Vecchi

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Ritratto di Mina Moiseev di Kramskoj, 1883

A volte incrocio qualche volto di anziano e ne rimango colpita. Può capitare sul treno, in metropolitana, per strada. Lo guardo e scruto i segni del suo viso, immaginando soprattutto i dolori della sua esistenza. Mi domando cos’avrà visto, quali esperienze avrà fatto, ma soprattutto quali saranno state le sue delusioni, i suoi sogni infranti. E’ così, infatti, per tutti. Per un vecchio, il grande e il piccolo, il ricco e il povero, non fanno più differenza, in quanto ha raggiunto una calma che è un’attesa. E’ un distacco da ciò che avrebbe voluto accadesse e ciò che è accaduto, tra ciò che ricorda della sua vita e ciò che oggi è. Un vecchio, anche se non è solo, è sempre solo. E’ solo perché ha compreso tutto, l’illusione della vita, ciò che non è potuto avvenire e ciò che è avvenuto ma che non sarà comunque per sempre. Egli comprende, a quell’età, che aprendo una mano vi rimane ben poco e quel poco presto andrà via. A differenza di un giovane, che alle proprie spalle ha un breve passato e di fronte un lungo futuro, l’anziano ha alle spalle un lungo passato già noto e sempre deludente e davanti a sé un breve futuro. Si prepara, dunque. E’ disincantato, perché ha compreso l’inutilità delle cose vacue, del denaro, delle passioni, quando l’unica ricchezza che vorrebbe ricevere è il tempo della vita stessa. I vecchi, gli anziani, vengono derisi da chi non sa comprendere che la loro solitudine sarà un giorno di altri. Dedico questi pensieri a quei volti che non riusciamo mai ad amare come davvero dovremmo, che quando se ne vanno ci lasciano pieni di rimpianti e di ricordi. Di parole non dette. Li dedico ai miei genitori e ai genitori dei miei amici, delle mie amiche, dei miei ex amici.

COLORS

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In questa meravigliosa stagione, ricca di rossi infuocati e di gialli zafferano, si pone la morte delle foglie. La fine del ciclo della loro vita è un estremo dono per i nostri sensi, una ricchezza inestimabile di colori, gioia per gli occhi. Ma è la loro morte.

Amo fotografare piccoli dettagli, raccogliere foglie di quercia e di acero da inserire a seccare tra le pagine dei libri. Ne salvo qualcuna dalla completa distruzione, trattenendo in loro quelle tinte raggiunte con l’estremo sacrificio. Lo fanno per me, per noi tutti, per donarci una felicità immensa al solo guardarle, per decorare i boschi e le città, per vestire d’autunno gli alberi di colori sublimi. Autunno, quanto mi sei caro..

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NAZIM HIKMET – Veder cadere le foglie

Veder cadere le foglie mi lacera dentro

soprattutto le foglie dei viali

Soprattutto se sono ippocastani

soprattutto se passano dei bimbi

soprattutto se il cielo è sereno

soprattutto se ho avuto, quel giorno,

una buona notizia

soprattutto se il cuore, quel giorno,

non mi fa male

soprattutto se credo, quel giorno,

che quella che amo mi ami

soprattutto se quel giorno

mi sento d’accordo

con gli uomini e con me stesso.

Veder cadere le foglie mi lacera dentro

soprattutto le foglie dei viali

dei viali d’ippocastani.

Fur-free

CONIGLIO

Per molti anni, i piccoli e grandi gruppi animalisti hanno cercato di convincere il mondo della grande moda e delle grandi firme a voler abbandonare l’uso di pellicce. In realtà, non c’è nulla di grande in una moda che sente la necessità di rinchiudere in gabbie dei poveri animali, allevandoli anche allo scopo, per rubar loro ciò che la natura ha fornito LORO, sacrificandoli oltretutto con i metodi più brutali. Non c’è proprio nulla di grande, anzi tutto di misero e di meschino, e di vigliacco, nel voler far intendere che quei pellami così rubati spettino loro di diritto per esercitare la loro malata creatività.

Così, da una parte avevamo questi colossi del capriccio, coloro che ci prendono in giro con le loro insulse creazioni, che forse andranno bene per chi di personalità non ne ha a sufficienza, o per chi vuol essere ammirato per ciò che a lui non appartiene anche avendolo pagato.

