e per radici ha serpenti affamati:
perché possa generare i suoi frutti
un uomo deve morire su di esso.
Tutte le cose della terra tendono
all’alto posto ove la grazia siede:
ma chi aspira a sedere sopra un alto
patibolo, con il volto bendato
guardando il cielo per l’ultima volta
attraverso il collare della morte?
Dolce è danzare al suono dei violini
quando la Vita e Amore ci sorridono:
danzare al suono dei flauti, danzare
col liuto, è piacevole e gentile:
ma non è dolce quando il piede agile
danza a vuoto nell’aria ov’è sospeso.
Giorno per giorno restammo a guardarlo
con occhi attenti e con tristi pensieri:
ci chiedevamo se ognuno di noi
avrebbe atteso come lui la morte.
Noi non sappiamo come il rosso Inferno
può turbare il nostro animo accecato.
Infine l’uomo morto non apparve
mai più tra i Condannati e ci fu chiaro
che ormai giaceva nella fredda tenebra
dell’orrenda darsena e non avremmo
più rivisto il suo volto: non nel giorno
dell’abbondanza e non nella miseria.
Come due navi in mezzo alla tempesta
ci eravamo incrociati: ma nessuno
di noi due fece un segno o parlò mai.
Non avevamo parole da dire:
non nella notte santa ci incontrammo
ma nel giorno coperto di vergogna.
Intorno a noi c’era il muro di un carcere:
eravamo due uomini esiliati.
Il mondo ci scacciava dal suo cuore
e Dio dal suo pensiero. Su di noi
s’era chiusa la trappola di ferro
che spietata è in attesa del Peccato.

III
Nel Cortile del Debito ci sono
aride pietre e un muro troppo alto:
qui egli non poteva respirare
che l’aria cupa di un cielo di piombo
mentre due guardie stavano al suo fianco
per impedire che potesse uccidersi.
A volte egli sedeva tra coloro
che spiavano attenti la sua pena:
chi per vedere il pianto nei suoi occhi,
chi le sue labbra dire una preghiera
e chi per impedire che sfuggisse
al carcere la preda designata.
Il Direttore s’era trincerato
dietro il Regolamento Carcerario;
il medico diceva che la morte
è soltanto un fenomeno scientifico;
il Cappellano gli parlò due giorni
lasciandogli un libretto di preghiere.
E per due giorni egli fumò la pipa,
bevve il suo quarto di birra e sembrava
che la paura non trovasse posto
nel suo animo forte, risoluto.
Spesso diceva d’essere contento
d’avvicinarsi al giorno del carnefice.
Nessuna delle guardie mai gli chiese
perché dicesse queste strane cose:
a chi è stato affidato come compito
di sorvegliare un condannato a morte
non è permesso dire una parola
e il suo volto deve essere una maschera.
Pure, se egli commosso s’avvicina
a confortarlo ed a fargli coraggio,
a cosa serve la Pietà
dell’Uomo nella tana abitata dal Delitto?
Quale parola di pietà sarebbe
l’aiuto ad uno spirito fraterno?
Procediamo con passo malsicuro:
è la Parata degli Sciagurati,
Non abbiamo rammarico: sappiamo
d’essere la Brigata del Diavolo.
Il piombo ai piedi e le teste rasate
sembrano una gioiosa mascherata.
Abbiamo retto corde di catrame
con le unghie spezzate e sanguinanti;
abbiamo ripulito i pavimenti,
lucidato le porte e le rotaie
e insaponato il palco asse per asse
levando un alto strepito dai secchi.
Abbiamo manovrato un polveroso
trapano, abbiamo spaccato le pietre,
cuciti i sacchi, percosso lo stagno,
urlato inni e sudato a una macina:
e intanto il sentimento del terrore
prendeva posto nel cuore di ogni uomo.
Prendeva posto al punto che ogni giorno
s’insinuava come un’onda sporca,
finché dimenticammo anche l’amara
sorte che attende i ladri e i disonesti:
col passo di chi torna dal lavoro
noi varcammo la soglia di una tomba.
L’enorme bocca della tana gialla
era in attesa di una cosa viva:
il fango urlando domandava sangue
per dissetare l’anello d’asfalto;
noi sapevamo che in un’alba livida
avremmo visto penzolare un uomo.
Quando entrammo il nostro animo era pieno
di Terrore, di Morte, di Condanna;
il boia col suo passo inavvertito
s’avvicinava fino a noi nel buio.
Io camminavo tremante e, a tentoni,
cercavo la mia tomba numerata.

