Esenin

Non sento parlare di poesia; non sento mai che essa sia trattata nei circoli, nei bar, tra la gente comune come un tempo avveniva. Non sento più che i versi siano letti e discussi nelle case, di sera, attorno a un fuoco, o sdraiati su un prato guardandosi negli occhi. Di fronte al mare d’inverno, o ad una luna piena, è ciò che più desidero sia letto e recitato a me da un amico caro, o da un amore sincero. 

Le poesie di Sergéj Aleksàndrovic Esenin, meravigliose, sono di una sensibilità elevatissima. Ne propongo cinque. Trovo che una raccolta di poesie di questo grande poeta russo sia, per me, il più bel regalo di San Valentino. Un regalo deve assomigliarci, deve partire da chi ci ha visto dentro, e in questi temi io mi ritrovo, cominciando dalla prima, che è famosissima e struggente, quanto le altre che ho scelto.

La ballata della cagna

Al mattino nel granaio
dove biondeggiano le stuoie in fila,
una cagna figliò sette,
sette cuccioli rossicci
Sino a sera li carezzava
pettinandoli con la lingua
e la neve disciolta colava
sotto il suo caldo ventre.
Ma a sera, quando le galline
si rannicchiano sul focolare,
venne il padrone accigliato,
tutti e sette li mise in un sacco.
Essa correva sui mucchi di neve,
durando fatica a seguirlo.
E così a lungo, a lungo tremolava
lo specchio dell’acqua non ghiacciata.
E quando tornò trascinandosi appena,
leccando il sudore dai fianchi,
la luna sulla capanna le parve
uno dei suoi cuccioli.
Guardava l’azzurro del cielo
con striduli guaiti,
ma la luna sottile scivolava
e si celò nei campi dietro il colle.
E sordamente, come quando in dono
le si butta una pietra per giuoco,
la cagna rotolò i suoi occhi
come stelle d’oro nella neve.

 

Io ricordo

Io ricordo, o amata, ricordo

Lo splendore dei tuoi capelli,

Senza gioia, con pena

Mi toccò abbandonarti.

Ricordo le notti autunnali,

Il fruscio dell’ombre di betulla.

Fossero stati più brevi i giorni allora

Più a lungo per noi avrebbe avuto splendore la luna.

Ricordo, tu mi dicevi:

‘E tu, o amato, con un’altra

Mi dimenticherai per sempre?’

Oggi il tiglio in fiore

Ha rinnovato i sentimenti,

M’ha ricordato come teneramente

Spargevo di fiore le ciocche ricciute.

E il cuore che mai

Non scema d’ardore

Tristemente amando un’altra,

Come tu fossi la novella preferita,

Con un’altra ti ricorda.

 

Noi adesso ce ne andiamo a poco a poco

Noi adesso ce ne andiamo a poco a poco
verso il paese dov’è gioia e quiete.
Forse, ben presto anch’io dovrò raccogliere
le mie spoglie mortali per il viaggio.

Care foreste di betulle!
Tu, terra! E voi, sabbie delle pianure!
Dinanzi a questa folla di partenti
non ho forza di nascondere la mia malinconia.

Ho amato troppo in questo mondo
tutto ciò che veste l’anima di carne.
Pace alle betulle che, allargando i rami,
si sono specchiate nell’acqua rosea.

Molti pensieri in silenzio ho meditato,
molte canzoni entro di me ho composto.
Felice io sono sulla cupa terra
di ciò che ho respirato e che ho vissuto.

Felice di aver baciato le donne,
pestato i fiori, ruzzolato nell’erba,
di non aver mai battuto sul capo
gli animali, nostri fratelli minori.

So che là non fioriscono boscaglie,
non stormisce la segala dal collo di cigno.
Perciò dinanzi a una folla di partenti
provo sempre un brivido.

So che in quel paese non saranno
queste campagne biondeggianti nella nebbia.
Anche perciò mi sono cari gli uomini
che vivono con me su questa terra.

 

Sono un pastore

Sono un pastore; le mie case sono

le sponde delle pianure ondeggianti,

I pendii per le verdi colline

Con le grida stridenti di beccacce.

Intessono un pizzo sopra il bosco

Di schiuma dorata le nubi,

Nel calmo dormiveglia sul tetto

Sento il fruscio leggero della pineta.

Alla sera splendono verdi

I pioppi umidi.

Sono pastore; le mie case si trovano

Nella verzura dolce delle pianure.

Parlan con me le mucche

Assentendo con la testa

Le foreste profumate

Coi rami chiamano il fiume.

Dimentico dell’umano dolore,

Dormo sulla ramaglia

Prego nei tramonti purpurei,

Mi comunico presso il ruscello.

