
Ho pensato, ad un certo punto, di avere il dovere innanzitutto morale di leggere quelle opere di studiosi che si è voluto a tutti i costi negare alla mia conoscenza, dopo che queste persone avevano mostrato una forza non comune per potermi raggiungere con le loro rivelazioni. Che senso avrebbe che essi siano esistiti e abbiano tenacemente combattuto contro il pensiero comune dell’epoca, l’ignoranza o la cattiva fede, se non per permettere a me, oggi, di avere importanti conoscenze, e con esse di sentirmi armonizzata e libera?
Così, ho scelto di leggere le tre opere cosmologiche di Giordano Bruno, e di scriverne qualcosa in questi giorni caratterizzati da importanti fenomeni astronomici che l’uomo comune non è più abituato ad osservare, perlomeno da questa parte di cielo. Mi piace anche riportare dei passaggi che ho trovato molto interessanti.
Bruno ha scelto di perdere la vita nel peggiore dei modi, ma non ha fatto un passo indietro rispetto alle proprie affermazioni ed argomentazioni. Non uno. Merita di esser letto per il valore dell’uomo, e merita di essere valorizzato e diffuso per il pensiero che risultava essere troppo visionario rispetto ad un modo ottuso e piccolo di intendere la Vita, la Creazione, oggi più che mai estremamente diffuso. Avrebbe scardinato il dominio della Chiesa sull’Uomo della Terra e allargato la mente più di molti altri filosofi che avevano contribuito a questa visione ristretta ma diffusa, che nei secoli ha subdolamente prevalso su altra verità.
In queste sere è visibile una superluna che potrò osservare dal buio totale dei boschi. Con gratitudine a Giordano Bruno per i suoi insegnamenti, perché non pensi di aver sofferto invano.
Scriveva il filosofo:
‘Questa è quella filosofia che apre gli sensi, contenta il spirto, magnifica l’intelletto e riduce l’uomo alla vera beatitudine che può aver come uomo, e consiste in questa e tale composizione; perché lo libera dalla sollecita cura di piaceri e cieco sentimento di dolori, lo fa godere dell’esser presente, e non più temere che sperare del futuro, perché la providenza o fato o sorte, che dispone della vicissitudine del nostro essere particolare, non vuole né permette che più sappiamo dell’uno che ignoriamo dell’altro, alla prima vista e primo rancontro rendendoci dubii e perplessi. Ma mentre consideriamo più profondamente l’essere e sustanza di quello in cui siamo immutabili, trovaremo non esser morte, non solo per noi, ma né per veruna sustanza; mentre nulla sustanzialmente si sminuisce, ma tutto, per infinito spacio discorrendo, cangia il volto. E perché tutti soggiacemo ad ottimo efficiente, non doviamo credere, stimare e sperare altro, eccetto che come tutto è da buono, cossì tutto è buono, per buono ed a buono; da bene, per bene, a bene. Del che il contrario non appare se non a chi non apprende altro che l’esser presente, come la beltade dell’edificio non è manifesta a chi scorge una minima parte di quello, come un sasso, un cemento affisso, un mezzo parete; ma massime a colui che può vedere l’intero e che ha facultà di far conferenza di parti a parti.’
De l’Infinito. Universo e Mondi. 1584
Ciò che la filosofia aristotelica riteneva, era che là dove non vi era il mondo vi fosse del vuoto, e che questo fosse il nulla, in cui è nulla e non può essere nulla. Bruno, invece, dà del superficiale ad Aristotele, circa le sue considerazioni sulla natura delle cose, in quanto per lui, e per gli antichi, nel vuoto vi è invece qualcosa, vi sono atomi e corpi. E la Terra non si trova al centro esatto dell’Universo, e vi sono terre infinite, soli infiniti, etere infinito. E nella durata infinita degli infiniti universi, cioè l’eternità, secoli e ore non contano perché in quanto elementi dell’infinito tempo, ognuno di essi è infinito.
Noi vediamo altri soli, grandissimi corpi luminosi, ma le terre di quei soli non possiamo vederle perché le loro dimensioni e le distanze a cui si trovano li rendono invisibili. E un Universo infinito richiede per forza che vi siano soli infiniti. Ed è impossibile, sostiene, che si possa immaginare che mondi infiniti siano privi di abitanti, in quanto nelle infinite correlazioni tra soli e altre terre possono verificarsi delle giuste condizioni perché i raggi solari siano anche altrove fecondi.
Infiniti Mondi, ma un unico universale motore.
A dimostrazione della vera fede in un atto creativo, Bruno afferma che se noi considerassimo l’universo come finito, l’onnipotenza divina ne verrebbe biasimata. E’ come se, potendo creare tutto, fosse ipotizzabile un’autolimitazione. Mentre, considerando il mondo come interminabile, percepiamo un senso di quiete che ci armonizza.
‘Così si magnifica l’eccellenza di Dio, si manifesta la grandezza de l’imperio suo: non si glorifica in uno, ma in soli innumerabili: non in una terra, un mondo, ma in duecento mila, dico in infiniti.
E non è senso che vegga l’infinito, non è senso da cui si richieda questa conclusione, perché l’infinito non può essere oggetto del senso; e però chi dimanda di conoscere questo per via di senso, è simile a colui che volesse veder con gli occhi la sustanza e l’essenza; e chi negasse per questo la cosa, perché non è sensibile ò visibile, verebe a negar la propria sustanza ed essere.’
De la Causa, Principio et Uno. 1584
‘Io, odiato da stolti, dispreggiato da vili, biasimato da ignobili, vituperato da furfanti e perseguitato da genii bestiali; io, amato da savii, admirato da dotti, magnificato da grandi, stimato da potenti e favorito dagli dei.’