In quella notte i vuoti corridoi
erano popolati dalle forme
della Paura: non si udiva un passo
nella città di ferro, ma alle sbarre
delle finestre chiuse sulle stelle,
bianchi volti sembravano apparire.
Egli è disteso come uno che giace
in una dolce prateria e sogna.
Le guardie che l’osservano dormire
non capiscono come un uomo possa
dormire tanto dolcemente, mentre
il carnefice veglia accanto a lui.
Ma il sonno manca agli uomini che piangono
colui che non ha pianto: noi, i relitti,
i disonesti, gli impostori, siamo
scossi da una vigilia senza pace
e un nuovo terrore si fa strada
con l’angoscia nell’animo d’ognuno.
È pauroso sentire che ci pesa
il delitto di un altro sulle spalle!
Perché allora la Spada del Peccato
agita la sua elsa avvelenata
e come piombo fuso noi versiamo
lacrime per il sangue che non diamo.
Ora le guardie con passi felpati
ci vengono a spiare nelle celle
e rimangono attonite a vedere
grige figure lungo il pavimento:
gli uomini che non hanno mai pregato
ora in ginocchio dicono preghiere.
In ginocchio per una notte intera:
pazzesco funerale di un cadavere!
Le ali tremanti della mezzanotte
oscillavano come un carro funebre.
Nel vino amaro chiuso in una spugna
si sentiva il sapore del Rimorso.

Si udì il canto di un gallo e poi di un altro:
eppure il giorno non veniva ancora.
Le ombre del Terrore si curvavano
sopra di noi, distesi nei nostri angoli.
I fantasmi che vanno nella notte
sembravano giocare innanzi a noi.
Scivolavano avanti, indietro, in fretta,
simili a viaggiatori nella nebbia.
Erano avvolti in mantelli sontuosi
e sembravano irridere alla luna:
verso il loro convegno di fantasmi
correvano con grazia disgustosa.
Con cento smorfie li vedemmo andare
tenendosi per mano, nelle tenebre.
La folla dei fantasmi s’aggirava
in una vorticosa sarabanda:
sembravano ridicoli arabeschi
disegnati dal vento sulla sabbia.
Saltellavano come marionette
Sulla punta dei piedi, in giravolte:
poi, mostrando la loro orrenda maschera,
soffiarono nei flauti del Terrore
e cantarono a lungo, ad alta voce.
Era il canto di veglia per il morto.
E gridavano: “Il mondo è così largo,
ma l’uomo incatenato non ha spazio!
Gettare i dadi per una o due volte
è un gioco senza dubbio signorile.
Ma non vince chi gioca col Peccato
nella casa ov’è chiusa la Vergogna”.
Non avevano un aspetto gradevole
questi esseri così buffi e gioiosi:
per gli uomini che giacciono in catene
e i cui piedi non hanno il passo libero,
io so che queste forme quasi vive
rappresentano un orrendo spettacolo.
E vanno intorno, sempre intorno. Danzano
in un giro di valzer, allacciati
con mille smorfie: coppie che vacillano
sulle scale con passo malsicuro,
sguardi invitanti sulle facce orribili,
muovono i nostri cuori alla preghiera.
Il vento del mattino incominciò
a soffiare gemendo: ma era notte.
Sopra un ampio telaio si tesseva
filo per filo il velo delle tenebre
e noi, tra le preghiere, aspettavamo
atterriti la Giustizia del Sole.
Il vento lamentoso s’aggirò
tra le mura del carcere in angoscia:
una ruota d’acciaio inesorabile
ci sembrava il passare quei minuti.
Vento di morte, cosa abbiamo fatto
per meritare simile tortura?
Infine io vidi tra le sbarre oscure
come una grata ricamata in piombo
muoversi lungo i muri calcinati
posti di fronte al mio letto di tavole:
in qualche posto del mondo si levava
l’alba rossa terribile di Dio.
Alle sei mettemmo in ordine i letti,
alle sette ogni cosa era tranquilla,
ma il vento che soffiava senza tregua
riempiva tutto il carcere: il Signore
della Morte, col suo respiro gelido,
era entrato in quel luogo per uccidere.
Non passava solenne in un corteo
né cavalcava un destriero lunare.
Un asse sdrucciolevole e una corda
bastano per erigere un patibolo.
Così l’Araldo vestito di tenebre
s’apprestava al suo compito segreto.
Noi sembravamo uomini perduti
su una palude oppressa dalle tenebre:
non osavamo dire una preghiera
né esprimere la nostra amara angoscia.
Sentivamo qualcosa che moriva
in tutti noi: ed era la Speranza.
La Giustizia terribile dell’Uomo
compie il suo corso e mai se ne allontana:
uccide il forte come uccide il debole
né il suo passo spietato può arrestarsi.
Col tallone di ferro schiaccia l’uomo
forte: quale mostruoso parricidio!
Aspettammo il rintocco delle otto,
La nostra lingua era arsa dalla sete.
Il rintocco delle otto segna l’ora
del Destino per l’uomo maledetto:
il Destino che adopera il suo nodo
contro l’uomo malvagio e contro il buono.
Oramai dovevamo solo attendere
il segnale: come esseri di pietra
lungo una valle abbandonata, stemmo
in silenzio seduti. Solo il cuore
d’ognuno aveva battiti violenti
come un pazzo che infuria su un tamburo.
L’orologio del carcere d’un tratto
scosse l’aria con un sordo rintocco
e da ogni parte si levò un lamento
disperato, angoscioso, come il rantolo
che le paludi spaventate ascoltano
dalla tana nascosta di un lebbroso.
Come a volte le cose più paurose
nel cristallo di un sogno si rivelano,
noi vedemmo penzolare a una trave
un abito di canapa consunto
e udimmo una preghiera strangolata
in un urlo dal laccio del carnefice.
Nessuno può capire più di me
l’alta maledizione che egli invoca
e i lamenti selvaggi, il grido amaro,
i sudori di sangue del suo corpo:
egli che vive assai più di una vita
dovrà patire assai più di una morte.

