Leggere Thoreau

THOREAU

Avevo già letto Walden. Vita nel bosco, in cui Thoreau racconta, giorno per giorno, i due anni trascorsi in solitudine nel bosco, attraverso l’osservazione della natura, degli alberi, dei fenomeni atmosferici. Una bibbia ecologista. Mi era piaciuto già molto, perché vi avevo trovato quello spirito di riconnessione alla natura a me tanto caro, ad un vivere ancestrale. Anche lui, compreso più tardi ma non del tutto alla sua epoca, era scappato dalla civiltà che temeva, per ritrovare se stesso.

Ho poi letto altre sue opere e le pagine del suo diario, e subito ho sentito, in quelle parole, in quel preciso modo di cogliere le cose, di accorgersi del mistero della natura, di rapportarlo all’uomo, delle forti vibrazioni. Ho sentito che i suoi scritti erano per me, per quelli come me, che hanno un certo tipo di sensibilità romantica, che piangono per un albero abbattuto come per un animale ucciso, che parlano ad essi, li accarezzano, li ringraziano. Ho sentito che quel tipo di sensibilità è di pochi ma non di nessuno, e quei pochi vengono uniti da un legame indissolubile a dispetto delle epoche e delle reciproche esistenze. Non cerco, in una persona, un dato mestiere o una certa provenienza, non mi importa che macchina abbia o che abiti porti, mentre cerco questo tipo di sensibilità. Se la percepisco, quella persona entra nella mia vita e vi rimane. Un giorno scriverò sul sistema scuola, dal mio punto di vista da radere totalmente al suolo e da rifondare su altri presupposti, e Thoreau è uno di quegli autori che vi inserirei.

 

Da ‘I boschi del Maine

‘Strano che così poche persone vengano nei boschi a vedere come il pino vive e cresce sempre più in alto, sollevando le sue braccia sempreverdi alla luce – a vedere la sua perfetta riuscita; i più invece si accontentano di guardarlo sotto forma delle tante ampie tavole portate al mercato, e considerano quello il suo vero destino. Ma il pino non è legname più di quanto lo sia l’uomo, ed essere trasformato in assi e case non è il suo impiego autentico e più elevato, non più di quanto lo sia per l’uomo essere abbattuto e trasformato in letame. C’è una legge più alta che riguarda il nostro rapporto con i pini quanto quello con gli uomini. Un pino abbattuto, un pino morto, non è un pino più di quanto le spoglie di un defunto siano un uomo. Si può dire che colui che ha scoperto solo alcuni dei pregi dell’osso di balena e dell’olio di balena abbia scoperto il vero scopo della balena? O che colui che abbatte l’elefante per l’avorio abbia “visto l’elefante”? Questi sono utilizzi meschini e accidentali, proprio come se una razza più forte ci uccidesse allo scopo di fare bottoni e pifferi con le nostre ossa; perché ogni cosa può servire uno scopo più vile oltre che uno più elevato. Ogni creatura è migliore da viva che da morta, uomini e alci e alberi di pino, e colui che lo comprende appieno preferirà conservarne la vita che distruggerla.
E’ il boscaiolo, allora, a essere amico e amante del pino, a stargli più vicino di chiunque e a comprendere meglio la sua natura? E’ il conciatore che gli ha tolto la corteccia, o chi ne ha ricavato la trementina, a entrare nelle fiabe dei posteri come colui che alla fine venne tramutato in un pino? No! No! E’ il poeta; è colui che fa del pino l’uso più sincero, che non lo accarezza con un’ascia né lo solletica con una sega, che sa se il suo cuore è falso senza inciderlo, che non ha comprato la licenza di abbattimento dall’amministrazione cittadina. Tutti i pini rabbrividiscono ed emettono un sospiro quando quell’uomo mette piede nella foresta. No, è il poeta, che li ama come la propria ombra nell’aria e li lascia in piedi. Sono stato in segheria, e in falegnameria, e in conceria, e alla fabbrica di nerofumo e alla raccolta della trementina; ma quando da lontano ho visto le cime dei pini ondeggiare e riflettere la luce al di sopra del resto della foresta, mi sono reso conto che non è quello citato l’uso più elevato del pino. Non sono i suoi ossi o la sua pelle o il suo grasso che amo di più. E’ lo spirito vivente dell’albero, non lo spirito della trementina, con cui sono solidale e che guarisce i miei tagli. E’ immortale quanto lo sono io, e forse andrà altrettanto in alto in paradiso, dove ancora svetterà sopra di me’.

Diario, 24 gennaio 1856

‘Trovo che nella mia idea di villaggio l’olmo si è fatto più strada dell’essere umano. Hanno lo stesso valore di molte circoscrizioni elettorali. Costituiscono essi stessi una circoscrizione. Il povero rappresentante umano del suo partito, mandato fuori dalla loro ombra, non comunicherà la decima parte della dignità, dell’autentica nobiltà e ampiezza di vedute, della solidità e indipendenza e della serena benevolenza che essi comunicano. Guardano da una municipalità all’altra. Un frammento della loro corteccia vale la schiena di tutti i politici dell’Unione. In un loro ampio senso, sono antischiavisti. Mandano le loro radici a nord e a sud, a est e a ovest nel Kansas e nella Carolina in barba ai conservatori, che non sospettano tali ferrovie sotterranee; migliorano il sottosuolo che essi non hanno mai smosso, e per una distanza di molto superiore alla loro altezza, se sostenere i loro principi lo richiede. Combattono con le tempeste di un secolo. Guarda quante cicatrici portano, quanti arti hanno perduto prima che noi nascessimo! Eppure non si ritirano mai; votano con costanza per i loro principi, e mandano le loro radici sempre più lontano dal medesimo centro. Muoiono al posto loro assegnato, lasciando un fusto durissimo per chi lo taglierà, e un ceppo che funge da monumento. Non partecipano a nessun congresso, non scendono a compromessi, non hanno bisogno di una linea politica. L’unico principio che hanno è la crescita (…) Non si trasformano da radicali in conservatori, come gli uomini (…)

