Parlo di te al silenzio

AMORE E PSICHE

Tempo fa ho ritrovato alcune lettere di un mio innamorato di un tempo. Moltissime lettere. Non me ne vorrà, questa cara persona, se pubblico una splendida poesia che aveva scritto per me, perché lo merita. Bei ricordi.

Parlo di te al silenzio, nell’illusione

che lo scandire lento delle ore

svanisca nell’intrecciarsi dei miei

pensieri fiaccati da questa perdizione

so che l’amore brucia il tempo e

una cappa d’affanno m’incombe…

pensarti… ma non più rivederti

fuggo il dolore che preme il mio

povero cuore, e di te mi appaiono

solo ombre invisibili avare di

ricordi.

Con terrore mi avvinghio alla tua

immagine legata ad un giorno

forse troppo breve.

Non ha pace questo amore

che mi tormenta oltre ogni limite,

viverlo adesso è il mio destino,

saperlo per sempre è certezza

di dormire all’ombra del tuo dolce

sorriso.

INGOZZATE VOI STESSI

FOIS-GRAS

C’è qualcosa che non quadra nella definizione che la Treccani offre per il termine ‘Umanità’.

Umanità:  Sentimento di solidarietà umana, di comprensione e di indulgenza verso gli altri uomini.

Ma come? Quindi quando utilizziamo questo termine riferendoci ad altri esseri senzienti , lo utilizziamo impropriamente? Ok, allora ditemi qual’è quel termine che si può utilizzare quando si vuole intendere l’uso delle migliori qualità umane verso un essere senziente non-umano. 

A nessun uomo degno di questo nome, dotato cioè di umanità, dovrebbe venire in mente di ingozzare due volte al giorno delle anatre da fois-gras, introducendo loro una pompa idraulica che va dritta fino allo stomaco e inducendo la steatosi del fegato, cioè facendole appositamente ammalare, per poi sgozzarle dopo 80 giorni in cui sono tenute in gabbie affollate, senza poter, per la loro breve esistenza, alzarsi o aprire le ali.

Questa pratica fa schifo, come del resto fa schifo il fois-gras stesso, diciamolo pure. Fa schifo il suo sapore, fa schifo il fatto che ci si starebbe cibando di una malattia, fa schifo il non chiedersi nulla, l’ignorare tutto, il sapere ma fregarsene. Nessun cibo che richiede violenza va consumato. Nessuno. Ci viene richiesto dalla tradizione culinaria? E chissenefrega! Ci viene richiesto dai precetti religiosi? Al diavolo tutti i precetti di tutte le religioni. Abbiamo o no una coscienza? Allora possiamo decidere da soli senza che ci venga detto da qualcuno che si fa così perché è così che si è sempre fatto, è così che ci si è sempre cibati. Non facciamocelo bastare. Decidiamo noi se il nostro cibo deve derivare da una violenza di questo tipo o se possiamo farne a meno. 

Non sono contraria alla pratica dell’ingozzamento. Semplicemente, ognuno ingozzi se stesso e non altre creature.

Su Facebook, Instagram, Twitter, & Co.

Che Facebook ospiti anche gruppi che si scambiano aggiornamenti su questioni di rilievo è vero. Ma l’utilizzo più diffuso è probabilmente quello che riduce molte persone a diffondere l’immagine di sé, di ciò che mangiano e dei luoghi di vacanza. In realtà, non la vera immagine di sé, ma di quell’immagine che vorrebbero offrire. Foto in posa, sempre sorridenti, sempre con un aspetto felice di chi è stra-fortunato perché è bello, ricco, ha una splendida famiglia in cui tutti sorridono sempre, si amano alla follia da 50 anni e non fanno che programmare vacanze in luoghi con le palme. Una grande vetrina in cui si sgomita per apparire. La misura, quindi, del nostro valore e della nostra felicità consisterebbe in quanti stupidi commenti si ricevono dal solito giro di gente e da quanti like o cuoricini riceviamo per esserci mostrati in un luogo di vacanza.

