Karma

Mi è capitato in passato di subire dei torti e delle cattiverie e, presa dalla rabbia, avevo invocato le peggiori cose in direzione di chi me le aveva fatte. Ciò che era accaduto loro successivamente, era stato così immediato e così pesante che ho pensato di non doverlo più fare. Non volevo, in fondo, avere questo genere di responsabilità, soprattutto nello stabilire ‘cosa’ e ‘quanto’ dovesse accadere, forse non ero nemmeno certa di volerlo. Oggi, mi è capitato un episodio simile. Avevo avuto un gesto di preoccupazione verso una persona con la quale c’era un rapporto di amicizia, un gesto di considerazione e di attenzione motivato dalle più nobili intenzioni, e in tutta risposta questa persona mi ha inviato una risposta offensiva piena di rancore. Sono rimasta attonita e molto dispiaciuta. Fino ad alcuni anni fa, di fronte ad una tale risposta sarei entrata nell’apparecchio telefonico per uscire dall’altra parte e tirare due sberle a un tale essere. Lo avrei aggredito con tutta la mia dialettica per stenderlo mortalmente, me lo sarei mangiato vivo.  Ora no. Se c’è una cosa che ho imparato o sto imparando è che tutto questo non serve. Ciò che conta è l’intenzione che avevi; se sai di esserti comportata correttamente nell’episodio con quella persona, ma sei stata trattata così, avverrà presto qualcosa che metterà le cose a posto. Qualcuno legge nel tuo cuore e non puoi mentire. Nessuno può fare del male ad un altro gratuitamente, dovrà pagare un prezzo e verrà toccato proprio in ciò che gli darà più fastidio. L’ho visto capitare ormai a molti e avviene nel giro di poco tempo, direi sin dai primi giorni o mesi successivi. Se erano capetti che trattavano male le persone, cadranno dalla loro posizione e verranno trattati male da quello sopra. Se era una persona particolarmente attenta alla propria immagine sociale, otterrà che nessuno lo considererà più e verrà allontanato e ritenuto insignificante (non cito a caso, ma proprio ciò a cui ho assistito). E’ una forma di riequilibrio di forze che non può essere arrestato e che viene innescato proprio da loro, dalla loro cattiveria. Mentre si sentono forti, non sanno di aver premuto quel tasto che non andava premuto, e il processo si innesca. Basta tenerli d’occhio e li si vedrà cadere nel giro di poco, in ambito professionale come personale.

“Se è la sofferenza che temi, se è la sofferenza

ciò che detesti, non compiere mai azioni cattive,

perché tutto si vede per quanto segreto.

Persino un volo nell’aria non ti può liberare dalla sofferenza

dopo che l’azione cattiva è stata commessa.

Non nel cielo, né nel mezzo dell’oceano,

né se ti nascondessi nelle crepe delle montagne,

un angolo riusciresti a trovare in questa

terra tutta, dove il karma il colpevole non raggiungerebbe.

Ma se vedi il male che altri ti fanno

e se sentitamente tu disapprovi,

stai attento a non fare al medesimo modo,

perché le azioni delle persone con esse rimangono.

Quelli che imbrogliano negli affari,

quelli che contro il Dharma agiscono,

quelli che frodano, quelli che truffano,

se stessi gettano in un gorgo,

perché le azioni delle persone con esse rimangono.

Qualsivoglia azione possa un individuo

compiere,

siano esse di gioia portatrici, siano esse cattive,

un’eredità per lui costituiscono,

le azioni non svaniscono senza lasciar traccia. (…)

Un’azione cattiva non necessariamente causa subito a chi l’ha compiuta

un qualche guaio.

Essa nascostamente allo stolto superficiale

si accompagna,

proprio come un fuoco che giace sotto la cenere.

Proprio come una lama appena forgiata,

l’azione cattiva nell’immediato non provoca alcuna ferita.

Proprio il ferro produce la ruggine

che lentamente di certo lo consumerà.

Colui che il male compie,

dalle sue stesse azioni è portato

a una vita di sofferenza”.