Planet Pride

Ho sempre considerato l’omosessualità una non-questione, poiché sarebbe per me come dover parlare dell’eterosessualità in quanto tale. Cosa ci sarebbe da dire? Ho già scritto un post sulla tolleranza illustrando come, tutto ciò che esiste in natura, è implicitamente accettato dalla natura stessa e non sta a nessun altro accettare o tollerare, vocaboli che creano un rapporto di forza dell’uno verso l’altro. Dunque, qui potrei ritenere chiuso il discorso.

In realtà, la questione è molto più sottile, in quanto non ha a che vedere con la natura di una creatura ma col forte condizionamento sociale e culturale prodotto all’interno della famiglia e della società. Stabilito che l’omosessualità è qualcosa di anormale, ecco che il gregge vi si muove collettivamente contro.

Qualche settimana fa, un amico mi ha donato il dvd ‘2 Volte Genitori’, dell’Associazione Agedo. L’ho visto per 4 volte ininterrottamente rimanendo affascinata dalla narrazione. Vi sono alcuni genitori che raccontano la propria storia a partire dalla scoperta di avere un figlio o una figlia omosessuale; poi, l’elaborazione del dramma personale e familiare fino al raggiungimento di una maggiore conoscenza e consapevolezza. Una sorta di morte e rinascita. Ora, credo che i genitori si dividano in tre categorie, riguardo alla questione: quelli che cadono nel dramma toccando il fondo e rialzandosi, come nel caso dei genitori del dvd; quelli che non accetterebbero mai e, dunque, fanno ammalare i propri figli col proprio rancore e quelli (qui mi ci metto io) che non si pongono il problema. Un figlio sia ciò che deve essere e, soprattutto, non sia considerato qualcosa di nostro perché non è affatto così. Un figlio, come un parente, come un conoscente o uno sconosciuto è altro rispetto a noi. Non mi sembra difficile da capire.

Mentre guardavo e riguardavo il filmato, alcuni passaggi mi hanno colpita particolarmente. Ad un certo punto della vicenda di questi genitori avveniva sempre un momento di sconcerto quando si chiedevano cosa gli altri avrebbero detto di loro e del loro figlio (i parenti, i vicini di casa, gli amici, i colleghi). Il loro terrore era nel non sapere come porsi, come spiegare e come apparire nei confronti degli altri, di essere additati. Ecco la gabbia: gli altri. Gli stramaledetti altri. Ne erano terrorizzati. Col tempo, ciò che è accaduto è stato un miracolo: in questi genitori iniziava a scomparire il timore del giudizio altrui. Ed ecco che quella che inizialmente sembrava una disgrazia, era in realtà una grande opportunità di liberazione, di affrancamento, di evoluzione personale. Io ho grande fiducia nell’uomo, inteso come creazione. Ho fiducia nel singolo uomo che, se preso ed estirpato dal branco, è sempre in grado di comprendere un ragionamento ben argomentato qualunque esso sia, basandosi sulla propria sensibilità e intuizione. Non ho, invece, alcuna fiducia nella massa ed è lì che si colloca la matrice delle intolleranze. Questo perché il pensiero collettivo, da cui sono sempre fuggita a gambe levate, per mantenersi collettivo ha bisogno di livellarsi sul grado dei più bassi. E’ una legge dimostrata.

Così, tramite il proprio percorso elaborativo, questi genitori attraversavano una frattura con se stessi e il proprio modo di pensare, che altro non era se non esattamente quello dei loro genitori. Attraverso questa esperienza, essi interrompono la trasmissione automatica del pensiero verso la generazione successiva, creando una svolta. C’è una funzionalità in tutto questo. Trovano una forza che non pensavano di avere, il coraggio di pensare diversamente. Una rinascita molto potente. Diventano una specie di cellule madri che si innestano nella società e svolgono un nuovo ruolo.

La cosa che trovo più interessante è, come sempre, il percorso. Credo molto nei percorsi salvifici, che ci trasformano e ci portano ad un altro stadio di evoluzione. Quindi, gli aspetti legati ai diritti gay e alle diverse battaglie sono da un certo punto di vista secondo me marginali. Ciò che conta veramente è la trasformazione del pensiero, il salto in avanti, la liberazione interiore. D’altra parte, qualunque forma di intolleranza verso la categorizzazione del prossimo ha un’unica matrice. Quindi, proporrei di superare l’epoca dei Gay Pride e di partire con gli Human Pride. Essere orgogliosi di ciò che si è. Un Pride in cui tutti sfilino senza etichette, classificazioni, in cui semplicemente essere ciò che si è o si sente di essere. E poi un Planet Pride. Penso sia arrivato il momento e, anzi, penso che lo proporrò.

