Spiriti Animali

Ho estratto tre Oracoli degli Spiriti Animali chiedendo loro di fornirmi un messaggio per l’attuale situazione italiana. E’ incredibile come riescano sempre a fornirmi risposte, spunti di riflessione, e come essi si accordino con la domanda. E proprio in un momento come questo, quando la vibrazione all’unisono si fa sentire, quando la connessione tra noi e col Creato si conferma, chiedo alla saggezza della Natura, come una Sacerdotessa farebbe per il suo popolo. Essi sanno, vedono oltre. Abbiamo così trascurato la parte più naturale e selvatica che è in noi da non riconoscere più la nostra stessa saggezza, in noi ancora così presente eppure così inascoltata.

Questi gli Spiriti Animali estratti, i cui messaggi invio di cuore a tutti, Italiani e non.

LONTRE

Spirito della Lontra: le Lontre sono animali socievoli, che si prendono cura l’una dell’altra ed esprimono la loro affettuosità e la loro comunicazione toccandosi. Ora questo non ci è possibile, ma come le Lontre, possiamo utilizzare l’affetto, le attenzioni, il pensiero non solo con chi abbiamo in famiglia, ma proprio con quella lontana persona che desidera sentirci. Comunichiamo con qualcuno, e scopriremo che questo qualcuno ci stava aspettando.

BUFALO

Spirito del Bufalo: le tribù che cacciavano il Bufalo, utilizzavano tutte le parti di questo animale; nulla andava sprecato e questa creatura veniva ringraziata per l’abbondanza che aveva donato. Anche noi siamo nell’abbondanza, sempre e comunque, ma la gratitudine talvolta non ci accompagna. Ciò che ci viene dato, può esserci anche tolto, e questo non va dimenticato mai, non solo in momenti come questo. Nulla, infatti, è mai nostro ma ci viene donato. E la gratitudine è l’unica risposta al dono ricevuto.

CAMALEONTE

Spirito del Camaleonte: conosciamo la virtù trasformatrice del Camaleonte. Egli si camuffa, si immedesima nella situazione e si trasforma in funzione di ciò che occorre in quel momento. Il suo spirito di adattamento ci insegna che è possibile cambiare modo di fare, di essere, senza tuttavia perdere se stessi. Il Camaleonte è sempre tale, ma nel suo spirito di adattamento sta la sua forza, perché trasformandosi egli veste altri panni e li comprende. E quando torna ad essere il Camaleonte di prima, è più saggio e più libero.

Sia, questa saggezza, un dono per tutti.

Penséés

PENSEES

Aprendo questa mattina un libro a caso, i Pensées di Pascal, mi sono imbattuta in queste righe; chi pensa che Pascal avesse una visione pessimistica dell’esistenza sbaglia e di molto. Egli era totalmente certo di cosa fosse fondamentale per l’uomo e di cosa, invece – pur non essendolo – veniva dall’uomo tanto ricercato per dissimulare la morte. Così è ancora oggi.

Pensé 83 – (…) Così scorre via tutta la vita. Si cerca il riposo combattendo diversi ostacoli; ma, quando si sono superati, il riposo diventa insopportabile; perché si pensa o alle miserie che si hanno, o a quelle che ci minacciano. E quand’anche ci si vedesse abbastanza al riparo da ogni parte, la noia, con la sua autorità privata, non tralascerebbe di affiorare dal profondo del cuore, dove ha radici naturali, e di riempire lo spirito del suo veleno.

Pensé 86 – L’uomo è visibilmente nato per pensare; qui sta tutta la sua dignità e tutto il suo valore; e tutto il suo dovere sta nel pensare rettamente. Ora, l’ordine del pensiero è di cominciare da sé, e dal suo autore e dal suo fine.

Ora, a che pensa la gente? Mai a questo, ma a ballare, a suonare il liuto, a cantare, a comporre dei versi, a correre all’anello, ecc., a battersi, a diventare re, senza riflettere su quello che significa essere re, ed essere uomo.

