Categoria: COSCIENZA
Spiriti Animali
Ho estratto tre Oracoli degli Spiriti Animali chiedendo loro di fornirmi un messaggio per l’attuale situazione italiana. E’ incredibile come riescano sempre a fornirmi risposte, spunti di riflessione, e come essi si accordino con la domanda. E proprio in un momento come questo, quando la vibrazione all’unisono si fa sentire, quando la connessione tra noi e col Creato si conferma, chiedo alla saggezza della Natura, come una Sacerdotessa farebbe per il suo popolo. Essi sanno, vedono oltre. Abbiamo così trascurato la parte più naturale e selvatica che è in noi da non riconoscere più la nostra stessa saggezza, in noi ancora così presente eppure così inascoltata.
Questi gli Spiriti Animali estratti, i cui messaggi invio di cuore a tutti, Italiani e non.

Spirito della Lontra: le Lontre sono animali socievoli, che si prendono cura l’una dell’altra ed esprimono la loro affettuosità e la loro comunicazione toccandosi. Ora questo non ci è possibile, ma come le Lontre, possiamo utilizzare l’affetto, le attenzioni, il pensiero non solo con chi abbiamo in famiglia, ma proprio con quella lontana persona che desidera sentirci. Comunichiamo con qualcuno, e scopriremo che questo qualcuno ci stava aspettando.

Spirito del Bufalo: le tribù che cacciavano il Bufalo, utilizzavano tutte le parti di questo animale; nulla andava sprecato e questa creatura veniva ringraziata per l’abbondanza che aveva donato. Anche noi siamo nell’abbondanza, sempre e comunque, ma la gratitudine talvolta non ci accompagna. Ciò che ci viene dato, può esserci anche tolto, e questo non va dimenticato mai, non solo in momenti come questo. Nulla, infatti, è mai nostro ma ci viene donato. E la gratitudine è l’unica risposta al dono ricevuto.

Spirito del Camaleonte: conosciamo la virtù trasformatrice del Camaleonte. Egli si camuffa, si immedesima nella situazione e si trasforma in funzione di ciò che occorre in quel momento. Il suo spirito di adattamento ci insegna che è possibile cambiare modo di fare, di essere, senza tuttavia perdere se stessi. Il Camaleonte è sempre tale, ma nel suo spirito di adattamento sta la sua forza, perché trasformandosi egli veste altri panni e li comprende. E quando torna ad essere il Camaleonte di prima, è più saggio e più libero.
Sia, questa saggezza, un dono per tutti.
Penséés
Aprendo questa mattina un libro a caso, i Pensées di Pascal, mi sono imbattuta in queste righe; chi pensa che Pascal avesse una visione pessimistica dell’esistenza sbaglia e di molto. Egli era totalmente certo di cosa fosse fondamentale per l’uomo e di cosa, invece – pur non essendolo – veniva dall’uomo tanto ricercato per dissimulare la morte. Così è ancora oggi.
Pensé 83 – (…) Così scorre via tutta la vita. Si cerca il riposo combattendo diversi ostacoli; ma, quando si sono superati, il riposo diventa insopportabile; perché si pensa o alle miserie che si hanno, o a quelle che ci minacciano. E quand’anche ci si vedesse abbastanza al riparo da ogni parte, la noia, con la sua autorità privata, non tralascerebbe di affiorare dal profondo del cuore, dove ha radici naturali, e di riempire lo spirito del suo veleno.
Pensé 86 – L’uomo è visibilmente nato per pensare; qui sta tutta la sua dignità e tutto il suo valore; e tutto il suo dovere sta nel pensare rettamente. Ora, l’ordine del pensiero è di cominciare da sé, e dal suo autore e dal suo fine.
Ora, a che pensa la gente? Mai a questo, ma a ballare, a suonare il liuto, a cantare, a comporre dei versi, a correre all’anello, ecc., a battersi, a diventare re, senza riflettere su quello che significa essere re, ed essere uomo.
Pensé 100 – La sola cosa che ci consoli delle nostre miserie è la distrazione, e tuttavia essa è la più grande delle nostre miserie, perché ci impedisce in primo luogo di riflettere su noi stessi, e fa in modo che ci perdiamo insensibilmente. Senza di essa, ci troveremmo immersi nella noia, e questa ci spingerebbe a cercare un mezzo più stabile per uscirne. Ma la distrazione ci diverte, e ci fa giungere alla morte insensibilmente.