IV
Non ci sono cappelle in questo giorno
che un uomo sta per essere impiccato:
il Cappellano ha il cuore troppo debole
o forse la sua faccia è troppo pallida
oppure nei suoi occhi c’è segnato
qualcosa che nessuno deve leggere.
Restammo chiusi fino a mezzogiorno
o mezzanotte: poi si udì il rintocco
della campana, un tintinnio di chiavi,
e i carcerieri aprirono le celle:
sulle scale di ferro discendemmo,
ognuno dal suo Inferno solitario,
E quando uscimmo a respirare l’aria
nessuno aveva lo sguardo di sempre:
chi in volto era sbiancato, chi era grigio
per la paura. E io non ho mai visto
sguardi d’uomini in preda alla tristezza
volgersi così ansiosi verso il giorno.
Non ho veduto mai uomini tristi
volgersi con gli sguardi così ansiosi
verso il lembo minuscolo d’azzurro
che nel carcere è il cielo e verso l’alte
nuvole che viaggiano felici:
isole di una strana libertà.
Vidi molti di noi che camminavano
a capo chino, ciascuno pensando
che se avesse pagato il proprio debito
sarebbe morto al posto di quell’uomo:
egli ha ucciso una cosa che viveva
ed essi invece hanno finito i morti.
L’uomo che pecca una seconda volta
risveglia al pianto uno spirito morto
lo toglie dal suo sudicio sudario
e lo costringe a sanguinare ancora,
a sanguinare dalle piaghe aperte,
a versare altro sangue inutilmente.

Come scimmie o pagliacci, il cui mostruoso
vestito è Ornato di frecce contorte,
noi silenziosi camminammo in cerchio
lungo il viscido asfalto del cortile;
camminammo in silenzio, sempre in cerchio,
e nessuno diceva una parola.
Camminammo in silenzio, tutti in cerchio,
e nella mente svuotata di ognuno
la memoria delle cose più orribili
s’avventava come un vento pauroso.
Davanti a noi camminava l’Orrore
e il Terrore strisciando ci seguiva.

I carcerieri andavano su e giù
con gli occhi fissi sul gregge dei bruti,
Avevano uniformi nuove, lucide,
con gli ornamenti dei giorni di festa.
Ma gli stivali imbiancati di calce
ci dicevano di dove tornavano.
Dove una larga tomba è stata aperta
prima non c’erano tombe, ma solo
una distesa di fango e di sabbia
presso le orribili mura del carcere.
Quest’uomo avrà come proprio sudario
un ammasso di calce che lo brucia.
Quest’uomo miserabile ha un sudario
che solo pochi possono sperare:
sprofondato nel cortile di un carcere,
esposto alla vergogna più completa,
egli giace coi piedi incatenati
avvolto in un lenzuolo incandescente.
Qui la calce che brucia da ogni parte
divora la sua carne e le sue ossa:
divora a notte le sue fragili ossa
e di giorno la sua tenera carne.
Divora a turno la carne e le ossa
ma divora il suo cuore senza sosta.

Per tre anni nessuno getterà
una radice o un seme in questo posto.
Per tre anni lunghissimi la terra
di questo posto sarà nuda e sterile
e con stupore pieno di rimprovero
guarderà verso il cielo incuriosito.
Dicono: basta un cuore assassinato
per guastare ogni seme. Non è vero!
La buona terra di Dio, questa terra,
è migliore di quanto supponiamo.
La rosa rossa potrebbe fiorirvi
più rossa ancora e più bianca la bianca.
Dalla sua bocca una rosa vermiglia!
Dal suo cuore una rosa tutta bianca!
Chi può dire da quali strane vie
viene alla luce il volere di Cristo
se un giorno anche lo sterile bastone
del pellegrino si coprì di fiori?
Ma non la rosa bianca come latte
E non la rossa può fiorire in carcere
solo il rottame, il ciottolo, la selce,
sono le cose che possiamo avere.
Non i fiori, che servono a guarire
un uomo dalla sua disperazione.
La rosa rossa di vino e la bianca
non lasceranno mai cadere i petali
sulla distesa di fango e di sabbia
presso le orribili mura del carcere,
per dire ai prigionieri del cortile
che il figliolo di Dio morì per tutti.

