
Autore: Roberta
Desiderare

Dopo aver scritto una letterina a Gesù Bambino o a Babbo Natale , un bambino aspetta fiducioso; sa che, se si comporta bene, il suo desiderio verrà esaudito. I suoi desideri, anche se sono giocattoli, sono ricchi di slancio e fremito verso ciò che avverrà, perché, nell’attesa di quella notte, egli immagina e spera guardando fuori da una finestra. Dunque, attende con emozione, in quanto sa che in parte può dipendere da lui, dal suo comportamento, ma in parte no perché tutto è magia e mistero. Questo mistero, questo desiderio di guardare all’infinito e di desiderare che qualcosa arrivi per noi, è fondamentale per il fanciullo come per chiunque.
Desiderare significa avvertire la mancanza di qualcosa o di qualcuno e tendere a ottenerlo. Significa aspirare e bramare. Non è recarsi in un negozio a fare compere, ma piuttosto – nell’antico significato greco derivante da de-sideribus – stare sotto le stelle osservandole. Significa sentirsi un puntino di fronte a quell’immensità ed esprimere qualcosa che ci sta molto a cuore. Significa comunicare con loro e lasciare che siano loro a decidere per noi. Perché, se ci comportiamo bene, cioè se siamo puri nei sentimenti e nelle intenzioni, il desiderio potrà avvenire; e se siamo puri e non avviene, probabilmente è ciò che deve avvenire. Ma è nel desiderio l’emozione più grande, è nell’affidare alle stelle la volontà che le cose per noi e per altri vadano meglio, che un sogno si avveri, che una persona ritorni. E’ nell’attesa il dono più grande, perché il cuore si stringe e sappiamo di essere amati a prescindere con tutto ciò che la vita ci sta dando o togliendo, perché è questa la nostra vita, ricca di desideri ed assenze, di opere riuscite e di grandi errori. E’ ciò che non ci viene dato, però, il più grande dono. Auguri a tutti.
L’atmosfera perfetta

Ed eccola, l’atmosfera perfetta. E’ nei quadri di Thomas Kinkade, definito pittore di luce e per me magnifico.
Qualche snob la chiamerebbe pittura di genere e di maniera, ossia – in un’accezione negativa – la ripetizione di un certo cliché con finalità di diffusione della propria opera, per moda o per convenzione.


Io, invece, che bado alle emozioni e delle classificazioni me ne frego abbastanza, di fronte ai paesaggi di Kinkade mi sciolgo. Li osserverei per ore, particolare dopo particolare, scenetta dopo scenetta. Quelle luci, quei bagliori dei lampioni sotto il nevischio, quei baluginii dei fari sulla neve, è il mondo incantato in cui vorrei vivere. In fondo, se Kinkade riesce ad immaginare ancor prima che a produrre, dei tali paesaggi, qualcosa a questo mondo l’ha donato eccome, perché ci ha consegnato un senso di calore e di bellezza, e sappiamo quanto ce ne sia bisogno.


Se guardando queste opere riusciamo a sentire il freddo, se chiudendo gli occhi percepiamo lo scorrere del ruscello, o vorremmo entrare a tutti i costi in quel cottage o in quella chiesetta, ebbene questa è arte a tutti gli effetti, perché riesce a produrre sensazioni forti, emozioni, immaginazione. In due parole: ci porta lontano.