Dharmapada

Telepatia

TELEPATIAUltimamente gli episodi sono aumentati in maniera esponenziale: penso a un’amica e lei, simultaneamente, mi chiama o mi invia un messaggio. Penso ad un collega, e questo mi scrive. Nomino un tizio e questo appare all’improvviso. Pianifico di chiamare per una data cosa, e il tipo della data cosa non mi permette nemmeno di fare il numero. Cinque-sei volte al giorno. Potrei stare ferma incrociando le braccia e limitandomi a pensare intensamente per far accadere un po’ questo e un po’ quello. Forse potrei farne un mestiere. Bello, da una parte, ma anche sconcertante, in quanto le apparizioni di chiamate, mail, sms, persone, fatti, collegamenti, avvengono simultaneamente. Non mi importa a quali conclusioni sia giunta la scienza, in quanto la scienza si muove nel noto, non nell’ignoto. Sto quindi studiando il fenomeno sul piano esperienziale e una cosa l’ho capita: il pensiero deve essere vero, non simulato. Il collegamento attraverso questa rete avviene solo ad una certa frequenza di pensiero, ovvero quando si sta pensando con un certo grado di interesse, di intenzione. E’ un pensare attivo e potente che evidentemente, per chi ne ha un po’ le facoltà, fa partire un messaggio che viene recapitato all’altro e gli fa ritenere di essere lui a pensare a me. Avviene una connessione e lui funge da ricevitore. C’è solo una persona che non mi chiama, benché la stia pensando intensamente da giorni e giorni, ma so che non vuole chiamarmi, quindi la sua intenzione è contraria alla mia. Però, mentre ci penso stando in piedi nel treno delle sardine del mattino, la sardina di fianco a me apre un’agenda che riporta una serie di cognomi e orari, come di appuntamenti, io sbircio sulla pagina e il primo cognome che appare è quello di questa persona. A casa, accendo la televisione e il cognome del tipo che parla è lo stesso, oppure appaiono una serie di persone-ponte con questa persona. Un po’ come se fosse questa persona a pensarmi, ma al tempo stesso a non volersi rivelare direttamente. Non so che fare, in questi casi, intanto potenzio il segnale e ci riprovo. Vedremo.  

Progresso

Allora: c’è questo tizio che va in giro per tutt’Italia a parlare di progresso. Ha un sito, ovviamente, dove lui appare in posa, abbronzatino, pettinatino, come un bravo scolaretto coach.

Inutile dire che per progresso lui intenda esclusivamente il progresso dell’uomo, neanche da chiedercelo; la sua idea sta tutta nell’intelligenza artificiale che, dal suo punto di vista, dovrebbe impiantare la nostra. Peccato che sia pensata da noi, ovvero dall’uomo che non è l’essere più intelligente del Pianeta e neanche il più bravo nel processo evolutivo, anzi su questo è l’ultimo in ordine. Questo tizio abbronzatino forse non lo sa, e purtroppo non lo sanno nemmeno tutti quelli che vanno ad ascoltarlo, altrimenti lo seppellirebbero di pomodori. Parla poi di tecnologia. Noi pensiamo sempre che la tecnologia risolverà dei problemi; in realtà, noi creiamo i problemi e poi inventiamo una tecnologia che risolva i problemi da noi stessi creati. Questa è stupidità, non intelligenza, e di certo non è progresso. Ci sono molti studi che attestano come l’intelligenza dell’uomo stia progressivamente diminuendo, ne hanno parlato anche in una recente puntata di Presa Diretta. L’abbronzatino non lo sa perché non ha come scopo quello di effettuare un reale approfondimento, ma piuttosto quello di mettere in mostra il suo ego (abbronzato).

Parla ovviamente di telefonia, inneggiando a tutte le nuove aggiunte dell’ultimo modello, annunciandole come lo scoop del secolo: doppia camera, riconoscimento del volto, display olografici, ecc. Si esalta, il tizio, perchè anche solo parlandone ha delle esperienze extracorporee in uno stato di trance.

L’abbronzatino in posa conosce l’intelligenza delle piante? Conosce i cicli evolutivi del pianeta e quali misteri vi sono ancora celati? E’ in grado di dirci dove sta andando non la telefonia (che dal mio punto di vista dovrebbe scomparire dalla faccia della terra insieme a tutti gli abbronzatini) ma l’Umanità intera? Che domande è abituato a farsi? E che domande si fanno quelli che vanno pure ad ascoltarlo?

L’ho sentito una volta al telefono, questo tizio. Può darsi che ci incontreremo e, se sarà così, intendo scardinargli completamente l’intero suo pensiero. Queste persone diffondono stupidità.

Planet Pride

Ho sempre considerato l’omosessualità una non-questione, poiché sarebbe per me come dover parlare dell’eterosessualità in quanto tale. Cosa ci sarebbe da dire? Ho già scritto un post sulla tolleranza illustrando come, tutto ciò che esiste in natura, è implicitamente accettato dalla natura stessa e non sta a nessun altro accettare o tollerare, vocaboli che creano un rapporto di forza dell’uno verso l’altro. Dunque, qui potrei ritenere chiuso il discorso.

