Categoria: PERSONE
Esenin
Non sento parlare di poesia; non sento mai che essa sia trattata nei circoli, nei bar, tra la gente comune come un tempo avveniva. Non sento più che i versi siano letti e discussi nelle case, di sera, attorno a un fuoco, o sdraiati su un prato guardandosi negli occhi. Di fronte al mare d’inverno, o ad una luna piena, è ciò che più desidero sia letto e recitato a me da un amico caro, o da un amore sincero.
Le poesie di Sergéj Aleksàndrovic Esenin, meravigliose, sono di una sensibilità elevatissima. Ne propongo cinque. Trovo che una raccolta di poesie di questo grande poeta russo sia, per me, il più bel regalo di San Valentino. Un regalo deve assomigliarci, deve partire da chi ci ha visto dentro, e in questi temi io mi ritrovo, cominciando dalla prima, che è famosissima e struggente, quanto le altre che ho scelto.
La ballata della cagna
Al mattino nel granaio
dove biondeggiano le stuoie in fila,
una cagna figliò sette,
sette cuccioli rossicci
Sino a sera li carezzava
pettinandoli con la lingua
e la neve disciolta colava
sotto il suo caldo ventre.
Ma a sera, quando le galline
si rannicchiano sul focolare,
venne il padrone accigliato,
tutti e sette li mise in un sacco.
Essa correva sui mucchi di neve,
durando fatica a seguirlo.
E così a lungo, a lungo tremolava
lo specchio dell’acqua non ghiacciata.
E quando tornò trascinandosi appena,
leccando il sudore dai fianchi,
la luna sulla capanna le parve
uno dei suoi cuccioli.
Guardava l’azzurro del cielo
con striduli guaiti,
ma la luna sottile scivolava
e si celò nei campi dietro il colle.
E sordamente, come quando in dono
le si butta una pietra per giuoco,
la cagna rotolò i suoi occhi
come stelle d’oro nella neve.
Io ricordo
Io ricordo, o amata, ricordo
Lo splendore dei tuoi capelli,
Senza gioia, con pena
Mi toccò abbandonarti.
Ricordo le notti autunnali,
Il fruscio dell’ombre di betulla.
Fossero stati più brevi i giorni allora
Più a lungo per noi avrebbe avuto splendore la luna.
Ricordo, tu mi dicevi:
‘E tu, o amato, con un’altra
Mi dimenticherai per sempre?’
Oggi il tiglio in fiore
Ha rinnovato i sentimenti,
M’ha ricordato come teneramente
Spargevo di fiore le ciocche ricciute.
E il cuore che mai
Non scema d’ardore
Tristemente amando un’altra,
Come tu fossi la novella preferita,
Con un’altra ti ricorda.
Noi adesso ce ne andiamo a poco a poco
Noi adesso ce ne andiamo a poco a poco
verso il paese dov’è gioia e quiete.
Forse, ben presto anch’io dovrò raccogliere
le mie spoglie mortali per il viaggio.
Care foreste di betulle!
Tu, terra! E voi, sabbie delle pianure!
Dinanzi a questa folla di partenti
non ho forza di nascondere la mia malinconia.
Ho amato troppo in questo mondo
tutto ciò che veste l’anima di carne.
Pace alle betulle che, allargando i rami,
si sono specchiate nell’acqua rosea.
Molti pensieri in silenzio ho meditato,
molte canzoni entro di me ho composto.
Felice io sono sulla cupa terra
di ciò che ho respirato e che ho vissuto.
Felice di aver baciato le donne,
pestato i fiori, ruzzolato nell’erba,
di non aver mai battuto sul capo
gli animali, nostri fratelli minori.
So che là non fioriscono boscaglie,
non stormisce la segala dal collo di cigno.
Perciò dinanzi a una folla di partenti
provo sempre un brivido.
So che in quel paese non saranno
queste campagne biondeggianti nella nebbia.
Anche perciò mi sono cari gli uomini
che vivono con me su questa terra.
Sono un pastore
Sono un pastore; le mie case sono
le sponde delle pianure ondeggianti,
I pendii per le verdi colline
Con le grida stridenti di beccacce.
Intessono un pizzo sopra il bosco
Di schiuma dorata le nubi,
Nel calmo dormiveglia sul tetto
Sento il fruscio leggero della pineta.
Alla sera splendono verdi
I pioppi umidi.
Sono pastore; le mie case si trovano
Nella verzura dolce delle pianure.
