Passeggiando nel bosco, prima che le nuove foglie spuntino sugli alberi, si percepisce un certo senso di attesa. L’inverno sta ultimando il proprio ciclo, piano piano, e le nuove vite sono pronte anche quest’anno. Ma, ecco, vi sono già le prime esplosioni di colori. Timidi, sommersi dalle foglie secche, questi fiori cercano di farsi notare con i loro gialli, i viola, unendosi a gruppi per attirare i nostri sguardi, esplodendo nel giro di poche ore. Che altro aggiungere….. la natura è di una tale bellezza, di una tale onestà, da offrirsi gratuitamente per te che hai piacere di incantarti.
Una nota di ringraziamento, loro lo sanno, va ai miei amici cinghiali, che grufolando e girando il terreno, lo fanno respirare e svolgono un’azione importante nella diffusione delle semenze. Non ho mai visto così tante primule, come quest’anno, nei luoghi del loro passaggio, dove ho lasciato loro molta frutta per aiutarli durante l’inverno. E miele. E’ stato il loro modo per salutarmi.
Ho pensato, ad un certo punto, di avere il dovere innanzitutto morale di leggere quelle opere di studiosi che si è voluto a tutti i costi negare alla mia conoscenza, dopo che queste persone avevano mostrato una forza non comune per potermi raggiungere con le loro rivelazioni. Che senso avrebbe che essi siano esistiti e abbiano tenacemente combattuto contro il pensiero comune dell’epoca, l’ignoranza o la cattiva fede, se non per permettere a me, oggi, di avere importanti conoscenze, e con esse di sentirmi armonizzata e libera?
Così, ho scelto di leggere le tre opere cosmologiche di Giordano Bruno, e di scriverne qualcosa in questi giorni caratterizzati da importanti fenomeni astronomici che l’uomo comune non è più abituato ad osservare, perlomeno da questa parte di cielo. Mi piace anche riportare dei passaggi che ho trovato molto interessanti.
Bruno ha scelto di perdere la vita nel peggiore dei modi, ma non ha fatto un passo indietro rispetto alle proprie affermazioni ed argomentazioni. Non uno. Merita di esser letto per il valore dell’uomo, e merita di essere valorizzato e diffuso per il pensiero che risultava essere troppo visionario rispetto ad un modo ottuso e piccolo di intendere la Vita, la Creazione, oggi più che mai estremamente diffuso. Avrebbe scardinato il dominio della Chiesa sull’Uomo della Terra e allargato la mente più di molti altri filosofi che avevano contribuito a questa visione ristretta ma diffusa, che nei secoli ha subdolamente prevalso su altra verità.
In queste sere è visibile una superluna che potrò osservare dal buio totale dei boschi. Con gratitudine a Giordano Bruno per i suoi insegnamenti, perché non pensi di aver sofferto invano.
Scriveva il filosofo:
‘Questa è quella filosofia che apre gli sensi, contenta il spirto, magnifica l’intelletto e riduce l’uomo alla vera beatitudine che può aver come uomo, e consiste in questa e tale composizione; perché lo libera dalla sollecita cura di piaceri e cieco sentimento di dolori, lo fa godere dell’esser presente, e non più temere che sperare del futuro, perché la providenza o fato o sorte, che dispone della vicissitudine del nostro essere particolare, non vuole né permette che più sappiamo dell’uno che ignoriamo dell’altro, alla prima vista e primo rancontro rendendoci dubii e perplessi. Ma mentre consideriamo più profondamente l’essere e sustanza di quello in cui siamo immutabili, trovaremo non esser morte, non solo per noi, ma né per veruna sustanza; mentre nulla sustanzialmente si sminuisce, ma tutto, per infinito spacio discorrendo, cangia il volto. E perché tutti soggiacemo ad ottimo efficiente, non doviamo credere, stimare e sperare altro, eccetto che come tutto è da buono, cossì tutto è buono, per buono ed a buono; da bene, per bene, a bene. Del che il contrario non appare se non a chi non apprende altro che l’esser presente, come la beltade dell’edificio non è manifesta a chi scorge una minima parte di quello, come un sasso, un cemento affisso, un mezzo parete; ma massime a colui che può vedere l’intero e che ha facultà di far conferenza di parti a parti.’