In realtà, la questione è molto più sottile, in quanto non ha a che vedere con la natura di una creatura ma col forte condizionamento sociale e culturale prodotto all’interno della famiglia e della società. Stabilito che l’omosessualità è qualcosa di anormale, ecco che il gregge vi si muove collettivamente contro.

Qualche settimana fa, un amico mi ha donato il dvd ‘2 Volte Genitori’, dell’Associazione Agedo. L’ho visto per 4 volte ininterrottamente rimanendo affascinata dalla narrazione. Vi sono alcuni genitori che raccontano la propria storia a partire dalla scoperta di avere un figlio o una figlia omosessuale; poi, l’elaborazione del dramma personale e familiare fino al raggiungimento di una maggiore conoscenza e consapevolezza. Una sorta di morte e rinascita. Ora, credo che i genitori si dividano in tre categorie, riguardo alla questione: quelli che cadono nel dramma toccando il fondo e rialzandosi, come nel caso dei genitori del dvd; quelli che non accetterebbero mai e, dunque, fanno ammalare i propri figli col proprio rancore e quelli (qui mi ci metto io) che non si pongono il problema. Un figlio sia ciò che deve essere e, soprattutto, non sia considerato qualcosa di nostro perché non è affatto così. Un figlio, come un parente, come un conoscente o uno sconosciuto è altro rispetto a noi. Non mi sembra difficile da capire.

Mentre guardavo e riguardavo il filmato, alcuni passaggi mi hanno colpita particolarmente. Ad un certo punto della vicenda di questi genitori avveniva sempre un momento di sconcerto quando si chiedevano cosa gli altri avrebbero detto di loro e del loro figlio (i parenti, i vicini di casa, gli amici, i colleghi). Il loro terrore era nel non sapere come porsi, come spiegare e come apparire nei confronti degli altri, di essere additati. Ecco la gabbia: gli altri. Gli stramaledetti altri. Ne erano terrorizzati. Col tempo, ciò che è accaduto è stato un miracolo: in questi genitori iniziava a scomparire il timore del giudizio altrui. Ed ecco che quella che inizialmente sembrava una disgrazia, era in realtà una grande opportunità di liberazione, di affrancamento, di evoluzione personale. Io ho grande fiducia nell’uomo, inteso come creazione. Ho fiducia nel singolo uomo che, se preso ed estirpato dal branco, è sempre in grado di comprendere un ragionamento ben argomentato qualunque esso sia, basandosi sulla propria sensibilità e intuizione. Non ho, invece, alcuna fiducia nella massa ed è lì che si colloca la matrice delle intolleranze. Questo perché il pensiero collettivo, da cui sono sempre fuggita a gambe levate, per mantenersi collettivo ha bisogno di livellarsi sul grado dei più bassi. E’ una legge dimostrata.

Così, tramite il proprio percorso elaborativo, questi genitori attraversavano una frattura con se stessi e il proprio modo di pensare, che altro non era se non esattamente quello dei loro genitori. Attraverso questa esperienza, essi interrompono la trasmissione automatica del pensiero verso la generazione successiva, creando una svolta. C’è una funzionalità in tutto questo. Trovano una forza che non pensavano di avere, il coraggio di pensare diversamente. Una rinascita molto potente. Diventano una specie di cellule madri che si innestano nella società e svolgono un nuovo ruolo.

La cosa che trovo più interessante è, come sempre, il percorso. Credo molto nei percorsi salvifici, che ci trasformano e ci portano ad un altro stadio di evoluzione. Quindi, gli aspetti legati ai diritti gay e alle diverse battaglie sono da un certo punto di vista secondo me marginali. Ciò che conta veramente è la trasformazione del pensiero, il salto in avanti, la liberazione interiore. D’altra parte, qualunque forma di intolleranza verso la categorizzazione del prossimo ha un’unica matrice. Quindi, proporrei di superare l’epoca dei Gay Pride e di partire con gli Human Pride. Essere orgogliosi di ciò che si è. Un Pride in cui tutti sfilino senza etichette, classificazioni, in cui semplicemente essere ciò che si è o si sente di essere. E poi un Planet Pride. Penso sia arrivato il momento e, anzi, penso che lo proporrò.