Dall’altra parte, qualche giovane stilista si stava imponendo con scelte radicali, con intenzioni etiche, dimostrando al mondo che il creato è una cosa seria, mentre le carnevalate no, di quelle la gente può farne a meno. Tra tutti: Stella Mc Cartney.

Capita l’antifona, negli ultimi mesi sono stati tantissimi gli stilisti che hanno dichiarato di aderire a politiche fur-free: Armani, Gucci, Versace, John Galliano, Furla, Michael Kors, solo per citarne solo alcuni. Diciamo pure che nella maggior parte dei casi tale scelta non è affatto avvenuta spontaneamente, come per un’improvvisa illuminazione, ma per delle forti pressioni generate dai movimenti. Sappiamo muoverci.

Detto questo, rimarrebbe ad esempio la Sig.a Miuccia Prada la quale, dopo averci ammorbato per decenni con le sue borse banali più che al mercato, ancora resiste e proprio non riesce a trovare necessario questo cambiamento. D’accordo, vorrà dire che si dovranno sacrificare altri animali perchè lei, con comodo, rifletta sul da farsi. Noi aspettiamo, ok?

 

Monsieur Caillebotte

CAILLEBOTTE 1

Ci si può innamorare di un pittore per i suoi soggetti, oltre che per la sua maestria. Mi sono innamorata di Gustave Caillebotte scoprendolo un po’ per caso e, studiando gli impressionisti, non lo trovavo nemmeno citato sui manuali universitari. I suoi soggetti, scene comuni in esterni o interni con uomini e donne alle prese con piccole azioni quotidiane, appartengono proprio al linguaggio impressionista. C’è un sapiente taglio fotografico che immobilizza il momento in una eterna sospensione; c’è anche molto accademismo, forse questo meno impressionista. Adoro in particolar modo i suoi selciati bagnati di una Parigi sotto la pioggia. Il suo quadro più famoso è proprio Parigi in un giorno di pioggia’ (1877), che ritrae un momento di borghese passeggio qualunque, ed io potrei restare a guardarlo per ore, la scena principale e le scenette secondarie, le quinte. Entro nell’opera e passeggio con loro, seguendo i passi dei protagonisti o  di ciascuna comparsa, chiedendo loro se posso accompagnarli. Dove staranno andando? Percepisco l’umidità di quell’acqua, l’odore della pioggia su quel selciato iridescente, persino la temperatura dell’aria. E la prospettiva perfetta, la descrizione degli ombrelli, quegli spazi nelle strade che ormai non vediamo più. E’ un’opera che mi affascina, come i suoi studi. Vorrei omaggiarlo proprio in questo periodo piovoso.

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Gustave Caillebotte, Parigi in un giorno di Pioggia (studio)

Proxima Centauri

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Scrutando il cielo, ad occhio nudo, mi chiedo spesso cosa siano le stelle e l’Universo in generale. Cosa siamo noi rispetto ad esso, che spazio occupiamo realmente, e che ruolo. Ciò che vediamo, in una normalissima nottata di stelle, è ciò che è già accaduto, ovvero ciò che l’informazione inviataci dalle stelle ci mostra solo ora.

La luce ha la velocità di 300mila km al secondo; se una stella è a mille anni luce, noi la vediamo com’era mille anni fa.

Quindi, ciò che vediamo è solo ciò che pensiamo di vedere. Una grande illusione, una tardiva fotografia del cielo, della realtà. Tutto questo è per me tanto affascinante quanto inquietante. La singola stella che vediamo oggi brillare, e alla cui bellezza doniamo un nostro pensiero, un nostro desiderio, può non esistere più da moltissimi anni lasciandoci inconsapevoli. Può essere di tutt’altra forma o dimensione e non avercelo ancora fatto sapere. La loro luce è partita nella maggioranza dei casi prima dell’affacciarsi dell’umanità stessa sulla faccia della Terra, e quando arriverà la luce inviata oggi stesso, l’uomo potrebbe nel frattempo essersi estinto e il Pianeta Terra non esistere più.

Quindi, ci troviamo nel mezzo tra l’invio del segnale da un remotissimo passato che ignoriamo, che teorizziamo, e l’attesa di un segnale che arriverà quando forse non potremo più attenderlo.

Che significato ha tutto questo? Riusciamo a vedere fino a 13 miliardi di anni fa: si tratta non di singole stelle, ma delle prime galassie, le più lontane. Quella è, infatti, l’età dell’universo.