Sguardo laterale

CAVALLI.jpg

Più volte, qualcuno mi ha fatto notare che quando parlo di animali io sorrido. E’ così. Sento di amarli e di volerli conoscere, sento di essere in profonda armonia con loro. Mentre sono spesso infastidita dalle persone, non lo sono degli animali, incorrotti e puri. Ciò che io cerco di raggiungere da anni, cioè quella felicità assoluta data dal non essere o dall’essere tutto in quanto se stessi, un animale l’ha trovata da sempre. Non è inconsapevolezza, questo è un concetto umano che vogliamo estendere ad altri per giustificare noi stessi. E’ piuttosto piena consapevolezza di ciò che uno è, quale sia la sua missione, e accettarla come fatto imprescindibile e imperscrutabile. Ciò che un animale è, come un fiore, un albero, è e basta. Non si fanno domande non perché non abbiano un pensiero come il nostro e non capiscano a cosa realmente pensare, ma perché la loro comprensione dell’esistenza è reale, assoluta, totale. C’erano prima di noi e ci sopravvivranno, continuando la loro vita di stagione in stagione, di generazione in generazione, sapendo perfettamente cosa fare e come. Tutto qui, il mistero della loro felicità. Esistere perché tutto funzioni, stando al proprio posto e non cercando altro. Osservo gli animali così tanto e da così tanti anni che posso dire di aver ricevuto molte lezioni da loro, mi hanno insegnato molte cose. A fluire nella vita, a sopportare per rimanere me stessa. Come farebbe un mulo, guardo avanti verso il mio personale orizzonte ma mantengo uno sguardo laterale, percependo tutto ma non lasciandomi cambiare da nulla e da nessuno. So chi sono, lo devo a loro.

Arretratezza

LUPO

Se il grado di civiltà di un popolo si misura dal rispetto che dimostra verso tutte le creature e le biodiversità, allora il popolo della Regione Veneto non è molto civile, in quanto consente a quattro ottusi di proporre una legge per l’abbattimento dei lupi. Sarei felice di essere smentita, naturalmente. Ci avevano provato più volte e il loro Governatore si era inizialmente messo di traverso, con ammirazione da parte mia. In realtà, non ho ben chiaro come possa essere anche solo proposta una Legge Regionale che sia contraria ad una Legge Europea recepita dall’Italia (il lupo è un animale protetto), ma il senso del federalismo è anche questo, per chi è arretrato: questa è casa mia e ci faccio ciò che voglio (la proposta è anche di poter abbattere gli orsi). A confermare la finezza di pensiero, un’altra proposta di Legge permetterebbe ai cacciatori di poter accedere con mezzi motorizzati ai sentieri e mulattiere di montagna, per poter recuperare animali anche solo ipoteticamente feriti (da loro).

Bellissimo!

Perché accontentarsi di questo e non stabilire invece per Legge di poter abbattere qualunque animale, qualunque cosa cammini, si muova, respiri? Ma si, dai, facciamola questa Legge una volta per tutte, concepiamola così in modo da non doverci più tornare su. Dai, permettiamo a ‘sti deficienti di dare sfogo alle loro pulsioni fuori casa, dato che dentro casa sono certamente dei castrati. Anzi, spariamoci tutti a vicenda, non sarebbe bello?

I LUPI E GLI ORSI N O N  S I  T O C C A N O!!!

CHIARO???

AFFINITA’ E DISARMONIE

Vedevo spesso due tizi frequentarsi, una specie di colleghi di lavoro. Uno, perlomeno, mentre l’altro era uno di quelli che esistono nel palazzo ma non hai ancora capito cosa facciano, in ogni caso nulla a che vedere con me. Quest’ultimo aveva la fama di donnaiolo del più basso profilo, di quelli che in ascensore allungano bellamente le mani senza ritegno. Un morto di fame, insomma. Il primo, invece, era una persona da me stimata e considerata e mi domandavo spesso cosa i due avessero in comune, dato che una legge sostiene proprio che chi si frequenta ha qualcosa in comune. In genere non è il tempo libero, ma proprio il modo di concepire l’esistenza. Se uno è cretino, siate certi che lo è l’altro, altrimenti i due non potrebbero frequentarsi. C’è voluto solo del tempo per capire che anche il tizio che mi pareva di stimare altro non era che un secondo morto di fame, di quelli – peggiori degli altri – che ritengono che le donne esistano per fornire loro certezze sulla loro potenza sessuale. Scarsa, evidentemente. Ecco, cos’avevano in comune i due: due bavosi a caccia, con la lancia spuntata.

Il mio amato Schopenhauer scriveva questo, in proposito:

‘E’ stupefacente constatare con quale facilità e rapidità, nella conversazione, si rivelino l’omogeneità o l’eterogeneità dell’intelligenza e del carattere: ciò si avverte in ogni minima cosa. Gli individui con caratteri omogenei sentono subito e in tutto una certa sintonia che, che nel caso di una grande omogeneità, ben presto confluisce in una perfetta armonia, arrivando addirittura all’unisono. Con ciò si spiega, in primo luogo, perché la gente del tutto ordinaria sia tanto socievole e trovi dovunque così facilmente un’ottima compagnia. Con le persone fuori dell’ordinario accade l’inverso, e tanto più chiaramente quanto più si distinguono per qualche virtù; sicché nel loro isolamento a volte esse possono davvero essere contente di scoprire in un altro una fibra omogenea all’altro, per quanto piccola sia! Ognuno infatti può stare all’altro quanto l’altro sta a lui. Ormai dovrebbe risultare chiaro che gli uomini spiritualmente affini si trovano tra loro così rapidamente come se fossero attratti da un magnete: le anime simili si riconoscono da lontano. Certo si avrà occasione di osservare questo fenomeno assai più spesso tra gente meschina e scarsamente dotata; ma solo perché persone simili sono legioni, mentre le nature superiori, eccellenti, sono per definizione persone rare. Quindi, se in una grande associazione costituita per fini pratici, due furfanti matricolati si incontrano, essi si riconosceranno così prontamente come se inalberassero un’insegna e presto faranno lega per progettare frodi e tradimenti. Analogamente, se immaginiamo per assurdo una grande comunità di persone tutte molto sagge e intelligenti, con l’eccezione di due imbecilli presenti nel gruppo, questi si sentiranno attratti l’un l’altro dalla simpatia e ben presto ciascuno dei due si rallegrerà dentro di sé di aver incontrato almeno una persona ragionevole. E’ davvero sorprendente constatare come due individui, specialmente quando si tratta di persone moralmente e intellettualmente arretrate, si riconoscano a prima vista, cerchino in ogni modo di fare conoscenza e tutti giulivi si salutino amichevolmente come fossero vecchi conoscenti; tutto questo è così stupefacente che si è tentati di credere, secondo la dottrina buddhista della metempsicosi, che quei due siano stati amici in una vita precedente’.