De l’Infinito. Universo e Mondi. 1584
Ciò che la filosofia aristotelica riteneva, era che là dove non vi era il mondo vi fosse del vuoto, e che questo fosse il nulla, in cui è nulla e non può essere nulla. Bruno, invece, dà del superficiale ad Aristotele, circa le sue considerazioni sulla natura delle cose, in quanto per lui, e per gli antichi, nel vuoto vi è invece qualcosa, vi sono atomi e corpi. E la Terra non si trova al centro esatto dell’Universo, e vi sono terre infinite, soli infiniti, etere infinito. E nella durata infinita degli infiniti universi, cioè l’eternità, secoli e ore non contano perché in quanto elementi dell’infinito tempo, ognuno di essi è infinito.
Noi vediamo altri soli, grandissimi corpi luminosi, ma le terre di quei soli non possiamo vederle perché le loro dimensioni e le distanze a cui si trovano li rendono invisibili. E un Universo infinito richiede per forza che vi siano soli infiniti. Ed è impossibile, sostiene, che si possa immaginare che mondi infiniti siano privi di abitanti, in quanto nelle infinite correlazioni tra soli e altre terre possono verificarsi delle giuste condizioni perché i raggi solari siano anche altrove fecondi.
Infiniti Mondi, ma un unico universale motore.
A dimostrazione della vera fede in un atto creativo, Bruno afferma che se noi considerassimo l’universo come finito, l’onnipotenza divina ne verrebbe biasimata. E’ come se, potendo creare tutto, fosse ipotizzabile un’autolimitazione. Mentre, considerando il mondo come interminabile, percepiamo un senso di quiete che ci armonizza.
‘Così si magnifica l’eccellenza di Dio, si manifesta la grandezza de l’imperio suo: non si glorifica in uno, ma in soli innumerabili: non in una terra, un mondo, ma in duecento mila, dico in infiniti.
E non è senso che vegga l’infinito, non è senso da cui si richieda questa conclusione, perché l’infinito non può essere oggetto del senso; e però chi dimanda di conoscere questo per via di senso, è simile a colui che volesse veder con gli occhi la sustanza e l’essenza; e chi negasse per questo la cosa, perché non è sensibile ò visibile, verebe a negar la propria sustanza ed essere.’
De la Causa, Principio et Uno. 1584
‘Io, odiato da stolti, dispreggiato da vili, biasimato da ignobili, vituperato da furfanti e perseguitato da genii bestiali; io, amato da savii, admirato da dotti, magnificato da grandi, stimato da potenti e favorito dagli dei.’
Chi vede il ritratto di Elena non vede Apelle, ma vede lo effetto de l’operazione che proviene da la bontà de l’ingegno d’apelle
Bruno parla di un intelletto universale come quella intima e reale facoltà dell’anima del mondo.
‘empie il tutto, illumina l’universo e indrizza la natura a produre le sue specie come si conviene. Questo è nomato da platonici fabro del mondo, è detto da maghi fecondissimo de semi, Orfeo lo chiama occhio del mondo. L’anima è nel corpo come nocchiero nella nave. Il qual nocchiero, in quanto vien mosso insieme con la nave, è parte di quella; considerato in quanto che la governa e muove, non se intende parte, ma come distinto efficiente. Cossì l’anima de l’universo, in quanto che anima e informa, viene ad esser parte intrinseca e formale di quello, ma, come che drizza e governa, non è parte, non ha raggione di principio, ma di causa.’
Per Bruno tutto è animato, ed anche se dai corpi principali derivano parti secondarie, esse mantengono in una certa misura il principio vitale originario perché eterno e indistruttibile.
‘la tavola come tavola non è animata, né la veste, né il cuoio come cuoio, né il vetro come vetro; ma, come cose naturali e composte, hanno in sé la materia e la forma. Sia pur cosa quanto piccola e minima si voglia, ha in sé parte di sustanza spirituale. Spirto si trova in tutte le cose, e non è minimo corpuscolo che non contenga cotal porzione in sé che non inanimi.
Le proprietà di molti lapilli e gemme le quali hanno certe virtù di alterar il spirto ed ingenerar nuovi affetti a l’anima, non solo nel corpo. Ne’ sterpi e radici smorte, che purgando e congregando gli umori, alterando gli spirti, mostrano necessariamente effetti di vita.’
Nessuna cosa si anichila e perde l’essere, eccetto che la forma accidentale esteriore e materiale. Però tanto la materia quanto la forma sustanziale di che si voglia cosa naturale, che è l’anima, sono indissolubii ed adnihilabili.
Niente assolutamente opera in sé medesimo, e sempre è qualche distinzione tra quello che è agente e quello che è fatto.