Pensé 100 – La sola cosa che ci consoli delle nostre miserie è la distrazione, e tuttavia essa è la più grande delle nostre miserie, perché ci impedisce in primo luogo di riflettere su noi stessi, e fa in modo che ci perdiamo insensibilmente. Senza di essa, ci troveremmo immersi nella noia, e questa ci spingerebbe a cercare un mezzo più stabile per uscirne. Ma la distrazione ci diverte, e ci fa giungere alla morte insensibilmente.

Pensé 101 – Noi non ci atteniamo mai al tempo presente. Anticipiamo il futuro come troppo lento a venire, come per affrettarne il corso; oppure ricordiamo il passato per fermarlo come troppo rapido; così imprudenti, che erriamo nei tempi che non sono nostri, e non pensiamo affatto al solo che ci appartiene, e così vani, che riflettiamo su quelli che non son più nulla, e fuggiamo senza riflettere quello solo che esiste. Il fatto è che il presente, di solito, ci ferisce. Lo dissimuliamo alla nostra vista perché ci affligge; se invece per noi è piacevole, rimpiangiamo di vederlo fuggire. Tentiamo di sostenerlo per mezzo dell’avvenire, e ci preoccupiamo di disporre le cose che non sono in nostro potere, per un tempo al quale non siamo affatto sicuri di arrivare.

Ciascuno esamini i propri pensieri: li troverà sempre tutti occupati dal passato e dal futuro. Il presente non è mai il nostro fine: il passato e il presente sono i nostri mezzi, solamente il futuro è il nostro fine. In questo modo non viviamo mai, ma speriamo di vivere e, disponendoci sempre a essere felici, è inevitabile che non lo siamo mai.

Pensé 114 – (…) Non occorre possedere un’anima molto elevata per comprendere che quaggiù non vi sono punto soddisfazioni veritiere e solide; che tutti i nostri piaceri non sono che vanità, che i nostri mali sono infiniti, e che la morte infine, che ci minaccia in ogni istante, ci metterà infallibilmente entro pochi anni nell’orribile necessità di essere eternamente o annichiliti o infelici.

Non vi è niente di più reale di questo, né di più terribile. Facciamo gli spavaldi fin che vogliamo: ecco la fine che attende la più felice esistenza del mondo. Si rifletta su questo, e si dica poi se non è indubitabile che non vi è bene in questa vita, se non la speranza nell’altra; che non si è felici che a misura che ci si avvicina a essa e che, come non vi saranno più mali per coloro che sono interamente sicuri dell’eternità, così non vi è felicità per coloro che non ne hanno nessun lume.

(…) Quello stesso uomo che passa tanti giorni e tante notti pieno di rabbia e di disperazione per la perdita di un incarico o per qualche offesa immaginaria al suo onore, è il medesimo che, senza inquietudine e senza emozione, sa che perderà tutto con la morte. E’ mostruoso vedere nello stesso cuore e nello stesso tempo questa sensibilità per le minime cose e questa strana insensibilità per le più grandi. E’ un incantamento incomprensibile.

Capitale Umano

CHAPLINNon ho mai capito bene a cosa serva la statistica, dato che poi non mi ritrovo mai in alcuna classificazione generale; e non si sa bene perché l’Istat senta il bisogno di calcolare qualsiasi cosa, e di stabilire ad esempio che l’uomo è un capitale misurabile. E come è misurabile un essere umano, secondo l’Istat? In base alle virtù che ha o che sviluppa durante la sua vita? Che so, perché magari è una persona generosa, che dona agli altri e li fa crescere? Oppure perché è tollerante verso il prossimo, o paziente, o perché è riflessivo e saggio, o ancora perché è puro, semplice, umile, una persona degna di fiducia? Perché, attraverso le sue virtù egli lascia un segno nel prossimo, un segno del suo passaggio, portando conforto a qualcuno, oppure donando se stesso o semplicemente amando? Perché è rispettoso della natura, conosce e rispetta gli altri oltre che se stesso, non scende a compromessi ed è colmo di dignità?