(Si, è proprio il caso di quei due).

Capriolo Zoppo

CAPRIOLO ZOPPO

Nel 1854 il Presidente degli Stati Uniti, Franklin Pierce, si offrì di acquistare una parte del territorio indiano e promise di istituirvi una riserva per i pellerossa. La risposta del capo indiano “Seattle”, Capriolo Zoppo, risulta essere la più bella e la più profonda dichiarazione mai fatta sull’ambiente.

La dedico a tutti. Questi sono gli unici contenuti che abbiano un senso e che vorrei sentire nei discorsi dei nostri Presidenti, altro che i loro, infarciti di visioni ottuse e di breve raggio. Questa è Politica, Economia, Istruzione, Lavoro, Spiritualità, Spessore. Questo è Presente e Futuro.  Tutto ciò che, invece, si ostinano a propinarci, vale zero per l’intero Pianeta. Chi vale poco, ha pensieri piccoli, come piccole sono le sue azioni e il suo modo di pensare al mondo. Chi è grande svolge riflessioni e attua azioni elevate, che non possono però essere compresi dai primi, occupati come sono nelle loro meschinità.

‘Il grande Capo che sta a Washington ci manda a dire che vuole comprare la nostra terra. Il grande Capo ci manda anche espressioni di amicizia e di buona volontà. Ciò è gentile da parte sua, poiché sappiamo che egli ha bisogno della nostra amicizia in contraccambio. Ma noi consideriamo questa offerta, perché sappiamo che se non venderemo, l’uomo bianco potrebbe venire con i fucili a prendere la nostra terra. Quello che dice il Capo Seattle, il grande Capo di Washington può considerarlo sicuro, come i nostri fratelli bianchi possono considerare sicuro il ritorno delle stagioni.

Le mie parole sono come le stelle e non tramontano. Ma come potete comprare o vendere il cielo, il colore della terra? Questa idea è strana per noi. Noi non siamo proprietari della freschezza dell’aria o dello scintillio dell’acqua: come potete comprarli da noi?

Ogni parte di questa terra è sacra al mio popolo. Ogni ago scintillante di pino, ogni spiaggia sabbiosa, ogni goccia di rugiada nei boschi oscuri, ogni insetto ronzante è sacro nella memoria e nella esperienza del mio popolo. La linfa che circola negli alberi porta le memorie dell’uomo rosso. I morti dell’uomo bianco dimenticano il paese della loro nascita quando vanno a camminare tra le stelle. Noi siamo parte della terra ed essa è parte di noi. I fiori profumati sono nostri fratelli. Il cervo, il cavallo e l’aquila sono nostri fratelli. Le creste rocciose, le essenze dei prati, il calore del corpo dei cavalli e l’uomo, tutti appartengono alla stessa famiglia.

Perciò. Quando il grande Capo che sta a Washington ci manda a dire che vuole comprare la nostra terra, ci chiede molto. Egli ci manda a dire che ci riserverà un posto dove potremo vivere comodamente per conto nostro. Egli sarà nostro padre e noi saremo i suoi figli. Quindi noi considereremo la Vostra offerta di acquisto. Ma non sarà facile perché questa terra per noi è sacra. L’acqua scintillante che scorre nei torrenti e nei fiumi non è soltanto acqua ma è il sangue dei nostri antenati. Se noi vi vendiamo la terra, voi dovete ricordare che essa è sacra e dovete insegnare ai vostri figli che essa è sacra e che ogni tremolante riflesso nell’acqua limpida del lago parla di eventi e di ricordi, nella vita del mio popolo.

Il mormorio dell’acqua è la voce del padre, di mio padre. I fiumi sono i nostri fratelli ed essi saziano la nostra sete. I fiumi portano le nostre canoe e nutrono i nostri figli. Se vi vendiamo la terra, voi dovete ricordare e insegnare ai vostri figli che i fiumi sono i nostri fratelli ed anche i vostri e dovete perciò usare con i fiumi la gentilezza che userete con un fratello.

L’uomo rosso si è sempre ritirato davanti all’avanzata dell’uomo bianco, come la rugiada sulle montagne si ritira davanti al sole del mattino. Ma le ceneri dei nostri padri sono sacre.

Le loro tombe sono terreno sacro e così queste colline e questi alberi. Questa porzione di terra è consacrata, per noi. Noi sappiamo che l’uomo bianco non capisce i nostri pensieri. Una porzione della terra è la stessa per lui come un’altra, perché egli è uno straniero che viene nella notte e prende dalla terra qualunque cosa gli serve. La terra non è suo fratello, ma suo nemico e quando la ha conquistata, egli si sposta, lascia le tombe dei suoi padri dietro di lui e non se ne cura. Le tombe dei suoi padri e i diritti dei suoi figli vengono dimenticati. Egli tratta sua madre, la terra e suo fratello, il cielo, come cose che possono essere comprate, sfruttate e vendute, come fossero pecore o perline colorate.

IL suo appetito divorerà la terra e lascerà dietro solo un deserto.

Non so, i nostri pensieri sono differenti dai vostri pensieri. La vista delle vostre città ferisce gli occhi dell’uomo rosso. Ma forse ciò avviene perché l’uomo rosso è un selvaggio e non capisce.