Anche se le orride mura del carcere
lo circondano ancora da ogni parte
e i ceppi incatenano lo spirito
che non può camminare nella notte
(il suo spirito può soltanto piangere
perché giace su un suolo maledetto)
egli è in pace. Quest’uomo miserabile
è in pace o presto lo sarà. Per lui
non esistono cose senza senso
né il Terrore cammina a mezzogiorno:
la terra senza luce ove egli giace
è lontana dal Sole e dalla Luna.
Lo hanno impiccato al modo delle bestie.
Nessuno ha pronunciato un solo requiem:
eppure gli bastava una preghiera
per dare pace all’animo atterrito.
Lo hanno portato fuori in tutta fretta
e l’hanno sprofondato in una tana.
I carcerieri gli hanno tolto gli abiti,
hanno mostrato il suo corpo alle mosche,
hanno deriso la sua gola gonfia
e lo sguardo impietrito dei suoi occhi.
Hanno riso ammucchiando con le pale
il sudario che ricopre il colpevole.
Il Cappellano non s’è inginocchiato
accanto alla sua tomba maledetta
non ha tracciato con la mano il segno
della Croce di Cristo: eppure anch’egli
appartiene alla schiera di coloro
che il Signore venne in terra a salvare.
Non importa: se egli ha attraversato
il limite fissato per la vita
lacrime sconosciute riempiranno
l’urna della Pietà per lui. Avrà
i lamenti degli uomini esiliati:
per gli esiliati esiste solo il pianto.

V
Io non so dire se la Legge è giusta
o se la Legge è ingiusta. So soltanto
che noi languiamo abbandonati in carcere
circondati da mura troppo alte
dove ogni giorno è lungo come un anno:
un anno fatto di giorni lunghissimi.
E questo posso dire: che ogni Legge
creata dall’uomo per l’Uomo, dal tempo
che il primo Uomo assassinò suo fratello
ed ebbe inizio la pazzia del mondo,
rende paglia il frumento e tiene in vita
gli sterpi: allora si ingrandisce il male.
Ed anche questo so (vorrei che ognuno
lo sapesse): ogni carcere è costruito
dall’uomo con mattoni di vergogna
e chiuso dalle sbarre, perché Cristo
non veda come gli uomini riescono
a mutilare anche i propri fratelli.
Con queste sbarre macchiano la luna
ed acciecano il sole. Forse è giusto
che tengano nascosto il loro Inferno:
dentro avvengono cose che nessuno,
non il Figlio di Dio e non il Figlio
dell’Uomo, avrebbe forza di guardare.

Soltanto gli atti vili, come le erbe
velenose, fioriscono nel carcere:
tutto ciò che di buono v’è nell’Uomo
qui va in rovina e avvizzisce per sempre.
Sulla porta c’è la Pallida Angoscia.
Il Carceriere è la Disperazione.
Fanno mancare ogni cosa al bambino
che spaventato piange notte e giorno,
deridono chi è vecchio e grigio, frustano
lo sprovveduto, flagellano il debole,
cosi che alcuni impazziscono e tutti
diventano crudeli e più non parlano.
Ogni misera cella che abitiamo
è nera e sporca come una latrina:
il fetido respiro della morte
ci raggiunge dovunque. Tutto, tranne
la Lussuria, diventa arida polvere
nella macchina dell’umanità.
L’acqua salmastra che beviamo striscia
come una melma disgustosa e il duro
pane amaro che pesano ogni giorno
è impastato di creta e di calcina.
Il Sonno non riposa, ma con occhi
furibondi cammina urlando al tempo.