Possiamo far conto su Proxima Centauri, perché si trova nella costellazione del Centauro, ovvero a soli 4,3 anni luce da noi: ciò significa che, per coprire la distanza tra noi e la stella, la luce deve viaggiare per oltre 4 anni.

La vediamo per come era 4 anni fa e, tra quattro anni, vedremo come era oggi.

Non è affascinante tutto questo? Non è profondamente misterioso? Che significato ha tutto questo spazio, se noi e ciò che conosciamo si riduce ad un piccolo pianetino?

Forse è un messaggio: la realtà stessa che vediamo, di fatto non esiste. E’ una proiezione di ciò che desideriamo vedere, di ciò che pensiamo e vorremmo vedere. Così nelle cose piccole, nelle persone. Proiettiamo costantemente, in una realtà che di fatto non esiste perché frutto delle proiezioni di tutti noi. Rimane l’incanto per l’intera narrazione, rimane il mistero di ciò che non conosciamo e a cui non sappiamo dare un nome. Avviene così, per me: quando mi trovo a dannarmi per le cose quotidiane, mi fermo e rifletto su chi io sia rispetto al mio pianetino, alla mia galassia, all’Universo intero. Tutto scompare, tutto torna al suo posto, ed io mi elevo.

IMMENSO

‘Già diverso tempo addietro, leggendo il bellissimo libro Ethics of Diet, m’era venuta voglia di visitare un macello, per vedere con i miei occhi la sostanza della questione di cui si tratta appunto quando si parla di vegetarianismo. Ma continuavo ad aver degli scrupoli, così come sempre se ne hanno ad andare a vedere delle sofferenze che si è ben certi di trovare, e che non potrai far nulla per scongiurare, e così rimandavo sempre il giorno.

Ma poco tempo fa mi imbattei, per strada, in un macellaio, che era venuto a casa dei suoi e che stava tornando a Tula. E’ un macellaio ancora inesperto, e il suo compito è perciò quello di dare il colpo di pugnale. Gli domandai se non provava compassione, a uccidere quelle bestie. E mi rispose così come rispondono sempre: ‘C’è poco da aver compassione. Quel lavoro lì bisogna farlo’. Ma quando gli dissi che non era indispensabile mangiar carne, ne convenne e allora convenne pure del fatto che si, le bestie facevano compassione.

Non bisogna indignarsi al punto di odiare gli uomini per pietà verso gli animali, bisogna invece agire in conformità di ciò a cui spinge questo sentimento, e cioè non mangiare carne di qualsiasi essere a cui sia stata tolta la vita. Sono convinto che nei prossimi secoli la gente racconterà con orrore e ascolterà con dubbio come i loro antenati ammazzavano gli animali per mangiarli. Il vegetarianismo si diffonde molto rapidamente.

Non siamo struzzi, e non possiamo credere che se non guarderemo, ciò che non vogliamo vedere non esisterà più. E tanto meno lo possiamo, quando ciò che non vogliamo vedere è quel che vogliamo mangiare. E soprattutto, se almeno fosse necessario tutto ciò! O magari non necessario, ma se non altro almeno utile a qualcosa. E invece? Niente, non è di nessuna utilità. (Coloro che ne dubitano leggano quei numerosi libri che sono stati scritti a questo proposito da scienziati e da medici, e nei quali viene appunto dimostrato che la carne non è affatto necessaria all’alimentazione umana. E non ascoltino invece quei medici veterotestamentari che difendono a spada tratta la necessità di far uso di carne solamente perché la carne è stata ritenuta necessaria per lungo tempo dai loro predecessori e poi anche da loro stessi; costoro la difendono caparbiamente, con malevolenza, così come si difende sempre quel che è vecchio e va ormai cadendo in disuso). Serve soltanto a educare la gente ai sentimenti bestiali, a sviluppare la bramosia, la lussuria, l’ubriachezza. Il che trova perennemente conferma nel fatto che uomini giovani, buoni, non guastati ancora, e in particolar modo le donne e le fanciulle, sentono, pur senza saperlo, che così come da una cosa ne deriva un’altra, allo stesso modo la virtù non è compatibile con la bistecca, e non appena desiderano esser buoni, abbandonano appunto i cibi a base di carne.