Non c’è alcun posto quieto nelle città dell’uomo bianco. Alcun posto in cui sentire lo stormire di foglie in primavera o il ronzio delle ali degli insetti. Ma forse io sono un selvaggio e non capisco. Il rumore della città ci sembra soltanto che ferisca gli orecchi. E che cosa è mai la vita, se un uomo non può ascoltare il grido solitario del succiacapre o discorsi delle rane attorno ad uno stagno di notte?

Ma io sono un uomo rosso e non capisco. L’indiano preferisce il dolce rumore del vento che soffia sulla superficie del lago o l’odore del vento stesso, pulito dalla pioggia o profumato dagli aghi di pino.

L’aria è preziosa per l’uomo rosso poiché tutte le cose partecipano dello stesso respiro.

L’uomo bianco sembra non accorgersi dell’aria che respira e come un uomo da molti giorni in agonia, egli è insensibile alla puzza.

Ma se noi vi vendiamo la nostra terra, voi dovete ricordare che l’aria è preziosa per noi e che l’aria ha lo stesso spirito della vita che essa sostiene. Il vento, che ha dato ai nostri padri il primo respiro, riceve anche il loro ultimo respiro. E il vento deve dare anche ai vostri figli lo spirito della vita. E se vi vendiamo la nostra terra, voi dovete tenerla da parte e come sacra, come un posto dove anche l’uomo bianco possa andare a gustare il vento addolcito dai fiori dei prati.

Perciò noi consideriamo l’offerta di comprare la nostra terra, ma se decideremo di accettarla, io porrò una condizione. L’uomo bianco deve trattare gli animali di questa terra come fratelli. Io sono un selvaggio e non capisco altri pensieri. Ho visto migliaia di bisonti che marcivano sulla prateria, lasciati lì dall’uomo bianco che gli aveva sparato dal treno che passava. Io sono un selvaggio e non posso capire come un cavallo di ferro sbuffante possa essere più importante del bisonte, che noi uccidiamo solo per sopravvivere.

Che cosa è l’uomo senza gli animali? Se non ce ne fossero più gli indiani morirebbero di solitudine. Perché qualunque cosa capiti agli animali presto capiterà all’uomo. Tutte le cose sono collegate.

Voi dovete insegnare ai vostri figli che il terreno sotto i loro piedi è la cenere dei nostri antenati. Affinché rispettino la terra, dite ai vostri figli che la terra è ricca delle vite del nostro popolo. Insegnate ai vostri figli quello che noi abbiamo insegnato ai nostri, che la terra è nostra madre. Qualunque cosa capita alla terra, capita anche ai figli della terra. Se gli uomini sputano sulla terra, sputano su se stessi.

Questo noi sappiamo: la terra non appartiene all’uomo, è l’uomo che appartiene alla terra. Questo noi sappiamo. Tutte le cose sono collegate, come il sangue che unisce una famiglia. Qualunque cosa capita alla terra, capita anche ai figli della terra. Non è stato l’uomo a tessere la tela della vita, egli ne è soltanto un filo. Qualunque cosa egli faccia alla tela, lo fa a se stesso. Ma noi consideriamo la vostra offerta di andare nella riserva che avete stabilita per il mio popolo. Noi vivremo per conto nostro e in pace. Importa dove spenderemo il resto dei nostri giorni.

I nostri figli hanno visto i loro padri umiliati nella sconfitta. I nostri guerrieri hanno provato la vergogna. E dopo la sconfitta, essi passano i giorni nell’ozio e contaminano i loro corpi con cibi dolci e bevande forti. Poco importa dove noi passeremo il resto dei nostri giorni: essi non saranno molti. Ancora poche ore, ancora pochi inverni, e nessuno dei figli delle grandi tribù, che una volta vivevano sulla terra e che percorrevano in piccole bande i boschi, rimarrà per piangere le tombe di un popolo, una volta potente e pieno di speranze come il vostro. Ma perché dovrei piangere la scomparsa del mio popolo? Le tribù sono fatte di uomini, niente di più. Gli uomini vanno e vengono come le onde del mare. Anche l’uomo bianco, il cui Dio cammina e parla con lui da amico a amico, non può sfuggire al destino comune.

Può darsi che siamo fratelli, dopo tutto. Vedremo.

Noi sappiamo una cosa che l’uomo bianco forse un giorno scoprirà: il nostro Dio è lo stesso Dio. Può darsi che voi ora pensiate di possederlo, come desiderate possedere la nostra terra. Ma voi non potete possederlo. Egli è il Dio dell’uomo e la sua compassione è uguale per l’uomo rosso come per l’uomo bianco. Questa terra è preziosa anche per lui. E far male alla terra è disprezzare il suo creatore. Anche gli uomini bianchi passeranno, forse prima di altre tribù. Continuate a contaminare il vostro letto e una notte soffocherete nei vostri stessi rifiuti.

Ma nel vostro sparire brillerete vividamente, bruciati dalla forza del Dio che vi portò su questa terra e per qualche scopo speciale vi diede il dominio su questa terra dell’uomo rosso. Questo destino è un mistero per noi, poiché non capiamo perché i bisonti saranno massacrati, i cavalli selvatici tutti domati, gli angoli segreti della foresta pieni dell’odore di molti uomini, la vista delle colline rovinate dai fili del telegrafo. Dov’è la boscaglia? Sparita. Dov’è l’aquila? Sparita. E che cos’è dire addio al cavallo e alla caccia? La fine della vita e l’inizio della sopravvivenza.