Dal mio punto di vista, ma fortunatamente sempre di un numero maggiore di persone, questo comportamento massificato rispecchia esattamente ciò che altri vogliono: mantenere milioni di persone in uno stato di perenne incoscienza concentrandole sul proprio narcisismo, così da non essere in grado di pensare ad altro (o semplicemente di pensare), soprattutto a tutto ciò che sta affliggendo l’umanità e che meriterebbe una mega rivoluzione planetaria. E’ una trappola che agisce su due fronti:

Da un lato, appunto, impegnando in questo modo e instillando una sorta di competizione tra esseri, forse già un po’ vacui di loro, in una corsa all’apparire, perdendo di vista la capacità di sopportazione del dolore e della ricerca di se stessi e della propria consapevolezza. Una fuga dalla normalità che viviamo come un ‘troppo poco’. Questo dover apparire è strettamente legato ai consumi che ci vengono richiesti e per poter garantire questi consumi non è opportuno che si sia dei pensanti.

Dall’altro, questo comportamento ci porta a dipendere dall’accettazione dagli altri, da questi ‘altri’ di cui in realtà non ce ne frega nulla ma dalle cui pubbliche lodi si dipende. In questo modo, ci si rende più fragili e si pensa che l’acclamazione sia fondamentale, così come la condivisione di qualsiasi contenuto della nostra vita, perlomeno di ciò che vogliamo mostrare per come lo vogliamo mostrare. Si vuole essere ammirati e invidiati. Perché? Perché la vita che conduciamo e la percezione di noi stessi e della nostra felicità viene fatta viaggiare su questi binari. Si è felici se si fanno molte stupide vacanze in luoghi con le palme, oppure se si va spesso al ristorante, o ancora se si sorride molto nelle foto. Si è felici se lo si scrive agli altri, tanto non potranno mai confutare nulla e noi otteniamo di crederci per loro tramite. Gli altri ci fanno da specchio

I cosiddetti ‘amici’, ovviamente a centinaia benché tutti sappiamo che gli amici si possono contare si e no su mezza mano, irretiti nello stesso stupido gioco, rispondono con un like o con un commento in linea con la pochezza dell’argomento. Saranno veri quei commenti? Saranno davvero sempre sinceri? Se ciò che si vede su Facebook fosse vero, la nostra società sarebbe pienamente realizzata, felice se non illuminata. Dovremmo accorgerci di essere circondati da gente che prova una profonda felicità, un benessere supremo e illimitato, come nemmeno il Buddha. Se il benessere fosse misurato da ciò che appare, allora non dovrebbero esistere né psicoanalisti o psicologi, né confessori o confidenti, perché nessun nostro comportamento necessiterebbe di un’elaborazione o di un perdono, né di scuse o sotterfugi, e nemmeno di ansiolitici. La realtà è estremamente più lontana da questo modello che sta intervenendo pesantemente e trasformando la società. Il fenomeno è tutt’altro che da sottovalutare. Si pensa che, in fondo, non si stia facendo nulla di male se non condividere qualcosa con qualcuno, ma non è questo il punto; non è la descrizione della propria gita a Roma o chissà dove, ma è il fatto che non si è più in grado di fare una passeggiata senza volerla mostrare, non si è più in grado di prescindere dalla falsa condivisione e dai falsi like (si, falsi). Sparisce il senso della propria vita vissuta come evento unico, personale, intimo, un po’ da ricordare e un po’ anche da dimenticare.

Se si tratta di veri amici, essi già ci conoscono, già condividono con noi gioie e dolori, già si complimentano per i nostri successi o ci rimproverano per i nostri errori. I nostri amici condividono già con noi i nostri momenti ma, di noi, conoscono anche le debolezze e le incazzature. Non abbiamo bisogno di far loro credere di essere alle stelle se alle stelle non ci siamo ancora arrivati. I 500, 1000 2000 amici non sono tali, sono un carrozzone di gentucola che nulla ha a che fare con noi, che non ci conosce affatto e non ci vede quando piangiamo, perché prima ci siamo disconnessi. Abbiamo bisogno di questo? Io personalmente proprio no. Sono ancora troppo attenta alle espressioni di un viso, ad un cenno di commozione, ad un sorriso falso e forzato, per potermi far bastare un like virtuale. Vuoi mettere il guardarsi negli occhi? Vuoi mettere raccontare ad una persona che la nostra vita è un casino da sempre ed è da sempre che cerchiamo di aggiustarla in qualche maniera e da sempre non ci riusciamo? Vuoi mettere lo scoprire che la persona a cui lo diciamo è più fragile di te e sperava proprio di poterne parlare con qualcuno? Vuoi mettere scegliersi sul serio, lasciando fuori dalla nostra vita tutti gli altri, tutta l’accozzaglia degli imbucati che non desideriamo avere attorno, a cui non vogliamo raccontare di noi e ai quali non vogliamo chiedere se gradiscono com’è nostro figlio?