E anche se la Fame con la Sete
lotta, come un serpente con la vipera,
non è il cibo che in carcere ci assilla:
ciò che deprime e uccide di più
è che ogni pietra raccolta di giorno
si trasforma in un cuore nella notte.
È mezzanotte nel cuore di un uomo,
e il crepuscolo nella cella di un altro:
ognuno nel suo inferno solitario
gira un uncino o lacera una corda.
Il silenzio lontano e più solenne
del suono di una campana di rame.
Mai una voce umana s’avvicina
per dire una parola di conforto.
Lo sguardo che ci scruta dalla porta
non ha pietà, impassibile. Da tutti
dimenticati, siamo qui a marcire,
sfigurati nel corpo e nello spirito.
Così, sola e umiliata, arrugginisce
la catena di ferro della Vita.
Alcuni piangono, altri maledicono,
altri invece non mandano un lamento.
Ma la legge di Dio è generosa
e può spezzare la pietra di un cuore.
Per ogni cuore d’uomo che si spezza nella
cella o nel cortile di un carcere
un tesoro viene offerto al Signore,
come quando una scatola si ruppe
e l’odore rarissimo del nardo
riempi l’immonda casa del lebbroso.
Felice il cuore che si può spezzare
e raggiungere il perdono e la pace.
Non altrimenti un uomo può trovare
la via che lo allontana dal Peccato.
Non altrimenti, che attraverso il cuore
spezzato, Cristo potrà entrare in lui.

Ora, con la sua gola rossa e gonfia,
con i suoi occhi immobili, impietriti,
egli aspetta le mani benedette
che portarono il ladro in Paradiso:
forse il Signore non respingerà
questo cuore spezzato che si pente.
L’uomo che legge il libro della Legge
gli lascio tre settimane di vita:
tre sole settimane per curare
la discordia che agitava il suo spirito
e liberare dai grumi di sangue
la mano che aveva retto il coltello.
Con lacrime di sangue egli deterse
la mano che l’acciaio aveva stretto:
soltanto il sangue può asciugare il sangue
e solo il pianto può sanare un’anima.
La macchia rossa che lasciò Caino
divenne il bianco sigillo di Cristo.

VI
Nel carcere della città di Reading
fu scavata una fossa di vergogna:
ora vi giace un uomo maledetto
divorato dai denti delle fiamme.
È avvolto in un sudario incandescente
nella tomba rimasta senza nome.
Lasciatelo giacere nel silenzio
fino al giorno che Cristo chiamerà
tutti i morti a raccolta. Non spargete
vane lacrime o inutili sospiri:
aveva ucciso la cosa che amava
e doveva pagare con la morte.
Eppure ogni uomo uccide ciò che ama.
Io vorrei che ciascuno m’ascoltasse:
alcuni uccidono adulando, ad altri
basta solo uno sguardo d’amarezza.
Il vile uccide mentre porge un bacio
e l’uomo coraggioso con la strage!

Little House on the Prairie

LA CASA NELLA PRATERIA

Alcuni anni fa avevo acquistato l’intera serie de ‘La casa nella Prateria’ nonché letto i bellissimi libri della vera Laura Ingalls Wilder. Non ho mai smesso di adorare questa serie che tutt’ora viene trasmessa e seguita da molti devoti; così, in questi giorni ne ho fatto una full immersion e ho ricompreso, come tutte le volte, il perché io la ami così tanto e perché apra così il cuore. In quel piccolo villaggio della prateria, accade tutto ciò che vediamo accadere attorno a noi, giorno dopo giorno. Ma è la risposta, ad essere un’altra. Sarà forse perché, sempre meno, riscontro i valori presenti in quei telefilm, i valori dei nostri genitori. Si era tra la metà e la fine degli anni ’70, e nelle nostre famiglie quel codice era ancora molto presente. E con questi episodi, si intendeva contribuire a moralizzare il popolo che chiedeva conferma di come dovesse comportarsi, e di cosa fosse importante. Molte delle tematiche affrontate sono incredibilmente attuali: nei casi di accanimento verso un debole, un uomo di colore, un ragazzo sordo, una donna grassa, i protagonisti ne prendono le difese e danno lezioni al paese. Non c’è spazio per tradimento e slealtà, neppure a scuola; non c’è spazio per superficialità e pressapochismo. La vita è una cosa seria, gli altri sono una cosa seria, il lavoro anche, la famiglia pure come gli amici. Gli approfittatori ricevono una dura lezione, come gli egocentrici; coloro che non hanno a cuore il bene della comunità anche. In quel piccolo villaggio, tutti si ammazzano di fatica dalla mattina alla sera ma trovano sempre il modo e il tempo di lavorare anche per chi non riesca. Il denaro occorre solo per il necessario, ma non compra i sentimenti. Gli uomini non scrivono atti giuridici ma si danno la parola e la manterranno costi quel che costi. In quel piccolo villaggio, la codardia non è ammessa e ognuno è chiamato a prendersi la responsabilità delle proprie azioni. I meno benestanti non provano invidia (mentre i più benestanti si), il rispetto è la prima cosa. A nessuno verrebbe in mente di fregare il prossimo per trarne beneficio personale; se lo fa, lo svolgimento della storia lo vedrà pagare un prezzo più alto, redimersi e tornare ad essere una buona persona. Il perdono è comunque concesso a tutti, come le spiegazioni sincere e la comprensione. Accadono molte disgrazie, in quelle famiglie, ma si va avanti sapendo che si è nelle mani di un Dio benevolente. Quel Dio che tutti pregano prima di ogni pasto, per rendere grazie di ciò che hanno sulla tavola. E se una grandinata rovina il raccolto e spinge le famiglie in una ancor più dura realtà, esse sanno che un solo raccolto, nella loro vita, è poca cosa. Ce ne saranno altri.  