Noi potremmo capire se conoscessimo che cos’è che l’uomo bianco sogna, quali speranze egli descriva ai suoi figli nelle lunghe notti invernali, quali visioni egli accenda nelle loro menti, affinché essi desiderino il futuro. Ma noi siamo dei selvaggi. I sogni dell’uomo bianco ci sono nascosti. E poiché ci sono nascosti noi seguiremo i nostri pensieri.

Perciò noi considereremo l’offerta di acquistare la nostra terra. Se accetteremo sarà per assicurarci la riserva che avete promesso. Lì forse potremo vivere gli ultimi nostri giorni come desideriamo. Quando l’ultimo uomo rosso sarà scomparso dalla terra ed il suo ricordo sarà l’ombra di una nuvola che si muove sulla prateria, queste spiagge e queste foreste conserveranno ancora gli spiriti del mio popolo.

Poiché essi amano questa terra come il neonato ama il battito del cuore di sua madre. Così, se noi vi vendiamo la nostra terra, amatela come l’abbiamo amata noi. Conservate in voi la memoria della terra com’essa era quando l’avete presa e con tutta la vostra forza, con tutta la vostra capacità e con tutto il vostro cuore conservatela per i vostri figli ed amatela come Dio ci ama tutti.

Noi sappiamo una cosa, che il nostro Dio è lo stesso Dio. Questa terra è preziosa per Lui. Anche l’uomo bianco non fuggirà al destino comune. Può darsi che siamo fratelli, dopo tutto. Vedremo’!

Iniziare

E’ successo così, per me. Ho iniziato a non volermi cibare di cuccioli. Non sopportavo l’idea di sapere che un cucciolo fosse stato strappato a sua madre. Era una violenza per lui e per chi lo aveva messo al mondo, privata della possibilità di guardarlo negli occhi, di sapere che, facendolo crescere e diventare adulto col suo accudimento, avrebbe risposto alla sua missione. Era una violenza per la madre, il sentire che gli veniva tolto e che non lo avrebbe più visto. Era una violenza per il cucciolo, strappato con forza da quella madre accudente e per sempre. I loro sguardi non si sarebbero mai più incrociati, il loro calore, la loro vicinanza, la natura stessa della loro esistenza condivisa, non sarebbe più stata possibile. E lui sarebbe andato incontro ad una morte atroce, di strazio, di pianti. Lui che, ignaro, non aveva chiesto di nascere per questo. 

Così, nel mio piatto non ho voluto, ormai da moltissimi anni (ero davvero piccola), alcuna carne di cucciolo. Zero agnelli, zero capretti, zero maialini. Non era ciò di cui desideravo cibarmi, non gradivo che qualcuno decidesse per me. Avevo le idee molto chiare, le ho sempre avute. Non sempre ho saputo chi fossi, ma ho sempre saputo chi non voglio essere. Non voglio che alcun animale soffra per me. Nessuno.

Poi, crescendo, ho cominciato ad approfondire molto più la mia conoscenza sull’argomento. Quando si entra in questo contesto, è una via di non ritorno. Si amplia, si allarga, e tu senti che stai meglio. Non è una questione fisica, anche se c’è del buono in questo, è soprattutto una questione mentale. E’ una questione di anima. Senti che stai facendo la cosa giusta, ne hai la piena consapevolezza. Quando guardo un animale negli occhi, io vedo il bene. Come potrei cibarmene? Come potrei sopportare che abbia sofferto? Per soddisfare cosa?

Così, ogniqualvolta scoprivo l’atroce trattamento riservato ad una specie, ogniqualvolta venivo informata di uno scempio, ebbene quell’informazione era per sempre, si incideva nel mio essere. Quel genere di animale spariva immediatamente dal mio piatto, senza se e senza ma. Ero inorridita. A casa mia tenevo già banco, chiedevo già a tutti di rinunciarvi. Non per forza, ma le mie argomentazioni, i documenti che portavo non lasciavano dubbi sulla scelta che si sarebbe dovuta fare. E’ così, se si ha una coscienza. Ho bandito, via via, tutte le carni, considerato che i tre quarti di esse nemmeno mi piacevano ed erano già bandite. Il pesce pure, quello non avevo neanche iniziato a mangiarlo. Voglio decidere io quale deve essere il prezzo e non può essere questo. Voglio decidere io se la sofferenza deve appagarmi. E non può farlo.

 

LA FAMA

fama

Alcuni comportamenti a cui assisto di frequente, sono i tentativi spasmodici di un certo numero di persone di volersi mettere in mostra. Essi, al lavoro come in altri ambiti della società, sgomitano come di fronte ad un fotografo per una foto di gruppo, quando alcuni caratterialmente cercano di defilarsi e nascondersi ed altri si mettono davanti all’obiettivo oscurando il prossimo e verificando, appena possibile, se i loro sforzi hanno reso perfettamente l’intenzione. Oppure, si fanno ritrarre mentre stringono la mano ad un personaggio qualunque, come se stringendo la mano a qualcuno automaticamente si ottenessero le sue qualità per un principio fisico. Il gusto, comunque, non consiste nell’aver incontrato il personaggio, ma nel poterne parlare vantandosi o nel tenere in bella mostra la foto dell’istante affinché gli altri possano innalzare la propria ammirazione (ma chi?). Al lavoro, questi comportamenti si palesano particolarmente, in quanto scatta nelle menti di questi soggetti, che sono la maggioranza e non più come un tempo la minoranza, una competizione alla visibilità, cioè a voler a tutti i costi farsi vedere, notare, poter avere la parola a tutti i costi, confrontarsi di continuo pretendendo di emergere sopra a tutto e sopra a tutti, spesso immeritatamente. Anzi, proprio perché assumono questi comportamenti, proprio perché hanno questa necessità impellente di dipendere dal giudizio degli altri, il loro comportamento mette in luce la loro assenza di qualità stabili.