Alda

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Alda Merini, classe 1931. Anni fa avevo visto una sua intervista; nella sua casa di Milano, sui Navigli, raccontava la sua vita, i suoi amori per uomini che non l’avevano amata, la sua solitudine, la sua depressione. Fumava una sigaretta dietro l’altra e le spegneva buttandole a terra, sul pavimento della cucina come fosse l’asfalto all’aperto, schiacciandole e lasciandole lì. Mi avevano colpito proprio quei gesti e mi buttai nelle sue poesie. Magnifiche, colme di dolore, di disillusione, di malinconia. La amo tanto, come amo tanto tutti coloro che soffrono, ne riconosco i segni, ne riconosco le vibrazioni. Ci riconosciamo.

Scelgo di farle onore con queste due sue poesie. Donna grande, come vorrei che tutte le donne fossero. Le vere donne, intendo, non le altre. Alda Merini era una vera donna, ecco. Le persone che soffrono o hanno sofferto hanno una marcia in più, l’ho sempre pensato.

 

‘Mi sento un po’ come il mare: abbastanza calma per intraprendere nuovi rapporti umani ma periodicamente in tempesta per allontanare tutti, per starmene da sola.

Ogni giorno cerco il filo della ragione, ma il filo non esiste o mi ci sono aggrovigliata dentro.

Due cose portano alla follia: l’amore e la sua mancanza

Non mettermi accanto a chi si lamenta senza mai alzare lo sguardo, a chi non sa dire grazie, a chi non sa accorgersi più di un tramonto. Chiudo gli occhi, mi scosto un passo. Sono altro. Sono altrove.

Quelle come me sono quelle che, nell’autunno della tua vita, rimpiangerai per tutto ciò che avrebbero potuto darti e che tu non hai voluto.

A volte l’anima muore e muore di fronte a un dolore, a una mancanza d’amore e soprattutto quando viene sospettata d’inganno.’

 

‘Mi piace il verbo sentire…
Sentire il rumore del mare,
sentirne l’odore.
Sentire il suono della pioggia che ti bagna le labbra,
sentire una penna che traccia sentimenti su un foglio bianco.
Sentire l’odore di chi ami,
sentirne la voce
e sentirlo col cuore.
Sentire è il verbo delle emozioni,
ci si sdraia sulla schiena del mondo
e si sente…’

Samurai

SAMURAI 1

Mi piace vedere e rivedere alcuni film per me meravigliosi, che parlano di valori quali lealtà, amicizia, onore, rispetto. Soprattutto quando, di percepire questi valori, ne ho bisogno. Mi piace quando in mostra ci sono grandi anime, la grandezza di alcuni che si distinguono per i propri principi, la propria passione, il proprio codice. Insomma: ho un debole per questo genere: storie epiche, grandiose, in cui ritrovo i valori che stento a trovare nella realtà. In questi film mi rifugio, lotto con i protagonisti (qui un superbo Tom Cruise e un Samurai di una rettitudine, di una possenza e di una sensualità da urlo). Piango per loro, applaudo all’Imperatore del Giappone per la sua grande consapevolezza di ciò che conta. Scarico la colonna sonora, anch’essa un capolavoro, e me l’ascolto andando al lavoro. Un film da guardare e riguardare mille volte.

Spegnendo il lettore dvd con le lacrime agli occhi, poi, sono passata automaticamente alla tv e al solito talk show con le solite facce e i soliti concetti ad un livello rasoterra. Mi è venuto il vomito, il passaggio è stato troppo brusco per la mia sensibilità e non ho potuto sopportarlo. Ho spento in 5 secondi netti. Volevo continuare a sognare perché, lo so, sono un’idealista e voglio sognare, voglio trovarmi tra quella gente del film, sono un’idealista convinta, voglio esserlo e me ne vanto. Nessun talk shaw, nessun stupido programma mi farà scendere dalle mie alte vette. Sarò anch’io un ultimo Samurai.

SAMURAI 2

Sguardo laterale

CAVALLI.jpg

Più volte, qualcuno mi ha fatto notare che quando parlo di animali io sorrido. E’ così. Sento di amarli e di volerli conoscere, sento di essere in profonda armonia con loro. Mentre sono spesso infastidita dalle persone, non lo sono degli animali, incorrotti e puri. Ciò che io cerco di raggiungere da anni, cioè quella felicità assoluta data dal non essere o dall’essere tutto in quanto se stessi, un animale l’ha trovata da sempre. Non è inconsapevolezza, questo è un concetto umano che vogliamo estendere ad altri per giustificare noi stessi. E’ piuttosto piena consapevolezza di ciò che uno è, quale sia la sua missione, e accettarla come fatto imprescindibile e imperscrutabile. Ciò che un animale è, come un fiore, un albero, è e basta. Non si fanno domande non perché non abbiano un pensiero come il nostro e non capiscano a cosa realmente pensare, ma perché la loro comprensione dell’esistenza è reale, assoluta, totale. C’erano prima di noi e ci sopravvivranno, continuando la loro vita di stagione in stagione, di generazione in generazione, sapendo perfettamente cosa fare e come. Tutto qui, il mistero della loro felicità. Esistere perché tutto funzioni, stando al proprio posto e non cercando altro. Osservo gli animali così tanto e da così tanti anni che posso dire di aver ricevuto molte lezioni da loro, mi hanno insegnato molte cose. A fluire nella vita, a sopportare per rimanere me stessa. Come farebbe un mulo, guardo avanti verso il mio personale orizzonte ma mantengo uno sguardo laterale, percependo tutto ma non lasciandomi cambiare da nulla e da nessuno. So chi sono, lo devo a loro.