Solo il primo e ottimo principio è tutto quel che può essere, mentre non è così per le altre cose. Nessuna altra cosa è tutto quel che può essere: la pietra non è tutto quello che può essere, perché non è calcio, non è vaso, non è polvere, non è erba. L’uomo è quel che può essere, ma non è tutto quel che può essere.
L’Universo non è altro che un’ombra del primo atto e prima potenza, e pertanto in esso la potenza e l’atto non sono la stessa cosa.
Anche l’intelletto non è mai tanto che non possa essere maggiore.
E’ dunque l’universo uno, infinito, inmobile. Una, dico, è la possibilità assoluta, uno l’atto, una la forma o anima, una la materia o corpo, una la cosa, uno lo ente, uno il massimo ed ottimo; il quale non deve posser essere compreso; e però ninfinibile e interminabile, e per tanto infinito e interminato, e per conseguenza inmobile.
Alla proporzione, similitudine, unione e identità de l’infinito non più ti accosti con essere uomo che formica, una stella che uomo; perché a quello essere non più ti avvicini con esser sole, luna, che un uomo o una formica; e però nell’infinito queste cose sono indifferenti.
Perché dunque le cose si cangiano, la materia particulare si forza ad altre forme? Vi rispondo che non è mutazione che cerca altro essere, ma altro modo di essere. E questa è la differenza tra l’universo e le cose de l’universo. Questo lo ha possuto intendere Pitagora, che non teme la morte ma aspetta la mutazione.
E cossì tutto concorre in una perfetta unità. Ecco come non doviamo travagliarci il spirto, ecco come cosa non è, per cui sgomentarne doviamo. Perché questa unità è sola e stabile, e sempre rimane; questo uno è eterno; ogni volto, ogni faccia, ogni altra cosa è vanità, è come nulla, anzi è nulla tutto lo che è fuor di questo uno.
Cena de le Ceneri, 1584
E’ un convito fatto dopo il tramontar del sole, nel primo giorno de la quarantana, detto da nostri preti dies cinerum. Nei dialoghi tra partecipanti vi si ritrattano le tematiche relative alla limitatezza dei sensi dell’uomo che porta ad avere certezze che tali non sono:
Le Stelle non devono essere chiamate fisse perché veramente si mantengono tali rispetto a noi o tra loro, ma perché il loro moto non è sensibile a noi.
Spiega in quale maniera corpi distantissimi dal sole possano ugualmente venire scaldati come i più vicini, e per quale ragione i grandi corpi celesti sono stati disposti dalla natura a tanta distanza, e non sono invece più vicini gli uni agli altri; e ancora, perché non caschiamo e perché questa infinita aria sostiene il nostro e molti altri globi.
Vedeva dove altri nemmeno guardavano, anticipando ciò che sarebbe risultato ovvio solo quando determinati sapientoni avrebbero voluto farsene merito. Ha pagato per essere nato in un’epoca di dotta ignoranza e di ottusa saccenza.
Sappiamo di dover attendere una mutazione che servirà al tutto e che compirà il nostro ciclo, o uno dei nostri. Il disegno è grande, infinito, ma ciascuno di noi è simile ad un corpo celeste: non esiste gravità quando siamo nella nostra orbita e ne seguiamo il moto secondo natura. Dove siamo collocati, lì è il nostro posto nell’Universo Infinito.
Penso che, quando una specie viene data per estinta in alcune regioni, ci si dovrebbe fortemente dispiacere e ci si dovrebbe impegnare perché essa riappaia e torni a riprendere il proprio posto assegnatole a pieno titolo da sempre. E penso che, quando questo avviene, si debba avvertire un senso di giustizia e di compimento, di ritorno ad un equilibrio antico. In un mondo equo e onesto, in cui ciascuno di noi si percepisse in armonia con ogni altro essere vivente, ci si fermerebbe per salutare con riconoscenza il ritorno del lupo. Spiazzando i molti studi che lo davano ormai per inesistente in Italia e altrove, la sua fierezza e la sua forza si sono imposte per permettergli di rientrare nel gioco eterno dell’equilibrio naturale. Non sta bene a chiunque, questo: ai cacciatori, perché desiderano essere gli unici a uccidere prede in abbondanza sentendosi essi stessi dei poderosi lupi; agli agricoltori, che pretendono di cambiare l’habitat boschivo generato in ere in campi di monoculture distruttive di ogni equilibrio; agli allevatori, che concepiscono ogni creatura che respira unicamente come puro reddito. Che sia, allora, ‘strettamente protetto’ e non solo ‘protetto’ come si vorrebbe ora proporre con un abbassamento della soglia di tutela. Il fatto è che ogni diminuzione del livello di guardia e di protezione, introdotto con la scusa di poter intervenire su eventuali contenimenti di popolazione (uccidendo, poiché l’uomo non conosce altre parole), è in realtà un regalo alle lobby delle armi, della caccia e della zootecnia a cui appartengono soggetti privi di scrupoli, di empatia, di coscienza e conoscenza. Partirebbe lo sport del massacro ai lupi, una campagna di paura nei confronti di una creatura meravigliosa, venerata da civiltà molto più raffinate della nostra sin dai tempi più antichi. Ad un cacciatore, di quelli che amano farsi fotografare seduti su una preda uccisa con armi sofisticate, che intendeva deridermi perché, a suo dire, noi difensori degli animali saremmo in pochi, ho risposto che è quello che crede lui che sa contare solo fino a dieci. Ognuno di noi, invece, si centuplica esponenzialmente con i messaggi che lascia e che, come semi, germogliano in milioni di coscienze. Noi non siamo in pochi, ma siamo infiniti.