 

Arrivederci, amico mio, arrivederci

Arrivederci, amico mio, arrivederci.
Tu sei nel mio cuore.
Una predestinata separazione
Un futuro incontro promette.

Arrivederci, amico mio,
senza strette di mano, senza parole,
Non rattristarti e niente
Malinconia sulle ciglia:
Morire in questa vita non è nuovo,
Ma più nuovo non è nemmeno vivere.

 

Macachi

MACACHI 2

Per ben 11 interi anni, 9 macachi sono stati utilizzati per testare la risposta immunologica agli attacchi di agenti infettivi (spesso generati dall’ignoranza umana); alla vigilia di Natale, questi macachi sono stati liberati e portati al Centro di Recupero di Semproniano. 11 anni dei 20 di longevità media. Mi rendo conto che questo sia un argomento verso il quale pochi si interessano. Soprattutto, è meglio pensare al calcio, andare al mare perché c’è il sole, pianificare vacanze su vacanze, postare su Facebook i piatti dei vari ristoranti e farsi gli aperitivi Ma questa sofferenza c’è, è lì in qualche sotterraneo anche mentre si controlla lo smartphone. Queste creature, sono nate per questo? E’ nella loro natura di essere catturate ed estirpate dal loro habitat, e immobilizzate in queste poltrone dell’orrore per poi infierire sulle loro vite e sulla loro psiche, ritenendo di poterlo fare? In virtù di quale diritto?

Occorre mettersi in testa che il credo per cui la sperimentazione animale sia necessaria è assolutamente falso, e non solo perché la risposta agli esperimenti dà spessissimo risultati diversi che nell’uomo, questo a me onestamente poco interessa, ma piuttosto perché la violenza verso un essere vivente è eticamente inaccettabile. Il che significa che il principio sacro alla vita e al rispetto della stessa, di chiunque, si pone ad un livello più alto di qualunque considerazione successiva. I farmaci ci curerebbero? Non è così, sappiamo bene (almeno spero tutti sappiano) che l’industria farmaceutica è potentissima e ha come missione di ricavare fiumi di denaro dalla persistenza delle malattie, non dalla loro cura né prevenzione. Ci vogliono malati, vogliono che si creda di esserlo anche se non lo si è, per inocularci qualunque schifezza e renderci dipendenti dalla loro chimica. Prodotti su prodotti, tutti con lo stesso principio attivo, vengono sperimentati in continuazione da molte aziende in concorrenza tra loro. La ricerca di ognuna è rivolta ad acquisire un mercato sempre più vasto, non a ridurre al minimo la sofferenza. Se non fosse così, a livello planetario circolerebbe un solo farmaco per principio attivo, non centinaia. E tutta la chimica con cui ci sommergono, genera morte prima, durante e dopo.

Basta guardare questi macachi, simili peraltro a noi stessi, con le loro espressioni attonite e fiduciose, ignari del male che siamo in grado di arrecare con un ghigno satanico. Basta guardare le loro mani aggrappate alle sponde, io lo trovo agghiacciante. 

MACACHI

La battaglia successiva, condotta dalla LAV negli ultimi mesi, si è rivolta verso i 6 macachi che, presso l’Università di Torino, stavano per essere resi ciechi per un esperimento sui deficit visivi (per poi essere uccisi, dato che si sarebbe trattato di un esperimento invasivo e doloroso al cervello). La battaglia è stata serrata, le azioni mirate e personalmente mi sento sempre onorata di parteciparvi. La Lav ha vinto la causa al Consiglio di Stato, e l’esperimento non verrà condotto; era già stato dimostrato che lo stesso esperimento, condotto in diversi altri stati, non aveva portato risultati (ma, torno a dire, a me questo poco importa). Evidentemente, però, l’uomo mira alla gloria attraverso la sofferenza altrui. Ora che la LAV è stata denunciata per diffusione di documenti segreti (capirai), le 429.000 persone che hanno lottato perché ai macachi non fosse fatto nulla sono (siamo) pronte a difendere la decisione ad oltranza.

Ecco, forse non si libera il mondo dalla violenza, ma il mio discernimento tra il bene e il male ce l’ho chiaro. La coscienza pure. Quella, poi, è molto chiara.