Arretratezza

LUPO

Se il grado di civiltà di un popolo si misura dal rispetto che dimostra verso tutte le creature e le biodiversità, allora il popolo della Regione Veneto non è molto civile, in quanto consente a quattro ottusi di proporre una legge per l’abbattimento dei lupi. Sarei felice di essere smentita, naturalmente. Ci avevano provato più volte e il loro Governatore si era inizialmente messo di traverso, con ammirazione da parte mia. In realtà, non ho ben chiaro come possa essere anche solo proposta una Legge Regionale che sia contraria ad una Legge Europea recepita dall’Italia (il lupo è un animale protetto), ma il senso del federalismo è anche questo, per chi è arretrato: questa è casa mia e ci faccio ciò che voglio (la proposta è anche di poter abbattere gli orsi). A confermare la finezza di pensiero, un’altra proposta di Legge permetterebbe ai cacciatori di poter accedere con mezzi motorizzati ai sentieri e mulattiere di montagna, per poter recuperare animali anche solo ipoteticamente feriti (da loro).

Bellissimo!

Perché accontentarsi di questo e non stabilire invece per Legge di poter abbattere qualunque animale, qualunque cosa cammini, si muova, respiri? Ma si, dai, facciamola questa Legge una volta per tutte, concepiamola così in modo da non doverci più tornare su. Dai, permettiamo a ‘sti deficienti di dare sfogo alle loro pulsioni fuori casa, dato che dentro casa sono certamente dei castrati. Anzi, spariamoci tutti a vicenda, non sarebbe bello?

I LUPI E GLI ORSI N O N  S I  T O C C A N O!!!

CHIARO???

AFFINITA’ E DISARMONIE

Vedevo spesso due tizi frequentarsi, una specie di colleghi di lavoro. Uno, perlomeno, mentre l’altro era uno di quelli che esistono nel palazzo ma non hai ancora capito cosa facciano, in ogni caso nulla a che vedere con me. Quest’ultimo aveva la fama di donnaiolo del più basso profilo, di quelli che in ascensore allungano bellamente le mani senza ritegno. Un morto di fame, insomma. Il primo, invece, era una persona da me stimata e considerata e mi domandavo spesso cosa i due avessero in comune, dato che una legge sostiene proprio che chi si frequenta ha qualcosa in comune. In genere non è il tempo libero, ma proprio il modo di concepire l’esistenza. Se uno è cretino, siate certi che lo è l’altro, altrimenti i due non potrebbero frequentarsi. C’è voluto solo del tempo per capire che anche il tizio che mi pareva di stimare altro non era che un secondo morto di fame, di quelli – peggiori degli altri – che ritengono che le donne esistano per fornire loro certezze sulla loro potenza sessuale. Scarsa, evidentemente. Ecco, cos’avevano in comune i due: due bavosi a caccia, con la lancia spuntata.

Il mio amato Schopenhauer scriveva questo, in proposito:

‘E’ stupefacente constatare con quale facilità e rapidità, nella conversazione, si rivelino l’omogeneità o l’eterogeneità dell’intelligenza e del carattere: ciò si avverte in ogni minima cosa. Gli individui con caratteri omogenei sentono subito e in tutto una certa sintonia che, che nel caso di una grande omogeneità, ben presto confluisce in una perfetta armonia, arrivando addirittura all’unisono. Con ciò si spiega, in primo luogo, perché la gente del tutto ordinaria sia tanto socievole e trovi dovunque così facilmente un’ottima compagnia. Con le persone fuori dell’ordinario accade l’inverso, e tanto più chiaramente quanto più si distinguono per qualche virtù; sicché nel loro isolamento a volte esse possono davvero essere contente di scoprire in un altro una fibra omogenea all’altro, per quanto piccola sia! Ognuno infatti può stare all’altro quanto l’altro sta a lui. Ormai dovrebbe risultare chiaro che gli uomini spiritualmente affini si trovano tra loro così rapidamente come se fossero attratti da un magnete: le anime simili si riconoscono da lontano. Certo si avrà occasione di osservare questo fenomeno assai più spesso tra gente meschina e scarsamente dotata; ma solo perché persone simili sono legioni, mentre le nature superiori, eccellenti, sono per definizione persone rare. Quindi, se in una grande associazione costituita per fini pratici, due furfanti matricolati si incontrano, essi si riconosceranno così prontamente come se inalberassero un’insegna e presto faranno lega per progettare frodi e tradimenti. Analogamente, se immaginiamo per assurdo una grande comunità di persone tutte molto sagge e intelligenti, con l’eccezione di due imbecilli presenti nel gruppo, questi si sentiranno attratti l’un l’altro dalla simpatia e ben presto ciascuno dei due si rallegrerà dentro di sé di aver incontrato almeno una persona ragionevole. E’ davvero sorprendente constatare come due individui, specialmente quando si tratta di persone moralmente e intellettualmente arretrate, si riconoscano a prima vista, cerchino in ogni modo di fare conoscenza e tutti giulivi si salutino amichevolmente come fossero vecchi conoscenti; tutto questo è così stupefacente che si è tentati di credere, secondo la dottrina buddhista della metempsicosi, che quei due siano stati amici in una vita precedente’.

(Si, è proprio il caso di quei due).

Capriolo Zoppo

CAPRIOLO ZOPPO

Nel 1854 il Presidente degli Stati Uniti, Franklin Pierce, si offrì di acquistare una parte del territorio indiano e promise di istituirvi una riserva per i pellerossa. La risposta del capo indiano “Seattle”, Capriolo Zoppo, risulta essere la più bella e la più profonda dichiarazione mai fatta sull’ambiente.

La dedico a tutti. Questi sono gli unici contenuti che abbiano un senso e che vorrei sentire nei discorsi dei nostri Presidenti, altro che i loro, infarciti di visioni ottuse e di breve raggio. Questa è Politica, Economia, Istruzione, Lavoro, Spiritualità, Spessore. Questo è Presente e Futuro.  Tutto ciò che, invece, si ostinano a propinarci, vale zero per l’intero Pianeta. Chi vale poco, ha pensieri piccoli, come piccole sono le sue azioni e il suo modo di pensare al mondo. Chi è grande svolge riflessioni e attua azioni elevate, che non possono però essere compresi dai primi, occupati come sono nelle loro meschinità.

‘Il grande Capo che sta a Washington ci manda a dire che vuole comprare la nostra terra. Il grande Capo ci manda anche espressioni di amicizia e di buona volontà. Ciò è gentile da parte sua, poiché sappiamo che egli ha bisogno della nostra amicizia in contraccambio. Ma noi consideriamo questa offerta, perché sappiamo che se non venderemo, l’uomo bianco potrebbe venire con i fucili a prendere la nostra terra. Quello che dice il Capo Seattle, il grande Capo di Washington può considerarlo sicuro, come i nostri fratelli bianchi possono considerare sicuro il ritorno delle stagioni.

Le mie parole sono come le stelle e non tramontano. Ma come potete comprare o vendere il cielo, il colore della terra? Questa idea è strana per noi. Noi non siamo proprietari della freschezza dell’aria o dello scintillio dell’acqua: come potete comprarli da noi?

Ogni parte di questa terra è sacra al mio popolo. Ogni ago scintillante di pino, ogni spiaggia sabbiosa, ogni goccia di rugiada nei boschi oscuri, ogni insetto ronzante è sacro nella memoria e nella esperienza del mio popolo. La linfa che circola negli alberi porta le memorie dell’uomo rosso. I morti dell’uomo bianco dimenticano il paese della loro nascita quando vanno a camminare tra le stelle. Noi siamo parte della terra ed essa è parte di noi. I fiori profumati sono nostri fratelli. Il cervo, il cavallo e l’aquila sono nostri fratelli. Le creste rocciose, le essenze dei prati, il calore del corpo dei cavalli e l’uomo, tutti appartengono alla stessa famiglia.