Per qual motivo l’astinenza dal cibo animale sarà appunto il primo atto della vita morale, è stato detto ottimamente e non da un uomo soltanto, ma da tutta quanta l’umanità, nella persona dei suoi migliori rappresentanti, e ininterrottamente, fin da quando l’uomo ha cominciato ad affacciarsi alla consapevolezza. Ma allora perché, se l’illegittimità, ovverossia l’immoralità del cibo animale è nota all’umanità da così gran tempo, gli uomini non sono ancora pervenuti alla consapevolezza di questa legge? domanderanno gli uomini, che per loro natura si lasciano guidare non tanto dalla loro ragione, quanto piuttosto dall’opinione comune. La risposta a questo interrogativo è che tutto il cammino percorso dagli uomini nella scoperta della morale, il quale cammino costituisce il fondamento d’ogni cammino umano, lo si è potuto percorrere e lo si percorre soltanto lentamente; ma che indizio certo d’un progredire autentico, e non accidentale, lungo questo cammino, è la sua continuità e la sua costante accelerazione.

Tale è appunto il progredire del vegetarianismo. Esso ha trovato espressione in tutti i pensieri che gli scrittori vi hanno dedicato e nella vita stessa dell’umanità, che inconsapevolmente sta passando sempre più dal carnivorismo ai cibi vegetali, mentre consapevole espressione di ciò sono le dimensioni sempre maggiori e la particolare forza che va assumendo il movimento vegetariano.

Uccidendo, l’uomo sopprime anche in se stesso le più alte capacità spirituali, l’amore e la compassione per le altre creature viventi e, sopprimendo questi sentimenti, diventa crudele’.

Lev Tolstoj, nel suo articolo Il primo passo.

IMMENSO.

Donare un libro

LIBRO

Non ho ancora iniziato a parlare di libri e di letture, argomento che per me rasenta la sacralità. Regalare un libro è certamente uno dei più bei doni che possa essere fatto ad una persona cara. Cioè, non ad una persona qualunque, ma proprio ad una persona cara. Ecco la ricetta.

INGREDIENTI:

Per colui che dona:

  • Una dose appropriata di tempo per la scelta del libro, o per pensarvi su;
  • Una dose di conoscenza della persona cara non indifferente (d’altra parte, se è cara, sarà pur emerso da una conoscenza ..);
  • Una seconda dose di tempo per scrivervi una dedica sulla prima pagina bianca.

 

Per colui che riceve:

  • Uno smodato interesse verso la lettura;
  • Alcuni generi o temi, o scrittori prediletti;
  • L’interesse a leggere generi, temi o scrittori che non si conoscono;
  • Una notevole dose di affetto per la persona da cui riceverà il dono;
  • Una dose di emozione, anche a distanza di molto tempo, nel rileggere la dedica su quel libro.

PREPARAZIONE:

Si può regalare un libro seguendo tre modalità, tutte meravigliose.

  1. Ti dono un libro che so che amerai perché ti conosco, ti ho studiato, abbiamo parlato di libri/generi/autori/svolgimenti per un tempo infinito e so che quel dato libro è ciò che vorresti leggere ma che non hai ancora acquistato o che è introvabile.

Qui, la meraviglia sta nel grado di conoscenza e nella ricerca fatta proprio per te. Consiste nel voler appoggiare le tue letture, nel volerti felice mentre leggerai quel libro del tuo autore preferito.

  1. Ti dono un classico, sia che tu l’abbia letto ma non lo abbia in casa, sia che non lo abbia letto e non lo abbia nemmeno in casa.

La scelta sta nel valore stesso del libro che trasferisco in te donandolo. Alcune opere, di autori immensi, ti elevano, e io intendo elevare te e nutrire la tua anima con questo dono.

  1. Ti regalo un libro che non conosci e non è magari tra i libri che avresti scelto. Ma è il mio preferito, quello che – se arrivasse un terremoto e mi chiedessero di salvare poche cose – porterei con me.

Donare questo preciso libro significa che voglio donare me stesso a te, desidero che tu mi conosca, entri nel mio mondo e ne faccia parte. Vuol dire permettere e desiderare che l’altro comprenda chi siamo, e non lo facciamo con tutti.

Buon dono!