La luce negli occhi

Un gruppo di esperti si era riunito, nel lontano 1972, a Windsor, nell’Ontario, per discutere i problemi connessi al tentativo di definire quale sia l’esatto momento della morte, cioè quale elemento più di altri determini quell’istante. Tra i membri del gruppo, oltre che un giudice della Corte Suprema ed altre importanti personalità, vi partecipava il Dott. Wilfred G. Bigelow, cardiologo di fama mondiale. Il dottor Bigelow, sosteneva l’esistenza dell’anima e incoraggiava una ricerca sistematica per determinare cosa sia e da dove provenga. Per lui, la questione rivestiva enorme importanza nell’era dei trapianti, perché l’espianto di cuore e di altri organi viene effettuato sui donatori la cui morte è inevitabile ma non ancora accertata. Bigelow disse che i suoi trentadue anni di pratica chirurgica gli avevano tolto ogni dubbio sull’esistenza dell’anima, avendo lui stesso osservato misteriosi cambiamenti nell’esatto passaggio dalla vita alla morte. Uno dei più visibili, è l’improvvisa assenza di luce negli occhi, che diventano improvvisamente opachi e spenti.

L’anima, che non è precisamente localizzabile, pervade il corpo. Non è solo un’energia che ci occorre per svolgere la vita terrena, ma siamo esattamente noi, un’anima con un corpo in prestito. Non a caso si dice, di un defunto, che ‘se ne è andato. Ma se il suo corpo è lì, sotto i nostri occhi, cos’è dunque che è andato? Quella luce è negli occhi, e tutti noi la possiamo riscontrare nei nostri e in quelli degli altri, animali compresi. Non si chiamano ‘animali’ a caso, ma proprio perché sono altre creature dotate di anima, qualunque sia la loro specie di appartenenza e il loro aspetto. Dobbiamo guardare ogni creatura vivente come un’anima con un corpo diverso dal nostro ma che percorre lo stesso cammino. Se cominciamo a farlo, cercando nei loro occhi quella luce, ce ne renderemo perfettamente conto e non vorremo più procurare loro alcuna violenza, né fare del loro corpo cibo per noi. Non vorremmo spezzare la loro vita impedendo alla loro anima di proseguire il cammino per mano nostra.

Questi occhi, di svariati animali, e poco importa chi siano. vanno guardati con profondità, per capire quanto essi abbiano la stessa luce che desideriamo riconoscere nei nostri occhi o in quelli di chi ci è più simpatico. Ce l’hanno tutti, quella luce, hanno tutti un’anima, il bene più prezioso, l’unico vero dono ricevuto. Davvero dobbiamo straziare i loro corpi?

Nutrire

UCCELLINI INVERNALI

Si chiama empatia e ci sarebbe da parlarne per ore, anche per tutte quelle volte in cui non è ben riposta negli altri. Quando, però, gli altri sono creature innocenti, allora è sempre ben indirizzata, perché genera gioia e felicità. La facoltà di accorgersi, di mettersi nei panni di ogni singola creatura di questo Pianeta, di immaginare i suoi bisogni e le sue difficoltà, è una dotazione che non tutti hanno mentre andrebbe sviluppata sin da bambini.

Durante i periodi freddi, gli uccellini selvatici hanno bisogno di una mano da parte nostra, di quell’uomo che ne riconosce l’utilità per mangiarseli o per chiuderli in gabbia. Ma cosa c’è di più bello nel preparare per loro delle palline da appendere agli alberi, anche in città, o ad un terrazzo, e di appostarsi per osservarli mentre vi si avvicinano poco alla volta, chiamandosi tra loro, mentre assaggiano timidi i primi semi? Un gesto del genere apre il cuore, ti fa sentire in alto, in quella dimensione in cui i soliti discorsi sui cenoni non vengono trattati, o le compere, o le vacanze ad ogni costo. Tutto questo non serve a nulla, non sposta nulla, nemmeno una virgola di felicità in più arriverà a te attraverso un acquisto o una festività qualunque. Nemmeno una vacanzina ai Caraibi (uno dei tanti cliché), perché sei sempre tu e non sono mai un luogo o una cosa a poterti rendere felice. Nutrire quegli esseri, ed osservarli mentre cinguettano salutandoti, invece si. Ti colma di gioia, senti di essere in loro, di volare con loro, di averli aiutati a superare quel freddo e di immaginare che potranno costruire i loro nidi e deporre le loro uova ancora una volta, senti di aver fatto davvero parte di un grande disegno in cui non ci sei solo tu.

Ho impiegato un’oretta circa ad appendere le palline su svariati rami di peri e di meli, mischiando le tipologie perché trovassero di tutto su ogni albero. Ho trascorso diverse ore mattutine ad osservarli, e la sensazione era sempre la stessa, di eternità, di trascendenza.