No, il capitale umano per l’Istat altro non è (ovviamente) che la capacità che un tizio ha di generare reddito. Punto. Ecco l’uomo per questi signori che stabiliscono, letti da tutti come nemmeno un libro sacro, cosa valga la nostra stessa vita. Per calcolare tale idiozia, si considerano:

  • I costi dell’istruzione

  • La capacità di generare reddito

  • La performance educativa

  • Le competenze cognitive

Ora, premesso che se questo bastasse ci troveremmo di fronte a persone, in Italia, di uno spessore assoluto ed io sola non me ne sarei accorta, non mi pare si debba essere dei geni per stabilire che i costi dell’istruzione e le performance di qualsiasi tipologia, tutte appartenenti al nostro insano concetto di valutazione di una persona, non possano in sé determinare alcuna informazione significativa. Conosciamo tutti dei personaggi laureati nelle migliori Università provvisti di enorme povertà di spirito oltre che di cultura (vera); conosciamo tutti persone di grande capacità di reddito che, come nessuno, sanno camminare letteralmente sopra gli altri, totalmente privi di empatia e di rimorso (io ne ho conosciuti diversi). Lo studio sul capitale umano dell’Istat, presente in rete, è di una tristezza assoluta almeno quanto tristi sono gli ‘esperti di tristezza’ che lo hanno scritto. Mi piacerebbe incontrarne uno di loro e chiedergli se abbia mai pensato di fermarsi a riflettere su quale sia l’utilità vera delle sue formule teoriche. Per l’Istat, il tempo libero è ciò che viene sottratto al lavoro, in un’accezione quindi distorta che vorrebbe l’uomo come bestia da soma per poter dire di esistere e di essere degno di calcolo. Si esiste se si lavora, si ha un valore se ciò che siamo è monetizzabile. Va da sé, quindi, che se uno non lavora non può essere un capitale, in quanto i valori a lui attribuibili sarebbero pari a zero. Ma anche avere un lavoro, alla fine, e permettere a questi di stabilire che il capitale umano medio è di 342.000€, ci rende felici? Oppure, come è capitato a me, ci imbarazza perché non sappiamo cosa realmente sia, quel valore, e vorremmo dire che siamo molto più di quello, e che non siamo monetizzabili, e che il nostro contributo è assai più elevato e non vale del denaro? Ma perché questi istituti non chiudono i battenti e non lasciano che l’essere umano stabilisca da sé quale sia il suo valore?

Quattro livelli

Quando qualcuno dice di conoscermi, e magari aggiunge anche ‘bene’, mi lascia sempre perplessa. Comincio ad entrare in paranoia e, dialogando con me stessa, gli dico che, caro mio, non solo non mi conosci né mai mi conoscerai vivessimo insieme anche per cento anni, ma sono io stessa a dover fare uno sforzo quotidiano per avvicinarmi appena un poco alla conoscenza di me, per poi allontanarmene ogniqualvolta il mondo materiale mi richiama da qualche parte. E questo vale per tutti. E’ piuttosto assodato che nessuno possa realmente conoscere l’altro, e ancor meno lo conoscerà vivendoci assieme. Sembrerebbe un paradosso, ma è così. Vivendo con un’altra persona, coniuge, convivente, parente che sia, si assumono dei ruoli sin dall’inizio che partono in sordina per poi venire rafforzati e portati avanti a lungo divenendo ulteriori abiti che non possiamo togliere senza scardinare qualcosa. Più a lungo si resta in quel rapporto e più ci si allontana l’uno dall’altro, in quanto ogni essere umano non è mai la stessa persona di anno in anno, di esperienza in esperienza, di pensiero in pensiero. Qualcuno forse si salva, prova una vera connessione, ma credo rappresenti lo zero virgola dell’umanità intera. Talvolta viviamo interiormente dei drammi senza lasciar trapelare nulla all’esterno; in certe fasi della nostra vita affrontiamo delle vere e proprie mute, cedendo la pelle precedente e indossandone un’altra completamente nuova senza che l’altro se ne sia nemmeno accorto. E quand’anche avessimo desiderio di raccontare chi siamo ora, scopriamo che è troppo tardi e che l’altro è rimasto su quel binario dall’inizio mentre tu, per varie vicissitudini, su quel binario non ci sei più. Condividere un appartamento nulla ha a che vedere con la condivisione del proprio percorso personale, anche se si avessero le migliori intenzioni e anche se si condividesse tutto il tempo libero, tutti i discorsi fatti in casa, qualunque vacanza. Il percorso personale si chiama così perché è personale e non di coppia, ma non è facile da comprendere. Nessuno di noi è nato per stare in coppia, ma per raggiungere i propri traguardi.