E’ un libro che l’autore stesso chiede di leggere almeno due volte, e in effetti, non appena ultimato, se ne sentirebbe il bisogno. Un libro d’iniziazione, ricchissimo di metafore e allusioni alla ricerca eterna dell’uomo. Lassù, in quella montagna verso cui si reca per un lieve malessere polmonare, il protagonista viene invitato dal cugino che vi si trova da tempo per una tubercolosi già in corso. Penserà di esservi di passaggio fino a comprendere che, chi passa di lì, desidera infine rimanervi. In quel sanatorio, il tempo è scandito dalle terapie e dalle consuetudini vigenti che appaiono stravaganti, all’inizio, ma alle quali ci si avvinghia non chiedendo di vivere altrimenti ma desiderando che ogni singolo momento terapeutico di ogni giornata arrivi di nuovo, e poi ancora, e ancora. I personaggi che Castorp, il protagonista, incontra, sono simboli umani che lo accompagnano in un processo evolutivo, rivelandosi in qualche modo come delle apparizioni funzionali alla sua vita, e aiutandolo a formulare le domande che l’uomo deve formulare prima o dopo, a darsi delle risposte o a cercarle. Da una visita di controllo all’altra, proprio lì, luogo di cura, il suo malessere diviene malattia più importante e, come per tutti gli altri ospiti, è solo il fattore tempo a poter decidere il suo evolvere. Quindi, di mese in mese, di semestre in semestre, sempre scanditi dalle regole del sanatorio, il tempo scorre e si comincia a dimenticare di trovarsi sulle alture dove l’aria e l’acqua sono pure, e che c’è una pianura da cui si proviene. Si smette, col tempo, di mantenere in vita le relazioni con quel mondo, i legami – d’amicizia o parentali – con le persone che aspettano il ritorno da un semplice periodo di convalescenza. Si dimenticano quei legami, li si lascia andare al loro destino, e ci si sente al caldo solo lì, tra quelle mura, con quelle persone, con quei momenti attesi. Diventa un nido, un rifugio emotivo, spirituale, come se lì si fosse nati, come se a quel luogo e a quello stile di vita si appartenesse.
E’ un romanzo sconcertante, difficile, complesso. I grandi temi trattati sono il tempo e la morte. E Dio.
Sul valore del tempo vi sono passaggi meravigliosi:
‘Intorno alla natura della noia circolano varie opinioni errate. In complesso si crede che il fatto di essere interessante e la novità del contenuto ‘facciano passare’, cioè accorcino il tempo, mentre il vuoto e la monotonia ne rallentino e ostacolino il corso. Ciò non è punto esatto. Può darsi che la monotonia e il vuoto allunghino e rendano ‘noiosi’ il momento e l’ora, ma i grandi e grandissimi periodi di tempo li accorciano e volatilizzano addirittura fino all’annullamento. Viceversa, un contenuto ricco e interessante può certo abbreviare e sveltire l’ora e magari anche il giorno, ma portato a misure più vaste conferisce al corso del tempo ampiezza, peso, solidità, di modo che gli anni pieni di avvenimenti passino più adagio di quelli poveri, vuoti, leggeri che il vento sospinge e fa dileguare. A rigore, dunque, quella he chiamiamo noia è piuttosto un morboso accorciamento del tempo in seguito a monotonia: lunghi periodi di tempo, se son si interrompe l’uniformità, si restringono in modo da far paura; se un giorno è come tutti, tutti sono come uno solo; e nell’uniformità perfetta la più lunga vita sarebbe vissuta come fosse brevissima e svanirebbe all’improvviso. Assuefarsi significa lasciar addormentare o almeno sbiadire il senso del tempo, e se gli anni giovanili sono vissuti lentamente e la vita successiva invece si svolge e corre sempre più veloce, anche questo è da attribuire all’assuefazione. Noi sappiamo benissimo che intervallando assuefazioni nuove e diverse adottiamo l’unico rimedio che serva a trattenere la vita, a rinfrescare il nostro senso del tempo, e così il nostro sentimento del vivere si rinnova.’