Pensé 101 – Noi non ci atteniamo mai al tempo presente. Anticipiamo il futuro come troppo lento a venire, come per affrettarne il corso; oppure ricordiamo il passato per fermarlo come troppo rapido; così imprudenti, che erriamo nei tempi che non sono nostri, e non pensiamo affatto al solo che ci appartiene, e così vani, che riflettiamo su quelli che non son più nulla, e fuggiamo senza riflettere quello solo che esiste. Il fatto è che il presente, di solito, ci ferisce. Lo dissimuliamo alla nostra vista perché ci affligge; se invece per noi è piacevole, rimpiangiamo di vederlo fuggire. Tentiamo di sostenerlo per mezzo dell’avvenire, e ci preoccupiamo di disporre le cose che non sono in nostro potere, per un tempo al quale non siamo affatto sicuri di arrivare.
Ciascuno esamini i propri pensieri: li troverà sempre tutti occupati dal passato e dal futuro. Il presente non è mai il nostro fine: il passato e il presente sono i nostri mezzi, solamente il futuro è il nostro fine. In questo modo non viviamo mai, ma speriamo di vivere e, disponendoci sempre a essere felici, è inevitabile che non lo siamo mai.
Pensé 114 – (…) Non occorre possedere un’anima molto elevata per comprendere che quaggiù non vi sono punto soddisfazioni veritiere e solide; che tutti i nostri piaceri non sono che vanità, che i nostri mali sono infiniti, e che la morte infine, che ci minaccia in ogni istante, ci metterà infallibilmente entro pochi anni nell’orribile necessità di essere eternamente o annichiliti o infelici.
Non vi è niente di più reale di questo, né di più terribile. Facciamo gli spavaldi fin che vogliamo: ecco la fine che attende la più felice esistenza del mondo. Si rifletta su questo, e si dica poi se non è indubitabile che non vi è bene in questa vita, se non la speranza nell’altra; che non si è felici che a misura che ci si avvicina a essa e che, come non vi saranno più mali per coloro che sono interamente sicuri dell’eternità, così non vi è felicità per coloro che non ne hanno nessun lume.
(…) Quello stesso uomo che passa tanti giorni e tante notti pieno di rabbia e di disperazione per la perdita di un incarico o per qualche offesa immaginaria al suo onore, è il medesimo che, senza inquietudine e senza emozione, sa che perderà tutto con la morte. E’ mostruoso vedere nello stesso cuore e nello stesso tempo questa sensibilità per le minime cose e questa strana insensibilità per le più grandi. E’ un incantamento incomprensibile.
Impermanenza
Lo sosteneva Gautama il Buddha, che tutto è impermanente e che, il non prenderne consapevolezza, è motivo di infelicità.
Nulla, in questa nostra semplice vita, permane; nulla resta immodificato per sempre. Dalle piccole alle grandi cose che abbiamo o perdiamo, dalle persone più o meno care che appaiono e scompaiono, a noi stessi innanzitutto. Osservando, giorno dopo giorno, ciò che accade dentro di noi e attorno a noi, infatti, è facile notarlo. Un giorno giocavamo a nascondino e le mamme ci chiamavano dal balcone, oggi non più. Un giorno amavamo il colore giallo ed oggi non possiamo vederlo. Un amico è scomparso e non tornerà nelle stesse vesti. Leggevamo i libri di un certo autore che oggi abbiamo sostituito con un altro. Quella data persona, semplice conoscente, che ci passava spesso davanti e che era ormai una comparsa certa delle nostre giornate, ha cambiato residenza e ormai vive lontano. Sarà una comparsa per altri, chissà se anche loro la noteranno. Un padre ci teneva per mano e ci portava alle giostre, e quel padre ci ha lasciati. O una madre. O un figlio, che accompagnavamo a scuola tutti i giorni mentre ora non lo vediamo mai. Andavamo in vacanza in un dato luogo ed ora in un altro. La casa in cui abitavamo è stata venduta e ne conserviamo l’immagine. I mobili, o gli oggetti, vengono spostati o eliminati e la fotografia mentale di come erano gli ambienti è sostituita da un’altra. L’albero di fronte alla nostra casa era un piccolo virgulto ed oggi svetta fino al tetto; così la nostra gatta, che da cucciola monella è ora una lady. Cambiano i colleghi: vengono, vanno, raccontano anch’essi le impermanenze delle loro vite. Cambiano i vicini di casa, o i rapporti con loro. Nuove e belle persone arrivano e ne siamo entusiasti. E noi cambiamo. Pensavamo in un modo che non è più. Il nostro mondo era inserito in determinati schemi che, via via, si sono rarefatti per essere sostituiti. Tutto è assolutamente impermanente. Tutto.