In questo schema, sono riportati i quattro livelli della persona.

I QUATTRO LIVELLI DELLA PERRSONA

Il Sé fisico è rappresentato dal proprio aspetto esteriore (il vestito dell’anima, per intenderci): ognuno di noi è alto o basso, ha gli occhi chiari o scuri, determinati lineamenti, utilizza certe gestualità, ha una certa voce, ecc.

Il Sé sociale racchiude invece il nostro comportamento e la personalità.

Quando qualcuno dice di conoscerci, allude in genere al fatto di conoscere non solo il nostro aspetto, magari anche ad un livello più intimo, ma di conoscere il nostro carattere e la nostra personalità. Ebbene, questi due ‘sé’ rappresentano solo il 10% dell’essere umano. E’ dunque impossibile che, un solo 10%, determini una conoscenza e, in pratica, nessuno di noi conosce in realtà nessun altro limitatamente a questi due livelli.

C’è poi il sé emotivo, rappresentato dagli umori, dalle nostre personali risposte alla realtà che ci circonda, ai fenomeni della vita materiale; è ciò che proviamo con le persone e con le circostanze e come lo interpretiamo. Riportando il discorso al tema della coppia, ma anche familiare in senso più allargato, il sé emotivo è spessissimo tenuto nascosto ai conviventi perché è quell’angolo di noi in cui si trovano i buoni o i cattivi sentimenti, le emozioni superficiali o quelle più profonde che appartengono solo a noi. Non è qualcosa che vogliamo togliere all’altro, ma è piuttosto qualcosa che intendiamo custodire e analizzare, e la possibilità che l’altro sappia leggerci dentro come un libro aperto dipende, appunto, da lui e non da noi.

L’80% del sé è spirituale, attiene all’anima ed è ciò che è più ignoto di noi agli altri e spesso anche a noi stessi, a meno di intraprendere un percorso in tal senso cominciando da un’opera di graduale distacco dagli altri sé. Questo può comportare un profondo stravolgimento ed anche l’allontanamento di chi, pensando di conoscerci, non ci conosce affatto.

Macachi

MACACHI 2

Per ben 11 interi anni, 9 macachi sono stati utilizzati per testare la risposta immunologica agli attacchi di agenti infettivi (spesso generati dall’ignoranza umana); alla vigilia di Natale, questi macachi sono stati liberati e portati al Centro di Recupero di Semproniano. 11 anni dei 20 di longevità media. Mi rendo conto che questo sia un argomento verso il quale pochi si interessano. Soprattutto, è meglio pensare al calcio, andare al mare perché c’è il sole, pianificare vacanze su vacanze, postare su Facebook i piatti dei vari ristoranti e farsi gli aperitivi Ma questa sofferenza c’è, è lì in qualche sotterraneo anche mentre si controlla lo smartphone. Queste creature, sono nate per questo? E’ nella loro natura di essere catturate ed estirpate dal loro habitat, e immobilizzate in queste poltrone dell’orrore per poi infierire sulle loro vite e sulla loro psiche, ritenendo di poterlo fare? In virtù di quale diritto?