Parlan con me le mucche
Assentendo con la testa
Le foreste profumate
Coi rami chiamano il fiume.
Dimentico dell’umano dolore,
Dormo sulla ramaglia
Prego nei tramonti purpurei,
Mi comunico presso il ruscello.
Arrivederci, amico mio, arrivederci
Arrivederci, amico mio, arrivederci.
Tu sei nel mio cuore.
Una predestinata separazione
Un futuro incontro promette.
Arrivederci, amico mio,
senza strette di mano, senza parole,
Non rattristarti e niente
Malinconia sulle ciglia:
Morire in questa vita non è nuovo,
Ma più nuovo non è nemmeno vivere.
Capitale Umano
Non ho mai capito bene a cosa serva la statistica, dato che poi non mi ritrovo mai in alcuna classificazione generale; e non si sa bene perché l’Istat senta il bisogno di calcolare qualsiasi cosa, e di stabilire ad esempio che l’uomo è un capitale misurabile. E come è misurabile un essere umano, secondo l’Istat? In base alle virtù che ha o che sviluppa durante la sua vita? Che so, perché magari è una persona generosa, che dona agli altri e li fa crescere? Oppure perché è tollerante verso il prossimo, o paziente, o perché è riflessivo e saggio, o ancora perché è puro, semplice, umile, una persona degna di fiducia? Perché, attraverso le sue virtù egli lascia un segno nel prossimo, un segno del suo passaggio, portando conforto a qualcuno, oppure donando se stesso o semplicemente amando? Perché è rispettoso della natura, conosce e rispetta gli altri oltre che se stesso, non scende a compromessi ed è colmo di dignità?
No, il capitale umano per l’Istat altro non è (ovviamente) che la capacità che un tizio ha di generare reddito. Punto. Ecco l’uomo per questi signori che stabiliscono, letti da tutti come nemmeno un libro sacro, cosa valga la nostra stessa vita. Per calcolare tale idiozia, si considerano:
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I costi dell’istruzione
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La capacità di generare reddito
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La performance educativa
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Le competenze cognitive
Ora, premesso che se questo bastasse ci troveremmo di fronte a persone, in Italia, di uno spessore assoluto ed io sola non me ne sarei accorta, non mi pare si debba essere dei geni per stabilire che i costi dell’istruzione e le performance di qualsiasi tipologia, tutte appartenenti al nostro insano concetto di valutazione di una persona, non possano in sé determinare alcuna informazione significativa. Conosciamo tutti dei personaggi laureati nelle migliori Università provvisti di enorme povertà di spirito oltre che di cultura (vera); conosciamo tutti persone di grande capacità di reddito che, come nessuno, sanno camminare letteralmente sopra gli altri, totalmente privi di empatia e di rimorso (io ne ho conosciuti diversi). Lo studio sul capitale umano dell’Istat, presente in rete, è di una tristezza assoluta almeno quanto tristi sono gli ‘esperti di tristezza’ che lo hanno scritto. Mi piacerebbe incontrarne uno di loro e chiedergli se abbia mai pensato di fermarsi a riflettere su quale sia l’utilità vera delle sue formule teoriche. Per l’Istat, il tempo libero è ciò che viene sottratto al lavoro, in un’accezione quindi distorta che vorrebbe l’uomo come bestia da soma per poter dire di esistere e di essere degno di calcolo. Si esiste se si lavora, si ha un valore se ciò che siamo è monetizzabile. Va da sé, quindi, che se uno non lavora non può essere un capitale, in quanto i valori a lui attribuibili sarebbero pari a zero. Ma anche avere un lavoro, alla fine, e permettere a questi di stabilire che il capitale umano medio è di 342.000€, ci rende felici? Oppure, come è capitato a me, ci imbarazza perché non sappiamo cosa realmente sia, quel valore, e vorremmo dire che siamo molto più di quello, e che non siamo monetizzabili, e che il nostro contributo è assai più elevato e non vale del denaro? Ma perché questi istituti non chiudono i battenti e non lasciano che l’essere umano stabilisca da sé quale sia il suo valore?