Ecco una ricetta facile per palline casalinghe:

  • Margarina

  • Biscotti secchi

  • Arachidi sgusciate (non salate)

  • Semi di girasole

  • Uvetta

Occorre dapprima sciogliere la margarina, sbriciolare i biscotti secchi e spezzettare un po’ le arachidi. Unire il tutto aggiungendovi semi e uvetta e versare in un barattolino di vetro. Non appena il composto si sarà solidificato, potrà essere levato dal vasetto e inserito in una reticella che potrà essere appesa.

Per gli uccelli granivori (passeri, fringuelli, cardellini), meglio una miscela di semi, come miglio, avena, canapa, frumento).

E’ poco, per stare bene? E’ molto. Si prova cosa significhi il termine ‘connessione’.

Nutrirsi

MENU' DI CARNE

Lo scopo non è quello di smettere di uccidere completamente, perché questo sarebbe impossibile, bensì ridurre al minimo le sofferenze inflitte ad altre creature mentre pensiamo a noi stessi e al nostro nutrimento. Vi sono moltissime ragioni per scegliere un’alimentazione vegetariana, e queste ragioni possono essere organizzate in un ordine gerarchico. Le illustro a partire da quella a mio avviso meno importante a quella, sempre a mio avviso, più importante.

3) SALUTE

E’ ormai arcinoto come, un’alimentazione vegetariana, possa ricondurre il nostro organismo al suo miglior funzionamento. Le proteine vegetali mantengono basso il livello di colesterolo e non intossicano quanto le proteine animali. La nostra conformazione dice che, a tutti gli effetti, i nostri apparati sono quelli tipici degli esseri che si nutrano di vegetali e frutta. Il fatto, poi, che si sia divenuti onnivori non è da interpretarsi con l’obbligo di mangiare carne, tantomeno per ragioni di nutrienti, ma alla possibilità di nutrirsi di carne all’occorrenza, quando impossibilitati a nutrirsi diversamente.

2) ECONOMIA

Carne e pesce nutrono pochi a spese di molti, e anche su questo ci sono moltissimi studi. Per allevare gli animali da macello, vengono utilizzate enormi quantità di foraggio e di acqua in un rapporto di 1:16: ci vogliono 16 chili di cereali per ottenere 1 chilo di carne. E’ possibile immaginare di essere attorno ad una tavola con 50 persone; nel piatto di una sola di loro troneggia una bistecca da 250 grammi, mentre tutti gli altri piatti sono vuoti. Ciò che le nazioni ricche fanno ai paesi poveri, per ottenere le enormi quantità di carne di cui si nutre, è di depauperare il loro territorio e saccheggiarlo per le grandi coltivazioni, restituendo in cambio l’immissione di pesticidi e la contaminazione delle acque. La scelta vegetariana appartiene quindi ai paesi del benessere, non è tutto il mondo a doversene preoccupare, ma noi si.

1) ETICA

Si macellano miliardi di animali all’anno, e le modalità sono agghiaccianti, anche quelle garantite dalla legislatura sotto la definizione di ‘benessere animale’. Basta entrare in rete e si può ormai visionare di tutto, la scusa del non sapere non può reggere. Bisogna a quel punto stabilire da che parte si voglia stare, se quella violenza faccia parte di noi, del nostro modo di concepire l’esistenza nostra e degli altri. Si tratta di decidere se vedere l’anima degli altri esseri oppure negarne l’esistenza. Se il loro dolore, le loro urla, siano il giusto prezzo per una cena, o un cenone, dato che siamo in zona festività, a base di carne o pesce.

L’ordine che ho scelto di dare alle tre ragioni più note, parte dal presupposto che la salute di ciascuno di noi sia anche una scelta personale. La ragione economica, invece, parte dal presupposto che un cittadino benestante, per il solo principio di volersi nutrire di carne o pesce, decida di mandare in rovina altre popolazioni, quindi un danno agli altri è da considerarsi più grave che un danno a noi stessi presi singolarmente. La ragione etica si discosta dalle due principali, e dunque si pone al vertice: a prescindere da quale sia la mia volontà, infliggere sofferenza e morte non è diritto di nessuno. La vita di chiunque è sacra.

C’è poi una quarta ragione che necessita di essere trattata a parte, ed è il karma e quale sia il rapporto tra cibo e spiritualità. Questa si pone all’origine di tutte, trascende anche la ragione etica pur facendola sua, ma necessita di un minimo di approfondimento e, soprattutto, nonostante sia la più importante, è piuttosto sconosciuta e non la si sente mai citare nei dibattiti. Invece, spiegata questa, tutti resterebbero zitti.

Buone Feste, pranzi e cene.