Occorre mettersi in testa che il credo per cui la sperimentazione animale sia necessaria è assolutamente falso, e non solo perché la risposta agli esperimenti dà spessissimo risultati diversi che nell’uomo, questo a me onestamente poco interessa, ma piuttosto perché la violenza verso un essere vivente è eticamente inaccettabile. Il che significa che il principio sacro alla vita e al rispetto della stessa, di chiunque, si pone ad un livello più alto di qualunque considerazione successiva. I farmaci ci curerebbero? Non è così, sappiamo bene (almeno spero tutti sappiano) che l’industria farmaceutica è potentissima e ha come missione di ricavare fiumi di denaro dalla persistenza delle malattie, non dalla loro cura né prevenzione. Ci vogliono malati, vogliono che si creda di esserlo anche se non lo si è, per inocularci qualunque schifezza e renderci dipendenti dalla loro chimica. Prodotti su prodotti, tutti con lo stesso principio attivo, vengono sperimentati in continuazione da molte aziende in concorrenza tra loro. La ricerca di ognuna è rivolta ad acquisire un mercato sempre più vasto, non a ridurre al minimo la sofferenza. Se non fosse così, a livello planetario circolerebbe un solo farmaco per principio attivo, non centinaia. E tutta la chimica con cui ci sommergono, genera morte prima, durante e dopo.

Basta guardare questi macachi, simili peraltro a noi stessi, con le loro espressioni attonite e fiduciose, ignari del male che siamo in grado di arrecare con un ghigno satanico. Basta guardare le loro mani aggrappate alle sponde, io lo trovo agghiacciante. 

MACACHI

La battaglia successiva, condotta dalla LAV negli ultimi mesi, si è rivolta verso i 6 macachi che, presso l’Università di Torino, stavano per essere resi ciechi per un esperimento sui deficit visivi (per poi essere uccisi, dato che si sarebbe trattato di un esperimento invasivo e doloroso al cervello). La battaglia è stata serrata, le azioni mirate e personalmente mi sento sempre onorata di parteciparvi. La Lav ha vinto la causa al Consiglio di Stato, e l’esperimento non verrà condotto; era già stato dimostrato che lo stesso esperimento, condotto in diversi altri stati, non aveva portato risultati (ma, torno a dire, a me questo poco importa). Evidentemente, però, l’uomo mira alla gloria attraverso la sofferenza altrui. Ora che la LAV è stata denunciata per diffusione di documenti segreti (capirai), le 429.000 persone che hanno lottato perché ai macachi non fosse fatto nulla sono (siamo) pronte a difendere la decisione ad oltranza.

Ecco, forse non si libera il mondo dalla violenza, ma il mio discernimento tra il bene e il male ce l’ho chiaro. La coscienza pure. Quella, poi, è molto chiara.

Memoria

Svastica-Buddha

Arrivo tardi per parlare del Giorno della Memoria, ma non sono in ritardo per parlare di memoria. La memoria di chi siamo, di chi eravamo, la memoria dei simboli potentissimi dell’umanità come la svastica. Un giorno un tizio se l’è presa, l’ha reinterpretata agganciandola ad orrori e nefandezze, e l’intera società occidentale l’ha seguito nella memoria.

La svastica, però, è un simbolo antichissimo, di grande potenza spirituale che nulla ha a che vedere con ciò a cui, ultimamente, si allude. Direi che andrebbe reinsegnata nelle scuole, là dove Dio è scomparso. Andrebbe spiegato che la svastica era presente nella Preistoria, a Babilonia, in Grecia, nella valle dell’Indo. E’ utilizzata nell’Islam, nel Buddismo.

Nell’Induismo è largamente diffusa con significato devozionale legato al ciclo del tempo (la ruota con i suoi bracci) e alla raffinatissima astrologia vedica.

Sv (bene) + asti (sono, sto) + ka (piccola cosa, è un diminutivo): PICCOLA COSA CHE PORTA BENE

Non è simbolo di morte ma tutt’altro, è il simbolo per eccellenza di fertilità e di vita. Si trova sulle facciate dei templi sacri, sugli oggetti dei nativi americani. Si trova anche nei pavimenti a mosaico a Betlemme, nella Basilica di Sant’Ambrogio a Milano.