Difficile? Del resto, a quelle persone non chiediamo un reale commento, ma il commento che sono tenuti a elargire, pena l’espulsione dal branco. Lì, su Facebook, scatta una diversa predisposizione a sbirciare la vita degli altri che, sia essa ricca o insulsa, viene comunque mostrata come interessante. Cerchiamo un riconoscimento pubblico perché non sappiamo più riconoscerci autonomamente.

Quanto all’uso di Linked In, che in teoria dovrebbe ospitare profili professionali, non è del tutto diverso nella misura in cui vi si scrivano cose non vere. Conosco persone (ma parecchie) che sono dei semplicissimi impiegati ma su Linked In sembra dirigano la Nasa (e non sto giudicando l’una o l’altra professione). E così per Twitter, dove ci si esercita ad esprimere qualunque concetto in poche parole, dimenticando la bellezza di un racconto e di un approfondimento. Molte persone non scrivono nulla di proprio, ma si limitano a ritwittare cose di altri. Ma dico io: ma tu una tua frase non sei proprio capace di scriverla? Qualcosa che esca da te e che sia frutto del tuo unico pensiero?

Ricapitolando: su Facebook mostriamo la vita come vorremmo che fosse, su Linked In ciò che vorremmo fare e su Twitter ciò che vorremmo saper dire. In nessuno dei tre casi, però, siamo noi quelle persone e dimentichiamo che, ciò che siamo veramente, che facciamo o che sapremmo dire è di gran lunga migliore. Ci basterebbe un po’ di coraggio in più.

Ecco perché non ho alcun profilo.

Il tradimento dell’amicizia

AMICIZIA

Chi è un amico?

Per me è colui con cui non hai bisogno di recitare. Senti di essere accolto sempre e di essere amato e stimato soprattutto per i tuoi difetti che amorevolmente vengono accettati e addirittura trasformati in virtù. Un amico ti accetta a prescindere, ti difende, è sempre dalla tua parte. Non ha bisogno di sentirti o vederti, e quando ti sente o ti vede il tempo non è mai trascorso. Tutto, con lui, riprende quel fluire di sempre, è un rapporto eterno fatto di vibrazioni comuni, di sostegno e di presenza silenziosa. L’amico sta un passo dietro a te, e tu un passo dietro a lui; non c’è gara, non c’è competizione, puoi essere come sei, ti senti a casa.

Ho sempre ritenuto l’amicizia il rapporto supremo, qualcosa di sacro. E ho provato l’esperienza del tradimento di un amico.

Chi tradisce l’amicizia è un vile. E’ colui che ha impostato un rapporto con calcolo per ottenere qualcosa a insaputa dell’altro, anche se il tempo tutto svela. Il falso amico si dilegua furtivamente scegliendo il momento più adatto per lui, ossia quello di maggiore tua debolezza. Ti  gira le spalle facendoti intendere di non averti mai conosciuta. Eppure, si era confidato con te e da te aveva ricevuto le tue confidenze e le tue storie più delicate e difficili da raccontare. Eppure, si era definito un amico che in te trovava una persona preziosa. Eppure, ti aveva fatto credere di poter essere degno della tua fiducia. E tu eri legata a quei momenti.

E’ stata un’esperienza per me scioccante che mi ha ferita profondamente.

Dante pone i traditori degli amici nell’ultimo girone infernale, perché hanno tradito chi in loro riponeva fiducia e stima, vedeva in loro una purezza che non c’era, e credeva di essere fortunato. Essi hanno innanzitutto tradito se stessi, hanno chiuso il cuore a chi lo aveva a loro aperto. Hanno perduto la loro anima, il loro onore.

Ma a quella persona, che io definivo amico, auguro comunque una buona vita. Non sta a me punirlo, sarà la vita stessa a farlo. Funziona così.