Perciò. Quando il grande Capo che sta a Washington ci manda a dire che vuole comprare la nostra terra, ci chiede molto. Egli ci manda a dire che ci riserverà un posto dove potremo vivere comodamente per conto nostro. Egli sarà nostro padre e noi saremo i suoi figli. Quindi noi considereremo la Vostra offerta di acquisto. Ma non sarà facile perché questa terra per noi è sacra. L’acqua scintillante che scorre nei torrenti e nei fiumi non è soltanto acqua ma è il sangue dei nostri antenati. Se noi vi vendiamo la terra, voi dovete ricordare che essa è sacra e dovete insegnare ai vostri figli che essa è sacra e che ogni tremolante riflesso nell’acqua limpida del lago parla di eventi e di ricordi, nella vita del mio popolo.

Il mormorio dell’acqua è la voce del padre, di mio padre. I fiumi sono i nostri fratelli ed essi saziano la nostra sete. I fiumi portano le nostre canoe e nutrono i nostri figli. Se vi vendiamo la terra, voi dovete ricordare e insegnare ai vostri figli che i fiumi sono i nostri fratelli ed anche i vostri e dovete perciò usare con i fiumi la gentilezza che userete con un fratello.

L’uomo rosso si è sempre ritirato davanti all’avanzata dell’uomo bianco, come la rugiada sulle montagne si ritira davanti al sole del mattino. Ma le ceneri dei nostri padri sono sacre.

Le loro tombe sono terreno sacro e così queste colline e questi alberi. Questa porzione di terra è consacrata, per noi. Noi sappiamo che l’uomo bianco non capisce i nostri pensieri. Una porzione della terra è la stessa per lui come un’altra, perché egli è uno straniero che viene nella notte e prende dalla terra qualunque cosa gli serve. La terra non è suo fratello, ma suo nemico e quando la ha conquistata, egli si sposta, lascia le tombe dei suoi padri dietro di lui e non se ne cura. Le tombe dei suoi padri e i diritti dei suoi figli vengono dimenticati. Egli tratta sua madre, la terra e suo fratello, il cielo, come cose che possono essere comprate, sfruttate e vendute, come fossero pecore o perline colorate.

IL suo appetito divorerà la terra e lascerà dietro solo un deserto.

Non so, i nostri pensieri sono differenti dai vostri pensieri. La vista delle vostre città ferisce gli occhi dell’uomo rosso. Ma forse ciò avviene perché l’uomo rosso è un selvaggio e non capisce.

Non c’è alcun posto quieto nelle città dell’uomo bianco. Alcun posto in cui sentire lo stormire di foglie in primavera o il ronzio delle ali degli insetti. Ma forse io sono un selvaggio e non capisco. Il rumore della città ci sembra soltanto che ferisca gli orecchi. E che cosa è mai la vita, se un uomo non può ascoltare il grido solitario del succiacapre o discorsi delle rane attorno ad uno stagno di notte?

Ma io sono un uomo rosso e non capisco. L’indiano preferisce il dolce rumore del vento che soffia sulla superficie del lago o l’odore del vento stesso, pulito dalla pioggia o profumato dagli aghi di pino.

L’aria è preziosa per l’uomo rosso poiché tutte le cose partecipano dello stesso respiro.

L’uomo bianco sembra non accorgersi dell’aria che respira e come un uomo da molti giorni in agonia, egli è insensibile alla puzza.

Ma se noi vi vendiamo la nostra terra, voi dovete ricordare che l’aria è preziosa per noi e che l’aria ha lo stesso spirito della vita che essa sostiene. Il vento, che ha dato ai nostri padri il primo respiro, riceve anche il loro ultimo respiro. E il vento deve dare anche ai vostri figli lo spirito della vita. E se vi vendiamo la nostra terra, voi dovete tenerla da parte e come sacra, come un posto dove anche l’uomo bianco possa andare a gustare il vento addolcito dai fiori dei prati.

Perciò noi consideriamo l’offerta di comprare la nostra terra, ma se decideremo di accettarla, io porrò una condizione. L’uomo bianco deve trattare gli animali di questa terra come fratelli. Io sono un selvaggio e non capisco altri pensieri. Ho visto migliaia di bisonti che marcivano sulla prateria, lasciati lì dall’uomo bianco che gli aveva sparato dal treno che passava. Io sono un selvaggio e non posso capire come un cavallo di ferro sbuffante possa essere più importante del bisonte, che noi uccidiamo solo per sopravvivere.

Che cosa è l’uomo senza gli animali? Se non ce ne fossero più gli indiani morirebbero di solitudine. Perché qualunque cosa capiti agli animali presto capiterà all’uomo. Tutte le cose sono collegate.

Voi dovete insegnare ai vostri figli che il terreno sotto i loro piedi è la cenere dei nostri antenati. Affinché rispettino la terra, dite ai vostri figli che la terra è ricca delle vite del nostro popolo. Insegnate ai vostri figli quello che noi abbiamo insegnato ai nostri, che la terra è nostra madre. Qualunque cosa capita alla terra, capita anche ai figli della terra. Se gli uomini sputano sulla terra, sputano su se stessi.

