Un pomeriggio qualunque

Mi ero detta che dovevo distrarmi un po’, perché ne avevo bisogno. Così, sono uscita un’oretta prima dal lavoro e la mia intenzione era di fare un giro in centro (a Milano) e andare per negozi per una volta senza fretta. Ma la pratica dello shopping non mi è mai piaciuta. E’ quella pratica, molto ma molto diffusa, per cui si va in giro in genere nelle vie più gettonate della città, e si entra in negozi sovraffollati. Giuro di averci provato, ma un senso di nausea ha subito preso il sopravvento. Nausea nel non riuscire a camminare senza dover deviare percorso ad ogni passo e a causa della folla. Nausea per le musiche assurde dei negozi che martellavano in testa, nausea per queste tonnellate di abiti buttati da ogni parte, che avrebbero potuto vestire un’intera povera nazione. Nausea per tutto. In cinque minuti avevo cambiato idea e mi sono diretta al Duomo in cerca di pace. 

E lì……

E’ bastato un passo e tutto è cambiato. Mi sono trovata nel silenzio totale, spezzato solo dai passi di singole persone. Poche. Pochissime anime in cerca di un luogo tranquillo in cui ritrovarsi, di cui ammirarne la storia e il significato religioso, in cui dire una preghiera. Un luogo immenso e totalmente vuoto, che mi ha fatto un grande effetto a causa del netto contrasto con l’esterno; fuori, si aveva l’impressione che migliaia di automi sfrecciassero qua e là per comprare, inebetiti da colori e musiche. Qui, il silenzio ti chiedeva di ricongiungerti a Dio. Ho scelto questo, e vi sono tornata altre volte con lo stesso effetto. Ho osservato a lungo i volti delle persone, ciascuna aveva qualcosa da chiedere, o di cui essere grata, in ciascuna c’era del dolore. Era quella, la vita vera, di chi magari non ha avuto tutto eppure sapeva di cosa aveva bisogno. Di un senso, di un ascolto, di una parola, di un cenno, del silenzio. E in quel luogo lo stava trovando. Ho pregato anch’io, e quando sono uscita ero completamente rienergizzata, serena, leggera. La preghiera serve a questo: a riallinearti con la tua fonte, ed io non avevo più bisogno di altro. Al diavolo lo shopping!

Ricordi

RICORDI

Un tempo c’era la pellicola fotografica; il numero di foto che ci si poteva scattare con ogni rullino era limitato, 12 o 24 se non ricordo male. Si sceglievano i momenti con attenzione, quando si era in vacanza o a qualche compleanno. Ci si metteva tutti insieme e si chiedeva a qualcuno di farci lo scatto. Potevi uscire male, in quella foto, e lo scoprivi dopo. Oppure si trattava di fotografare un paesaggio, un tramonto, da conservare come prezioso ricordo di un’emozione.

Tornati a casa, si portavano a far sviluppare i rullini e si attendevano i giorni necessari con una certa ansia.  Perché si era in attesa di rivivere quei momenti, di rivedere il volto del fidanzatino estivo catturato in uno scatto, perché eravamo rientrati a casa e stavamo già perdendo l’abbronzatura di quei giorni, avevamo salutato quei luoghi, eravamo in preda alla malinconia.

Una volta ritirate le foto, si divoravano velocemente una dietro l’altra, forse più con un senso di quel tempo andato per sempre, quel momento che non sarebbe più ritornato. Alcune foto, invece, ci strappavano una risata, ma sempre con un fondo di tristezza. Guardavamo la situazione divertente e ridevamo, ma sapevamo che quella situazione divertente, quelle persone, quei giorni, erano andati. Al massimo, si riguardavano le foto pochi giorni dopo il rientro, quando – tra amici o parenti – ci si incontrava per raccontarci le rispettive vacanze. Eravamo onesti, in quel tempo. Nessuno si sarebbe sognato di voler generare invidia nell’altro: nessuna iperbolica descrizione, nessun luogo fantascientifico, nessuna roba da ricchi. Si andava al mare in luoghi semplici, si trascorrevano dei giorni dai nonni, con decine di cugini e zii, si tornava sereni e appagati e non si desiderava affatto competere. Alla fine, quelle foto venivano inserite in una scatola e per sempre, sepolte da strati di foto di altre occasioni, di anni, di vita nostra e degli altri.

Oggi non rimane nemmeno il sorriso dolce-amaro delle foto stampate. Ci sono i selfie dappertutto, e il loro significato è totalmente diverso. Non c’è imperfezione, ma desiderio di mostrarsi e di mostrare. E’ annullato ogni rapporto col tempo: il tempo della posa che non andava sprecata, il tempo dello sviluppo, il tempo che trascorreva prima che quelle foto ci ricapitassero tra le mani anni dopo. Il selfismo è un vero dramma, dal mio punto di vista, e alcuni studi sostengono che sia dilagante non solo tra gli adolescenti ma anche nel mondo adulto. Pare sia un meccanismo compensativo che si mette in atto per colmare lacune emotive ed esistenziali. Non lo so, ma forse il ricordo è tutta un’altra cosa.

In un bar

CUORICINO 2Mi sono infilata in un bar in una zona storica di Milano, uno di quei quartieri ricchi di ricordi e tradizioni. Non un bar qualunque, ma un localino molto piccolo e invitante. Il ragazzo al banco mi ha salutata con un sorriso e un ‘Benvenuta!’, e in due secondi mi ha letteralmente rapita. Così, mi sono seduta ad un piccolo tavolino, ho ordinato un caffè e ho aperto il mio libro. Ero in anticipo sul mio appuntamento, cosa assolutamente rara se non impossibile, nel mio caso, ma deve essere avvenuto perché scoprissi quel posticino. Il ragazzo mi ha servito un caffè con un cuoricino (ecco la foto), e mi sono sentita felice per quel gesto così gentile. Gli ho sorriso. Sono ritornata sulle pagine del mio libro sulla legge del karma, ma ad ogni frase alzavo lo sguardo per seguire il ragazzo affaccendato, per osservare i dettagli del locale, per compiacermi del cuoricino. Ho capito che la gentilezza che ci viene donata è molto preziosa. Il resto di quella giornata è stato splendido.