Quattro livelli
Quando qualcuno dice di conoscermi, e magari aggiunge anche ‘bene’, mi lascia sempre perplessa. Comincio ad entrare in paranoia e, dialogando con me stessa, gli dico che, caro mio, non solo non mi conosci né mai mi conoscerai vivessimo insieme anche per cento anni, ma sono io stessa a dover fare uno sforzo quotidiano per avvicinarmi appena un poco alla conoscenza di me, per poi allontanarmene ogniqualvolta il mondo materiale mi richiama da qualche parte. E questo vale per tutti. E’ piuttosto assodato che nessuno possa realmente conoscere l’altro, e ancor meno lo conoscerà vivendoci assieme. Sembrerebbe un paradosso, ma è così. Vivendo con un’altra persona, coniuge, convivente, parente che sia, si assumono dei ruoli sin dall’inizio che partono in sordina per poi venire rafforzati e portati avanti a lungo divenendo ulteriori abiti che non possiamo togliere senza scardinare qualcosa. Più a lungo si resta in quel rapporto e più ci si allontana l’uno dall’altro, in quanto ogni essere umano non è mai la stessa persona di anno in anno, di esperienza in esperienza, di pensiero in pensiero. Qualcuno forse si salva, prova una vera connessione, ma credo rappresenti lo zero virgola dell’umanità intera. Talvolta viviamo interiormente dei drammi senza lasciar trapelare nulla all’esterno; in certe fasi della nostra vita affrontiamo delle vere e proprie mute, cedendo la pelle precedente e indossandone un’altra completamente nuova senza che l’altro se ne sia nemmeno accorto. E quand’anche avessimo desiderio di raccontare chi siamo ora, scopriamo che è troppo tardi e che l’altro è rimasto su quel binario dall’inizio mentre tu, per varie vicissitudini, su quel binario non ci sei più. Condividere un appartamento nulla ha a che vedere con la condivisione del proprio percorso personale, anche se si avessero le migliori intenzioni e anche se si condividesse tutto il tempo libero, tutti i discorsi fatti in casa, qualunque vacanza. Il percorso personale si chiama così perché è personale e non di coppia, ma non è facile da comprendere. Nessuno di noi è nato per stare in coppia, ma per raggiungere i propri traguardi.
In questo schema, sono riportati i quattro livelli della persona.

Il Sé fisico è rappresentato dal proprio aspetto esteriore (il vestito dell’anima, per intenderci): ognuno di noi è alto o basso, ha gli occhi chiari o scuri, determinati lineamenti, utilizza certe gestualità, ha una certa voce, ecc.
Il Sé sociale racchiude invece il nostro comportamento e la personalità.
Quando qualcuno dice di conoscerci, allude in genere al fatto di conoscere non solo il nostro aspetto, magari anche ad un livello più intimo, ma di conoscere il nostro carattere e la nostra personalità. Ebbene, questi due ‘sé’ rappresentano solo il 10% dell’essere umano. E’ dunque impossibile che, un solo 10%, determini una conoscenza e, in pratica, nessuno di noi conosce in realtà nessun altro limitatamente a questi due livelli.
C’è poi il sé emotivo, rappresentato dagli umori, dalle nostre personali risposte alla realtà che ci circonda, ai fenomeni della vita materiale; è ciò che proviamo con le persone e con le circostanze e come lo interpretiamo. Riportando il discorso al tema della coppia, ma anche familiare in senso più allargato, il sé emotivo è spessissimo tenuto nascosto ai conviventi perché è quell’angolo di noi in cui si trovano i buoni o i cattivi sentimenti, le emozioni superficiali o quelle più profonde che appartengono solo a noi. Non è qualcosa che vogliamo togliere all’altro, ma è piuttosto qualcosa che intendiamo custodire e analizzare, e la possibilità che l’altro sappia leggerci dentro come un libro aperto dipende, appunto, da lui e non da noi.
L’80% del sé è spirituale, attiene all’anima ed è ciò che è più ignoto di noi agli altri e spesso anche a noi stessi, a meno di intraprendere un percorso in tal senso cominciando da un’opera di graduale distacco dagli altri sé. Questo può comportare un profondo stravolgimento ed anche l’allontanamento di chi, pensando di conoscerci, non ci conosce affatto.