Questo noi sappiamo: la terra non appartiene all’uomo, è l’uomo che appartiene alla terra. Questo noi sappiamo. Tutte le cose sono collegate, come il sangue che unisce una famiglia. Qualunque cosa capita alla terra, capita anche ai figli della terra. Non è stato l’uomo a tessere la tela della vita, egli ne è soltanto un filo. Qualunque cosa egli faccia alla tela, lo fa a se stesso. Ma noi consideriamo la vostra offerta di andare nella riserva che avete stabilita per il mio popolo. Noi vivremo per conto nostro e in pace. Importa dove spenderemo il resto dei nostri giorni.

I nostri figli hanno visto i loro padri umiliati nella sconfitta. I nostri guerrieri hanno provato la vergogna. E dopo la sconfitta, essi passano i giorni nell’ozio e contaminano i loro corpi con cibi dolci e bevande forti. Poco importa dove noi passeremo il resto dei nostri giorni: essi non saranno molti. Ancora poche ore, ancora pochi inverni, e nessuno dei figli delle grandi tribù, che una volta vivevano sulla terra e che percorrevano in piccole bande i boschi, rimarrà per piangere le tombe di un popolo, una volta potente e pieno di speranze come il vostro. Ma perché dovrei piangere la scomparsa del mio popolo? Le tribù sono fatte di uomini, niente di più. Gli uomini vanno e vengono come le onde del mare. Anche l’uomo bianco, il cui Dio cammina e parla con lui da amico a amico, non può sfuggire al destino comune.

Può darsi che siamo fratelli, dopo tutto. Vedremo.

Noi sappiamo una cosa che l’uomo bianco forse un giorno scoprirà: il nostro Dio è lo stesso Dio. Può darsi che voi ora pensiate di possederlo, come desiderate possedere la nostra terra. Ma voi non potete possederlo. Egli è il Dio dell’uomo e la sua compassione è uguale per l’uomo rosso come per l’uomo bianco. Questa terra è preziosa anche per lui. E far male alla terra è disprezzare il suo creatore. Anche gli uomini bianchi passeranno, forse prima di altre tribù. Continuate a contaminare il vostro letto e una notte soffocherete nei vostri stessi rifiuti.

Ma nel vostro sparire brillerete vividamente, bruciati dalla forza del Dio che vi portò su questa terra e per qualche scopo speciale vi diede il dominio su questa terra dell’uomo rosso. Questo destino è un mistero per noi, poiché non capiamo perché i bisonti saranno massacrati, i cavalli selvatici tutti domati, gli angoli segreti della foresta pieni dell’odore di molti uomini, la vista delle colline rovinate dai fili del telegrafo. Dov’è la boscaglia? Sparita. Dov’è l’aquila? Sparita. E che cos’è dire addio al cavallo e alla caccia? La fine della vita e l’inizio della sopravvivenza.

Noi potremmo capire se conoscessimo che cos’è che l’uomo bianco sogna, quali speranze egli descriva ai suoi figli nelle lunghe notti invernali, quali visioni egli accenda nelle loro menti, affinché essi desiderino il futuro. Ma noi siamo dei selvaggi. I sogni dell’uomo bianco ci sono nascosti. E poiché ci sono nascosti noi seguiremo i nostri pensieri.

Perciò noi considereremo l’offerta di acquistare la nostra terra. Se accetteremo sarà per assicurarci la riserva che avete promesso. Lì forse potremo vivere gli ultimi nostri giorni come desideriamo. Quando l’ultimo uomo rosso sarà scomparso dalla terra ed il suo ricordo sarà l’ombra di una nuvola che si muove sulla prateria, queste spiagge e queste foreste conserveranno ancora gli spiriti del mio popolo.

Poiché essi amano questa terra come il neonato ama il battito del cuore di sua madre. Così, se noi vi vendiamo la nostra terra, amatela come l’abbiamo amata noi. Conservate in voi la memoria della terra com’essa era quando l’avete presa e con tutta la vostra forza, con tutta la vostra capacità e con tutto il vostro cuore conservatela per i vostri figli ed amatela come Dio ci ama tutti.

Noi sappiamo una cosa, che il nostro Dio è lo stesso Dio. Questa terra è preziosa per Lui. Anche l’uomo bianco non fuggirà al destino comune. Può darsi che siamo fratelli, dopo tutto. Vedremo’!