Poetica

PRATO

C’è una poetica del mattino. Recandomi a piedi alla stazione, lungo un percorso di un chilometro e mezzo, attraverso viali alberati e costeggio vasti prati. E incrocio persone osservandole con interesse. Alcune di loro, di buon’ora, escono per portare fuori il proprio cane. Vedo allora quell’uomo dall’aspetto un po’ burbero che attende amorevolmente che il suo piccolo cagnolino lo raggiunga, girandosi di tanto in tanto. C’è la donna anoressica con un minutissimo cane, anch’esso un po’ tale. Un’altra ha uno yorkshire tripode, che saltella con un’energia e un sorriso da cane stampato sul musetto. Mi fermo, con quella signora, e mi racconta che quel cane era destinato alla soppressione ma lei lo ha impedito e, dal profondo sud dove si trovava in vacanza, lo ha portato a vivere qui. All’andata, lui saltella da solo; al ritorno, lei lo porta in braccio per non farlo stancare troppo. Talvolta, queste persone con i cani si fermano e chiacchierano in gruppo; poche parole in attesa che i loro cani le raggiungano e si fiutino un po’. C’è una poetica in quei grandi prati, talvolta di erba alta, talvolta appena rasati, così come c’è una poetica nei lombrichi che escono sull’asfalto nelle giornate di pioggia; li scanso uno ad uno, e a volte mi fermo ad osservarne il movimento, o li salvo da morte certa raccogliendoli con un legnetto e posandoli sull’erba. C’è una poetica nei maestosi alberi che incrocio, fissi nel loro posto perenne; un giorno sono fioriti, un altro giorno sono verdissimi, e poi rosso fuoco, e ancora coi soli rami colmi di gelo. Li guardo sempre, saluto anche loro e mi accorgo di quanto tutto questo accompagni le mie giornate, le mie settimane, i mesi, gli anni. C’è una poetica nel giungere in stazione e guardarsi negli occhi. Non ci si conosce personalmente, ma ci si vede quasi sempre e, talvolta, ci si saluta con un cenno d’intesa. Sul treno, poi, c’è una poetica nell’alzare lo sguardo dal libro e guardare a volo d’uccello sulle teste di tutti: anime con la propria storia, ognuna impegnata nel cercare la stessa risposta. Invio i miei auguri di benevolenza a tutte loro, anche se urlano in treno, anche se spintonano o non ti lasciano sedere o leggere. Sono anime incerte, mi dico, e mi rimetto sul libro. C’è una poetica quando, giunta al lavoro dopo altri due mezzi, vedo volti noti da anni e scambio, non sempre, qualche parola. Si inseriscono anch’essi in un disegno generale, mi dico, e ci si continua ad incontrare giorno dopo giorno, ognuno parte della vita degli altri. 

Strage

CUCCIOLO DI CANGURO

Il più grande massacro di animali selvatici del pianeta è rappresentato dalla caccia commerciale dei canguri. Nessuno ne parla e, dunque, io ne parlo. Forse non ci è arrivata come invece ci arrivano altre notizie, quelle notizie su cui tutti scattano ad indignarsi sulla paginetta di Facebook, condividendo frasette di circostanza per poi dimenticarsene un nanosecondo dopo e continuare la propria vita in attesa di un’altra notizia, come l’acqua alta a Venezia che ha messo a dura prova quella città e quelle opere che, in ogni caso, se sparissero non comporterebbe alcun danno ai molti del mohito, non siamo ipocriti. Verrebbe raso al suolo tutto per concepire un’enorme piscina, già me la vedo.

La caccia ai canguri, dicevo, è finalizzata in piccola parte ad ottenere la loro carne, poco utilizzata in occidente, e in enorme parte per le loro pelli. Il canguro, peraltro, ha iniziato ad essere considerato un antagonista delle greggi di pecore australiane, con le quali condivide gli stessi pascoli, sin dal 1800. Fu allora che le pecore furono portate in Australia, mentre i canguri vi vivevano da milioni di anni. Eccolo, l’uomo che non si smentisce mai: colonizza come vuole e stermina chi era già lì. L’importante è commerciare una qualsiasi cosa, l’importante è il denaro a qualunque costo.

Si stima che ogni anno muoiano circa 200.000 cuccioli deambulanti e 500.000 cuccioli ancora nel marsupio. La morte avviene tramite colpi di bastoni alla testa o per fame, dopo che le loro madri sono state esse stesse uccise. E’ quindi una modalità che ricorda la cruenta caccia alle foche canadese, nei confronti della quale però il mondo si era fatto un po’ sentire. Qua nulla.

Le specie cacciabili sono: Macropus rufus (Canguro Rosso), Macropus Giganteus (Canguro Grigio Orientale), Macropus fuliginosus (Canguro Grigio Occidentale) e Macropus robustus (Wallaroo Comune o Euro).