Nella spiritualità induista, la svastica è un simbolo di grande auspicio ed è chiamata anche Ganesh, il deva a cui tutti gli induisti si affidano prima di intraprendere un’azione, un lavoro o un un’attività. Simboleggia l’essere stabili nella propria conoscenza, nella propria consapevolezza (di anime felici).

Se le grandi civiltà hanno riempito il mondo di svastiche, ebbene dovremmo tutti reclamare il diritto di guardare a quel simbolo per la sua potenza rigeneratrice, per la connessione che ci offre con noi stessi, e riportare ordine ai significati veri, quelli che ricollocano l’uomo alla sua vera altezza, alla sua vera aspirazione.ganesh

Il simbolo della svastica è disegnato all’inizio di un libro contabile, e poi alla sua fine, e all’inizio e alla fine di ogni compito. Così, ci si augura di svolgere bene le proprie attività e che esse ci portino fortuna e risultino ben condotte.  Di fronte al suo vero significato, quindi, le nostre case potrebbero ospitare una svastica che sia di buon auspicio per tutti, e rifiutarci di cederla agli orrori degli ultimi tempi; forse varrebbe come riscatto più dei molti discorsi in tv.

Altri mondi

drake-equation

Nel 1961 l’astronomo e astrofisico Frank Drake sviluppò l’equazione che prese il suo nome.

Dunque vediamo:

Se

R* – è il tasso di formazione stellare nella Via Lattea

fp – la frazione di tali stelle che possiede pianeti

ne – il numero medio di pianeti (o satelliti) per sistema planetario che presentano condizioni potenzialmente compatibili con la vita

fl – la frazione di essi che effettivamente sviluppa la vita

fi – la frazione di essi che effettivamente sviluppa vita intelligente e fc – la frazione di essi che è in grado e decide di comunicare

L – la durata media della fase comunicativa di ognuna di queste civiltà

Otteniamo che, applicando questa famosa equazione alla nostra sola galassia, potrebbero esserci almeno 23 civiltà extraterrestri in grado di comunicare con noi.

Ma successivamente a quegli anni, questa controversa equazione è stata ricalcolata più e più volte, fino a stabilire che le civiltà potrebbero essere addirittura oltre 4.000.

E allora perché, come ebbe a notare Fermi, nessuna di esse entrerebbe in contatto con noi? Personalmente credo che la risposta non stia nella scienza (tanto per cambiare), che –  in ogni caso – non dispone di alcuna tecnologia adatta per stabilire un contatto o per riceverlo; soprattutto, non andrebbe cercato ciò che si pensa di concepire e di trovare, ovvero un’esatta replica di noi stessi, del nostro noto e di ciò che noi consideriamo come vita.  Gli altri mondi, invece, sono realtà in cui le anime si incarnano secondo proprie esigenze evolutive, e sono descritti negli antichi testi di tutte le più antiche civiltà. Domande come quanto distino da noi, che linguaggio parlino, che aspetto abbiano, se pratichino l’agricoltura o utilizzino sistemi binari, che senso hanno se non restringere la nostra capacità di percezione agli stretti binari della nostra piccola conoscenza?

Per concepire qualcosa che non conosciamo, dobbiamo inchinarci all’idea che esso, semplicemente, esista senza una nostra misurazione, senza una verifica sperimentale o un’equazione; e riconoscere che il momento della conoscenza avverrà solo quando ci sarà consentito. Non sarà mai un telescopio a determinare un avanzamento dell’uomo, ma la sua umile domanda.

Nutrirsi

MENU' DI CARNE

Lo scopo non è quello di smettere di uccidere completamente, perché questo sarebbe impossibile, bensì ridurre al minimo le sofferenze inflitte ad altre creature mentre pensiamo a noi stessi e al nostro nutrimento. Vi sono moltissime ragioni per scegliere un’alimentazione vegetariana, e queste ragioni possono essere organizzate in un ordine gerarchico. Le illustro a partire da quella a mio avviso meno importante a quella, sempre a mio avviso, più importante.