Mi immagino, ogni tanto, come sarebbe se mio padre tornasse dopo tantissimi anni. Come lo vedrei, mentre circola in una casa, mentre parla, mentre ragiona? Sarei capace di vedere in lui ciò che vi vedevo? Oppure quell’amica perduta ormai da tempo, che ne sarebbe di noi? Sapremmo ancora parlarci come allora, o ridere insieme? E se tornassi ad abitare in quella casa venduta, come vivrei l’esperienza? Me lo chiedo e non ho certezze. Forse bisogna semplicemente accettare il nostro stesso cambiamento rispetto alla realtà, che in parte muta e ci permette di mutare con lei. Forse le persone non devono tornare mai, né le cose essere per come erano, perché non sapremmo guardarle con la stessa emozione di allora, quando noi stessi eravamo ciò che eravamo. Forse, ciò che conta è l’esperienza profonda del cambiamento e le lezioni apprese, soprattutto attraverso la perdita. Allora ritroveremo in noi tutto ciò che ci è passato vicino.
Semplici riflessioni.
Quattro livelli
Quando qualcuno dice di conoscermi, e magari aggiunge anche ‘bene’, mi lascia sempre perplessa. Comincio ad entrare in paranoia e, dialogando con me stessa, gli dico che, caro mio, non solo non mi conosci né mai mi conoscerai vivessimo insieme anche per cento anni, ma sono io stessa a dover fare uno sforzo quotidiano per avvicinarmi appena un poco alla conoscenza di me, per poi allontanarmene ogniqualvolta il mondo materiale mi richiama da qualche parte. E questo vale per tutti. E’ piuttosto assodato che nessuno possa realmente conoscere l’altro, e ancor meno lo conoscerà vivendoci assieme. Sembrerebbe un paradosso, ma è così. Vivendo con un’altra persona, coniuge, convivente, parente che sia, si assumono dei ruoli sin dall’inizio che partono in sordina per poi venire rafforzati e portati avanti a lungo divenendo ulteriori abiti che non possiamo togliere senza scardinare qualcosa. Più a lungo si resta in quel rapporto e più ci si allontana l’uno dall’altro, in quanto ogni essere umano non è mai la stessa persona di anno in anno, di esperienza in esperienza, di pensiero in pensiero. Qualcuno forse si salva, prova una vera connessione, ma credo rappresenti lo zero virgola dell’umanità intera. Talvolta viviamo interiormente dei drammi senza lasciar trapelare nulla all’esterno; in certe fasi della nostra vita affrontiamo delle vere e proprie mute, cedendo la pelle precedente e indossandone un’altra completamente nuova senza che l’altro se ne sia nemmeno accorto. E quand’anche avessimo desiderio di raccontare chi siamo ora, scopriamo che è troppo tardi e che l’altro è rimasto su quel binario dall’inizio mentre tu, per varie vicissitudini, su quel binario non ci sei più. Condividere un appartamento nulla ha a che vedere con la condivisione del proprio percorso personale, anche se si avessero le migliori intenzioni e anche se si condividesse tutto il tempo libero, tutti i discorsi fatti in casa, qualunque vacanza. Il percorso personale si chiama così perché è personale e non di coppia, ma non è facile da comprendere. Nessuno di noi è nato per stare in coppia, ma per raggiungere i propri traguardi.
In questo schema, sono riportati i quattro livelli della persona.

Il Sé fisico è rappresentato dal proprio aspetto esteriore (il vestito dell’anima, per intenderci): ognuno di noi è alto o basso, ha gli occhi chiari o scuri, determinati lineamenti, utilizza certe gestualità, ha una certa voce, ecc.
Il Sé sociale racchiude invece il nostro comportamento e la personalità.
Quando qualcuno dice di conoscerci, allude in genere al fatto di conoscere non solo il nostro aspetto, magari anche ad un livello più intimo, ma di conoscere il nostro carattere e la nostra personalità. Ebbene, questi due ‘sé’ rappresentano solo il 10% dell’essere umano. E’ dunque impossibile che, un solo 10%, determini una conoscenza e, in pratica, nessuno di noi conosce in realtà nessun altro limitatamente a questi due livelli.
