
Penso che, quando una specie viene data per estinta in alcune regioni, ci si dovrebbe fortemente dispiacere e ci si dovrebbe impegnare perché essa riappaia e torni a riprendere il proprio posto assegnatole a pieno titolo da sempre. E penso che, quando questo avviene, si debba avvertire un senso di giustizia e di compimento, di ritorno ad un equilibrio antico. In un mondo equo e onesto, in cui ciascuno di noi si percepisse in armonia con ogni altro essere vivente, ci si fermerebbe per salutare con riconoscenza il ritorno del lupo. Spiazzando i molti studi che lo davano ormai per inesistente in Italia e altrove, la sua fierezza e la sua forza si sono imposte per permettergli di rientrare nel gioco eterno dell’equilibrio naturale.
Non sta bene a chiunque, questo: ai cacciatori, perché desiderano essere gli unici a uccidere prede in abbondanza sentendosi essi stessi dei poderosi lupi; agli agricoltori, che pretendono di cambiare l’habitat boschivo generato in ere in campi di monoculture distruttive di ogni equilibrio; agli allevatori, che concepiscono ogni creatura che respira unicamente come puro reddito.
Che sia, allora, ‘strettamente protetto’ e non solo ‘protetto’ come si vorrebbe ora proporre con un abbassamento della soglia di tutela. Il fatto è che ogni diminuzione del livello di guardia e di protezione, introdotto con la scusa di poter intervenire su eventuali contenimenti di popolazione (uccidendo, poiché l’uomo non conosce altre parole), è in realtà un regalo alle lobby delle armi, della caccia e della zootecnia a cui appartengono soggetti privi di scrupoli, di empatia, di coscienza e conoscenza. Partirebbe lo sport del massacro ai lupi, una campagna di paura nei confronti di una creatura meravigliosa, venerata da civiltà molto più raffinate della nostra sin dai tempi più antichi.
Ad un cacciatore, di quelli che amano farsi fotografare seduti su una preda uccisa con armi sofisticate, che intendeva deridermi perché, a suo dire, noi difensori degli animali saremmo in pochi, ho risposto che è quello che crede lui che sa contare solo fino a dieci. Ognuno di noi, invece, si centuplica esponenzialmente con i messaggi che lascia e che, come semi, germogliano in milioni di coscienze. Noi non siamo in pochi, ma siamo infiniti.