In un bar

CUORICINO 2Mi sono infilata in un bar in una zona storica di Milano, uno di quei quartieri ricchi di ricordi e tradizioni. Non un bar qualunque, ma un localino molto piccolo e invitante. Il ragazzo al banco mi ha salutata con un sorriso e un ‘Benvenuta!’, e in due secondi mi ha letteralmente rapita. Così, mi sono seduta ad un piccolo tavolino, ho ordinato un caffè e ho aperto il mio libro. Ero in anticipo sul mio appuntamento, cosa assolutamente rara se non impossibile, nel mio caso, ma deve essere avvenuto perché scoprissi quel posticino. Il ragazzo mi ha servito un caffè con un cuoricino (ecco la foto), e mi sono sentita felice per quel gesto così gentile. Gli ho sorriso. Sono ritornata sulle pagine del mio libro sulla legge del karma, ma ad ogni frase alzavo lo sguardo per seguire il ragazzo affaccendato, per osservare i dettagli del locale, per compiacermi del cuoricino. Ho capito che la gentilezza che ci viene donata è molto preziosa. Il resto di quella giornata è stato splendido.

P.B. SHELLEY

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P.B. SHELLEY  (1792-1822)

Di questo grande poeta romantico inglese, amico di John Keats e Lord Byron, marito di Mary Shelley (autrice di Frankenstein) e morto prematuramente all’età di trent’anni, ho letto alcune poesie rimanendone colpita. Ecco un esempio.

Ti amerei.

Ti amerei nel vento

Sotto il cielo terso in primavera

Tra la dolcezza delle rose.

Ti amerei nel canto degli uccelli All’ombra della vegetazione

Sulle pietra calda e nuda

Sotto il solo bruciante,

Nella frescura dell’erba

E con il canto degli insetti.

Ti amerei il giorno e la notte,

Nella calma e nella tempesta

Sotto le stelle che brillano

Sotto la rugiada della notte

E la mattina all’alba

Con il sorriso e con le lacrima,

Ti amerei con tutte le mie forze.

Mi accade a volte, conoscendo una persona o sentendone parlare, o leggendo una storia o una poesia, di percepire alcune vibrazioni che mi allineano a lei. Così, indago un po’ nella sua vita e in questo caso ho approfondito la biografia di Shelley. Ho scoperto che è stato un difensore del vegetarianismo e ha scritto diversi saggi sul tema. Nella sua opera Sul sistema della dieta vegetariana, Shelley scrisse il seguente passaggio:

«Il macello d’innocui animali non può mancare di produrre molto di quello spirito d’insana e spaventevole esultanza per la vittoria acquistata a prezzo del massacro di centomila uomini. Se l’uso del cibo animale sovverte la quiete del consorzio umano, quanto è indesiderabile l’ingiustizia e la barbarie esercitata verso queste povere vittime! Esse sono chiamate a vivere dall’artificio umano solo allo scopo di vivere una breve e infelice esistenza di malattia e schiavitù, perché il loro corpo sia mutilato e violati i loro affetti. Molto meglio che un essere capace di sentimenti non sia mai esistito, piuttosto che sia vissuto soltanto per sopportare una dolorosa esistenza senza sollievo alcuno.»  

Trovata la ragione delle vibrazioni percepite, mi acquieto. Comprendo, ancora una volta, che pensieri e intenzioni simili attirano esseri simili, anche se appartenenti a secoli differenti.

La corrida dei vigliacchi

CORRIDA

Copio questo articolo di Claudio Lauretti:

‘Macario, era un toro di circa 4 anni, dall’animo nobile, animo buono, che fin dai primi anni di vita è emerso. Il toro buono ha sempre dimostrato una volontà pacifica, infatti gli allevatori facevano fatica anche a farlo allenare, per prepararlo poi alla “morte“, ovvero alla Corrida. Mentre leggevo la sua storia mi sono chiesto cosa gli passava per la testa a Macario, molto più intelligente di quegli “uomini” spietati che lo vedevano solo come un “oggetto lussuoso porta denaro” da preparare al combattimento.

Quel giorno arrivò.
Macario entrò nell’arena. Tutta la folla che urlava, lui che si guardava intorno, entrando molto lentamente. Insieme a lui entrarono i tre toreri seguiti dalle rispettive cuadrillas. Per chi non lo sapesse ogni cuadrilla è composta da due picadores a cavallo, tre banderilleros e “alcuni incaricati a ritirare il corpo del toro una volta morto”. Ogni corrida è divisa in tre parti chiamate tercios che sono scanditi dal suono della banda e soprattutto dal clarino. Solitamente in ogni spettacolo taurino vengono uccisi sei tori, due per ogni torero. Macario era il primo. Con tutto che stavano infierendo sul suo corpo, lui non si mosse di un passo, con i tre toreri che lo guardavano. Il suo sguardo diceva chiaramente “perchè mi fate questo“, la risposta è stata ovvia. Il tempo passava, lo spettacolo non andava avanti, lo hanno abbattuto, senza alcuna pietà, senza alcuna compassione.