3) SALUTE

E’ ormai arcinoto come, un’alimentazione vegetariana, possa ricondurre il nostro organismo al suo miglior funzionamento. Le proteine vegetali mantengono basso il livello di colesterolo e non intossicano quanto le proteine animali. La nostra conformazione dice che, a tutti gli effetti, i nostri apparati sono quelli tipici degli esseri che si nutrano di vegetali e frutta. Il fatto, poi, che si sia divenuti onnivori non è da interpretarsi con l’obbligo di mangiare carne, tantomeno per ragioni di nutrienti, ma alla possibilità di nutrirsi di carne all’occorrenza, quando impossibilitati a nutrirsi diversamente.

2) ECONOMIA

Carne e pesce nutrono pochi a spese di molti, e anche su questo ci sono moltissimi studi. Per allevare gli animali da macello, vengono utilizzate enormi quantità di foraggio e di acqua in un rapporto di 1:16: ci vogliono 16 chili di cereali per ottenere 1 chilo di carne. E’ possibile immaginare di essere attorno ad una tavola con 50 persone; nel piatto di una sola di loro troneggia una bistecca da 250 grammi, mentre tutti gli altri piatti sono vuoti. Ciò che le nazioni ricche fanno ai paesi poveri, per ottenere le enormi quantità di carne di cui si nutre, è di depauperare il loro territorio e saccheggiarlo per le grandi coltivazioni, restituendo in cambio l’immissione di pesticidi e la contaminazione delle acque. La scelta vegetariana appartiene quindi ai paesi del benessere, non è tutto il mondo a doversene preoccupare, ma noi si.

1) ETICA

Si macellano miliardi di animali all’anno, e le modalità sono agghiaccianti, anche quelle garantite dalla legislatura sotto la definizione di ‘benessere animale’. Basta entrare in rete e si può ormai visionare di tutto, la scusa del non sapere non può reggere. Bisogna a quel punto stabilire da che parte si voglia stare, se quella violenza faccia parte di noi, del nostro modo di concepire l’esistenza nostra e degli altri. Si tratta di decidere se vedere l’anima degli altri esseri oppure negarne l’esistenza. Se il loro dolore, le loro urla, siano il giusto prezzo per una cena, o un cenone, dato che siamo in zona festività, a base di carne o pesce.

L’ordine che ho scelto di dare alle tre ragioni più note, parte dal presupposto che la salute di ciascuno di noi sia anche una scelta personale. La ragione economica, invece, parte dal presupposto che un cittadino benestante, per il solo principio di volersi nutrire di carne o pesce, decida di mandare in rovina altre popolazioni, quindi un danno agli altri è da considerarsi più grave che un danno a noi stessi presi singolarmente. La ragione etica si discosta dalle due principali, e dunque si pone al vertice: a prescindere da quale sia la mia volontà, infliggere sofferenza e morte non è diritto di nessuno. La vita di chiunque è sacra.

C’è poi una quarta ragione che necessita di essere trattata a parte, ed è il karma e quale sia il rapporto tra cibo e spiritualità. Questa si pone all’origine di tutte, trascende anche la ragione etica pur facendola sua, ma necessita di un minimo di approfondimento e, soprattutto, nonostante sia la più importante, è piuttosto sconosciuta e non la si sente mai citare nei dibattiti. Invece, spiegata questa, tutti resterebbero zitti.

Buone Feste, pranzi e cene.