Proviamo ora a indovinare qual è il principale paese europeo importatore di pelli di canguro. Esatto: l’Italia.

Attraverso la sua ‘eccellenza’, perché evidentemente l’eccellenza se ne infischia delle stragi, importa pelli di canguro da utilizzarsi soprattutto in ambito sportivo o nell’abbigliamento di fascia medio-alta. Abbiamo così una strage di animali selvatici per contribuire ad ampliare il prodotto in ambito calcistico (scarpe) e motociclistico (tute) che, onestamente parlando, rendono le persone dei perfetti idioti. Non c’è nemmeno, quindi, un equilibrio tra il sacrificio richiesto e ciò che vi si ottiene. Neanche a dirlo, tutte le aziende contattate per far sapere cosa ci sia dietro a questo commercio, non erano assolutamente a conoscenza della violenza perpetrata. Forse, quei geni che noi consideriamo tali perché tengono in piedi delle aziende che ci danno la grande opportunità di vivere di immagine, e per questo non finiremo mai per ringraziarli, sono convinti che i canguri desiderino cedere spontaneamente la propria pelle, o che questa sia coltivata in un campo.

Doppiamente idioti, quindi, sia perché la loro ignoranza è un problema serio per l’umanità intera, sia perché dalle loro menti non potranno che restituire un prodotto di utilità pari a zero. Queste aziende si limitano a constatare, sempre che lo facciano, che quanto importato sia a norma di legge. Non hanno quindi una coscienza e vogliono che nemmeno il consumatore ce l’abbia.

Quali sono queste aziende illuminate?

Settore sportivo:

Calcio: Diadora, Lotto, Pantofola D’oro, Danese

Motociclismo: Dainese, Ducati, Gimoto, Alpinestars, Vircos

Settore abbigliamento:

Versace, Ferragamo, Prada (questa non manca mai)

Settore calzaturiero:

Moreschi, Moma, Fabi

Che dire, quindi? E’ questo che vogliamo essere, dei meri consumatori ingozzati di merce che pagano il prodotto tre volte, per l’oggetto in sé, per la strage compiuta al creato, per la presa in giro che ci rifilano?

Ognuno tragga le proprie conclusioni.

Piccolo angelo

CANE - SGUARDO

Un amico per la vita, un protettore fedele. Ci osserva, il nostro cane, ci fiuta, percepisce quando qualcosa non va. E’ un terapeuta emozionale e un dispensatore energetico. Come tutti gli animali che entrano nelle nostre case, svolge una missione spirituale ed è qui per assorbire le nostre energie negative e donarci le sue in cambio. Tutti i giorni, con costanza, con lealtà, non chiedendo nulla per sé. E’ lui a sceglierci, non noi. Ci ha scelto al primo sguardo e ci ha chiesto di entrare nella nostra vita, desiderando giocare ed essere accarezzato da noi e da nessun altro; sa dove stiamo andando e conosce l’intero percorso. Per noi ha un riguardo speciale, si sente un nostro compagno per l’intera vita. La sua fedeltà è sconosciuta all’uomo, che fa solo per avere qualcosa in cambio. E’ l’uomo, che seduce per ottenere vantaggi, il cane no. Conosce la virtù e ce la mostra tutti i giorni; sta a noi di voler essere come lui. Il suo è un amore nobile e puro, gli bastano cinque minuti del nostro tempo, uno sguardo, una parola, e si scioglie di benevolenza nei nostri confronti. Non sente il bisogno di possederci, ci lascia liberi aspettando sempre. Ci guarda, mentre facciamo altro, e attende, in qualunque situazione; il suo è un amore incondizionato, non dipende da qualcosa, non dipende da qualcuno, non dipende da nulla. Per lui, possiamo essere belli o brutti, giovani o vecchi, intelligenti o no, vestiti all’ultima moda o sembrare degli straccioni. Non è ciò che guarda, non è ciò che pretende. Ci legge l’anima, oltre gli abiti, oltre il pensiero, oltre il carattere. Se lo sgridiamo, ci ama allo stesso modo. Anzi, di più, perché comprende ciò che siamo, conosce la nostra storia anche se è appena arrivato. Morirà prima di noi, forse, ma si reincarnerà in un nuovo corpo di cane e aspetterà di incrociare di nuovo il nostro sguardo. Ci aspettava, come noi aspettavamo lui, un altro cane ma la stessa anima. Cercherà sempre di starci vicini, di fornirci un mezzo per stare bene mettendoci alla prova tutti i giorni. E’ qua per noi e per aiutare il nostro cammino. Piccolo angelo…

Tauromachia

Era stato anche pubblicato un libretto, in Spagna, sulle ’50 ragioni per difendere la corrida’ (Francis Wolff). Di seguito, alcuni passaggi che ho tradotto dall’edizione francese.