Da vedere e da leggere.

LAURA INGALLS

Dedicato a Melissa

MELISSA

La mia prima gatta si chiamava Melissa ed era siamese. Era stato un amico di famiglia a proporci di prendere una cucciola e mia mamma aveva acconsentito. Pochi mesi dopo, un vicino di casa che lavorava alla Zambeletti, venuto a casa nostra per non so quale ragione, ci aveva proposto di poterla avere pagandocela 250.000 lire, che a quei tempi era una sommetta, per poterla utilizzare per la sperimentazione animale. Mia mamma lo cacciò di casa con le peggiori parole, aggiungendo che, se proprio desiderava vivisezionare qualcuno, poteva farlo coi suoi figli. Questa era mia madre. Grande!

Da quel momento, l’ho tenuto d’occhio, quel vicino, e so per certo che si è dilettato ad avvelenare parecchi gatti di strada.

Nel 1883 Victor Hugo esclamò: ‘La vivisezione è un crimine’!

E’ il crimine più orribile, quello di più lunga durata, il più numericamente imponente. E’ la maggiore sorgente di denaro, il segreto meglio custodito, e forse il più noto crimine legalizzato benedetto da tutti.

Ho appena ultimato la lettura del libro ‘I Gatti di Hill Grove’, ovvero la storia della campagna contro l’allevamento Hill Grove Farm. La storia ha inizio a metà degli anni Settanta in Inghilterra, dove un certo Brown e Signora cominciano ad allevare gatti da vendere all’industria farmaceutica. Le fattrici erano tenute in gabbie insieme ai migliori riproduttori e venivano fatte partorire solo con taglio cesareo per garantire la sterilità. Ovviamente venivano subito allontanate dai cuccioli che erano venduti poche settimane dopo la nascita. Ogni gatta trascorreva così 10 anni di vita, dopodiché veniva uccisa.

Fu Cynthia O’Neill, una signora cinquantaduenne, ad iniziare la campagna; anche a lei era scomparsa la propria gatta come ad altri vicini di casa. Così, cominciando a collegare che, oltre al crimine che veniva perpetuato in quello stabilimento, si aggiungeva anche il terrore che fosserro anche i propri animali a fare quella fine, cominciò a fare guerra su tutti i fronti. La cosa abominevole fu che gli organismi preposti alla tutela degli animali, come la RSPCA (Royal Society for the Prevention of Cruelty to Animals), la CPL (Cat Proteection League), la BUAV (British Union for the Abolition of Vivisection), si rifiutavano di intervenire adducendo mille scuse che, invece, nascondevano interessi ed equilibri da non minacciare. Cynthia fu un osso duro, si organizzò con altri attivisti e, attraverso la raccolta di fondi, organizzarono manifestazioni continue per mesi, per stagioni, per anni, venendo spesso arrestati, subendo qualunque tipo di pressione e persecuzione, ricevendo trattamenti ‘speciali’ dalla Polizia. Dopo diversi anni, in qui Cynthia e il resto del movimento non mollarono nonostante la fatica e il senso di continua disfatta, ottennero la testimonianza di una ragazza che aveva lavorato nello stabilimento, la quale raccontò che alla vista del proprietario, i gatti impazzivano e si arrampicavano sulle pareti delle gabbie. E questo solo per i metodi di allevamento, ancor prima quindi, che l’abominio della sperimentazione fosse ancora praticato.

A metà degli anni Novanta, furono rese di pubblico dominio le modalità di utilizzo dei gatti da parte di un Professore universitario, il quale utilizzava gatti dell’età variabile tra i 2 e i 143 giorni per esperimenti sul cervello. I gatti venivano accecati da un occhio, la loro testa bloccata in un apparecchio stereotassico, mentre nel loro cervello veniva iniettata una sostanza colorata. Dopodiché, gli animali venivano uccisi. I gatti, come del resto molti altri animali, subivano anche elettroshock, erano esposti a radiazioni, congelati e torturati a morte, mutilati e sezionati, affamati e paralizzati, bruciati.

Per contrastare la campagna contro Hill Grove Farm, furono impiegate task force di Polizia sempre più ingenti con un enorme esborso di denaro pubblico. Ad aiutare Cynthia fu un numero sempre maggiore di persone sensibili, che preferirono questa battaglia a qualunque altro inutile passatempo; anche il Reverendo James Thompson, unico della categoria, si impegnò in prima persona parlando ai fedeli e rilasciando interviste, sostenendo che è un dovere di tutti proteggere la vita. Nessun bene può nascere dal male; molte malattie sono causate da farmaci perfettamente testati su animali.