Macachi
Per ben 11 interi anni, 9 macachi sono stati utilizzati per testare la risposta immunologica agli attacchi di agenti infettivi (spesso generati dall’ignoranza umana); alla vigilia di Natale, questi macachi sono stati liberati e portati al Centro di Recupero di Semproniano. 11 anni dei 20 di longevità media. Mi rendo conto che questo sia un argomento verso il quale pochi si interessano. Soprattutto, è meglio pensare al calcio, andare al mare perché c’è il sole, pianificare vacanze su vacanze, postare su Facebook i piatti dei vari ristoranti e farsi gli aperitivi Ma questa sofferenza c’è, è lì in qualche sotterraneo anche mentre si controlla lo smartphone. Queste creature, sono nate per questo? E’ nella loro natura di essere catturate ed estirpate dal loro habitat, e immobilizzate in queste poltrone dell’orrore per poi infierire sulle loro vite e sulla loro psiche, ritenendo di poterlo fare? In virtù di quale diritto?
Occorre mettersi in testa che il credo per cui la sperimentazione animale sia necessaria è assolutamente falso, e non solo perché la risposta agli esperimenti dà spessissimo risultati diversi che nell’uomo, questo a me onestamente poco interessa, ma piuttosto perché la violenza verso un essere vivente è eticamente inaccettabile. Il che significa che il principio sacro alla vita e al rispetto della stessa, di chiunque, si pone ad un livello più alto di qualunque considerazione successiva. I farmaci ci curerebbero? Non è così, sappiamo bene (almeno spero tutti sappiano) che l’industria farmaceutica è potentissima e ha come missione di ricavare fiumi di denaro dalla persistenza delle malattie, non dalla loro cura né prevenzione. Ci vogliono malati, vogliono che si creda di esserlo anche se non lo si è, per inocularci qualunque schifezza e renderci dipendenti dalla loro chimica. Prodotti su prodotti, tutti con lo stesso principio attivo, vengono sperimentati in continuazione da molte aziende in concorrenza tra loro. La ricerca di ognuna è rivolta ad acquisire un mercato sempre più vasto, non a ridurre al minimo la sofferenza. Se non fosse così, a livello planetario circolerebbe un solo farmaco per principio attivo, non centinaia. E tutta la chimica con cui ci sommergono, genera morte prima, durante e dopo.
Basta guardare questi macachi, simili peraltro a noi stessi, con le loro espressioni attonite e fiduciose, ignari del male che siamo in grado di arrecare con un ghigno satanico. Basta guardare le loro mani aggrappate alle sponde, io lo trovo agghiacciante.

La battaglia successiva, condotta dalla LAV negli ultimi mesi, si è rivolta verso i 6 macachi che, presso l’Università di Torino, stavano per essere resi ciechi per un esperimento sui deficit visivi (per poi essere uccisi, dato che si sarebbe trattato di un esperimento invasivo e doloroso al cervello). La battaglia è stata serrata, le azioni mirate e personalmente mi sento sempre onorata di parteciparvi. La Lav ha vinto la causa al Consiglio di Stato, e l’esperimento non verrà condotto; era già stato dimostrato che lo stesso esperimento, condotto in diversi altri stati, non aveva portato risultati (ma, torno a dire, a me questo poco importa). Evidentemente, però, l’uomo mira alla gloria attraverso la sofferenza altrui. Ora che la LAV è stata denunciata per diffusione di documenti segreti (capirai), le 429.000 persone che hanno lottato perché ai macachi non fosse fatto nulla sono (siamo) pronte a difendere la decisione ad oltranza.
Ecco, forse non si libera il mondo dalla violenza, ma il mio discernimento tra il bene e il male ce l’ho chiaro. La coscienza pure. Quella, poi, è molto chiara.
Memoria

Arrivo tardi per parlare del Giorno della Memoria, ma non sono in ritardo per parlare di memoria. La memoria di chi siamo, di chi eravamo, la memoria dei simboli potentissimi dell’umanità come la svastica. Un giorno un tizio se l’è presa, l’ha reinterpretata agganciandola ad orrori e nefandezze, e l’intera società occidentale l’ha seguito nella memoria.
La svastica, però, è un simbolo antichissimo, di grande potenza spirituale che nulla ha a che vedere con ciò a cui, ultimamente, si allude. Direi che andrebbe reinsegnata nelle scuole, là dove Dio è scomparso. Andrebbe spiegato che la svastica era presente nella Preistoria, a Babilonia, in Grecia, nella valle dell’Indo. E’ utilizzata nell’Islam, nel Buddismo.
Nell’Induismo è largamente diffusa con significato devozionale legato al ciclo del tempo (la ruota con i suoi bracci) e alla raffinatissima astrologia vedica.