Sulla Tortura
La corrida non ha, come obiettivo, di uccidere il toro.
La corrida ha, come fondamento, il combattimento del toro, senza di esso la corrida perderebbe di senso. Il secondo fondamento è l’impegno del torero, che deve affrontare il toro mettendosi lui stesso in pericolo di morte. Il toro combatte ripetendo i suoi attacchi: il combattimento è il contrario della tortura. Parlare di tortura, a proposito della corrida, è un insulto nei confronti di tutti i supplizi presenti nel mondo.
Sulla Sofferenza
Secondo gli studi sperimentali del Professor Illera del Portal, il toro soffre sia per il suo ingresso che per la sua uscita dall’arena (stress). Produce beta-endorfine e neurormoni che anestetizzano il dolore e provocano un’aggressiva eccitazione. Di conseguenza, il toro non reagisce alle ferite per la perdita di sangue ma per l’attacco. Se il toro combatte è dunque perché agisce conformemente alla sua natura. La corrida è un combattimento ineguale (il toro deve morire, è la rappresentazione della superiorità dell’intelligenza umana sulla forza bruta dell’animale), ma è necessario che tale combattimento sia leale (il toro deve avere delle armi: la sua possenza, le sue corna, che gli permettono di uccidere l’uomo).
Sulla Morte del toro
Rispetto alla morte disonorevole degli animali nei macelli industriali, la morte del toro nell’arena ha luogo durante un rito rispettoso. Il toro è ucciso per ragioni simboliche (l’animale vinto dall’uomo deve morire), etiche (la messa a morte è l’atto più rischioso per l’uomo), estetiche (una stoccata riuscita conclude l’opera del matador). Durante la corrida, il toro è combattuto con rispetto e non abbattuto come una bestia nociva o frettolosamente come una semplice macchina da carne. L’etica della corrida richiede che l’uomo non si consideri in diritto di uccidere il toro se non per pericolo della sua propria vita Il toro da corrida è considerato come un individuo singolare dotato di nome proprio e lignaggio, di lui si ammirano la sua bellezza e la sua combattività. Ciò che è conforme alla natura selvaggia e ribelle del toro è una vita libera e una morte nel combattimento. E’ una sorte molto più invidiabile che non quella di un manzo da macelleria.

TORO

Ci sono fortissime pressioni, in Europa, per far chiudere la pratica della corrida, finanziata dalla Comunità Europea. Gli spagnoli sono particolarmente esperti in pratiche culturali che hanno per oggetto il martirio di animali, ma la corrida è diffusa anche nel Sud della Francia, in Portogallo, in America Latina. Scandaloso che vi partecipi il Ministro francese per l’Agricoltura con incarico al benessere animale (terzo della fila). Scandaloso che, nonostante quasi il 90% dei francesi si dichiari contrario alla corrida, questo Ministro scelga, come figura pubblica, di assistervi sbattendosene del sentimento della sua nazione. E con lui Vip e Cardinali.

MINISTRO

Il 6 di ottobre p.v., si terrà un’importante manifestazione anti corrida a Parigi e mi piacerebbe molto andarci, perché questo è un tema su cui non intendo risparmiarmi. In Francia, la mobilitazione riguarda anche la richiesta di vietare per legge l’accesso alla corrida da parte di minori e l’abolizione delle scuole di tauromachia, nelle quali vi partecipano bambini a partire dai 7 anni, prossimi psicopatici in libera circolazione. Se non si comprende che la mancanza di empatia verso qualunque altra creatura, e il desiderio di spargere il sangue di un innocente, non può essere considerato normale in un bambino, come in un adulto, ed è questo anche un rischio per l’umanità stessa e per la collettiva soglia di sopportazione della violenza, cosa ne sarà di noi?

SCUOLA CORRIDA 3

SCUOLA CORRIDA 4

SCUOLA CORRIDA 2SCUOLA CORRIDA

Se si guarda negli occhi questi giovani tori, si può non provare nulla?

Fortunatamente, in alcuni uomini avviene un cambio di coscienza, come all’ex torero D. Alvaro Mùnera. Ecco una sua intervista:

Il torero animalista

gabrielecruciata / 25/03/2015

Alvaro Mùnera era un astro nascente della corrida colombiana. Quando aveva diciassette anni fu portato in Spagna da Tomás Redondo, manager del celebre José Cubero “El Yiyo”. E qui vi rimase fino al 22 settembre del 1984. Quel giorno Alvaro aveva appena diciotto anni, ma lo ricorda molto bene: «Un toro afferrò la mia gamba sinistra e mi gettò in aria». A seguito della caduta il torero riportò una lesione del midollo spinale che non gli ha mai più consentito di camminare. Ma quel 22 settembre fu solo l’inizio del cambiamento per Alvaro.