La morte, invece, è descritta come ordinaria conclusione. Anche se dovuta al peggioramento della malattia, anche se il paziente era giovane, non vi è dramma, non vi sono pianti. Non c’è vuoto. La stanza ospiterà presto un’altra persona che raggiungerà quel luogo per stare bene e su consiglio di un medico di fiducia. Ma, raggiunto lo stato di ammalato, anche a lei toccherà vedere il mondo e la vita con occhi diversi, amando quella stanza, i compagni, le terapie, i pranzi e le cene, fino a non voler affatto guarire perché impossibilitata ad andarsene.
La morte, quindi, è la sublimazione della propria volontà di essere e sentirsi malati fino a raggiungerne una certa felicità in una stabile condizione psichica oltre che fisica. La malattia è un abbraccio.
Mirabili le conversazioni di Castorp con i suoi conoscenti in quel luogo: parlano di Dio, dell’uomo e della sua storia, del valore della natura, della pena di morte. Una storia angosciante e avvolgente allo stesso tempo, che se da un lato fornisce nutrimento per la mente e lo spirito, dall’altro blocca e costringe.
L’ho riposto in quella parte della mia libreria in cui si trovano i libri sapienziali. Sono quelli che, dal loro ripiano, ti osservano mentre passi lì vicino. Ti dicono di prenderli e di rileggerli mille volte perché non ti hanno affatto detto tutto, e aspettano te.
Come si attendeva, il Governo ha emanato i decreti attuativi relativi alla legge approvata nel 2022 per fermare uno dei molti orrori legittimati dal Dio denaro: l’uccisione di milioni di pulcini. Si parla di oltre 30 milioni di pulcini maschi solo in Italia, 330 milioni nell’Unione Europea, tra i 2,5 e gli 8 miliardi in tutto il mondo. Ogni anno, l’industria delle uova considera come scarti i pulcini nati maschi, perché non diventeranno a loro volta galline ovaiole. Buttati a migliaia su nastri trasportatori come oggetti privi di valore in sé stessi, vengono selezionati durante il loro primo giorno di vita. Mentre, pigolando impauriti, fanno subito conoscenza con le catene di montaggio di quella maledetta industria di morte, l’uomo seleziona i maschi già considerati anti economici al primo giorno di vita e il nastro li porta ad essere triturati vivi seduta stante, mentre ancora si cercavano tra loro con gli sguardi per capire dove stessero andando. Oppure vengono gasati; o scottati.
Entro il 2026, la nuova legge vieterà l’uccisione dei pulcini maschi; l’industria dovrà introdurre tecnologie di ovo-sexing, macchinari capaci di leggere se l’uovo è stato fecondato e quale sia il sesso del nascituro. Le uova contenenti embrioni maschi verranno eliminate entro il 7^ giorno dall’incubazione, perché si è stabilito che entro questo termine essi non provino dolore. Oltre, si. E’ un passo avanti? Forse. Ma a me fa schifo lo stesso. Mi fa schifo sapere che vi sia una cernita: tu si, potrai vivere, tu no, devi morire. Mi fa schifo sapere che qualcuno si è disturbato per voler capire entro quando si possa uccidere una creatura stabilendo che il concetto di dolore fisico sia l’unico concetto da prendere in considerazione. Mi fa schifo tutto. Si, forse non vedremo più migliaia di pulcini appena nati morire subito in un trituratore. Ma cucinando un uovo, sarà bene che le persone pensino a cosa non viene mostrato per convincerle ad acquistare e mangiare a qualunque costo. Ecco perché personalmente non mangio uova, per ragioni spirituali: erano, semplicemente, destinate ad altro. Dopo pochi istanti di vita, un pulcino riesce a riconoscere la propria madre tra milioni. Milioni di pulcini, per noi tutti uguali, milioni di madri per noi tutte uguali. Ma loro hanno un legame fortissimo. Quanta violenza…
Avrei voluto arrivare lo scorso anno a raccontare di un libro che ha prodotto importantissimi cambiamenti, l’avevo letto proprio allora, quando si celebravano i 60 anni dalla sua pubblicazione. Uscito il 27 settembre 1962, Silent Spring (Primavera Silenziosa) di Rachel Carson, divenne in poco tempo un libro leggendario, una pietra miliare della letteratura scientifica scritto da una biologa marina con lo scopo di aprire gli occhi alle persone sui gravissimi danni che stavano subendo gli uccelli che – come anche altre specie animali, morivano per i veleni che avevano invaso le campagne.