Essi sanno di valere poco e ottengono di valere ancora meno.

Scriveva Schopenhauer: ‘La fama non è che un elemento secondario, un’eco, un riflesso, un’ombra, un sintomo dei meriti; ciò che dà veramente la felicità (io aggiungo anche la sicurezza di sé, ndr) non può essere riposto nella fama, ma appartiene ai mezzi con i quali essa viene raggiunta, vale a dire i meriti, o, più precisamente, all’animo della persona e alle facoltà che hanno dato luogo a quei meriti; che possono essere di natura morale o di natura intellettuale. Ciò che uno è di meglio deve, necessariamente, esserlo per se stesso; quanto se ne riflette nelle menti degli altri e quanto egli valga nella loro opinione è cosa secondaria. Anche se non raggiunge la fama, chi la merita possiede in ciò, nel meritarla, la cosa di gran lunga più importante; essa varrà a consolarlo di quella mancanza’.

Va detto che Schopenhauer parte dall’assunto che la persona meritevole abbia doti

Morali

Intellettuali

e dunque non riconosce altre tipologie di meriti. Se ne deduce che chi, con i propri comportamenti meschini, danneggia ad esempio il prossimo, o non ha alcuno spessore intellettuale, può sgomitare quanto vuole ma non otterrà mai una vera fama e non avrà mai delle vere doti. Otterrà, questo è certo, di rendersi ridicolo.

DISCORSO DI FINE ANNO

Fate nuovi propositi: siate ciò che volete essere!

di Paramahansa Yogananda

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I brani seguenti sono tratti da un discorso tenuto da Paramahansa Yogananda il 31 dicembre 1934 alla Casa Madre della organizzazione da lui fondata, la Self-Realization Fellowship. L’intero discorso è pubblicato in Verso la realizzazione del Sé, terzo volume di una collana antologica che raccoglie le conferenze e i discorsi di Paramahansa Yogananda. (Pubblicato dalla Casa Editrice Astrolabio – Ubaldini editore, Roma, copyright © 2006)

 

 

Fate nuovi propositi con riferimento a ciò che volete fare e a ciò che volete diventare nel prossimo anno. Stabilite un programma; portatelo a termine, e vedrete quanto sarete più felici. Se non riuscirete a rispettarlo significa che avete paralizzato la vostra volontà. Non avete un amico migliore né un nemico peggiore di voi stessi. Se vi aiuterete avrete successo. Non esiste legge divina che vi impedisca di essere ciò che volete essere e di compiere ciò che volete compiere. Nessun evento negativo può influire su di voi senza il vostro permesso.

Golden Lotus Rule Long

Niente deve indebolire la vostra convinzione di poter diventare tutto ciò che volete. Nessuno può ostacolarvi, tranne voi stessi. Sebbene il mio Maestro, Swami Sri Yukteswarji, mi ripetesse continuamente questo concetto, all’inizio è stato difficile credere che fosse vero. Ma nella mia vita, ogniqualvolta ho usato il dono divino della forza di volontà ho scoperto che mi ha sempre salvato. Non utilizzare la volontà significa rimanere inerti come un sasso, come un oggetto inanimato, significa diventare un essere umano inutile.

Golden Lotus Rule Long

Come un grande faro nascosto, il pensiero costruttivo vi indicherà con certezza la strada che conduce al successo. È sempre possibile trovare una via se riflettete con sufficiente profondità. Le persone che si arrendono troppo presto offuscano la forza del pensiero. Per raggiungere il fine che vi siete prefissi dovete fare del vostro meglio nell’usare il pensiero fino a renderlo così luminoso da rivelarvi la strada che conduce alla meta.

Eliminate i pensieri negativi e le paure. Ricordate che quali figli di Dio siete dotati delle stesse potenzialità che possiede il più eccellente degli uomini. In quanto anima, nessuno è migliore di un altro. Sintonizzate la vostra volontà affinché possa essere guidata dalla saggezza di Dio che si esprime nella saggezza dei saggi. Se la vostra volontà si unisce alla saggezza, potete realizzare qualunque cosa. 

Golden Lotus Rule Long

Le cattive abitudini sono le vostre peggiori nemiche. Vi puniscono, inducendovi a fare cose che non vorreste fare e vi costringono poi a pagarne le conseguenze. Dovete abbandonarle, dovete superarle mentre progredite. Ogni giorno dovrebbe rappresentare un passaggio dalla vecchie abitudini a nuove abitudini migliori. Nell’anno che sta per incominciare fate il solenne proposito di mantenere soltanto quelle che favoriscono il vostro bene supremo.

Il modo migliore di liberarvi dalle tendenze indesiderabili è quello di non prestare loro attenzione; non accettatele. Non permettete mai a un’abitudine di impossessarsi di voi… Dovete abituarvi a dire ‘non voglio’. Evitate tutto ciò che stimola le cattive abitudini. 

Golden Lotus Rule Long

Non lasciatevi limitare dalla meschinità dell’egoismo. Includete il prossimo nei vostri successi e nella vostra felicità, allora farete la volontà di Dio. Quando pensate a voi stessi, pensate anche agli altri. Quando cercate la pace, pensate anche a coloro che hanno bisogno di pace. Se fate del vostro meglio per rendere felice il prossimo, scoprirete che state compiacendo il Padre.

Vivere in armonia, vivere con la forte determinazione di fare la volontà di Colui che vi ha mandati sulla terra è l’unica cosa che dovrebbe interessarvi. Non perdetevi mai di coraggio, e sorridete sempre. Fate in modo che il sorriso del cuore e il sorriso del volto siano in perfetta armonia. Quando il corpo, la mente e l’anima esprimono il sorriso dell’intima consapevolezza di Dio, potete donare sorrisi a tutti ovunque andiate.