Sv (bene) + asti (sono, sto) + ka (piccola cosa, è un diminutivo): PICCOLA COSA CHE PORTA BENE
Non è simbolo di morte ma tutt’altro, è il simbolo per eccellenza di fertilità e di vita. Si trova sulle facciate dei templi sacri, sugli oggetti dei nativi americani. Si trova anche nei pavimenti a mosaico a Betlemme, nella Basilica di Sant’Ambrogio a Milano.
Nella spiritualità induista, la svastica è un simbolo di grande auspicio ed è chiamata anche Ganesh, il deva a cui tutti gli induisti si affidano prima di intraprendere un’azione, un lavoro o un un’attività. Simboleggia l’essere stabili nella propria conoscenza, nella propria consapevolezza (di anime felici).
Se le grandi civiltà hanno riempito il mondo di svastiche, ebbene dovremmo tutti reclamare il diritto di guardare a quel simbolo per la sua potenza rigeneratrice, per la connessione che ci offre con noi stessi, e riportare ordine ai significati veri, quelli che ricollocano l’uomo alla sua vera altezza, alla sua vera aspirazione.
Il simbolo della svastica è disegnato all’inizio di un libro contabile, e poi alla sua fine, e all’inizio e alla fine di ogni compito. Così, ci si augura di svolgere bene le proprie attività e che esse ci portino fortuna e risultino ben condotte. Di fronte al suo vero significato, quindi, le nostre case potrebbero ospitare una svastica che sia di buon auspicio per tutti, e rifiutarci di cederla agli orrori degli ultimi tempi; forse varrebbe come riscatto più dei molti discorsi in tv.
La luce negli occhi
Un gruppo di esperti si era riunito, nel lontano 1972, a Windsor, nell’Ontario, per discutere i problemi connessi al tentativo di definire quale sia l’esatto momento della morte, cioè quale elemento più di altri determini quell’istante. Tra i membri del gruppo, oltre che un giudice della Corte Suprema ed altre importanti personalità, vi partecipava il Dott. Wilfred G. Bigelow, cardiologo di fama mondiale. Il dottor Bigelow, sosteneva l’esistenza dell’anima e incoraggiava una ricerca sistematica per determinare cosa sia e da dove provenga. Per lui, la questione rivestiva enorme importanza nell’era dei trapianti, perché l’espianto di cuore e di altri organi viene effettuato sui donatori la cui morte è inevitabile ma non ancora accertata. Bigelow disse che i suoi trentadue anni di pratica chirurgica gli avevano tolto ogni dubbio sull’esistenza dell’anima, avendo lui stesso osservato misteriosi cambiamenti nell’esatto passaggio dalla vita alla morte. Uno dei più visibili, è l’improvvisa assenza di luce negli occhi, che diventano improvvisamente opachi e spenti.
L’anima, che non è precisamente localizzabile, pervade il corpo. Non è solo un’energia che ci occorre per svolgere la vita terrena, ma siamo esattamente noi, un’anima con un corpo in prestito. Non a caso si dice, di un defunto, che ‘se ne è andato. Ma se il suo corpo è lì, sotto i nostri occhi, cos’è dunque che è andato? Quella luce è negli occhi, e tutti noi la possiamo riscontrare nei nostri e in quelli degli altri, animali compresi. Non si chiamano ‘animali’ a caso, ma proprio perché sono altre creature dotate di anima, qualunque sia la loro specie di appartenenza e il loro aspetto. Dobbiamo guardare ogni creatura vivente come un’anima con un corpo diverso dal nostro ma che percorre lo stesso cammino. Se cominciamo a farlo, cercando nei loro occhi quella luce, ce ne renderemo perfettamente conto e non vorremo più procurare loro alcuna violenza, né fare del loro corpo cibo per noi. Non vorremmo spezzare la loro vita impedendo alla loro anima di proseguire il cammino per mano nostra.
Questi occhi, di svariati animali, e poco importa chi siano. vanno guardati con profondità, per capire quanto essi abbiano la stessa luce che desideriamo riconoscere nei nostri occhi o in quelli di chi ci è più simpatico. Ce l’hanno tutti, quella luce, hanno tutti un’anima, il bene più prezioso, l’unico vero dono ricevuto. Davvero dobbiamo straziare i loro corpi?
Altri mondi
Nel 1961 l’astronomo e astrofisico Frank Drake sviluppò l’equazione che prese il suo nome.