S. Natale 2
Il Natale è anche calore, e sogno, e fanciullezza. E’ la nostra infanzia. Se chiudiamo gli occhi, e sgombriamo la mente dal superfluo e dall’inutile frenesia, esso riappare nitido. Così, ritroviamo quei giorni lontani in cui venivamo accuditi, in cui eravamo amati. Amati sul serio, intendo, incondizionatamente. Circondati di poco eppure di tanto, di volti a noi realmente cari, quando ancora la nostra ingenuità ci proteggeva da tutto, dai dispiaceri e dalle nevrosi. Nulla era ancora avvenuto, allora, e noi pensavamo che così saremmo stati per sempre, in un eterno nido. Un piccolo gioco e un’immensa felicità, mentre la casa si riempiva di risate e divertimento, di luci e carillon. Eravamo al sicuro sul serio, protetti e illusi.
Se ritorniamo ad allora, ne viviamo ancora le sensazioni, persino i rumori e gli odori della nostra casa; è a quello che dobbiamo tornare, alla nostra infanzia incantata. Ad ogni adulto che leggerà questo post, io dico: ‘gioca’! Con cosa giocavi da piccolo? Ebbene, riprendi quei giochi, se li hai conservati, oppure ricomprali e gioca. Regalati un gioco della tua infanzia per Natale e non te ne vergognare. Ti sentirai felice, sentirai che quel bambino, quella bambina che giocava spensierata, sei ancora tu. Io ho delle bambole e le vesto, e presto mi comprerò una casa delle bambole. Mi farà sognare, mi farà essere ciò che sono, una fanciulla sognatrice che la vita ha cercato di piegare. La fanciulla resiste e gioca, e continuerà a giocare con le sue bambole, i suoi piccoli oggetti, lavorando d’immaginazione e sentendosi una principessa. Giocherò con lo stesso fervore e nessuno potrà impedirmelo. A chi mi chiederà cosa desideri per Natale, quindi, risponderò: una bambola. E nel pomeriggio del giorno di Natale ci giocherò, e giocherò con mio fratello a indiani e cow-boy, come facevamo allora.
Il libro tibetano dei morti
Qualcuno, incuriosito e volendo sapere cosa stessi leggendo, si è messo a ridere. Ha iniziato con gli scongiuri e le solite battute cretine. Si sa, da noi di tutto si può parlare fuorché della morte. E invece, ho appena finito questo libro ed è proprio nel mese delle festività che ritengo di volerne parlare, perché festeggiamenti e morte vanno a braccetto, più di quanto non ci si renda conto.
Questo libro parla della profonda conoscenza che la civiltà tibetana ha del processo della morte e di tutti i suoi stadi intermedi, dai momenti appena precedenti ad essa fino al momento della completa liberazione e alla successiva reincarnazione. Insegna a prepararsi alla morte durante il corso di tutta la propria vita per arrivare pronti, per sapere di che si tratta, per non esserne spaventati, per avere idea di cosa succederà dopo. Vi si trovano tutte le preghiere che vanno recitate sia personalmente che da parte dei conoscenti o parenti che, attraverso di esse, accompagneranno la persona cara durante l’intero processo. Vi sono spiegati i preparativi di tipo etico, che implicano il controllo mirato delle proprie abitudini di vita come se la morte fosse imminente. Esse sono: sviluppare la generosità, la sensibilità verso il prossimo e la tolleranza. Un’altra indicazione è quella di donare cose che ci appartengono: non solo quelle che non ci interessano, bensì proprio quelle che ci piacciono. Questo perché ciò che conta non è la grandezza del dono, bensì l’attaccamento che noi abbiamo sviluppato verso di esso. Praticandolo, e osservando i processi mentali che accompagnano l’atto di abbandonare ciò a cui si è attaccati, trascendiamo il nostro ego e giungiamo a fine vita con maggiore umiltà e privati di attaccamenti che ci farebbero odiare la morte. Bisogna anche osservare i nostri sentimenti e le nostre relazioni pensando che potremmo non esserci più e, dunque, ciò che più dovremmo avere a cuore è la felicità delle persone che amiamo. Occorre concentrarsi sulle azioni che rendono i nostri amici e i nostri cari non divertiti in maniera superficiale, ma realmente felici. E’ bene pensare agli altri prima che a noi stessi. Comprendere che ogni legame è temporaneo.
Devo lavorarci molto, sono così imperfetta….
S. Natale

A voler essere coerenti, tutti i non credenti in un Dio cristiano, nonché tutti gli atei, dovrebbero scendere in piazza per chiedere di non essere obbligati a festeggiare il S. Natale. Quindi, ad esempio, dovrebbero chiedere che siano abolite le chiusure per festività nei propri luoghi di lavoro e, anzi, che possano tenerli aperti loro stessi svolgendo il lavoro anche per gli altri (per il principio di libertà di culto). Dovrebbero chiedere che le scuole e gli asili rimangano aperti per i propri figli non credenti, dato che, così come i figli di credenti sono in qualche modo condizionati dal credo dei genitori, anch’essi lo sono dal non-credere degli stessi. Dovrebbero ritenere quel giorno, e i giorni attigui, come normali giorni di lavoro e di ordinaria attività.
Perché, piaccia o no, vi si creda o no, il Natale è una festività religiosa, ovvero la ricorrenza della nascita di Gesù. Direi che poco importa sapere che nel mese di dicembre si effettuavano i festeggiamenti dei Saturnali dei tempi antichi, in quanto duemila anni di cristianesimo hanno modificato totalmente il significato delle cose e delle tradizioni antiche. Personalmente, avrei voluto che anche le pratiche antiche permanessero, avrei voluto che nessuna festività andasse ad innestarsi su quelle già preesistenti, poiché ho grande ammirazione per tutte le antiche civiltà e per la loro saggezza profonda. Ma dato che oggi il S. Natale è strettamente connesso alla nascita di Gesù, suggerirei a chi non vi crede di esercitare i propri festeggiamenti in altro periodo dell’anno, proprio per prendere le distanze da esso, venendo però in quei giorni regolarmente a lavorare e pretendendo che nulla si fermi.
E’ singolare constatare come molti non credenti (nulla contro di loro, sia chiaro) comincino ad addobbare casa molto prima dell’8 dicembre, anticipando le pratiche natalizie fino a farle coincidere con i tempi dei negozi, che ormai offrono le mercanzie da ottobre. Forse non credono in Dio ma credono nel consumismo e, dunque, sono più innamorati loro del Natale di tutti gli altri. Si dirà che quel giorno è anche altro, ossia un recupero di vicinanza con il prossimo e di calore familiare, ma sono questi degli aspetti che andrebbero mantenuti sempre, prescindendo da ogni festività. Si dirà che serve per lo scambio di un dono. Può darsi, ma per chi è nato in Italia il Cristianesimo rappresenta le sue radici, e quando si pensa di volerne prendere le distanze, si prendono le distanze dal nostro stesso passato lontanissimo e dalla nostra cultura, e si prendono le distanze da tutto ciò che in duemila anni è accaduto attorno a quelle vicende, ossia una storia lunghissima, moltissimi popoli, grandi letterati e filosofi, artisti immensi e tutto ciò che è stato scritto e discusso, ciò che ci è stato lasciato e costruito, compreso ciò che è stato o è andato distrutto. Si pensa forse di prendere le distanze da ciò che meno ci è piaciuto di esso, o di ritenere che tutto sia inventato, ma si ottiene di dimenticare anche il resto e di divenire dei soli acquirenti di oggetti, abbracciando di fatto la più grande e potente religione esistente.
Ferirsi