Il torero andò a curarsi negli Stati Uniti, dove si trovò per la prima volta faccia a faccia con una cultura intollerante nei confronti della tauromachia. «Ciò che mi ha reso contro la corrida e mi ha portato a difendere gli animali non fu l’incornata in sé. Forse se avessi proseguito in Spagna avrei continuato ad essere in favore delle corride», spiega Alvaro, «Piuttosto fu l’aver vissuto il mio periodo di riabilitazione in un Paese che non concepisce che la gente si diverta torturando gli animali, che ci vede come un popolo arretrato, a farmi rendere realmente conto che quello che avevo fatto era stata una barbarie assoluta».

Ciò che mi ha reso contro la corrida e mi ha portato a difendere gli animali non fu l’incornata in sé. Forse se avessi proseguito in Spagna avrei continuato ad essere in favore delle corride. L’esperienza statunitense ha cambiato radicalmente l’animo dell’ex torero, ormai obbligato su di una sedia a rotelle. Alvaro Mùnera oggi è un convinto detrattore della corrida e un agguerrito sostenitore dei diritti degli animali. «E’ stato Dio a indicarmi la giusta via» – racconta Alvaro – «Quando avevo 14 anni uccisi una giovenca in stato di gravidanza. Vidi come le estraevano il feto dal grembo, e vomitai fino all’esaurimento. Ma il mio agente mi diede una pacca sulla spalla e mi disse: “Tranquillo, diventerai una figura di prim’ordine delle corride, questi inconvenienti sono parte del lavoro”. Poco prima di partire per la Spagna uccisi un toro che in punto di morte sembrava chiedermi pietà, con tutti i suoi organi interni che fuoriuscivano dalle ferite che io stesso gli avevo inferto. Ma neanche lì mi fermai. Poi vi fu l’incidente, e finalmente capii».

L’obiettivo che Alvaro si è posto è quello di far capire alla gente quanto la corrida sia degradante e motivo di sofferenza per i tori. Secondo la World Society for the Protection of Animals ogni anno 250mila tori perdono la vita nelle corride di tutto il mondo. Gli interessi economici che muovono questo tipo di spettacolo sono enormi: latifondisti, allevatori ed agenzie turistiche premono affinché la corrida continui ad essere al centro della tradizione spagnola.

Nel 2010 alcuni esponenti del Partito Popolare hanno proposto di elevarla a “bene di interesse culturale” della Spagna. I partiti che tradizionalmente oppongono maggiore resistenza alla corrida sono quelli legati alla sinistra. Cinque anni fa il celebre fisico  Jorge Wagensberg ha partecipato ad un dibattito contro la tauromachia tenutosi all’interno del parlamento catalano di Barcellona. «Il toro» – ha spiegato il fisico – «muore affogato nel proprio sangue. La punta della spada cerca il cuore, attraversando i polmoni». Wagensberg ha poi concluso sostenendo che «Non è ammissibile uno spettacolo che si basa o richiede la sofferenza di un essere vivente». Per la prima volta nella storia della Spagna il massacro dei tori è stato messo in discussione a livello istituzionale. La Catalogna ha bandito la corrida a partire dal 1 gennaio 2012, ma un anno più tardi Madrid l’ha elevata a “Patrimonio Culturale Spagnolo”.

La corrida si tiene anche nel sud della Francia e in quei Paesi dell’America Latina in cui l’impronta spagnola è stata più forte. Le proteste degli animalisti e della società civile sono arrivate anche lì. Nel 2012 le autorità dell’Ecuador hanno dovuto annullare la corrida nella capitale Quito a seguito di forti polemiche bipartisan, e nello stesso anno a Lima si è tenuto un flashmob di animalisti peruviani che si opponevano alla violenza sui tori.

Nell’agosto del 2013 Cristophe Leprêtre, presidente dell’associazione Animavie, ha organizzato un digiuno di tre settimane per protestare contro la corrida di Minimizan, nel sud della Francia. A suo dire «Il 99% dei francesi è contrario a questo spettacolo arcaico e desueto». In Europa – oltre a Spagna e Francia – anche il Portogallo consente lo svolgimento di corride, nelle quali tuttavia il toro non viene ucciso, ma domato. Lo spettacolo è simile ai rodei statunitensi.