Dunque vediamo:
Se
R* – è il tasso di formazione stellare nella Via Lattea
fp – la frazione di tali stelle che possiede pianeti
ne – il numero medio di pianeti (o satelliti) per sistema planetario che presentano condizioni potenzialmente compatibili con la vita
fl – la frazione di essi che effettivamente sviluppa la vita
fi – la frazione di essi che effettivamente sviluppa vita intelligente e fc – la frazione di essi che è in grado e decide di comunicare
L – la durata media della fase comunicativa di ognuna di queste civiltà
Otteniamo che, applicando questa famosa equazione alla nostra sola galassia, potrebbero esserci almeno 23 civiltà extraterrestri in grado di comunicare con noi.
Ma successivamente a quegli anni, questa controversa equazione è stata ricalcolata più e più volte, fino a stabilire che le civiltà potrebbero essere addirittura oltre 4.000.
E allora perché, come ebbe a notare Fermi, nessuna di esse entrerebbe in contatto con noi? Personalmente credo che la risposta non stia nella scienza (tanto per cambiare), che – in ogni caso – non dispone di alcuna tecnologia adatta per stabilire un contatto o per riceverlo; soprattutto, non andrebbe cercato ciò che si pensa di concepire e di trovare, ovvero un’esatta replica di noi stessi, del nostro noto e di ciò che noi consideriamo come vita. Gli altri mondi, invece, sono realtà in cui le anime si incarnano secondo proprie esigenze evolutive, e sono descritti negli antichi testi di tutte le più antiche civiltà. Domande come quanto distino da noi, che linguaggio parlino, che aspetto abbiano, se pratichino l’agricoltura o utilizzino sistemi binari, che senso hanno se non restringere la nostra capacità di percezione agli stretti binari della nostra piccola conoscenza?
Per concepire qualcosa che non conosciamo, dobbiamo inchinarci all’idea che esso, semplicemente, esista senza una nostra misurazione, senza una verifica sperimentale o un’equazione; e riconoscere che il momento della conoscenza avverrà solo quando ci sarà consentito. Non sarà mai un telescopio a determinare un avanzamento dell’uomo, ma la sua umile domanda.
Il viaggio delle anime
Il Dott. Michael Newton è uno psicologo ipnoterapista che, nei molti anni di pratica clinica, ha utilizzato l’ipnosi per ricercare le origini di traumi infantili nei loro pazienti. A partire dalla storia emersa da uno di loro, un giovane che era stato un soldato morto in Francia, lo psicologo ha cominciato ad indagare – attraverso l’ipnosi regressiva – le loro vite precedenti. In effetti, molti disturbi, tracce somatiche, ossessioni, traumi, sono da ricondurre alle vite già compiute e per nulla all’infanzia.
Il superconscio, infatti, è in qualche modo la sede della nostra vera identità, ossia ospita i vissuti dell’anima e li mantiene segreti al falso ego. E’ però possibile che qualche paziente possa inquinare inconsapevolmente le sue narrazioni con ricordi o desideri recenti, influenze ricevute o aspetti dell’inconscio. Possono quindi esserci dei falsi, parziali o totali, ma ciò non toglie validità alcuna alle migliaia e migliaia di testimonianze raccolte da tempo. Chi ha piena consapevolezza di ciò che realmente è e di quale sia il suo vero cammino e la sua vera ragione di essere, è perfettamente in grado, in questa stessa vita, di cogliere moltissimi segni di trasmigrazione in ogni anima che incontra. Io li trovo spesso e sono perfettamente intellegibili. A volte sconcertanti.
Questo libro, di cui consiglio vivamente la lettura a chi desideri conoscere il vero sé, potrebbe lasciare sconvolti alcuni lettori. Io ho provato una forte attrazione verso le realtà narrate, il desiderio di volerle rivivere di nuovo, di essere proprio là. Le 29 testimonianze raccolte dal Dott. Newton, infatti, pur essendo di pazienti diversi per età e provenienza, e del tutto estranee tra loro, raccontano le stesse cose, gli stessi luoghi di approdo tra un’incarnazione e l’altra, gli stessi momenti, le stesse forti sensazioni.
Leggendo questo libro si desidera lasciare il corpo e tornare lì, nella vera casa, dove spesso siamo già stati ma dove tutto avviene come la prima volta.