Gli alberi sono le creature più antiche e, di essi, sappiamo che possono vivere anche migliaia di anni. Sappiamo anche che, per ogni anno della loro vita, l’espansione del fusto determina un nuovo cerchio la cui traccia rimarrà evidente all’interno del tronco. Dunque, se in alcuni precisi anni della sua vita, un albero ha dovuto soffrire una forte siccità, o un’invasione di parassiti o di animali distruttivi, oppure ha subìto l’attacco del fuoco, ebbene queste ferite rimarranno incise come su un disco. E’ la memoria della loro vita, ed è un messaggio della loro sofferenza che consegnano a noi che siamo divenuti capaci di leggerlo e interpretarlo. Dove si incidono invece le nostre ferite? Nell’anima? Le ferite dell’anima possono in parte essere curate, se in qualche modo riconosciute, e lenite, ma non guariranno mai del tutto. Che non guariscano del tutto è fondamentale e funzionale. In realtà, esse si trasformano in qualcosa di meraviglioso, se solo fossimo tutti capaci di comprenderlo. Le persone che incontro tutti i giorni, e quelle nuove che conosco, hanno tutte, ma proprio tutte (me compresa), delle ferite profonde. E’ sufficiente ascoltarle e, presto, esse emergeranno con dirompenza e si riveleranno. Recentemente, sono giunta alla conclusione che è probabile che nessuna persona al mondo sia priva di profonde ferite incise nell’anima. Queste ferite, dettate da forti dispiaceri, esperienze che le hanno segnate in profondità, scardinamenti dell’asse mente/cuore/anima, hanno però un duplice scopo, in quanto da una parte ci chiedono di guardarci interiormente, di conoscerci e di volerci bene, di perdonarci e di perdonare, di evolverci attraverso l’elaborazione della sofferenza; dall’altra, ci chiedono di riconoscerci. L’umanità ha un forte bisogno di abbracciarsi, di appartenersi e appartenere al creato, di tornare a casa, in quel luogo in cui collettivamente non siamo più. Non siamo più un’umanità, non ci ‘sentiamo’ più. Siamo profondamente feriti e sconnessi dalla nostra origine e dalla nostra missione. Dunque, le ferite ricevute, quelle che pensiamo siano solo dolore da vivere con se stessi, sono un ponte verso chi è ferito come noi, chi ha lo stesso disagio. Avvicinandoci all’altro, ascoltandolo e percependo lo stesso sentire, ognuno di noi deve allungare una mano verso di lui, in quanto riconoscendo la sua ferita egli vede se stesso e le due anime si abbracciano e muovono insieme i passi successivi, si curano reciprocamente. Le due persone si riconoscono in questo come in nient’altro. Una rete basata sul riconoscimento delle ferite altrui è una rete potentissima, esattamente quanto quella utilizzata dagli alberi che, anche quando molto distanti tra loro, permette loro di allertarsi reciprocamente. Tutta la falsa socializzazione che ci circonda, invece, può solo acuire un profondo vuoto, in quanto non favorisce alcun desiderio di rivelare le proprie ferite ma, al contrario, di nasconderle per apparire ciò che non si è.
Ragione e Sentimento