Gli esseri viventi del Pianeta non erano mai riusciti a modificare prima l’ambiente in maniera così drastica quanto l’Uomo nell’ultimo secolo. La Carson denunciò le nuove sostanze chimiche che ogni anno l’uomo crea per sintesi senza che alla Natura sia permesso di codificarle e riconoscerle, accoglierle e attribuire loro un’utilità. Sostanze estranee alla biologia che venivano, e vengono, polverizzate e irrorate ovunque e in particolar modo nelle colture agricole, nei giardini, nelle foreste e nelle abitazioni.
Gli insetti, di utilità straordinaria a piante e animali, sono invece visti come mostri che insidiano la produzione alimentare dell’umanità e portano malattie. Ma la vera insidia è stata la monocoltura, che ha spazzato via gli ecosistemi e le diversità biologiche che operano in sinergia e in perfetto equilibrio. La produzione agricola basata su singole specie ha promosso l’esplosione di parassiti verso i quali la Natura è disarmata. Così, si introdusse il DDT, e allo svizzero che lo scoprì, Paul Muller, fu assegnato il Premio Nobel. 1939. Nel 1950, la FDA dichiarò che con ogni probabilità i rischi potenziali del DDT erano stati sottovalutati.
Tra tutti gli idrocarburi, tre insetticidi vengono ritenuti i più potenti tossici: la dieldrina, l’aldrina e l’endrina. L’aldrina, come quasi tutti gli insetticidi del suo gruppo, proietta un’ombra minacciosa sul futuro, l’ombra della sterilità.
L’endrina è il più tossico idrocarburo clorurato, ed è 15 volte più potente per tossicità della dieldrina per i mammiferi, 30 volte per i pesci e circa 300 volte in alcune specie di uccelli.
L’altro grande gruppo di insetticidi – quello dei fosfati organici – è composto di sostanze chimiche velenose come poche altre al mondo. Quasi subito il governo tedesco si accorse del valore di quei composti come arma nuova e sterminatrice, pertanto la lavorazione fu tenuta segreta. Qualcuno servì per la produzione dei micidiali gas bellici; altri diventarono insetticidi.
Bisogna chiedersi quale sia l’utilità e il senso dell’esistenza di qualunque insetto e di qualunque erba, da cui dipendono le api e molti altri equilibri. Le erbacce, come l’Uomo utilitarista le chiama, non esistono. Noi distruggiamo ciò di cui non capiamo il senso.
Così, quelle irrorazioni di morte uccisero insetti e specie vegetali, e poi gli uccelli; le Primavere divennero silenziose. Si trovarono uccelli morti ovunque, mentre altri sopravvivevano e costruivano i nidi senza deporvi alcun uovo a causa della sterilità indotta dalle irrorazioni. La stessa sorte toccò ad altri animali selvatici, o alle mandrie che si nutrivano di quell’erba avvelenata. Era un silenzio di dolore.
Le cellule avvelenate smettono di dividersi, i cromosomi si alterano, le mutazioni si abbattono su figli e cuccioli.
L’industria chimica attaccò duramente la Carson, ma l’opinione pubblica vinse e si fece sentire obbligando il Senato U.S. a volerci vedere chiaro. Si arrivò a vietare l’uso del DDT il 14 giugno 1972, dopo decenni di avvelenamento del pianeta e delle sue creature.
Rachel Carson (1907-1964), bird watcher, biologa marina, osservatrice rispettosa della natura, ha anticipato le grandi battaglie ambientaliste del Novecento; non era solo il denaro, il concetto, ma era il diritto a disporre come si voleva degli altri esseri viventi, non riuscendo a concepire l’idea di equilibrio tra l’Uomo e gli Altri.
Non dobbiamo permettere che si ripeta una simile storia. Grazie Rachel.