C’è poi il sé emotivo, rappresentato dagli umori, dalle nostre personali risposte alla realtà che ci circonda, ai fenomeni della vita materiale; è ciò che proviamo con le persone e con le circostanze e come lo interpretiamo. Riportando il discorso al tema della coppia, ma anche familiare in senso più allargato, il sé emotivo è spessissimo tenuto nascosto ai conviventi perché è quell’angolo di noi in cui si trovano i buoni o i cattivi sentimenti, le emozioni superficiali o quelle più profonde che appartengono solo a noi. Non è qualcosa che vogliamo togliere all’altro, ma è piuttosto qualcosa che intendiamo custodire e analizzare, e la possibilità che l’altro sappia leggerci dentro come un libro aperto dipende, appunto, da lui e non da noi.
L’80% del sé è spirituale, attiene all’anima ed è ciò che è più ignoto di noi agli altri e spesso anche a noi stessi, a meno di intraprendere un percorso in tal senso cominciando da un’opera di graduale distacco dagli altri sé. Questo può comportare un profondo stravolgimento ed anche l’allontanamento di chi, pensando di conoscerci, non ci conosce affatto.
Macachi
Per ben 11 interi anni, 9 macachi sono stati utilizzati per testare la risposta immunologica agli attacchi di agenti infettivi (spesso generati dall’ignoranza umana); alla vigilia di Natale, questi macachi sono stati liberati e portati al Centro di Recupero di Semproniano. 11 anni dei 20 di longevità media. Mi rendo conto che questo sia un argomento verso il quale pochi si interessano. Soprattutto, è meglio pensare al calcio, andare al mare perché c’è il sole, pianificare vacanze su vacanze, postare su Facebook i piatti dei vari ristoranti e farsi gli aperitivi Ma questa sofferenza c’è, è lì in qualche sotterraneo anche mentre si controlla lo smartphone. Queste creature, sono nate per questo? E’ nella loro natura di essere catturate ed estirpate dal loro habitat, e immobilizzate in queste poltrone dell’orrore per poi infierire sulle loro vite e sulla loro psiche, ritenendo di poterlo fare? In virtù di quale diritto?
Occorre mettersi in testa che il credo per cui la sperimentazione animale sia necessaria è assolutamente falso, e non solo perché la risposta agli esperimenti dà spessissimo risultati diversi che nell’uomo, questo a me onestamente poco interessa, ma piuttosto perché la violenza verso un essere vivente è eticamente inaccettabile. Il che significa che il principio sacro alla vita e al rispetto della stessa, di chiunque, si pone ad un livello più alto di qualunque considerazione successiva. I farmaci ci curerebbero? Non è così, sappiamo bene (almeno spero tutti sappiano) che l’industria farmaceutica è potentissima e ha come missione di ricavare fiumi di denaro dalla persistenza delle malattie, non dalla loro cura né prevenzione. Ci vogliono malati, vogliono che si creda di esserlo anche se non lo si è, per inocularci qualunque schifezza e renderci dipendenti dalla loro chimica. Prodotti su prodotti, tutti con lo stesso principio attivo, vengono sperimentati in continuazione da molte aziende in concorrenza tra loro. La ricerca di ognuna è rivolta ad acquisire un mercato sempre più vasto, non a ridurre al minimo la sofferenza. Se non fosse così, a livello planetario circolerebbe un solo farmaco per principio attivo, non centinaia. E tutta la chimica con cui ci sommergono, genera morte prima, durante e dopo.
Basta guardare questi macachi, simili peraltro a noi stessi, con le loro espressioni attonite e fiduciose, ignari del male che siamo in grado di arrecare con un ghigno satanico. Basta guardare le loro mani aggrappate alle sponde, io lo trovo agghiacciante.

La battaglia successiva, condotta dalla LAV negli ultimi mesi, si è rivolta verso i 6 macachi che, presso l’Università di Torino, stavano per essere resi ciechi per un esperimento sui deficit visivi (per poi essere uccisi, dato che si sarebbe trattato di un esperimento invasivo e doloroso al cervello). La battaglia è stata serrata, le azioni mirate e personalmente mi sento sempre onorata di parteciparvi. La Lav ha vinto la causa al Consiglio di Stato, e l’esperimento non verrà condotto; era già stato dimostrato che lo stesso esperimento, condotto in diversi altri stati, non aveva portato risultati (ma, torno a dire, a me questo poco importa). Evidentemente, però, l’uomo mira alla gloria attraverso la sofferenza altrui. Ora che la LAV è stata denunciata per diffusione di documenti segreti (capirai), le 429.000 persone che hanno lottato perché ai macachi non fosse fatto nulla sono (siamo) pronte a difendere la decisione ad oltranza.
Ecco, forse non si libera il mondo dalla violenza, ma il mio discernimento tra il bene e il male ce l’ho chiaro. La coscienza pure. Quella, poi, è molto chiara.
Memoria