Chi vede il ritratto di Elena non vede Apelle, ma vede lo effetto de l’operazione che proviene da la bontà de l’ingegno d’apelle
Bruno parla di un intelletto universale come quella intima e reale facoltà dell’anima del mondo.
‘empie il tutto, illumina l’universo e indrizza la natura a produre le sue specie come si conviene. Questo è nomato da platonici fabro del mondo, è detto da maghi fecondissimo de semi, Orfeo lo chiama occhio del mondo. L’anima è nel corpo come nocchiero nella nave. Il qual nocchiero, in quanto vien mosso insieme con la nave, è parte di quella; considerato in quanto che la governa e muove, non se intende parte, ma come distinto efficiente. Cossì l’anima de l’universo, in quanto che anima e informa, viene ad esser parte intrinseca e formale di quello, ma, come che drizza e governa, non è parte, non ha raggione di principio, ma di causa.’
Per Bruno tutto è animato, ed anche se dai corpi principali derivano parti secondarie, esse mantengono in una certa misura il principio vitale originario perché eterno e indistruttibile.
‘la tavola come tavola non è animata, né la veste, né il cuoio come cuoio, né il vetro come vetro; ma, come cose naturali e composte, hanno in sé la materia e la forma. Sia pur cosa quanto piccola e minima si voglia, ha in sé parte di sustanza spirituale. Spirto si trova in tutte le cose, e non è minimo corpuscolo che non contenga cotal porzione in sé che non inanimi.
Le proprietà di molti lapilli e gemme le quali hanno certe virtù di alterar il spirto ed ingenerar nuovi affetti a l’anima, non solo nel corpo. Ne’ sterpi e radici smorte, che purgando e congregando gli umori, alterando gli spirti, mostrano necessariamente effetti di vita.’
Nessuna cosa si anichila e perde l’essere, eccetto che la forma accidentale esteriore e materiale. Però tanto la materia quanto la forma sustanziale di che si voglia cosa naturale, che è l’anima, sono indissolubii ed adnihilabili.
Niente assolutamente opera in sé medesimo, e sempre è qualche distinzione tra quello che è agente e quello che è fatto.
Solo il primo e ottimo principio è tutto quel che può essere, mentre non è così per le altre cose. Nessuna altra cosa è tutto quel che può essere: la pietra non è tutto quello che può essere, perché non è calcio, non è vaso, non è polvere, non è erba. L’uomo è quel che può essere, ma non è tutto quel che può essere.
L’Universo non è altro che un’ombra del primo atto e prima potenza, e pertanto in esso la potenza e l’atto non sono la stessa cosa.
Anche l’intelletto non è mai tanto che non possa essere maggiore.
E’ dunque l’universo uno, infinito, inmobile. Una, dico, è la possibilità assoluta, uno l’atto, una la forma o anima, una la materia o corpo, una la cosa, uno lo ente, uno il massimo ed ottimo; il quale non deve posser essere compreso; e però ninfinibile e interminabile, e per tanto infinito e interminato, e per conseguenza inmobile.
Alla proporzione, similitudine, unione e identità de l’infinito non più ti accosti con essere uomo che formica, una stella che uomo; perché a quello essere non più ti avvicini con esser sole, luna, che un uomo o una formica; e però nell’infinito queste cose sono indifferenti.
Perché dunque le cose si cangiano, la materia particulare si forza ad altre forme? Vi rispondo che non è mutazione che cerca altro essere, ma altro modo di essere. E questa è la differenza tra l’universo e le cose de l’universo. Questo lo ha possuto intendere Pitagora, che non teme la morte ma aspetta la mutazione.
E cossì tutto concorre in una perfetta unità. Ecco come non doviamo travagliarci il spirto, ecco come cosa non è, per cui sgomentarne doviamo. Perché questa unità è sola e stabile, e sempre rimane; questo uno è eterno; ogni volto, ogni faccia, ogni altra cosa è vanità, è come nulla, anzi è nulla tutto lo che è fuor di questo uno.
Cena de le Ceneri, 1584
E’ un convito fatto dopo il tramontar del sole, nel primo giorno de la quarantana, detto da nostri preti dies cinerum. Nei dialoghi tra partecipanti vi si ritrattano le tematiche relative alla limitatezza dei sensi dell’uomo che porta ad avere certezze che tali non sono:
Le Stelle non devono essere chiamate fisse perché veramente si mantengono tali rispetto a noi o tra loro, ma perché il loro moto non è sensibile a noi.
Spiega in quale maniera corpi distantissimi dal sole possano ugualmente venire scaldati come i più vicini, e per quale ragione i grandi corpi celesti sono stati disposti dalla natura a tanta distanza, e non sono invece più vicini gli uni agli altri; e ancora, perché non caschiamo e perché questa infinita aria sostiene il nostro e molti altri globi.
Vedeva dove altri nemmeno guardavano, anticipando ciò che sarebbe risultato ovvio solo quando determinati sapientoni avrebbero voluto farsene merito. Ha pagato per essere nato in un’epoca di dotta ignoranza e di ottusa saccenza.
Sappiamo di dover attendere una mutazione che servirà al tutto e che compirà il nostro ciclo, o uno dei nostri. Il disegno è grande, infinito, ma ciascuno di noi è simile ad un corpo celeste: non esiste gravità quando siamo nella nostra orbita e ne seguiamo il moto secondo natura. Dove siamo collocati, lì è il nostro posto nell’Universo Infinito.