Questa è l’umanità che vogliamo? Questo è il mondo che vogliamo lasciare ai nostri figli? Questo è il futuro che vogliamo per tutti gli esseri viventi?

Dobbiamo smetterla di compiere questi crimini, non abbiamo bisogno di realizzarsi uccidendo altri esseri viventi, ne questo può essere giustificato da una qualsivoglia profitto o tradizione, perché proprio come il toro e tutti gli animali che quotidianamente uccidiamo, moriremo anche noi uomini. La giustificazione dell’esistenza ancora oggi di questi spettacoli con un ‘argomento che la corrida fa parte delle tradizioni secolari di alcuni popoli, non regge, non può reggere e non deve reggere più. Fermiamo la Corrida, fermiamo la corrida, fermiamo questa tradizione inutile e stupidamente crudele.’

Ecco, in questo blog io e Samuel daremo molta voce a queste creature, con la speranza che chi vorrà leggerci, e non si sia mai posto certe questioni, cominci a porsele. La pratica della corrida è un esempio di idiozia dell’uomo che considera se stesso come dominante su altri esseri, ma soprattutto fa orrore pensare che ci siano uomini che sentano di aver compiuto un’impresa quando, dotati di armi, circondano un toro per ucciderlo e non riescano a provare compassione guardandolo negli occhi. Noi non vogliamo partecipare ad alcun genere di violenza verso chiunque, non vogliamo considerarci superiori, non accettiamo di dover dominare sugli altri.

La Corrida va A B O L I T A senza se e senza ma, e a quei tori va chiesto perdono per non averli saputi comprendere.

Perché amo tanto la pioggia

PIOGGIAAmo la pioggia da sempre, ed ero una bambina quando mi sedevo a gambe incrociate davanti alla finestra del balcone ad osservare per ore le grandi piogge autunnali e serali. Seguivo le sferzate d’acqua sui vetri e i rivoli che confluivano di qua e di là. Avrei voluto trascorrerci l’intera esistenza, ad osservare la pioggia, ed è ancora così. Amo il cielo plumbeo e pesante, ricco di umidità e di promesse d’acqua, quando si percepisce cosa sta per accadere ma ancora non accade. E’ quella luce magica, quella copertura di nuvole basse, quel preciso dosaggio di grigio ad affascinarmi. Quando avviene, la mia mente si libera e i miei pensieri si aprono in un totale equilibrio con la natura. Respiro profondamente e mi inebrio. E poi ha inizio la danza sacra: milioni di gocce piccole, o grandi, ciascuna con una propria forma e una propria origine, ciascuna con la propria missione, in una discesa a capofitto e in uno splash da qualche parte ad offrire nutrimento vitale. Seguo l’insieme socchiudendo gli occhi, ma seguo anche singole gocce alzando lo sguardo o fissando 10 centimetri quadrati di terreno. E ciò che accade in quei dieci centimetri quadrati non è mai la stessa scena ma milioni di scene che si susseguono. Un meraviglioso miracolo della natura. La pioggia, nelle sue diverse forme, ha un suono che per me è pace e felicità, il ticchettio sulle foglie di un bosco, o su una spiaggia, su un tetto come sull’asfalto, quella continuità che abbassa i battiti del mio cuore e regolarizza il respiro e mi ricongiunge a tutte le divinità. Il profumo, durante e dopo, è ciò che non ha dovuto essere inventato perché esiste, perché esisterà sempre con la stessa intensità e peculiarità, perché in un attimo ci riporta bambini a giocare per strada e a correre a ripararci ridendo. E’ pura poesia.

La pioggia non è tristezza, come molti ritengono, ma introspezione e ascolto di sé. Solo chi sta bene con il proprio ascolto interiore può amare la pioggia, anche se essa dura giorni e giorni, perché ha bisogno di appartarsi in un angolo ad osservarla per sentirsi. La pioggia non può essere compresa da tutti.

E’ una grande manifestazione dell’esistenza di un Creatore; non il sole, ma la pioggia. Ed io la amo profondamente.