Cominciarono ad arrivare attivisti dall’intera Inghilterra e da altri Paesi esteri. Alcuni parlamentari non poterono più ignorare la portata delle manifestazioni e, venuti a conoscenza degli orrori perpetrati ai danni di innocenti, proposero una modifica della legge per vietare innanzitutto l’esportazione di animali vivi per la vivisezione. Il proprietario fu messo spalle al muro da questo e da immagini forti che circolavano nelle manifestazioni e sui media. Su un manifesto, un grande gatto rosso era rasato davanti, dietro e sui fianchi ed era steso su due fogli di plastica rigida, tenuto immobilizzato da cinghie di cuoio. Aveva della gommapiuma blu che gli usciva dalla testa e tanti tubi di plastica, alcuni pieni di sangue, da non riuscire a contarli.

Alla fine, il 12 agosto 1999, i Brown cedettero e chiusero lo stabilimento, e i gatti presenti in quel momento vennero liberati e adottati. Si dice che quel posto sia maledetto, e che di notte si possano ancora sentire le loro urla.

Quel che resta del giorno

QUEL CHE RESTA DEL GIORNO 1QUEL CHE RESTA DEL GIORNO 2

Non è che un premio Nobel determini automaticamente il nostro entusiasmo verso le sue opere. A volte, i migliori ingredienti non bastano; a volte ciascuno di noi cerca altro, qualcosa di personale in cui rispecchiarsi, qualcosa che ricalchi la nostra stessa esistenza. Conoscevo a menadito il film di James Ivory, perché ho un debole per i paesaggi inglesi, per quelle magnifiche residenze, per le storie ai piani bassi come a quelli alti, soprattutto perché si tratta di un grandissimo capolavoro con un duo Hopkins/Thompson strepitoso. Lei è la mia attrice preferita da sempre. Ma questa volta, libro e film fanno a gara tra loro, una bella lotta tra due capolavori assoluti. Ho letto, dunque, il libro di Kazuo Ishiguro. Avete presente quando si legge un libro, lo si deve mettere giù per qualche impellente motivo, tipo mangiare, ma si continua ad averne negli occhi le scene? E ci si sente dentro, quelle scene, a muoversi con loro, a sentire cosa stanno dicendo mentre si salgono e si scendono le scale? E quando quel libro lo si riesce a riprendere in mano, sentiamo di esserci ricongiunti con tutto ciò che ci stava importando? Ecco, quando capita questo, abbiamo tra le mani un capolavoro. Abbiamo tra le mani quella storia in cui desideriamo esser dentro. Quando non ci basta leggerla ma avremmo voluto essere lì, a cogliere quelle sfumature perfette, quei dialoghi sopraffini, quelle movenze, quegli sguardi.

Non saprei da che parte iniziare a descriverne le chicche, ma quel linguaggio del maggiordomo, Mr Stevens, ricco dei ‘Niente affatto’, ‘ Se volete scusarmi’, ‘vi sarei grato’, ecc., unito a quel rigore, a quell’imperturbabilità del suo ruolo, mi ha fatto impazzire in entrambe le opere. Vorrei conoscere Mr Stevens personalmente, vorrei che mi parlasse così, che mi mostrasse la sua totale dignità al disotto della quale intravedere le sue emozioni.

E i battibecchi tra Mr Stevens e Miss Kenton, la governante, che maestria! Dialoghi degni dei grandi autori del ‘700 e ‘800.

E i luoghi, quelle distese di prato inglese, quei paesaggi campestri di fiori e piccoli villaggi. Un giorno comprerò anch’io una residenza come quella, con una biblioteca così: scaffali altri metri e metri zeppi di libri magnificamente rilegati, che sanno di polvere, nei quali immergersi per giorni senza mai riapparire alla luce del sole. Dopo tutto questo, e dopo lo svolgimento di un intreccio concepito alla perfezione, che magari non rivelo, le ultime pagine sono particolarmente toccanti, in quanto spiegano il senso dello scorrere della vita, quel che resta, appunto, del giorno. E’ la sera, quando si è soddisfatti di ciò che nella giornata è stato fatto, ed è l’età avanzata, quando si pensa di aver ormai compiuto le esperienze più importanti e significative della nostra vita. Ma, guardandosi indietro, a debita distanza dagli avvenimenti, rimane a volte la sensazione che determinati piccoli accadimenti abbiano in realtà rappresentato delle svolte cruciali nella nostra vita, anche se in quei precisi momenti non se ne aveva la stessa impressione. Sono queste le riflessioni di Mr Stevens, e a dire il vero anche le mie. Ci si chiede come sarebbe stato se questo e quello non fosse accaduto, se altro fosse proseguito, e via discorrendo. Mr Stevens sostiene che non sia importante fare troppe congetture, ma a parlare per lui è la sua stessa dignità; anche la sua è una vita di rimpianti che tollera soffrendo in silenzio. Meraviglioso!