S. Natale

NATALE

Forse dovrei scrivere del Natale, ma ne scrivo alla mia maniera. Ho addobbato riccamente la casa, come sempre – a questo tengo molto – con palline/lucine/carillon/angioletti dappertutto, candele, ghirlande, essenze, e quant’altro; ho ascoltato una Messa tenuta in azienda dal Vescovo, rimanendo rapita dalla sua omelia, una delle più belle che io abbia mai sentito; così ho chiesto di poter riceverne il testo che magari pubblicherò. Ho acquistato solo libri. Ho prodotto dei doni completamente ideati e confezionati da me, avendo iniziato ad ottobre, e sono quelli che più mi hanno dato soddisfazione e che regalo a persone speciali. Non speciali per me, innanzitutto speciali in sé. In giro per negozi? Zero. Mercatini e bancarelle? Nemmeno uno. Giretti a zonzo? No, non ho tempo e se me ne avanza faccio altro. La cena di Natale aziendale? Assolutamente no, troppa gente, troppo caos, troppo tutto. Alcuni mi dicono che bisogna esserci, si deve fare, ma varrà per loro. Insomma, ho sgombrato ormai dalla mia vita, anno dopo anno, dopo anno, tutto il superfluo, il consumismo, la patina di effimero. Cosa rimane, dunque? Ciò che è vero. Gli auguri sinceri con quelle persone che non escono dalla mia vita perché da me non vogliono nulla; i doni prodotti per loro – non oggetti qualunque ma qualcosa che sia di aiuto e di sostegno per le loro esistenze – un pranzo vegetariano (su questo scriverò a parte), preghiere, riflessioni, sguardi all’infinito. E’ tantissimo, anzi è tutto.

Poetica

PRATO

C’è una poetica del mattino. Recandomi a piedi alla stazione, lungo un percorso di un chilometro e mezzo, attraverso viali alberati e costeggio vasti prati. E incrocio persone osservandole con interesse. Alcune di loro, di buon’ora, escono per portare fuori il proprio cane. Vedo allora quell’uomo dall’aspetto un po’ burbero che attende amorevolmente che il suo piccolo cagnolino lo raggiunga, girandosi di tanto in tanto. C’è la donna anoressica con un minutissimo cane, anch’esso un po’ tale. Un’altra ha uno yorkshire tripode, che saltella con un’energia e un sorriso da cane stampato sul musetto. Mi fermo, con quella signora, e mi racconta che quel cane era destinato alla soppressione ma lei lo ha impedito e, dal profondo sud dove si trovava in vacanza, lo ha portato a vivere qui. All’andata, lui saltella da solo; al ritorno, lei lo porta in braccio per non farlo stancare troppo. Talvolta, queste persone con i cani si fermano e chiacchierano in gruppo; poche parole in attesa che i loro cani le raggiungano e si fiutino un po’. C’è una poetica in quei grandi prati, talvolta di erba alta, talvolta appena rasati, così come c’è una poetica nei lombrichi che escono sull’asfalto nelle giornate di pioggia; li scanso uno ad uno, e a volte mi fermo ad osservarne il movimento, o li salvo da morte certa raccogliendoli con un legnetto e posandoli sull’erba. C’è una poetica nei maestosi alberi che incrocio, fissi nel loro posto perenne; un giorno sono fioriti, un altro giorno sono verdissimi, e poi rosso fuoco, e ancora coi soli rami colmi di gelo. Li guardo sempre, saluto anche loro e mi accorgo di quanto tutto questo accompagni le mie giornate, le mie settimane, i mesi, gli anni. C’è una poetica nel giungere in stazione e guardarsi negli occhi. Non ci si conosce personalmente, ma ci si vede quasi sempre e, talvolta, ci si saluta con un cenno d’intesa. Sul treno, poi, c’è una poetica nell’alzare lo sguardo dal libro e guardare a volo d’uccello sulle teste di tutti: anime con la propria storia, ognuna impegnata nel cercare la stessa risposta. Invio i miei auguri di benevolenza a tutte loro, anche se urlano in treno, anche se spintonano o non ti lasciano sedere o leggere. Sono anime incerte, mi dico, e mi rimetto sul libro. C’è una poetica quando, giunta al lavoro dopo altri due mezzi, vedo volti noti da anni e scambio, non sempre, qualche parola. Si inseriscono anch’essi in un disegno generale, mi dico, e ci si continua ad incontrare giorno dopo giorno, ognuno parte della vita degli altri.