MI CHIAMO MOR, un mio breve racconto

 

SILFIDEMi chiamo Mòr e sono una Silfide. Non sono cattiva, come gli umani potrebbero credere, sono buona. E attenta. Appaio di tanto in tanto ma non in molti si accorgono di me, né io amo essere notata. E’ per questo che spesso mi nascondo, mi celo agli occhi della gente; non mi va di essere osservata o, peggio, scrutata come una strana creatura. Sono, si, una creatura, ma affatto strana.
Vivo nell’aria, mi libro qua e là fluttuando tra i vortici naturali, sfruttando le correnti ascensionali e
precipitando in sella a venti impetuosi. Salendo, respiro profondamente e mi innalzo verso l’infinito, in una piena coesione con le forze dell’Universo. Non c’è disarmonia, lì, tutto scorre, e anch’io scorro senza attrito.
Mi impregno di silenzio e di energia, e mi sento bene. Quando precipito verso terra, invece, è perché tale energia è necessaria ad un’altra creatura. Me ne libero volentieri, la cedo con amore e con un grande senso di coesione. E’ uno scambio, uno scambio di ricchezza. Io ricevo comunque, ricevo ed elaboro, elaboro e
ricevo, e così all’infinito.
Mòr, questo è il mio nome, e sono una Silfide buona. Benevola, si direbbe. Accetto ciò che sono e accetto ciò che non sono. Amo assumere delle forme inconsuete, mi posiziono tra le nuvole – cirri soprattutto, e faccio finta di essere un volto, un animale, un oggetto. Conosco l’uomo e i suoi oggetti, e mi diverto a sembrare altro e a vedere se qualcuno mi riconosce. Tutto, comunque, pur di non farmi troppo notare.
Agisco, non sono pigra per nulla. Osservo con piglio e decido dove agire. Chi mi chiama sa come farlo, guardando in alto, chiedendo una mano. Ma a volte svolazzo così vicino all’uomo da fargli percepire un’improvvisa brezza attorno a lui. Ecco che si volta, come a capire. E sono io, quella brezza. E’ la mia mano a toccarlo, timidamente. Sono timida ma nessuno ci crederebbe. Oso appena sfiorare un braccio, ma in genere depongo un bacio sul capo di chi mi cerca. Non vengo mai meno ai miei doveri, alla mia natura. Ci sono sempre per chi ha bisogno di un mio soffio.
L’aria è il mio ambiente, la mia casa, la mia natura. Sono d’aria. Impetuosa o carezzevole, lesta e inafferrabile, ma presente, costantemente presente in varie forme. Ci sono, in un modo o nell’altro, ci sono sempre. Taccio o mi inalbero, reagisco alle intemperie ma, anche, resto ferma e mi faccio trasportare in un abbraccio voluttuoso dal mio stesso elemento. Invio carezzevoli soffi o tempeste burrascose. Sono una Silfide, e arricchisco di energia vitale il respiro di ogni essere vivente.
A volte emetto striduli fischi, e dò vita a raffiche nervose. A volte tocco la chioma di un albero e lo guardo muoversi in tutta la sua maestosità. Accompagno il volo delle aquile. L’evanescenza è il mio attributo principale, il mio colore è la trasparenza. Ma durante i temporali raggiungo la saturazione del bianco, e mi muovo sinuosamente tra le saette. Appartengo a tutto e a nulla. Appartengo a chi mi ama.
Mi chiamo Mòr.

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Introduzione

FIUMEEd eccomi a scrivere questo primo articolo per spiegarvi di cosa io e Samuel scriveremo su questo blog. Sarà principalmente un blog che conterrà le nostre riflessioni personali su molti temi; prenderemo spunto dalle nostre passioni e da ciò che secondo il nostro punto di vista sta danneggiando l’umanità e le sta impedendo di considerarsi tale. Sarà un blog che, speriamo, inviterà un pochino a riflettere; vi troverete critiche su grandi e piccole questioni, vi troverete anche temi di immensa bellezza. La realtà, è che vale ancora la pena di incantarsi. Un abbraccio a chi vorrà leggerci.

Vi lascio con un passaggio tratto da Siddharta, di H. Hesse:

‘il fiume si trova dovunque in ogni istante, alle sorgenti e alla foce, alla cascata, al traghetto, alle rapide, nel mare, in montagna, dovunque in  ogni istante, e per lui non vi è che presente, neanche l’ombra del passato, neanche l’ombra dell’avvenire’.