Ridere

RIDERE

Non più tardi di ieri avevo un pessimo stato d’animo, un malessere all’ennesima potenza. Avviene, forse per tutti, quando la concentrazione di meschinità attorno a noi va oltre una certa soglia e, poiché purtroppo sono un’empatica, cedo il mio spirito e ne ottengo questa in cambio. La mia anima comincia a soffrire, giorno dopo giorno, fino a raggiungere una vera e propria sconnessione. Sulla sconnessione dell’anima varrà la pena scriverci qualcosa, perché è una questione estremamente seria e pericolosa. Credo di aver raggiunto una delle mie peggiori giornate proprio ieri. Non ero in me stessa, non sapevo chi fossi, avrei potuto fare qualunque azione. Per meschinità non intendo mai le piccole cose, i piccoli gesti, le azioni semplici, i lavori elementari, ma solo il livello dei pensieri, dei ragionamenti, i disvalori delle persone con cui mi rapporto. Quando questa si accumula e raggiunge quel certo livello di saturazione, esplodo come un vulcano che si stia preparando da tempo. C’è di buono che poi rinsavisco e sprizzo energia da tutti i pori. Non svelo cosa ho fatto, ma questa mattina ero tutt’altra persona; ho riflettuto che, tra le cose che forse un po’ mi sono fatta mancare ultimamente, si collocano le risate a crepapelle. Quando mi mancano, vado indietro nel tempo a pescare tra i ricordi. E le trovo eccome! Ho riso a crepapelle per interi anni di liceo, in classe come fuori; ho riso a crepapelle con una cugina con cui ho trascorso vacanze on the road meravigliose (con lei sono stata male dal ridere). Ho riso a crepapelle nei primi anni di lavoro, con le colleghe. L’ho fatto fino ad alcuni anni fa con altri colleghi, inviandoci delle mail e poi chiamandoci e attaccando a ridere per ciò che avevamo scritto. Ancora oggi, quando mi incontro anche solo furtivamente con le persone con cui ho riso tanto, il sorriso che ci scambiamo non è quello che ci scambieremmo con altri. E’ d’intesa e lo sappiamo solo noi, che abbiamo condiviso un meraviglioso divertimento che non è appartenuto ad altri. Ecco, forse, qualcosa che unisce le persone. Se con uno ridi parecchio, il legame che si crea rimane.

Ed ecco un fotogramma dal film ‘Ragione e Sentimento’ di Ang Lee; L’ho appeso in casa mia da anni, perché è proprio quel tipo di leggerezza di cui ho bisogno ogni tanto, anche perché conosco bene la scena stessa del film.  Quando lo guardo, qualunque stato d’animo io abbia, rido.

Ragione e Sentimento

RAGIONE E SENTIMENTO

Dopo aver rivisto per l’ennesima volta il pregevole adattamento di Ang Lee, il migliore dal mio punto di vista (magistrali le interpretazioni), devo assolutamente scriverne. E’ uno dei miei film preferiti, come la stessa Jane Austen è una delle mie autrici preferite. Nei suoi romanzi, riesce a descrivere con maestria l’intero panorama dei tipi umani, mettendo in luce le virtù di alcuni – come il senso della lealtà e del rispetto, e le miserie di altri – come l’ipocrisia e l’opportunismo.

Marian concepisce la vita con passione e ama mostrare i propri sentimenti. Elinor applica la ragione e pesa i fatti. Marian vibra ad ogni percezione. Elinor, quando soffre, lo fa in silenzio e senza illusioni.

Marian dovrà ridimensionare la propria concezione di vita, dovrà implodere su se stessa. Elinor vedrà coronare il proprio sogno senza averlo mostrato al di fuori di sé.

Cos’è dunque l’amore? E’ passione e fremito o è ragione e misura?

Probabilmente è tutto e altro. Ma la lezione di Jane Austen è la seguente: occorre essere attenti a chi si incontra, occorre non entusiasmarsi per il primo che passa, in quanto potrebbe rivelarsi un approfittatore, un bugiardo mestierante. Chi, invece, è più discreto e più lontano da noi, chi ci osserva da lontano ed è realmente pronto a venirci in soccorso, lui è il vero amore. Jane Austen, però, rende felice quest’ultimo ed infelice l’approfittatore, in quanto – ed è una legge – chi fa del male dovrà soffrire.