Golden Lotus Rule Long

Frequentate sempre coloro che possano ispirarvi; circondatevi di persone che vi elevino. Non lasciate che i vostri propositi e i vostri pensieri positivi siano avvelenati dalle cattive compagnie. Anche se non riuscite a frequentare una buona compagnia capace di ispirarvi, potete trovarla nella meditazione. La compagnia migliore è la gioia che provate nella meditazione. 

Golden Lotus Rule Long

La coppa della vostra vita interiore ed esteriore è colma della Presenza Divina, ma per mancanza di attenzione non percepite l’immanenza di Dio. Quando vi sintonizzate con Lui, nello stesso modo in cui si sintonizza una radio, allora potrete ascoltare lo Spirito. È come se prendeste una bottiglia piena di acqua marina, la sigillaste, e la metteste nell’oceano; sebbene la bottiglia galleggi sull’acqua, il suo contenuto non si fonde con l’oceano. Ma aprite la bottiglia, e l’acqua che contiene si unirà al mare. Dobbiamo rimuovere il sigillo dell’ignoranza prima di poter comunicare con lo Spirito.

Golden Lotus Rule Long

Attraversate i portali dell’anno che sta per iniziare con una nuova speranza. Ricordate che siete figli di Dio. Dipende da voi ciò che diventerete. Siate orgogliosi di essere Suoi figli. Che cosa avete da temere? Qualsiasi cosa succeda, sappiate che è il Signore a mandarla, e che dovete riuscire a vincere le sfide quotidiane. In questo consiste la vittoria. Fate la Sua volontà; allora niente potrà nuocervi. Egli vi ama eternamente. Pensate a questa verità, credete in questa verità, siatene consapevoli. E all’improvviso, un giorno, scoprirete di essere eternamente vivi in Dio.

Meditate di più e abbiate fiducia nella ferma consapevolezza che Dio è sempre con voi, qualunque cosa accada. Allora vedrete alzarsi il velo dell’illusione e sarete una cosa sola con Lui. In questo modo ho trovato nella mia vita la più grande felicità. Ora non cerco più nulla, perché ho tutto in Lui. Non mi separerei mai dal più prezioso di tutti i beni.

Questo è il messaggio che rivolgo a voi tutti per l’anno nuovo.

 

Solitudine

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Ci sono delle condizioni nelle quali, più che in altre, ci sentiamo davvero noi stessi; nel mio caso è la solitudine. La solitudine non ha nulla a che vedere con l’essere o il sentirsi soli ma col voler essere con se stessi ed è, in genere, una condizione ricercata da chi, interiormente, ha una fucina di emozioni, sentimenti, passioni, idee, riflessioni, da avere necessariamente bisogno di isolarsi da rumori e presenze esterne per un ascolto di qualità. E’ questa una condizione che ricercavo sin da bambina, quando – pur giocando qua e là con altri e partecipando a svariati momenti ricreativi piuttosto che di vicinato, parentado, ecc., necessitavo di isolarmi da tutto e da tutti sempre più spesso e per ore ed ore, facendo perdere le mie tracce. Da bambina, di fatto, meditavo in continuazione e il mio desiderio era di diventare una suora di clausura. Questa necessità è rimasta intatta negli anni al punto che, se partecipo alla pur minima occasione (anche da me selezionata), devo riequilibrare immediatamente dopo il mio bisogno di pace interiore. Inutile dire che sono stata definita da sempre una strana persona anche per questo. E’ un bisogno pressante di riordino del proprio ascolto che non può essere spiegato a chi non senta la stessa necessità. Ora, se c’è un personaggio che avrei voluto conoscere e che, lui si, avrei voluto a casa mia per parlare a lungo della vita, questi è Arthur Schopenhauer. Egli, per nulla mondano e assolutamente schivo nei confronti della società, aveva le idee ben chiare e, a proposito di solitudine, scriveva:

‘Ogni vita di società richiede necessariamente un reciproco adattamento e un’attenuazione delle proprie esigenze: perciò, quanto più ci si adatta, tanto più sarà insulsa. Si può essere interamente se stessi soltanto finché si è soli: chi non ama la solitudine non ama neppure la libertà, perché si è liberi unicamente quando si è soli. La costrizione è l’inseparabile compagna di ogni vita mondana, e ogni vita mondana richiede sacrifici che riescono tanto più gravosi quanto più è spiccata la propria personalità; perciò ognuno fuggirà la solitudine, la sopporterà e l’amerà in proporzione esatta al valore del proprio io. Nella solitudine infatti il miserabile avvertirà tutta la propria miseria, il grande spirito tutta la propria grandezza, insomma ognuno quello che è. Inoltre, quanto più uno è in alto nella gerarchia della natura, tanto più è inevitabilmente solo. Ed è un bene per lui che alla solitudine spirituale corrisponda quella fisica; in caso contrario, la moltitudine di esseri eterogenei che lo assedia ha su di lui un effetto perturbatore, addirittura ostile, in quanto gli sottrae il proprio io e non ha niente da offrirgli come surrogato’.

Ecco perché adoro Schopenhauer, perché non sente il bisogno di girare intorno alle cose, ma sferra i suoi caustici attacchi senza mezzi termini. Ma, se io e Schopenhauer ci trovassimo insieme sul divano di casa mia, oggi gli direi che, più che un isolamento totale (che comunque io spesso ancora oggi desidero), forse andrebbe solo sviluppata la capacità di liberarsi dei molti che ci vorrebbero in tutte quelle situazioni da cui io e quelli come me, con impeto, fuggiamo incompresi.