Nel libro si descrive cosa accada all’anima al momento in cui lascia il corpo, e cosa avviene alle anime che hanno subito una morte violenta e improvvisa, e ancora perché sui volti dei defunti appaia un ultimo sorriso. Descrive il ritorno a casa e chi vi si trova ad attenderci, ed anche il ruolo delle anime guida che ripercorrono con noi la nostra vita e ci aiutano a comprendere se quelle lezioni che dovevamo apprendere sono state apprese. E’ il bardo, quello spicchio temporale di cui parla anche il Libro Tibetano dei Morti in cui si tirano le somme prima della successiva incarnazione. Non saremo al cospetto di un giudice, ma saremo noi i giudici di noi stessi. In realtà non si tratta di tempo vero e proprio, tutto accade ad un livello energetico al di fuori del concetto temporale per come lo conosciamo, ma è una pausa in cui si prende atto e si stabilisce cosa fare dopo. Nel libro è definita anche la differenza tra anime giovani e anime antiche: coloro che si interessano di spiritualità e si fanno domande su domande, indagano e scrutano le stelle, sono anime antiche che hanno alle spalle moltissime incarnazioni. Ma varrà la pena trattare a parte l’argomento, compreso come fare per distinguere, quando la incontriamo, un’anima giovane da una più o meno vecchia. Vi sono comunque dei livelli di avanzamento, una sorta di classi tra le quali si passa dopo il superamento di determinate esperienze e dopo aver appreso precise leggi. Avviene dunque la scelta del nuovo corpo, delle nuove sembianze e non necessariamente umane. Avviene la scelta dell’epoca e dell’area geografica, e ovviamente non si intende una scelta ‘turistica’ ma bensì concordata con l’anima guida in virtù del nostro karma, di ciò che dovremo risolvere e di nuovo apprendere. La scelta può deliberatamente ricadere sul corpo di una persona che condurrà una vita tragica, o misera, oppure in un bambino che morirà ancora piccolo. E’ tutto stabilito e concordato a priori. E infine la rinascita, entrando in un piccolo feto all’incirca verso il suo quarantesimo giorno di vita e che, in alcun modo, andrà ucciso; ma anche questo sarà oggetto di approfondimento. Da leggere, dunque, se si desidera darsi delle risposte, vivere conoscendo le leggi, morire sapendo.
Nutrire
Si chiama empatia e ci sarebbe da parlarne per ore, anche per tutte quelle volte in cui non è ben riposta negli altri. Quando, però, gli altri sono creature innocenti, allora è sempre ben indirizzata, perché genera gioia e felicità. La facoltà di accorgersi, di mettersi nei panni di ogni singola creatura di questo Pianeta, di immaginare i suoi bisogni e le sue difficoltà, è una dotazione che non tutti hanno mentre andrebbe sviluppata sin da bambini.
Durante i periodi freddi, gli uccellini selvatici hanno bisogno di una mano da parte nostra, di quell’uomo che ne riconosce l’utilità per mangiarseli o per chiuderli in gabbia. Ma cosa c’è di più bello nel preparare per loro delle palline da appendere agli alberi, anche in città, o ad un terrazzo, e di appostarsi per osservarli mentre vi si avvicinano poco alla volta, chiamandosi tra loro, mentre assaggiano timidi i primi semi? Un gesto del genere apre il cuore, ti fa sentire in alto, in quella dimensione in cui i soliti discorsi sui cenoni non vengono trattati, o le compere, o le vacanze ad ogni costo. Tutto questo non serve a nulla, non sposta nulla, nemmeno una virgola di felicità in più arriverà a te attraverso un acquisto o una festività qualunque. Nemmeno una vacanzina ai Caraibi (uno dei tanti cliché), perché sei sempre tu e non sono mai un luogo o una cosa a poterti rendere felice. Nutrire quegli esseri, ed osservarli mentre cinguettano salutandoti, invece si. Ti colma di gioia, senti di essere in loro, di volare con loro, di averli aiutati a superare quel freddo e di immaginare che potranno costruire i loro nidi e deporre le loro uova ancora una volta, senti di aver fatto davvero parte di un grande disegno in cui non ci sei solo tu.
Ho impiegato un’oretta circa ad appendere le palline su svariati rami di peri e di meli, mischiando le tipologie perché trovassero di tutto su ogni albero. Ho trascorso diverse ore mattutine ad osservarli, e la sensazione era sempre la stessa, di eternità, di trascendenza.
Ecco una ricetta facile per palline casalinghe:
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Margarina
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Biscotti secchi
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Arachidi sgusciate (non salate)
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Semi di girasole
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Uvetta