I PURI DI CUORE

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Una qualità che cerco spesso nelle persone è definibile come ‘Integrità’. Mi piace questo termine, e mi piace riconoscere che esista un’integrità in alcune persone. In qualche modo, queste possono anche essere definite come ‘puri di cuore’. Sono quelle persone che agiscono sempre in maniera retta, che prendono l’esistenza – propria e degli altri – seriamente, che non si approfittano mai delle situazioni né sfruttano il prossimo per il proprio tornaconto. Esse rispettano gli altri come rispettano se stessi, riescono a non inquinarsi, a restare in uno stato di innocenza e di purezza pur attraversando le varie vicissitudini della vita e avendo a che fare con tutte le specie di umani. Sono le persone rette, degne di assoluta fiducia, a cui basta ancora una stretta di mano e la cui parola ha un valore certo. Le persone con un «cuore puro» non sono doppie, non sono ipocrite. Ciò che dicono corrisponde a quello che pensano e a ciò che fanno. Il loro agire è animato da una retta intenzione: senza secondi fini, senza pensieri nascosti. Non essendo persone corrotte, sono persone felici. 

Conoscere un puro di cuore è disporre di un tesoro inestimabile.

Immobile creatura. Un mio breve racconto

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La sua vita era stata discreta; quel susseguirsi di stagioni per anni e anni, e ancora anni, era il cadenzare della sua esistenza. Immobile, con radici ben piantate per terra, ben allungate nel terreno circostante, fino a raggiungere le altre specie, fino a parlare con loro con dolci schiocchi. E il suo corpo, denso e massiccio, imponente come di chi sa il fatto suo, fermo in quel luogo desolato, ricco di suoni e di silenzi. E la chioma, folta e spettinata, accarezzata dal vento e smossa di tanto in tanto da creature che vi si depositavano laboriose. Si sforzava, di anno in anno, di produrre dei fiori un po’ insignificanti, omaggiandone i dintorni. I frutti, però, erano ben riusciti e parlavano di lui, della sua generosità, del suo talento. Amava le stagioni e le piogge, amava ascoltare e addormentarsi pigramente, ritto in quel luogo eterno, dove era stato depositato un tempo. Quella era la sua casa.

La vide in una sera pigra e dolce, da lontano, e provò a chiamarla con un rapido svolazzare di foglie, ma non ottenne alcuna risposta. Che creatura strana, pensò, capace di spostarsi in quel modo. Raggruppò molta energia su di sé, facendola risalire dalle radici profonde, e gliela inviò con dei segnali di gratitudine e di bontà. Fu a quel punto che lei si accorse di lui e si avvicinò curiosa. Lui arrossì improvvisamente, e il suo fogliame divenne bruno più di quanto fosse opportuno in quel preciso momento, più di quanto il bosco vicino avrebbe tollerato dalla sua specie. Avrebbe dovuto renderne conto ma non se ne curò. Quando gli fu vicina, lei allungò timidamente una mano e lo toccò. Lui prese a vibrare, sentendo quell’interesse verso la sua immobilità. Lo abbracciò, infine e finalmente, e per lunghi attimi fu possibile appartenersi totalmente. Un equilibrio mai visto, mai provato, intenso e improvviso. Lei lo guardò in tutta la sua maestosità, dal basso all’alto, e lo chiamò Faggio. Gli disse: ‘Grazie di esistere, Faggio’. Seppe come si chiamava solo in quel momento. Seppe di esistere anche per altri e si inorgoglì. Le fu grata toccandola appena con un ramo. Non poteva di più. Poi, tornò in quel silenzio eterno cullandone il ricordo.

Non essere soli

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Il 27 ottobre 1986, Papa Giovanni Paolo II convocava ad Assisi la prima Giornata mondiale di preghiera per la pace, cui presero parte i rappresentanti di tutte le grandi religioni mondiali. Vi parteciparono, oltre ai cattolici, 50 rappresentanti delle Chiese cristiane e 60 rappresentanti delle altre religioni mondiali.

Le foto sono bellissime.

CAPI RELIGIOSI

Sono molti i modi di pregare, di guardare in alto o tra i fenomeni della natura. Molti i modi che l’uomo ha per indagare il mistero e per ricevere delle risposte. Ma tutte convergono in un unico centro: la necessità di sapere di essere stati voluti così, di essere guidati, di potersi fidare, di sapere che non si è mai realmente soli.

Personalmente, non conosco un ateo che lo sia sul serio.